Fabrizio Carcano.
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LA TELA DELL'ERETICO.
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2012. Ugo Mursia Editore. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Una via crucis segnata da suicidi rituali e roghi purificatori  quella che il commissario Bruno Ardig e il giornalista Federico Malerba devono percorrere per venire a capo di un'indagine che, nell'anno di grazia 2011, li precipita in un mondo di eresie medievali e di misteri.
Come antichi inquisitori si trovano a investigare sugli ultimi seguaci dei catari che proteggono il segreto sul loro pi illustre adepto: Leonardo. Per sventare il progetto criminale, la cui trama s'intravede in controluce tra i colori di una scoperta artistica sconvolgente, dovranno camminare a ritroso nel tempo tra silenziose abbazie lombarde, pinacoteche, antichi codici, simboli dimenticati alla ricerca di risposte. Che cosa spinge al suicidio gli studiosi del Genio? Chi vuole morti gli ultimi eretici?
Mentre la citt si anima per le imminenti elezioni, Ardig e Malerba si addentrano in una Lombardia arcana e inattesa fino al cuore dell'intrigo: un capolavoro sconosciuto per il quale vale la pena di uccidere e di morire.
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L'AUTORE.
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FABRIZIO CARCANO (Milano, 1973)  giornalista professionista, scrive per Il Giorno, Superbasket, Bergamo&Sport e Affari Italiani.
 uno dei giallisti pi apprezzati dal pubblico milanese e lombardo nell'ultimo decennio. Il cacciatore di Caino  il suo dodicesimo romanzo noir dedicato ai misteri e al fascino di Milano dopo Gli Angeli di Lucifero (2011), La tela dell'eretico (2012), Mala Tempora (2014), L'ultimo grado (2014), L'erba cattiva (2015), Una brutta storia (2016), Il Mostro di Milano (2017). In nome del male (2018). Il codice di Giuda (2018), Milano Assassina (2019) e Nemesi Nera (2019), tutti pubblicati con Mursia.
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LA TELA DELL'ERETICO.
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"Quel quadro  la prova materiale che anche il pi illustre alfiere dell'adesione all'eresia dei catari non  riuscito a respingere il richiamo del male, cedendo alla menzogna e al tradimento.
Leonardo, il Perfetto, aveva ceduto alla tentazione."
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Dedica.
A Liliana, che mi sta regalando un sogno da cui spero di non svegliarmi mai.
Ai miei genitori, per il loro affetto e la loro comprensione.
Ai miei gatti, passati e presenti, anche loro un pezzo della mia famiglia e della mia vita
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PROLOGO. Milano, aprile 1496. Refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie.
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La luce del sole filtrava da sinistra, illuminando la parete.
L'artista, dalla statura gigantesca, con la barba incolta e i capelli lunghi e candidi, si pass una mano sulla fronte per tergerla dal sudore. Intinse il pennello nella tempera grassa e lo avvicin all'intonaco ruvido, ma alcuni schiamazzi, echeggianti dal basso, lo deconcentrarono.
Con un moto di stizza abbass la mano appoggiando il pennello sul ripiano da lavoro. Si volt con gesti lenti e misurati, prima di affacciarsi dal ponteggio.
Sotto, a pochi metri da lui, due ragazzi si stavano azzuffando amichevolmente. Scherzavano e ridevano sguaiatamente, nemmeno fossero in un'osteria.
Con piglio severo il pittore, issato sull'impalcatura, si rivolse a quello pi grande dei due, un giovinetto con le brache rosse e la giubba a balze di colore celeste e rosa.
Url, con tono imperioso: "Iacomino, chetati!".
La voce usc dal profondo, dalle viscere, eppure senza la convinzione necessaria a incutere soggezione o timore. Il monello ribelle, di aspetto vagamente femmineo, sorrise sfrontato con un'aria beffarda, quasi mefistofelica, scrollando le spalle.
Il gigante scosse la testa, sconsolato.
"Sommi sforzato quanto mi fu possibile per tenervi a bada", farfugli a voce bassa, dall'alto dei suoi quasi due metri di statura. Poi sbott, con un pizzico di amarezza: "Un proverbio che molto spesso si costuma dire  che il lupo muta pelo e non cangia vizio".
Pronunci quelle parole con una vena di amaro e sincero rimpianto, con la consapevolezza di chi  costretto ad ammettere un fallimento umano. Non sarebbe mai riuscito a fare di quell'indomito diavoletto il gentiluomo e l'artista che sognava.
Intanto, stufo di ascoltare i rimbrotti del suo mentore, il giovane torn a sedersi nello sgabello a lui destinato.
L'altro ragazzo, poco pi di un bambino, rimasto in totale silenzio, fece per allontanarsi. Sperava, cos, di evitare gli strali del gigante, che invece tuon: "E voi badate, giovin Matteo. O ander a parlar con lo zio vostro e far di modo che in breve vi recher cattive novelle".
Spaventato il ragazzino si ecliss dietro la pesante porta.
Ritrovata la quiete, l'artista si chin per riprendere il pennello: vers dell'acqua nella mistura di tempera e olio, ormai secca, e torn a fronteggiare la parete davanti a lui.
Poi si volt nuovamente verso il giovane.
"Ricomponiti, scellerato."
Sbuffando l'imberbe modello si sistem i lunghi capelli, chiari e riccioluti, allungandoli sul lato sinistro, quindi reclin il capo, quasi adagiandolo sulla spalla destra, e assunse un'aria soave.
Il diavolo di poco prima si era ora trasformato in un angelo cherubino, in grado di irradiare bellezza e armonia.
Il pittore inal quell'aura di serenit emanata dal giovane e torn a concentrarsi, fissando la parete settentrionale del refettorio.
Gett un'ultima occhiata a Iacomino e riprese il pennello, allungandolo verso il fragile intonaco che ricopriva il muro.
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Desenzano del Garda (BS), ottobre 2010. Monastero cistercense di Santa Maria Vergine.
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Il rintocco della campana annunciava il vespro.
I monaci, vestiti con il canonico saio bianco, si avviarono con aria gioiosa lungo il chiostro, diretti verso l'abbazia dove, dopo una lunga giornata di lavoro manuale, nei campi o nelle piccole officine disseminate nel perimetro circondato dalle imponenti mura in laterizio, avrebbero intonato i salmi e le tradizionali preghiere del tramonto.
Padre Ottavio, anziano abate e guida spirituale della piccola comunit, prima di entrare in chiesa si concesse una deviazione nella splendida biblioteca che ospitava autentici piccoli tesori, tra cui alcuni codici miniati dell'VIII e IX secolo.
Il loro unico ospite laico, come sempre, era immerso nello studio: davanti a lui alcuni volumi aperti e un block notes.
Le mani, magre e ossute, vergavano appunti. I suoi gomiti erano appoggiati sulla superficie del tavolo in legno massiccio, gli occhiali quasi scivolati sulla punta del naso, lo sguardo rivolto sulle pagine, quasi a scavare tra quelle righe fitte e armoniose.
La mano dell'abate cal pesante sulla gracile spalla dell'uomo, che sobbalz per la sorpresa. Tanta era la sua concentrazione che non si era neppure accorto del sopraggiungere del vecchio monaco, con la sua andatura strascicata.
"Desolato di averla interrotta, mio caro amico."
Lo studioso si ricompose, assestando gli occhiali in una posizione pi consona.
"Mi perdoni lei, padre, non l'avevo proprio udita."
"Vedo, era davvero assorto nella lettura. Volevo invitarla a unirsi a noi, nella preghiera del vespro", sugger, in tono cordiale, l'abate.
L'ospite lanci un'occhiata ai tomi che stava consultando. Gli dispiaceva interrompere la sua ricerca. E ancora di pi gli spiaceva esser coinvolto in quella forma di preghiera...
Ma non os deludere il padrone di casa che, con tanta pazienza e disponibilit, lo aveva accolto nel silenzio e nella quiete di quelle mura.
"Le giornate si sono ormai accorciate e la luce sta calando" prosegu, conciliante, padre Ottavio "e non  bene sforzare i nostri occhi, che ormai non sono pi tanto giovani".
"Ha ragione padre: gli anni si fanno sentire. E anche la stanchezza."
Si alz dalla sedia inarcando la schiena anchilosata.
"Come diceva Lorenzo il Magnifico? Quant' bella giovinezza che si fugge tuttavia..."
Risero entrambi.
Padre Ottavio gli assest un'altra benevola pacca sulla spalla, che fece sussultare la sua scricchiolante ossatura, invitandolo a seguirlo verso il chiostro.
L'uomo acconsent. Prima di uscire dalla biblioteca, per, lanci un ultimo sguardo al tomo con la copertina di pelle marrone, screpolata dal tempo e dall'umidit.
L'edizione originale delle Novellae di Matteo Bandello.
"Non si preoccupi, padre Battista non toccher nulla e domani ritrover tutto come lo abbiamo lasciato", lo rassicur l'abate mentre si incamminavano verso l'abbazia.
Lo studioso lo ringrazi ancora una volta.
Si accomod su una panca, prese il libretto con i canti dei salmi, e attese che i monaci iniziassero a elevare le lodi serali, fingendo di unirsi al loro coro.
Li seguiva blandamente con la voce, non con la mente, intenta a ripetere quelle poche righe, quella pagina vergata in volgare, che lo stava ossessionando da giorni e che ormai aveva imparato a memoria. Vocabolo dopo vocabolo, sillaba dopo sillaba.
Erano in Milano al tempo di Lodovico Sforza Vesconte duca di Milano alcuni gentiluomini nel monastero de le Grazie dei frati di san Domenico, e nel refettorio cheti se ne stavano a contemplar il miracoloso e famosissimo cenacolo di Cristo con i suoi discepoli che allora l'eccellente pittore Leonardo Vinci fiorentino dipingeva...
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1. Milano, luned 25 aprile 2011.
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Le tapparelle erano state sollevate dagli uomini della Scientifica. Illuminato dalla luce solare l'ambiente appariva ancora pi grande. E austero.
Pareti ricoperte da enormi biblioteche murali, stracolme di libri: nei pochi spazi liberi quadri, o meglio riproduzioni di celebri dipinti, tutti di stampo rinascimentale. Un museo in formato domestico.
Una copia dell'Ultima Cena di Leonardo, almeno due metri per uno, campeggiava nell'unica parete sgombra, regalando l'idea illusoria di una finestra letteralmente aperta sul Cenacolo.
In un angolo una splendida statua bronzea, la riproduzione di un antico guerriero armato soltanto di gladio, alta circa sessanta centimetri.
Il commissario Bruno Ardig indugi nel salone ancora qualche minuto, prima di spostarsi in camera da letto.
Era gi stato avvertito di quello che lo attendeva alla fine del corridoio.
La camera era in penombra. La tapparella, questa volta, non era stata sollevata del tutto, quasi che i poliziotti non osassero disturbare il riposo ormai eterno del padrone di casa.
Le abat-jour sui comodini erano entrambe accese.
Il dottor Brasca era chino sul corpo della vittima.
Sentendo dei passi alle sue spalle il medico legale si rialz, scansandosi e permettendo cos al commissario di inquadrare l'inverosimile scena.
Un uomo sulla settantina, altezza media, volto scavato e zigomi sporgenti, dal colorito violaceo, magro da far paura, era sdraiato sul letto: quasi uno scheletro, con le mani giunte all'altezza dello stomaco.
Intorno alla bocca, sul mento e sul lato destro del collo c'era una strana aureola di un colore chiaro.
A prima vista sembrava l'alone di una crema seccata sull'epidermide.
Lo osserv meglio: la bocca meccanicamente spalancata, il capo leggermente reclinato a destra, le labbra cianotiche, gli occhi insolitamente chiusi.
Adagiato sul lenzuolo, di fianco alla testa, c'era un libro aperto, dalla copertina in pelle nera.
Altri due particolari lo colpirono subito. La vittima indossava un elegante pigiama di seta, perfettamente abbottonato, a righe alternate celesti e grigie che, complice l'estrema magrezza, lo facevano somigliare a un internato di un lager o di un gulag.
La postura era quella di un defunto ricomposto: pareva che l'abile mano esperta di un impresario delle pompe funebri lo avesse sistemato, preparandolo per la veglia.
Un quadro davvero insolito: quella stanza, dove pur aleggiava lo spettro della morte, emanava quasi un senso di serenit, come se la vittima stesse solo riposando dopo essersi assopita dolcemente.
Sul ripiano di un vecchio armadio not i resti di alcune candele bianche, consumate fino in fondo.
"Commissario..."
Era un saluto rivolto ad Ardig, che scocc un'occhiata interrogativa al medico.
" morto da circa 60 ore. Per la causa del decesso propenderei per un'asfissia."
"Asfissia?"
"Proprio cos. Questo malcapitato ha ingerito una sostanza tossica letale, che ha provocato un arresto delle vie respiratorie."
Indic un bicchiere sul comodino.
"Un odore terribile. La causa del decesso  qui dentro."
"La vittima presenta lesioni o ecchimosi?"
"Superficialmente no, lo escluderei."
"Dunque non ha riscontrato segni di lotta o anche solo di trascinamento?"
"Nel modo pi assoluto."
"Altro?"
"Ritengo che la morte - sanc Brasca - sia stata alquanto rapida, se non persino istantanea. Il farmaco o il veleno che l'ha indotta era di una potenza micidiale. Azzarderei cianuro o arsenico, pur non ritenendomi un esperto nel settore."
"Pertanto non si  trattato di un malore. O comunque di una morte naturale", sentenzi Ardig.
"No, chiaramente  stato un decesso indotto dall'ingestione di una sostanza venefica. Se questa ingestione sia avvenuta spontaneamente o meno, tocca a voi stabilirlo."
Il capo della Squadra Scientifica, Daniele De Piccoli, assisteva in silenzio allo scambio di opinioni, con la sua faccia liscia e rotonda da bambino mai cresciuto, un eterno fanciullo con i capelli striati di grigio e la pancetta arrotondata sotto la cintura.
"Tu che dici?", lo interpell il capo della Omicidi.
"Pare una macabra messa in scena. Appena il dottore avr terminato il suo esame cominciamo i rilievi."
"Quella cos'?", domand Ardig, indicando il collo del cadavere.
"Nulla di rilevante, un normale crocefisso ligneo", liquid il rilievo De Piccoli, scostando leggermente la camicia del pigiama all'altezza del torace, dove apparve una grezza corda di pelle, cui era appesa una croce francescana blu.
"E il libro?"
" il Vangelo di San Giovanni."
Nessuno comment.
"Era in quella posizione?", chiese il commissario.
"No. E questa  un'altra anomalia. Secondo la donna delle pulizie, che ha scoperto il cadavere, il libro era posizionato sul viso del defunto, pi o meno tra la guancia destra e il mento. Purtroppo la signora lo ha rimosso per accertarsi se l'uomo respirasse ancora. Lo abbiamo sfogliato per vedere se contenesse qualcosa, ma nulla", si giustific il responsabile della Scientifica. Poi aggiunse: "Era aperto quasi a met. Come se il defunto lo stesse leggendo e si fosse assopito, dimenticandolo appoggiato sul volto, come del resto accade spesso quando il sonno ti coglie improvvisamente".
Ardig lanci un'ultima occhiata al corpo.
"Vi lasciamo lavorare. Se avete altro siamo di l", annunci il commissario.
Tornarono nel salone.
Dj vu.
Un altro morto vicino a casa sua.
Un breve tragitto di poche centinaia di metri lo separava dalla scena criminis. E dal fine corsa di un'altra vita umana. Proprio come quella sera di giugno di due anni prima.
Federico Malerba stava percorrendo la parte "alta", quella pi periferica, della via dove risiedeva da quasi un decennio, via Vincenzo Monti.
Su entrambi i lati della strada incombevano le possenti mura delle caserme dell'esercito che dominano quella zona.
Sbuffava. E rifletteva. In primis sulle coincidenze della vita, ripensando a quella calda sera di ventidue mesi prima: Beppe Brigante, il suo caporedattore, lo aveva chiamato all'ora di cena, durante il suo giorno di riposo, gettandogli un amo irresistibile per un vorace cannibale di scoop come lui.
"Fede, c' un morto vicino a casa tua, perch non fai un salto? Poi detti una cinquantina di righe."
Non poteva immaginare, quella sera afosa, mentre attraversava Parco Sempione, che quel delitto - l'omicidio del pubblicitario Alberto Annoni - lo avrebbe catapultato in una delle storie pi oscure, misteriose e sanguinarie della storia criminale moderna di Milano: l'inchiesta sui delitti degli Angeli di Lucifero.
Quella vicenda per certi versi era ancora aperta, per via delle tante domande cui gli inquirenti non erano stati in grado di trovare una risposta certa.
Per il momento. O forse per sempre.
Gli Angeli di Lucifero erano morti e sepolti, eppure il loro fantasma, in qualche modo, continuava a incombere su Milano.
Svolt in piazza Giovanni XXIII. Sul lato opposto della strada il parco pubblico - il giardino intitolato a Valentino Bompiani - era stracolmo.
Tovaglie srotolate sul prato, barbecue fumanti, bambini e adulti impegnati a correre dietro a palloni e frisbee, persino indiani e cingalesi che si cimentavano a cricket, musica ad alto volume e in sottofondo un diffuso vociare nella solita babele di lingue ormai in uso nella metropoli meneghina, dal filippino al bengalese, dall'albanese al rumeno.
Improvvisamente ripresero a girargli le palle. Era Pasquetta. Tutti i milanesi, persino gli immigrati, stavano godendosi la giornata di festa, con il tradizionale picnic.
Lucrezia lo attendeva a casa sua, con i suoi genitori, per un pranzo luculliano.
E invece lui stava scarpinando per andare a sciropparsi l'ennesimo morto della sua quindicennale carriera giornalistica.
Imprec mentalmente. Lo azzannarono ricordi lontani.
"Non fare il giornalista. Lascia perdere. Guarda che ti aspetta una vita sregolata, senza orari, senza fine settimana. Riflettici bene..."
Erano trascorsi tre lustri, eppure le parole dei suoi genitori - mirate a dissuaderlo dall'intraprendere un'incerta carriera nel giornalismo a discapito di un ben pi rassicurante avvenire da avvocato o notaio - periodicamente tornavano a rimbombare fragorosamente nella sua testa.
Soprattutto in quelle circostanze - ed erano parecchie - in cui lui era costretto a lavorare quando a riposare erano tutti gli altri, tutti quelli con un lavoro normale: come accadeva nei weekend, nei giorni di festa o nei ponti.
Eppure fino a qualche mese prima essere impegnato al sabato, alla domenica o il 25 aprile non aveva mai rappresentato un peso per Federico.
Il suo mestiere era la sua vocazione. Scrivere articoli che il giorno successivo sarebbero stati letti da migliaia di persone era la sua principale ragione di vita.
Era. Tempo imperfetto, non presente. E nemmeno futuro...
Perch, da quando nella sua routinaria esistenza aveva fatto irruzione Lucrezia, il suo piccolo mondo aveva iniziato a girare alla rovescia. E cos le lunghe serate al giornale, i turni nel fine settimana, la costante reperibilit che il suo status di inviato gli imponeva avevano cominciato a pesargli quanto non avrebbe mai immaginato.
Paradossalmente aveva finito con l'invidiare tutti i "regolari", quelli che sono impegnati dal luned al venerd, dalle 9 alle 18, con orari canonici. Quelli che si godono i weekend, i ponti, Pasquetta... Come stava facendo lui fino a mezz'ora prima. La telefonata di Brigante lo aveva intercettato mentre stava finendo di radersi. Doveva soltanto infilarsi la camicia e la giacca, salire in macchina e spostarsi in zona Citt Studi, in via Ampre, dove abitava la famiglia Romeo.
Aveva gi comprato la colomba e le rose. Il minimo per non presentarsi a mani vuote dai suoi potenziali futuri suoceri.
Era persino in leggero anticipo. E invece niente. Un morto ammazzato proprio a Pasquetta. Peggio di cos...
E il solito Brigante, puntuale come le tasse da pagare, come le zanzare a giugno, come il male ai polpacci dopo mezz'ora di footing al parco: "Fede, hanno ucciso uno vicino a casa tua, perch non fai un salto?".
Gi, perch no? Devi in via Massena.
Scorse immediatamente una volante e due auto blu munite di lampeggiante, parcheggiate sotto un elegante edificio ottocentesco.
Scacci il pensiero di Lucrezia e del pranzo dove non si sarebbe presentato. Tir fuori il taccuino e la penna. Su il sipario: si andava in scena.
Nessun segno di effrazione. Il capo della Omicidi stava esaminando la robusta porta blindata. Poi si diresse verso la porta balcone. Intonsa, come il rullo della tapparella.
Era sopraggiunto anche l'ispettore Massimo Santoni.
Visitarono le altre stanze.
Una camera per gli ospiti, con un letto a due piazze, un armadio e due comodini.
Alle pareti ancora riproduzioni di quadri rinascimentali.
Riconobbe la Gioconda, la Dama con l'ermellino e la Vergine delle rocce: alcune tra le pi grandi opere di Leonardo.
L'ambiente era in ordine e odorava di chiuso. E chiusi erano gli armadi o i cassetti. Tutto perfetto.
Si trasferirono nella stanza accanto: lo studio del padrone di casa. Un altro ampio scaffale biblioteca, alle pareti sempre opere rinascimentali, contornate da minuscole didascalie.
Sforz gli occhi per leggerle: Ritratto di musico e Madonna con il bambino. Entrambe di Leonardo.
Altre riproduzioni mostravano micro-didascalie, che recitavano Monna Vanna e Leda.
Nell'angolo, davanti alla vetrata, c'era la scrivania, dove regnava un disordine creativo: ingombra di libri, appunti vergati su post-it, foglietti volanti.
Sul tavolo c'erano alcuni cavi e un alimentatore.
Su un ripiano, a distanza di quasi un metro, era appoggiata una moderna stampante a colori.
Cominci a guardarsi intorno alla ricerca del computer, fisso o portatile, al quale avrebbe dovuto essere collegata la stampante. Non riusc a individuarlo.
Riprese il corridoio. Terminava in un piccolo vano che dava su due porte: i due bagni. Uno pi ordinato e pulito, forse riservato agli ospiti, l'altro punteggiato da oggetti di utilizzo quotidiano: dentifricio, spazzolino, rasoio.
Rientr nel salone-biblioteca. Il suo sguardo, ancora una volta, fu catturato dall'enorme distesa di libri incastonati negli scaffali.
In mezzo alla stanza, invece, troneggiava un vecchio divano damascato a forma di ferro di cavallo, anni Sessanta, che circondava un tavolino di legno su cui era intarsiata una scacchiera, anch'essa vetusta.
Su un piedistallo era appoggiato un telefono di un modello ormai estinto: la cornetta grossa e voluminosa, il filo nero attorcigliato fino alla base. Roba da inizio anni Novanta. Sollev l'apparecchio.
Tu, tu, tu... la linea c'era. Almeno quella.
Continu a guardarsi intorno, senza notare niente di rilevante.
Santoni gli appoggi una mano sulla spalla: "Qualche idea?".
"Tutto o niente."
"Di sicuro non  entrato nessuno... nel senso nessuno di indesiderato."
"No, quello no...", borbott, di rimando, il commissario.
"Come suicidio - consider il vice - pare davvero strano. E se qualcuno gli avesse dato una mano?"
"Vuoi dire una dolce morte?", ragion il capo della Omicidi.
"Il cadavere ricomposto, il veleno nel bicchiere... sembra proprio che qualcuno lo abbia aiutato, magari un medico o un infermiere", prosegu il vice.
"Bah... Se cos fosse troveremo le impronte. In attesa dell'autopsia iniziamo a sentire tutti: familiari, vicini di casa, colleghi", sbott il capo della Omicidi, improvvisamente di cattivo umore.
Si rivolse nuovamente a De Piccoli. "Nessuna lettera? Un biglietto?"
Il responsabile della Scientifica indic la scrivania: "C' pi carta qui che all'Archivio di Stato. Per, al momento, non abbiamo rilevato nulla che faccia pensare a una lettera di addio".
Non aveva senso restare ancora in quell'appartamento, ormai invaso da tecnici della Scientifica e agenti della Questura. Tanto valeva rientrare al commissariato.
Sul marciapiede, di fronte all'ingresso del condominio dove risiedeva la vittima, si era ammassata una piccola folla di giornalisti, cameraman e fotografi, cui si erano aggiunti gli immancabili curiosi.
C'erano diverse telecamere. Distinse i loghi di Rai, Mediaset, Sky e delle varie emittenti lombarde. Inevitabile.
Un omicidio a Pasquetta, quando la politica tace e il calcio riposa, era quello che occorreva ai media per attirare l'attenzione del grande pubblico.
Il commissario super l'agente che piantonava il portone impedendo l'ingresso agli estranei, e accett, seppur di malavoglia, di rispondere al folto drappello di cronisti.
Si ritrov circondato dai microfoni. Stranamente, tra gli assedianti, non vedeva il "prezzemolo" Malerba. Una tempesta di domande sovrapposte invase i suoi timpani.
"Calma, un momento. Non capisco niente."
Fu costretto ad alzare la voce. "Se mi fate parlare..."
Riusc a zittire i reporter.
"Il deceduto si chiamava Giancarlo Adorni e risiedeva in questo stabile. Aveva 71 anni ed era un docente universitario."
"Si  trattato di un suicidio?"
"O  stato ucciso?"
"Conferma che si  trattato di un caso di eutanasia assistita?"
"Hanno usato violenza?"
Le voci tornavano a sovrapporsi.
"Fatemi finire, per cortesia."
I cronisti miracolosamente tacquero.
"Le indagini sono appena state avviate. Sapete che non posso anticiparvi nulla. Al momento ogni ipotesi investigativa  perseguibile. Non posso aggiungere altro."
"Commissario?"
" vero che...?"
Ignor le domande facendosi largo nella ressa: "Arrivederci e buon lavoro a tutti".
La parola eutanasia gli rimbalz nei timpani.
Le voci giravano troppo velocemente, soprattutto tra i giornalisti, valut infastidito.
La "gola profonda", riflettendoci, poteva essere la portinaia, la stessa donna che aveva scoperto il cadavere.
Allung il passo verso la macchina di servizio.
L'agente Sinato stava chiacchierando con qualcuno voltato di spalle, con il sedere appoggiato sul cofano dell'Alfa 159. Manco stessero al bar... La scena lo irrit.
"Andiamo", ordin con tono perentorio al sottoposto.
Soltanto in quel momento riconobbe la sagoma familiare di Federico.
"Mi pareva che non ci fossi pure tu..."
"Avrei preferito essere altrove, credimi. A quest'ora dovevo essere a pranzo da Lucrezia e invece eccomi qui, con questa bella compagnia."
Riusc a strappare un sorriso all'amico poliziotto.
"Bidonata a Pasquetta, con la tavola gi imbandita! Chiss la leonessa come l'avr presa bene..."
"Soprassediamo, please."
Tornarono seri.
"Non posso dirti niente, lo sai. Nemmeno a te."
"Forse sono io che ho qualcosa da dirti."
Il commissario sal in auto, senza chiudere lo sportello.
Malerba lo segu, affiancandolo al finestrino.
"Il morto  il professor Adorni, vero?"
Il capo della Omicidi annu: "Lo conoscevi?".
"E tu no?"
"Francamente no. Era una persona conosciuta?"
"Eccome. Era il classico intellettuale pazzoide, geniale e folle al contempo. Un artista, uno storico, un pensatore. Un personaggio folcloristico: era vegetariano, viveva come una specie di eremita, isolato dal mondo. Lo sai che collaborava con il mio giornale? Lo intervistavamo spesso. Veniva ogni tanto in redazione. Scriveva anche degli editoriali."
"Era un esperto di arte, giusto?"
"Soprattutto di pittura. Era un illustre leonardista. E non solo. Curava un inserto periodico sulle mostre e via dicendo."
"L'avevo intuito. Ora devo andare."
"Il mio editore... cio il nostro editore..."
"Cosa?"
"Beh, insomma... ci tiene molto a questa storia."
Ardig sbuff, ma fece segno all'agente Sinato di non partire.
Il cronista prosegu.
"Il professore... i suoi libri... s, capisci... li pubblicava la casa editrice proprietaria del nostro giornale e quindi..."
"Ho capito, farete un'edizione speciale per commemorarlo e pubblicizzare i suoi libri postumi per aumentarne la tiratura. Un nobile fine, complimenti."
Ridacchi per sfotterlo, prima di sbattere lo sportello.
"D'altronde, gli affari sono affari."
"Aspetta, Bruno."
"Ti ho gi detto che non so come aiutarti."
"Si  davvero suicidato? O lo hanno aiutato?"
"Probabilmente  soltanto un suicidio."
"Nient'altro? Non potrebbe trattarsi di un delitto mascherato?"
"Ma figurati! E poi scusa, chi e perch avrebbe dovuto ucciderlo? Per togliere un editorialista al vostro giornale? Ti saluto."
La 159 part, sgommando.
Nel giro di un paio d'ore gli agenti sguinzagliati dai vicini di casa erano riusciti a raccogliere le prime informazioni, il minimo indispensabile, sulla figura del professor Giancarlo Adorni.
Un condensato di ricordi, frammenti di vita, opinioni e pettegolezzi che Santoni aveva attinto da ognuno dei ragazzi del commissariato di piazza San Sepolcro, stilando poi una sorta di dossier a beneficio del commissario.
"Giancarlo Adorni, nato a Lecco nel 1940. Laurea conseguita nel 1964 all'Accademia delle Belle Arti di Brera, terminati gli studi  rimasto in ateneo e ha intrapreso la carriera universitaria, arrivando a ottenere la titolarit di una cattedra giovanissimo, nel 1972."
"Cosa insegnava precisamente?"
"Storia della pittura rinascimentale."
Avrebbe dovuto immaginarlo: aveva tappezzato la casa con le riproduzioni dei principali capolavori leonardeschi.
"Viveva da solo. Non si era sposato?"
"Convolato a nozze nel 1969, vedovo a met anni Novanta."
"Come ha perso la moglie?"
"Questo ancora non lo abbiamo appurato con precisione, comunque per una malattia. Suppongo un tumore. Sicuramente non un incidente."
"Figli?"
"Due femmine. La prima, Rebecca, ha 34 anni e ha seguito le orme paterne.  restauratrice e lavora alla Galleria degli Uffizi di Firenze."
"Anche lei una leonardista come il padre?"
"Sinceramente questo non l'ho ancora verificato..."
"OK, non preoccuparti. E l'altra?"
"Barbara, 31 anni. Laureata in Lettere antiche. Madre di due bambini, uno di tre anni e l'altra di un anno, coniugata con un rampollo della Milano bene, tale Edoardo Bolgheri."
"Bolgheri? C'entra con quel Norberto Bolgheri che qualche anno fa ha tentato quella scalata bancaria e poi  finito a mangiare il rancio di San Vittore?"
"Proprio quello:  suo figlio! Il genitore non avr messo le mani sul polo bancario che sognava, per un bel gruzzolo lo ha di sicuro trasferito in Svizzera o a San Marino. Si  fatto qualche mese di clausura nel carcere di Opera e adesso si gode i miliardini..."
"Indagava quel cretino di Perilli, su questa frode. No?"
"Esattamente. E infatti non  riuscito a incastrarne nessuno, anche se li avevano presi tutti con le mani nel sacco e c'erano delle intercettazioni che bastavano da sole per inchiodarli."
"No comment. A proposito, chi  il magistrato che si occupa di questa indagine?"
"Quello pugliese arrivato da poco. Nicola Patruno."
Dalla padella alla brace...
"Dovevi vederlo oggi, dopo che te ne sei andato via, quando ha effettuato il sopralluogo nell'abitazione di Adorni:  un miracolo che non sia inciampato nel tappeto...", ridacchi, pungente e sarcastico, Santoni.
"Andiamo avanti", lo redargu tacitamente il superiore, tutt'altro che in vena di scherzi.
Patruno, ad occhio e croce cinquantacinquenne, dopo una lunga gavetta nelle varie procure pugliesi era arrivato a Milano soltanto da tre mesi, direttamente da Trani, e finora non aveva mai seguito nessun caso. Era il classico pesce fuor d'acqua, che non conosceva la citt e non dava l'idea di brillare per acume, intuito investigativo e impegno. Lo avevano messo di turno il giorno di Pasquetta e proprio a lui era toccato recarsi sul luogo del delitto. Ardig scosse la testa, deluso. Per consolarsi pesc una sigaretta dal pacchetto, spostandosi verso la finestra.
"OK, Massimo, procediamo cos."
L'ispettore apr un block notes estratto dalla giacca.
"Avviamo i soliti controlli sulla sfera personale e lavorativa della vittima: situazione patrimoniale, movimenti bancari, tabulati telefonici e via andare."
Il sottoposto prendeva diligentemente nota di tutto.
"E una cartella clinica, anche se l'autopsia ci fornir tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno."
"Bruno, scusa..."
"Cosa?"
"Non pensi si tratti di un suicidio?"
"Lo penso invece, per andiamo con ordine. Cerchiamo di capire se ci potesse essere una ragione valida per un suicidio. Magari per un suicidio assistito. Una grave malattia, una depressione, un dissesto economico..."
"Non pu che essere cos."
"Eppure non mi convincerebbe lo stesso. Il cadavere era in ordine, pulito, impostato.  evidente che qualcuno lo ha sistemato."
"E non potrebbe essere un tentativo di mascherare un omicidio?"
"Se anche fosse cos non mi convincerebbe lo stesso. Possibile che lo abbia ricomposto un assassino? E perch? Per depistarci? Che senso avrebbe?"
"Concordo. Sarebbe assurdo."
"Appunto, comunque per le ricostruzioni abbiamo tempo. Ora portiamoci avanti con il nostro lavoro."
Le parole gli uscirono a bassa voce, come se fosse una riflessione interiore.
A quel punto il capo della Omicidi si volt verso il cortile, emettendo una nuvoletta di fumo azzurrognolo sprigionata dalla sigaretta.
Il tempo volgeva al bello. Milano si stava lasciando alle spalle uno degli inverni pi freddi e lunghi della sua storia. La primavera, seppur con alcune settimane di ritardo, stava facendo la sua comparsa. La temperatura stava alzandosi e si potevano spalancare le finestre senza rischiare di buscarsi un'infreddatura.
Ruot la manopola per sbloccare l'apertura del doppio vetro e si affacci sul davanzale, ammirando lo splendido scorcio panoramico offerto dalla basilica di San Sepolcro e dalla piccola piazza omonima.
Un'isola pedonale silenziosa, incastonata tra piazza Cordusio, piazza della Borsa e via Torino. Una minuscola oasi di tranquillit nella frenesia e nel frastuono del centro storico.
Il vice lo raggiunse per respirare anche lui una boccata d'aria fresca.
"Ti vedo inquieto, pi del solito."
"Mi conosci, no? Sono San Tommaso e fino a quando non infilo il dito nel costato...", borbott il capo della Omicidi.
"Puro scrupolo o c' dell'altro?"
"Per ora diciamo scrupolo. A proposito, parlami della donna delle pulizie che ha scoperto il corpo. La solita sudamericana o ucraina?"
"No, tutt'altro, una milanese doc.  la moglie del portiere dello stabile, la signora Luisa Banfi, di anni 62, coniugata con Alfredo Colombo, di anni 64. Li ho sentiti subito: lavorano qui da quarant'anni, brave persone, fedina penale immacolata e un solo figlio, che di mestiere fa il carabiniere qui al Comando Regionale."
"Come mai era entrata nell'appartamento?"
"Il professore era vegetariano e ogni mattina il portiere gli procurava verdura e frutta fresche. Non vedendolo da tre giorni si sono allarmati. Hanno notato che in casa c'era la luce accesa, hanno citofonato pi volte e alla fine, avendo il duplicato delle chiavi, la signora si  decisa a salire, scoprendo il cadavere."
"Che ovviamente ha maneggiato..."
"Da quel che ho capito gli ha solo palpato il collo, per vedere se respirava. E per farlo gli ha sfilato il Vangelo dalla faccia."
"Cos'altro ti ha detto?"
"Bruno - si giustific Santoni - era scioccata e traumatizzata, ho preferito non torchiarla. Non mi sembrava il caso."
"OK, OK. Va bene, lasciami solo adesso."
Erano quasi le 19 quando usc dal commissariato per rincasare. Fuori c'era una temperatura gradevole. Valut sui 18-20 gradi. Ci sarebbe stata luce ancora per mezz'ora.
Moll l'auto nel parcheggio interno riservato ai dirigenti del commissariato, optando per una salutare passeggiata fino a casa.
Risal in Cordusio e prese per via dei Mercanti, affollatissima, sconsigliabile per gli agorafobici.
Sui due lati erano disposti banchetti che esponevano dolciumi, prodotti alimentari regionali, oggetti di artigianato etnico e souvenir di vario genere.
In mezzo si trascinava un lento fiume umano, composto da giovani, famiglie e la solita aliquota d'immancabili turisti nipponici.
Tutti i milanesi che avevano rinunciato alla tradizionale gita fuori porta del luned dell'Angelo sembravano essersi riuniti nei pressi di piazza del Duomo.
Aggir la calca deviando nella secondaria via Pellico.
Evit la Galleria, che immaginava ancora pi congestionata, e transit davanti al teatro della Scala, sfilando sotto lo sguardo severo di Leonardo da Vinci, immortalato nel complesso statuario che dominava la piazza.
Con la mente torn alla scena criminis di qualche ora prima: il professor Adorni aveva tappezzato le pareti di casa con riproduzioni dei capolavori leonardeschi, la Gioconda, la Vergine delle rocce, l'Ultima Cena e altre opere di cui ignorava il nome.
Mise a fuoco un dettaglio finora non emerso dal marasma di dati memorizzati: nella casa non c'era traccia di riproduzioni di opere di Raffaello, Michelangelo, Caravaggio o altri grandi artisti italiani.
Insolito, addirittura bizzarro, per un docente di Storia della pittura rinascimentale.
Percorse a grandi falcate via Manzoni, senza nemmeno rivolgere lo sguardo alle vetrine dei pi importanti marchi della moda che costellavano quella strada cos "in", per poi immettersi in piazza Cavour.
Transit sotto il palazzo dell'Informazione, dove avevano sede diverse testate giornalistiche tra cui "La Voce Lombarda", il quotidiano d'assalto e controcorrente per cui lavorava quel testone di Malerba. Pensando a Federico ritrov il buonumore. Lo conosceva da quando avevano 14 anni. Cinque anni nella stessa classe al liceo, cinque anni insieme nella stessa facolt di Giurisprudenza, e un'altra decina di anni trascorsi parallelamente sui due fronti di una comune barricata, quella della cronaca nera.
Lui come poliziotto, prima come commissario nella Squadra Mobile fino alla promozione, a soli 35 anni, a responsabile della Omicidi; l'amico come praticante, poi redattore e quindi come inviato del suo giornale.
Erano cresciuti insieme, avevano intrapreso e sviluppato carriere parallele, si stimavano a vicenda. Quante volte si erano trovati vicini, a distanza di qualche metro, separati dal cordone di nastro delimitante, sulla scena di un delitto?
Lui dentro, Federico a fianco. Tante. Davvero tante.
Immagin Federico assorto a pigiare come un forsennato sulla tastiera, intento a ricostruire un profilo della vittima e un retroscena del misterioso suicidio.
Infil i giardini di Porta Venezia dall'entrata di via Palestro e s'immerse nel verde del grande parco pubblico.
Il sole cominciava a calare. I passerotti si stavano dando la buonanotte con un fitto cinguettio. I gitanti di Pasquetta avevano liberato i prati invasi fin dal primo mattino. Al loro posto un piccolo esercito di operatori ecologici stava ripulendo il verde da cartacce, lattine e bottigliette di plastica.
Il ponte pasquale volgeva al termine. L'indomani Milano avrebbe ripreso la sua naturale e quotidiana vita frenetica. Traffico, caos, lavoro, stress.
Si accomod su una panchina, per rilassarsi. Osservava distrattamente i netturbini al lavoro e intanto ripensava al fascicolo appena esaminato.
Prov a riordinare le idee, nel tentativo di focalizzare un particolare che gli era sfuggito, eppure pi si concentrava e pi i dettagli si sfocavano.
Si rassegn. Riprese a passeggiare diretto verso i Bastioni di Porta Venezia. Era ora di cena: decise che avrebbe fatto tappa nel McDonald's all'angolo con viale Tunisia, per prendere un chicken burger e le polpettine di pollo.
Li avrebbe mangiati, freddi, una volta a casa.
Del resto in frigo non c'era nulla, a parte qualche bottiglia di birra.
"Fiacco. Molto fiacco. Anzi, uno schifo."
"Beppe, non dipende da me."
"E da chi allora? Non farmi incazzare."
Da un po' di tempo le cose andavano cos: un ritornello ripetuto fino all'ossessione.
"Non c' polpa, non c' sugo, non c' pepe, non c' sale." Lo rimbrottava, trattandolo alla stregua di un cuoco.
"Non c' un cazzo", vari il repertorio Brigante.
Peggio di un cuoco...
Malerba prov ad abbozzare, per evitare uno scontro frontale con il suo diretto superiore: non poteva permetterselo.
"Non c'erano testimoni, gli inquirenti non si sbottonano... Nemmeno la concorrenza avr molto da scrivere."
"Chissenefrega degli altri. Noi dobbiamo avere qualcosa in pi degli altri. Altrimenti mi spieghi perch la gente dovrebbe spendere un euro per comprare il nostro giornale e non il Corriere o la Repubblica? Eh?"
Il giornalista non rispose. Il caporedattore allent la presa.
"Chiudi 'sto pezzo e passalo ai correttori di bozze. Dai... Per ti avverto: questo andazzo non mi piace."
Si allontan verso la porta, sibilando un "uomo avvisato...".
Guido Borroni, il suo storico dirimpettaio di scrivania, lo fissava in tralice da dietro le spesse lenti degli occhialini rotondi, masticando uno dei suoi pestilenziali toscanelli, per fortuna ancora spento.
"L'hai fatto incazzare."
"Sai che novit."
Non attraversava un gran periodo, professionalmente parlando, doveva convenirne con il suo capo.
La cronaca nera, certo, non offriva grandi spunti. Sul processo per la strage di Erba si erano spenti i riflettori dopo la scontata condanna in Cassazione di Olindo e Rosa. In quello di Garlasco c'era pi suspense sul verdetto in appello, ma i protagonisti, mediaticamente, non attiravano i lettori. Sul caso di Brembate, quello della povera Yara, le indagini erano ferme al palo da mesi e mesi.
Quasi tutti gli omicidi avvenuti a Milano, invece, avevano come vittime e responsabili degli extracomunitari, roba che non incuriosiva i suoi lettori.
Soffi fuori l'aria che gli intasava i polmoni.
"Eh Federico, da quando ti sei fidanzato...", lo canzon Borroni.
"Ti ci metti anche tu? Dacci un taglio", rispose con tono brusco Malerba, zittendo il collega. Per aveva colto nel segno.
Da quando stava con Lucrezia le priorit della sua vita sembravano essersi capovolte. Non aveva pi quell'ingordigia di scoop e di prime pagine che lo aveva contraddistinto e spronato per anni.
Stava smarrendo l'istinto del cannibale, si stava trasformando in "uno come gli altri", uno di quei tanti suoi colleghi che in dieci anni nella "nera" erano usciti dalla redazione al massimo cinque volte e riuscivano a raccontare gli incidenti stradali senza nemmeno aver mai visto l'incrocio dove erano accaduti.
Stava diventando quel tipo di giornalista cui non voleva somigliare, quello che concepisce il lavoro come un impiegato delle Poste: orari canonici e una bella scrivania su cui tenere incollato il fondoschiena, senza alzarsi mai se non per andare alla macchinetta del caff.
Una frenesia professionale lo assal come una scossa elettrica.
Il cellulare di Ardig inizi a squillare mentre stava ancora passeggiando in piazzale Bacone, sbocconcellando il panino: il numero del commissariato.
"Capo." La voce di Santoni. Il tono agitato. "Un morto."
Tent di non farsi andare di traverso il boccone: "Dove?".
"In un boschetto vicino alla Cascina Monlu, zona Linate."
"Gi identificato?"
"Impossibile.  totalmente carbonizzato. Mi hanno detto che sembra uno di quei tizzoni bruciati in un camino."
"Dai, passami a prendere. Ti aspetto in viale Abruzzi, all'altezza del Bar Basso."
"Cinque minuti e sono l."
Diede gli ultimi morsi all'hamburger e cestin le polpette nel primo cestino che incontr.
Tir fuori dalla tasca un pacchetto di chewingum prodotti da una nota marca di dentifricio: rimedio parziale, non potendo lavarsi i denti dopo la frugale cena appena consumata.
L'Alfa 159 divorava l'asfalto. Le 20 erano passate da poco.
Il ponte era davvero finito e i milanesi erano rincasati, stanchi dopo una giornata di relax trascorsa all'aperto e abbacchiati alla prospettiva di dover rientrare in ufficio la mattina successiva, demoralizzati dalla sindrome ansiogena della vigilia di una nuova settimana lavorativa pronta a risucchiarli. In giro non si vedeva anima viva.
Svoltarono in viale Corsica, diretti verso l'area sud-est di Milano, quella occupata dal vasto perimetro dell'aeroporto di Linate.
"Chi lo ha scoperto?"
"Dei bambini, anzi il loro cane. Abbaiando li ha richiamati."
"Dei bambini? Cosa ci facevano l?"
Cascina Monlu - un minuscolo borgo rurale, quattro case e una piccola omonima abbazia, schiacciato tra i piloni del cavalcavia, su cui corre la Tangenziale Est, e le varie piste dell'aeroporto cittadino -  una zona poco frequentata, se non dai camionisti diretti nei tanti magazzini ubicati a poche centinaia di metri.
"Erano a fare un picnic, con i genitori e i nonni."
Gi, Pasquetta. Chi non poteva permettersi la canonica gita fuori porta, sul lago o in campagna, si accontentava dei pochi spazi verdi che poteva offrire Milano, come l'Idroscalo o il Parco Sempione o appunto il prato della Cascina Monlu.
Passarono sotto il ponte della ferrovia e svoltarono in via Mecenate, l'estrema periferia est di Milano. Case popolari, palazzoni grigi, capannoni e magazzini.
Svoltarono in via Fantoli costeggiando il CAMM, l'acronimo di Consorzio Autostazione Merci Milano, di fatto l'area dove i tir provenienti da ogni parte dello Stivale si radunano per depositare il loro carico.
Sotto i piloni del cavalcavia della Tangenziale, intorno a un chiosco di panini e bibite, si agitava un piccolo capannello di immigrati maghrebini.
Svoltarono a sinistra, nell'omonima stradina denominata via Monlu.
Il cellulare inizi a vibrare. Era Malerba, ma il capo della Omicidi rispose senza guardare il numero.
"Eccomi."
"Bruno sono io, scusami."
"Non  il momento." E riattacc bruscamente, salvo pentirsi un istante dopo. Aveva sfogato il suo nervosismo per questa seconda vittima sul povero Federico.
Decise di farsi perdonare con uno strappo alla regola.
Prima di scendere dalla macchina digit un sms: "Trovato un morto a Cascina Monlu".
La risposta arriv qualche secondo dopo, restituendogli il sorriso: "Sei un amico. Corro".
Parcheggiarono dietro al muro di cinta del cascinale.
Il sovrintendente Matteo Pasini li aveva preceduti.
" l, in quel boschetto."
Indic uno sparuto gruppo di alberi in direzione dell'aeroporto militare.
Si incamminarono. Ardig non vedeva n bambini n cani.
"Dove sono quelli che lo hanno scoperto?"
"Li abbiamo lasciati andare. I bambini erano sconvolti."
Era destino: in quel giorno di Pasquetta non poteva sentire nessun testimone. Erano tutti scioccati, traumatizzati, sconvolti...
Fulmin con lo sguardo il sottoposto, che prosegu imperturbabile.
"Tanto cosa potevano dirci? Stavano facendo un picnic, i bambini giocavano con il cane, sono entrati nel boschetto e lo hanno scoperto. Tutto qui."
Prefer non replicare, ignorando la sicumera sfoggiata da Pasini.
La zona alberata era illuminata a giorno dalle torce elettriche e da alcuni riflettori posizionati dai primi agenti della Scientifica accorsi sul luogo.
La scena era raccapricciante.
In un piccolo avvallamento, una specie di fosso secco, c'era un telo della spazzatura, di nylon nero, dilaniato in pi punti. Topi o forse altri roditori. Dagli squarci fuoriuscivano un braccio e le piante dei piedi.
Per un istante si sent un archeologo che ha appena scoperchiato un sarcofago: il corpo, completamente carbonizzato, ricordava quello di uno degli antichi faraoni egizi, mummificati secoli prima.
Ebbe davvero l'impressione di osservare una creatura di una specie ignota: un extraterrestre o un essere cibernetico, realizzato con catrame o plastica scura.
I tessuti epidermici anneriti quasi si confondevano con il telo bruno che lo avvolgeva. Poggiava in quel fosso con la parte frontale, con il petto e il volto.
Intu immediatamente che qualcosa non quadrava. Avvertiva un intenso odore di cherosene, eppure il terreno intorno non era bruciato.
Allung un'occhiata a De Piccoli, sopraggiunto anche lui da pochi minuti.
L'intesa tra i due si era consolidata negli anni.
"Non lo hanno ucciso qui, vero?"
Pi che una domanda, quella di Ardig era una constatazione.
"Direi proprio di no. Ieri ha piovuto tutto il giorno. Fino a tarda sera. E questo - indic il corpo annerito -  asciutto."
Il medico legale, il dottor Ruggero Salerno - il giovane collaboratore del dottor Brasca - aveva da poco iniziato a effettuare un primo sommario esame del cadavere. Facendosi aiutare da un agente della Scientifica, stava recidendo il nylon in cui era stato avvolto il corpo. Un altro agente raccoglieva i resti del sacchetto per repertarli.
"Magari rileviamo qualche impronta digitale", auspic De Piccoli.
"Magari...", chios, scettico, il capo della Omicidi.
Sfilato il nylon riuscirono a visionare meglio il corpo. Nessuna traccia di tessuti o stoffa bruciata. Era nudo. Corporatura robusta, spalle e schiena ampie, una statura valutabile intorno ai 180 centimetri.
Certamente un uomo. Quasi certamente un giovane, anche se somigliava di pi a un marziano precipitato sulla Terra dopo essere stato arrostito nella sua navicella spaziale.
Il dottore fece segno agli agenti di provare a girare il corpo. L'avvallamento era stretto e angusto, impiegarono un paio di minuti a eseguire l'operazione.
Il viso era completamente deformato. Gli occhi si erano disciolti: al loro posto due cavit oscure. Anche le labbra erano state divorate dalla furia del fuoco, lasciando esposti i denti, anneriti e spezzati, serrati in una sorta di ghigno macabro. Il tono muscolare del torace e delle braccia rafforzava l'idea che si trattasse di una persona abbastanza giovane.
Salerno li anticip. "Ovviamente potr essere pi preciso dopo l'esame post mortem. Al momento ritengo che la vittima abbia meno di 40 anni."
Sollev le mani: le dita erano monconi neri irrigiditi e incurvati quasi fossero due chele, ovviamente senza unghie o pelle.
"Addio impronte digitali", bofonchi De Piccoli.
Il medico legale cominci a tastare l'addome e il petto, spingendo con le dita. Quindi palp il collo e il viso.
"In apparenza rilevo profonde lesioni traumatiche. Alla mandibola, al setto nasale. Anche alle costole."
"Provocate da cosa?", domand Ardig.
"Presto per dirlo", tagli corto il coroner, prima di rivolgersi agli agenti.
"Ho concluso, per ora. Per me potete rimuovere il corpo."
"Dobbiamo attendere l'arrivo del sostituto procuratore", li stopp De Piccoli.
Aiutarono il medico a uscire dal fosso. Mentre si sfilava i guanti il commissario lo avvicin.
"Approssimativamente, a quando risale il decesso secondo lei?"
"Non ho elementi per risponderle con attendibilit. Dalla rigidit delle membra devono essere trascorse almeno settantadue ore. Ma in quelle condizioni..."
Non era Brasca, con alle spalle trent'anni d'esperienza sui luoghi dei delitti, faccia a faccia con poliziotti e magistrati.
Lo conged, ringraziandolo.
Sent vociare alle sue spalle. Il pm era in arrivo, con tanto di lampeggianti accesi.
Decise di andargli incontro. Anzi, di andarle incontro.
Una figura sinuosa avanzava a passo svelto. A Palazzo di Giustizia, quella sera di Pasquetta, era di turno Deborah Pollini. La classica donna con gli attributi.
Poco pi che quarantenne, antipatica, presuntuosa, belloccia, la Pollini era una femmina mediterranea stile Sabrina Ferilli: visino levigato e seno giunonico, naturale e non rifatto, strizzato in camicette aderenti, qualche chilo di troppo sui fianchi e un filino di pancetta che la rendeva ancora pi sexy. Sensibile al fascino delle telecamere e delle interviste.
Una pignola, preparata, aggressiva.
Sfoggiava un tailleur scuro e scarpa nera, elegante, tacco non altissimo, collant lucidi color pelle. Infilata sotto il braccio destro, una cartellina rigida.
I capelli che le cadevano sul collo corvini, lisci e fluenti, e gli occhiali dalla montatura nera esaltavano il marrone nocciolato dei suoi occhi e la pelle chiarissima.
Ardig dubitava avesse mai seguito un caso di omicidio. Approdata in Procura da cinque o sei anni la Pollini, finora, aveva condotto diverse inchieste legate al terrorismo di matrice islamica, collaborando con il procuratore capo. Era lei la titolare dell'indagine sull'attentato compiuto nel 2009 nella caserma di via Perrucchetti dal maldestro e improvvisato kamikaze egiziano che, facendosi deflagrare, aveva perso gli occhi e una mano senza, per fortuna, ferire i militari che lo stavano fermando.
Le presentazioni furono stringate e veloci. De Piccoli sintetizz le prime impressioni del coroner e i pochi dati emersi.
"Ipotizziamo che si tratti di un maschio, sotto i quarant'anni. Non abbiamo rinvenuto alcun indumento, nemmeno dei brandelli bruciati. Il terreno intorno al corpo, come vede, non presenta tracce di incendio e non abbiamo trovato resti di materiale infiammabile. Lo hanno ucciso altrove, lo hanno denudato, carbonizzato e fatto raffreddare, altrimenti il nylon si sarebbe sciolto, quindi lo hanno avvolto in un sacco di plastica nera e infine lo hanno scaricato qui, non prima di ieri notte, perch fino alle 23 circa ha piovuto. Volevano mimetizzarlo da rifiuto, in modo da non dare nell'occhio."
"Senza riuscirci", argoment, quasi balbettando, il sostituto procuratore, palesemente turbata dalla visione di un cadavere in quello stato pietoso.
"Presumiamo che dei roditori, oppure un gatto, abbiano rosicchiato il nylon, strappandolo in alcuni punti, lasciando cos intravedere i resti del corpo che hanno attirato prima il cane e poi i bambini autori della macabra scoperta."
"Nessun elemento che possa consentire un'identificazione del soggetto? Un anello? Un piercing?", sugger con tono dottorale la Pollini.
"Purtroppo no."
Il magistrato rimase in silenzio per qualche istante.
"Dottor Ardig: posso conferire in disparte con lei?"
Annu. Uscirono dal boschetto.
Lontano dai riflettori accesi dagli agenti regnava un buio inquietante.
"Ci spostiamo verso la cascina?", butt l il poliziotto.
"D'accordo."
Tornarono verso le macchine, parcheggiate con il motore spento e i lampeggianti accesi. Giusto per non attirare l'attenzione dei curiosi. E infatti dietro agli agenti si era gi radunato un piccolo plotone di ficcanaso.
Il commissario scorse Malerba nel gruppo e sorrise, senza farsi notare dal pm. Si accese una sigaretta mentre raggiungevano il muro. Meccanicamente ne offr una alla donna, convinto che l'avrebbe rifiutata.
"Grazie", disse invece lei.
Garbatamente allung l'accendino, gi fiammeggiante, nella sua direzione, illuminandole il volto con una luce fioca: era graziosa, anzi bella, anche se i lineamenti erano duri, tesi, tirati.
Aspirarono qualche boccata in meditativo silenzio.
"Commissario, come intende procedere?"
"Dobbiamo dare un nome e cognome alla vittima. Controlleremo le denunce per scomparsa presentate in Lombardia nelle ultime settimane. Anche se..."
"Ritiene che non servir a molto?"
"Ho questo timore. Potrebbe trattarsi di un clandestino, della cui scomparsa non interessa a nessuno", aggiunse, scettico.
"Non la vedo convinto."
" la seconda volta, oggi, che mi trovo di fronte a un cadavere - spieg, riferendosi al docente universitario rinvenuto senza vita nel suo appartamento - e anche in questo caso ci sono alcune circostanze che non mi convincono affatto".
"Pu espormele? Chiaramente quelle inerenti a questo caso."
"Sono soltanto prime impressioni. L'esame necroscopico fornir un quadro pi dettagliato e attendibile."
"Portiamoci avanti", sussurr lei con voce suadente.
"Ha sentito l'olezzo che emanava il morto?"
No, non era avvezza a esaminare corpi umani carbonizzati e non aveva mai osservato un uomo ridotto in quel modo. Titub prima di rispondere e Ardig lo intu.
"Mi scusi, dottoressa. L'abitudine porta a diventare cinici. Stavo dicendole dell'odore. Cherosene. Con l'enorme quantit di combustibile utilizzato per bruciare quell'uomo avrebbero potuto dar fuoco a un intero quartiere."
"E cosa ne deduce?"
"Che volevano letteralmente cremarlo."
" ipotizzabile che puntassero a cancellare ogni elemento che potesse aiutarci a identificarlo. Come un tatuaggio o una cicatrice. No?"
"Non so. Se si trattasse di un clandestino, non schedato, non lo avremmo identificato comunque. Viceversa se fosse un italiano la sua dentatura potrebbe fornirci qualche elemento utile per risalire alla sua identit. E prima o poi qualcuno sporgerebbe denuncia. Sarebbe solo una questione di tempo. Le persone inserite in un contesto sociale regolare non spariscono nel nulla."
"Non lo hanno fatto per rallentare le indagini?"
"Tenderei a escluderlo. Se poi avesse davvero lesioni ossee nella zona toracica e facciale..."
"Se fosse cos?"
"Mmm... non vorrei correre troppo. In ogni caso se fosse cos avrebbe tutto l'aspetto di un feroce regolamento di conti. Prima lo massacrano di botte, rompendogli le ossa, poi lo ardono e infine gettano il suo cadavere avvolto nel nylon come un sacco di immondizia. Una terribile lezione inferta alla vittima. E non solo: suonerebbe come un monito per altri. E qui mi fermo."
"Perch il raggio delle ipotesi sarebbe troppo ampio. Uno sgarro o un debito non pagato nell'ambito dello spaccio, della prostituzione, dell'usura, delle gang giovanili, giusto?", continu la Pollini.
"Appunto, troppe ipotesi. Attendiamo i riscontri autoptici."
"Commissario, le firmo immediatamente l'autorizzazione per l'esame post mortem. Questo  il numero del mio cellulare - concluse, allungandogli un biglietto da visita - mi tenga costantemente aggiornata. A qualsiasi ora. Buona notte."
Si salutarono stringendosi la mano. Il sostituto procuratore risal sull'auto di servizio, ripartendo alla volta della citt.
Ardig sollev il bavero del giubbotto nero di renna che aveva messo sopra la giacca: iniziava a essere umido.
Il cielo era terso e stellato. Guard l'orologio. Le 22,25.
Le agenzie non dovevano ancora aver battuto la notizia del ritrovamento di un cadavere. Non vedeva alcun giornalista, ad eccezione dell'amico Malerba.
Lo avvicin facendogli segno di staccarsi dal gruppetto dei curiosi. Questa volta aveva bisogno della stampa, della stampa amica.
"Eccoti lo scoop. Il morto  un maschio non identificato. Il corpo  totalmente carbonizzato. Di et inferiore ai quarant'anni.  stato gettato in un fosso nel boschetto vicino a viale dell'Aviazione."
"Chi lo ha scoperto?"
"Dei gitanti che facevano un picnic. Non aggiungere altro."
"Va beh... Com'era vestito? Qualche segno particolare?"
"Basta, accontentati. Hai lo scoop, no?"
Federico non obiett.
"Ora fila, ti ho detto anche troppo."
Con lo sguardo segu l'amico giornalista che si allontanava soddisfatto. Confidava realmente sul fatto che l'articolo della "Voce Lombarda" potesse indurre qualcuno a farsi avanti. Le segnalazioni di scomparsa erano sempre parecchie e chiss, un parente, un amico, un vicino di casa...
Inizi ad accusare la stanchezza dovuta a una giornata lunga e difficile.
Due morti. Due vite diverse, che dopo chiss quali percorsi tortuosi e differenti si erano ritrovate contemporaneamente alla stessa fine della pista.
Un esimio e bizzarro docente universitario era spirato misteriosamente nel proprio letto. Un giovane, a naso un immigrato, era stato massacrato di botte e arso, prima di essere gettato come spazzatura in un fosso in periferia.
Et diverse, esistenze diverse, lo stesso tragico comune destino.
Il ponte pasquale era ormai un ricordo. Milano stava spegnendo le luci per prepararsi a una nuova settimana di lavoro frenetico.
...
.
...
2. Milano, marted 26 aprile 2011.
...
.
...
Alle otto della mattina l'ispettore Marco Pinton era gi davanti alla sua scrivania.
Trent'anni da compiere a breve, trevigiano, capelli chiari, lunghi fino alle spalle, un po' ondulati; amante degli sport invernali, fisico prestante e spalle larghe a sorreggere una faccia quasi imberbe, da bravo ragazzo.
Gli andava a genio, gli piaceva, lo stimava. E non soltanto perch due anni prima gli aveva salvato la pelle durante un conflitto a fuoco.
Pinton era sveglio, attento, preciso. E, come lui, non badava agli orari e ai turni. Nel tempo libero studiava per laurearsi in Giurisprudenza. Avrebbe fatto carriera, ne era sicuro.
Il ragazzo si accomod sulla poltrona a sinistra, rispettando una tradizione ormai consolidata.
La poltrona di destra, solitamente, era riservata a Massimo Santoni, il 43enne ispettore spezzino, fidato braccio destro di Ardig, mentre quella di sinistra, per anni, era stata appannaggio esclusivo del vecchio Lino Velluti, la memoria storica del commissariato di piazza San Sepolcro, un cinquantacinquenne ispettore pugliese trasferitosi alla Questura di Brindisi da alcuni mesi per la felicit della moglie nostalgica della sua terra nativa.
Ora, al suo posto, c'era Pinton, promosso da sei mesi al rango di ispettore dopo aver superato il concorso interno.
In realt le poltrone avrebbero dovuto essere tre: da mesi aveva inoltrato al ministero degli Interni una richiesta per colmare un vuoto in organico che si protraeva da pi di un anno.
Attendevano un terzo ispettore, addirittura un ispettore capo, tuttavia sulla questione ormai ci avevano messo una pietra sopra. Una pietra tombale.
Si erano abituati a fare di necessit virt, adeguandosi ad avere due soli ispettori in dotazione. E se la cavavano bene lo stesso, anche perch Pinton stava crescendo in fretta.
Le borse sotto gli occhi tradivano la sua mancanza di sonno. Per rientrare precipitosamente dal Veneto, dove aveva passato il ponte pasquale insieme alla famiglia, il sottoposto aveva rinunciato a due giorni di ferie, sobbarcandosi un'alzataccia ingrata.
Lo aggiorn sulle ultime novit. Due cadaveri in poche ore decretavano un allarme rosso. Serviva la squadra al completo, per questo lo aveva sollecitato a tornare anticipatamente.
"Nessun problema capo, dopo qualche giorno lontano dal commissariato inizio ad annoiarmi", tagli corto Pinton.
"Meglio cos. Santoni per ora si occupa del caso Adorni, che ha seguito fin dall'inizio. Tu invece mi affianchi in quello dello sconosciuto."
"Quando eseguono l'autopsia?"
"Gi in mattinata. Il pm ha firmato il decreto questa notte."
"Chi ha l'incarico?"
"La Pollini."
"Uhm... Raccontano che non sia propriamente collaborativa."
"Ieri notte  partita con il piede giusto. Non si  mai occupata di un omicidio: se  intelligente quanto  bella, e mi pare che lo sia, avr compreso che le conviene affidarsi a noi e non fare di testa sua per evitare cazzate."
"Speriamo. Inizio dalle denunce per scomparsa?"
"Esatto. Ho gi chiesto a Larini di preparare i faldoni."
"Mi attivo immediatamente."
"Io, invece, vado ad assistere all'autopsia. Mi trovate sul cellulare."
L'operazione post mortem sul cadavere carbonizzato si sarebbe svolta non lontano dalla Cascina Monlu e dal luogo del ritrovamento.
L'Istituto di Medicina Legale incaricato dalla Procura di effettuare l'esame settorio si trovava, infatti, nell'area est di Milano, in via Mangiagalli, una traversa di viale Romagna, nella zona di Citt Studi.
Il commissario arriv poco dopo le nove. Rintracci il dottor Brasca direttamente al bar della struttura ospedaliera, dove stava consumando il tradizionale cappuccino e cornetto insieme ai collaboratori. Il responsabile della Omicidi si aggreg, ordinando una spremuta. Usciti dal bar, si spostarono nel cortile interno, per fumare un'ultima sigaretta prima di salire in ambulatorio.
Il cielo era sereno, la temperatura gradevole.
"Eseguiremo una limitata...", anticip il coroner, prima di infilarsi nello spogliatoio per indossare tuta e camice.
Generalmente le autopsie si dividono in tre categorie: quella "completa", che estende l'esame autoptico anche al cervello; quella "limitata", peraltro la pi frequente, che prevede un esame dell'area toracico-addominale, dove sono contenuti gli organi vitali; quella "selettiva", che va a esaminare soltanto una parte specifica del corpo.
Il commissario calz i copri-scarpe di cellophane, i guanti in lattice e si fece passare da un portantino il vasetto di pomata deodorata alla menta da spalmare sotto le narici per lenire l'impatto con i nauseabondi odori provocati dai vari gas che si sprigionano quando vengono aperte le cavit addominali della vittima da sezionare.
Il cadavere era stato pulito e quindi adagiato sul tavolo settorio.
Ad affiancare Brasca c'era un altro medico patologo, di cui Ardig non ricordava il nome, oltre a un giovane specializzando, che avrebbe sostanzialmente osservato l'operazione per impratichirsi, e a un'infermiera.
Avviarono l'esame esterno, iniziando dalle misurazioni.
Pur non avendo mai dovuto occuparsi di un morto carbonizzato, il commissario era consapevole che la combustione aveva senza dubbio rattrappito il corpo, rinsecchendolo e rubando alcuni centimetri alla corporatura originaria.
"Altezza 181 centimetri. Maschio, di et apparente intorno ai 30-35 anni", esord l'anatomo-patologo, dettando il suo verbale a un registratore tascabile posizionato su una mensola.
Ardig si teneva a un paio di metri di distanza. Osservava lo staff medico impegnato a esaminare la dentatura e a fotografare il cadavere.
L'aiutante stava tastando il braccio destro.
"Probabile frattura scomposta del radio e dell'ulna..."
Scese alla mano.
"...E della seconda falange con distaccamento dal metacarpo."
Pass al volto.
"Rottura dell'osso mandibolare, del setto nasale, dello zigomo sinistro..."
"O  finito sotto un tir o  stato pestato come l'uva", sbott distrattamente Brasca che, per consolidata abitudine, commentava ad alta voce quanto stava emergendo dalla necroscopia, senza mai avere un bench minimo riguardo per il corpo che stava sezionando, incurante che fino a poche ore prima aveva ospitato una vita umana con il relativo corollario di sentimenti.
Nel giro di venti minuti esaurirono l'esame esterno.
"Non gli  rimasto un pelo o un capello. Tutto carbonizzato", prosegu il coroner.
L'odore di cherosene si mischiava a quello di alcool, detergenti e disinfettanti.
"Sai una cosa, caro il mio commissario? Non ho mai visto uno ridotto cos, voglio dire... cos bruciato. Presenta ustioni di quarto grado praticamente sul 100% del corpo."
"Quarto grado?", comment stupito il capo della Omicidi. Sapeva che i livelli di ustioni si estendevano su una scala di tre gradi.
"S, quarto grado, ovvero carbonizzazione.  stato bruciato esternamente. E sai cosa penso?", chios Brasca, spostandosi verso un ripiano per bere da una bottiglietta d'acqua. "Che lo hanno messo su un pavimento, lontano da oggetti infiammabili. Gli hanno rovesciato addosso il cherosene, quasi inondandolo, e lo hanno fatto bruciare fino a esaurimento del materiale combustibile."
Termin di bere e si riavvicin al tavolo.
"Poi hanno aspettato che si raffreddasse, e ci sar voluto un bel po', e solo a quel punto lo hanno voltato, appoggiandolo sul petto, e hanno ripetuto l'operazione, in modo da rosolare per bene anche la schiena. Ritengo gli abbiano addirittura versato il liquido appositamente sotto le ascelle o sui polpastrelli, per cancellare ogni elemento che potesse facilitarne l'identificazione."
Il responsabile della Omicidi non comment.
Rimaneva una speranza remota, se non remotissima, ovvero che il DNA della vittima - da estrarre tramite un complesso prelievo molecolare effettuato nelle ossa - fosse registrato in una banca dati giudiziaria o ospedaliera.
Non ci contava eccessivamente. L'obbligo di schedare il DNA dei pregiudicati restava soltanto una proposta di legge finora non discussa dal Parlamento e le comparazioni si potevano fare soltanto con quel limitato numero di individui per cui l'autorit giudiziaria aveva disposto un prelievo e un'archiviazione del DNA: concretamente si trattava di imputati o condannati per reati dove il codice genetico rappresentava una prova regina, una minoranza rispetto al grosso dei malavitosi di cui, invece, erano censite e memorizzate soltanto le impronte digitali.
Torn a concentrarsi sulle fasi preoperatorie.
L'infermiera stava finendo di rimuovere i tanti brandelli di nylon rimasti appiccicati alla pelle ustionata, riponendoli in un apposito contenitore di plastica a chiusura stagna.
Avviarono le misurazioni degli arti, della cassa toracica e della scatola cranica.
Raccolsero i parametri antropometrici e li esaminarono attentamente.
"Razza europea caucasica", sentenzi Brasca.
Un bianco, dunque.
Cominciava la parte peggiore: la vera autopsia. La mano destra dell'anatomo-patologo si allung sul bancone e impugn il bisturi.
Con un tocco morbido, deciso, naturale, quasi dolce, il chirurgo infil la lama poco sotto la spalla sinistra, lasciandola penetrare in profondit, quindi la fece avanzare in direzione del pettorale e da l fino a poco sotto lo sterno.
L'acciaio inox del tavolo settorio rest stranamente immacolato. Generalmente, durante le autopsie, un liquido scuro, denso e maleodorante fuoriusciva dagli squarci. Il calore, evidentemente, doveva aver assorbito totalmente i liquidi.
Estrasse la lama, riportandola all'altezza della spalla destra, e ripet l'operazione appena eseguita, incidendo senza esitazioni l'area toracica fino allo sterno.
Una terribile V era stata perfettamente incisa su ci che rimaneva del petto di quello sventurato.
Infil il bisturi nell'ampio squarcio aperto nella zona dello sterno. Questa volta la lama scese, con una linea retta, recidendo l'addome, aggirando l'ombelico e continuando ancora pi gi fino all'area pubica, dove si arrest.
La V si era trasformata in una Y.
La stanza si satur di un odore terrificante: dagli squarci si stavano sprigionando gas che Ardig avrebbe definito venefici. Tuttavia non c'era perdita di liquidi, come se il corpo si fosse prosciugato. Anzi, essiccato.
Brasca afferr un altro bisturi, meno sottile del precedente, e, alternandolo con un divaricatore, inizi a scollare la pelle, fin sotto il mento, per "scoperchiare" la cassa toracica.
Poi, con un disarticolatore, recise le articolazioni che collegano la clavicola allo sterno.
Quando vide il coroner impugnare il costotomo, ovvero lo strumento utilizzato dal chirurgo per potare le cartilagini che innestano le costole allo sterno, il commissario decise che ne aveva abbastanza.
L'anatomo-patologo stava cominciando a mettere a nudo gli organi vitali per sezionarli.
Senza dire nulla il commissario si allontan, cercando di fare meno rumore possibile.
Scese in cortile, fum due sigarette consecutive e inspir avide boccate d'aria, come un sub appena emerso dopo una lunga discesa in apnea.
Riaccese il cellulare per contattare Pinton. Come prevedeva, dalle denunce per scomparsa non stava emergendo nulla. In Lombardia, negli ultimi tre mesi, erano scomparsi due giovani: un lodigiano di 22 anni, tossicodipendente, e un cremonese di 29 anni, con problemi di depressione. Entrambi, stando alle schede, erano due "tappi" alti meno di un metro e settanta. Troppo bassi.
C'era poi un trentatreenne bresciano della Val Trompia, anche lui alle prese con patologie depressive. L'altezza quadrava: circa un metro e ottantacinque. Peccato avesse perso il pollice destro in un incidente in falegnameria diversi anni prima, mentre il "marziano" che Brasca stava sventrando aveva tutte le dita al loro posto.
Mancavano all'appello anche un paio di immigrati regolari, entrambi africani di colore e pertanto da scartare: il loro unknown era di razza europea.
Ardig sbuff. Chiam Santoni: era in un istituto bancario dove stava raccogliendo la documentazione riguardante la situazione patrimoniale di Giancarlo Adorni.
Torn ad appoggiarsi con la schiena al muro del cortile. Rimase a riflettere per una decina di minuti. Calcol che Brasca e i suoi ne avrebbero avuto per quasi un'altra ora.
Aveva bisogno di ragionare. Ormai era assodato che i pensieri, nella sua mente caotica e disordinata, si snodavano pi facilmente quando camminava. Pertanto usc in via Mangiagalli e cominci a girovagare senza direzione nelle vie limitrofe. Prosegu per oltre venti minuti, accaldandosi. Invert la rotta e torn indietro. Senza fretta.
Mezz'ora pi tardi bussava alla porta della camera operatoria.
Brasca e i suoi avevano gi sfilato guanti e mascherine.
Il cadavere del "marziano" era stato ricomposto e riportato in uno dei loculi refrigerati dove vengono ospitati i corpi depositati presso l'Istituto di Medicina Legale.
"Ci rinfreschiamo e siamo da lei", comunic il coroner.
Qualche minuto dopo l'anatomo-patologo rientr, indossando abiti borghesi ad eccezione degli zoccoli ospedalieri.
"Andiamo al bar a prendere un aperitivo?"
Il commissario avvert un conato di vomito.
Come potevano ingurgitare qualcosa dopo aver aperto lo stomaco di un povero cristiano?
Nella vita ci si abitua davvero a tutto, anche alla morte o al sangue. Persino al rovistare nelle interiora di un essere umano.
I due medici ordinarono un crodino e dei salatini, il commissario un bicchiere d'acqua naturale, giusto per far loro compagnia maneggiando un bicchiere.
Attese che il luminare divorasse una discreta porzione di noccioline e popcorn prima di disturbarlo.
"Ebbene?"
"Le parlo in maniera confidenziale, come da prassi tra di noi. Trover poi tutti i dettagli esposti precisamente nel referto che stiler nel pomeriggio", si cautel il medico.
"Ovviamente", lo rassicur il capo della Omicidi.
"Le confermo quanto emerso dal primo sommario esame effettuato ieri notte dal collega Salerno. Lo hanno massacrato, a suon di pugni e calci. Ragionevolmente il pestaggio  avvenuto in due tempi. Prima lo hanno colpito mentre aveva le mani libere e si trovava in posizione eretta, consentendogli di difendersi: per questo ha riportato fratture al braccio destro e diverse ecchimosi nella zona lombare, presumibilmente provocate da una caduta."
"E la seconda aggressione?"
" avvenuta successivamente, ipotizzerei che lo hanno colpito tenendolo immobilizzato, forse legato a una sedia. Gli hanno fracassato l'osso mandibolare, il setto nasale, gli incisivi e un dito, l'anulare sinistro, che  stato volutamente spezzato, torcendolo in maniera innaturale."
"Lo hanno torturato!", esclam il commissario.
"Cos pare. Aggiungo che gli hanno fratturato tre costole e lo sterno. Poi lo hanno finito..."
"Come?"
"Dalle lesioni riscontrate sulla calotta cranica ritengo che lo abbiano colpito dall'alto in basso, con violenza, con un corpo contundente molto pesante: una mazza o una spranga metallica, per intenderci."
"Il colpo di grazia?"
"Puro scrupolo. Le emorragie conseguenti al pestaggio sarebbero comunque risultate letali se non fosse stato soccorso tempestivamente, e in maniera opportuna, in un'adeguata struttura medicalizzata."
"Sono voluti andare sul sicuro", concluse Ardig.
Per qualche istante nessuno parl.
Fu il commissario a rompere il silenzio.
"La presunta collocazione oraria del decesso?"
"Difficile poterla fissare con un corpo in quelle condizioni. Azzarderei tra i quattro e i cinque giorni, se non persino sette."
"Dunque intorno a mercoled, gioved o venerd."
"Approssimativamente."
"C' dell'altro?"
"Dipende... anche se ritengo che possa aiutarla a stringere il cerchio delle ipotesi."
Brasca si ferm per dare una sorsata alla bibita.
"Al di l del feroce pestaggio e del rogo successivo, con tutti i danni che ha causato, il morto presentava denti splendidi. O meglio, ci che rimaneva dei denti. Dovevano essere belli, sani, levigati. Con una robusta attaccatura e radici solide."
"Non la seguo."
"Erano ben curati, stabili. Le radici dentarie erano perfettamente incastrate nell'osso mandibolare. E secondo me doveva essersi sottoposto di recente a un'ablazione odontoiatrica."
"Una pulizia?"
"Proprio cos. E c' dell'altro. Aveva una muscolatura tonica, armoniosa, molto ben definita."
"Non poteva essere un muratore o uno scaricatore?"
"Lo escluderei, quelli aumentano la massa muscolare delle braccia e delle spalle e potenziano la muscolatura lombare. Non quella addominale o dorsale. Questo aveva un addome a tartaruga."
"Se ho ben capito, mi sta dicendo che quell'uomo era uno che si teneva in forma. Che andava dal dentista, che si allenava in una palestra. Insomma, uno che ha uno stile di vita sano e che tiene al suo aspetto fisico."
" la mia impressione. Spero possa aiutarla."
Ardig sorseggi l'acqua.
"Direi di s. Questo restringe comunque il campo. E sull'et?"
"Tenderei ad abbassarla. Non aveva adipe e la muscolatura era fresca. Direi sui 30-32, massimo 35. Non andrei troppo indietro con il tempo perch aveva gi estratto tutti e quattro i denti del giudizio, dunque non poteva essere un ventenne."
"Ricapitolando. Maschio, bianco, fra i 30 e i 35 anni, 1 metro e 81, o forse anche di pi perch la carbonizzazione lo avr rimpicciolito rattrappendolo, una buona muscolatura, un fisico sano e denti curati che inducono a identificarlo con una persona che presta attenzione alla sua forma e alla sua immagine. Verrebbe da pensare a uno con i soldi..."
"Non posso aiutarla fino a questo punto", si schern Brasca.
"Lo so, ha gi fatto molto. La ringrazio."
"Dovere."
"Beh, confido di non rivederla per un po'...", si augur il poliziotto.
"Scherza? Dopo pranzo facciamo il check in anche all'altro suo cliente", rispose l'anatomo-patologo con un'altra battuta di dubbio gusto.
"E chi sarebbe?"
"Quello storico... Adorni."
"Adorni? Non sapevo che il pm avesse gi disposto l'autopsia."
"E invece s. Non vuole correre rischi..."
"Va bene, le mander Santoni."
"Non serve,  stato lui ad avvertirci stamattina."
Il commissario imprec mentalmente all'indirizzo del vice che non lo aveva informato.
Si conged dai due patologi per recarsi in Tribunale, a riferire al sostituto procuratore.
L'ufficio della dottoressa Pollini era ubicato al quinto piano del Palazzo di Giustizia, dove sono sistemati quasi tutti i pubblici ministeri.
Un rigoglioso ficus, alto pi di un metro, accoglieva gli ospiti nell'ufficio della segretaria del magistrato: nell'angolo a fianco alla porta era stata posizionata una poltroncina a due posti per far accomodare gli ospiti.
Si stup per l'aspetto dimesso e sciatto della segretaria, una donna non ancora cinquantenne, grassottella, con capelli ingrigiti e un dozzinale abito grigio, che con tutta probabilit era stato acquistato in un grande magazzino. Agli antipodi della curatissima Pollini.
Chiss, forse l'avvenente magistrato l'aveva scelta proprio per la sua sciatteria, per far risaltare ancora di pi la propria bellezza ed eleganza in un impietoso confronto.
L'attesa per Ardig fu breve, meno di cinque minuti.
"Commissario, scusi se l'ho fatta attendere. Stavo completando il giro delle telefonate."
Si scambiarono un'occhiata rapida. Il capo della Omicidi sfoggiava il consueto abbigliamento casual: Clark nere, jeans, camicia bianca e giacca nera, con un giubbetto di renna scuro tenuto in mano come un souvenir.
La dottoressa era fasciata da un elegante completo, pantaloni e giacca chiari, avorio, con un riflesso patinato lucido, e top di raso, sempre lucido, di un colore simile alla sabbia, che esaltava il suo seno abbondante, pur senza essere volgare.
Calzava un paio di scarpe dcollets, di nappa, sempre color avorio, con un'apertura frontale da cui usciva l'alluce.
Un profumo francese e le unghie, delle mani e dei piedi, laccate di bianco lucido le conferivano un ulteriore tocco di eleganza sobria.
Davvero una bella donna: matura, sensuale, autoritaria. Dai pettegolezzi raccolti ne aveva tracciato un identikit affidabile: una di quelle femmine che, per seguire una passione trasformata in professione, rinunciano a costruirsi una famiglia e una vita personale.
Non persero tempo in convenevoli. Il commissario riepilog rapidamente quanto emerso dall'autopsia, poi insieme tracciarono, sommariamente, un quadro della situazione.
"Non mi era mai capitato un caso di questo genere. Al momento non abbiamo nessun elemento, e sottolineo nessuno, che possa aiutarci a identificare la vittima. Non abbiamo un vestito, un oggetto personale, un segno distintivo, come un anello o un orologio, nulla che possa fornirci un'indicazione."
"Un'idea se la sar fatta, commissario", lo stuzzic il pm con un tono quasi di sfida.
"Buio pesto. Presumo che non si tratti di un italiano. Le ho gi detto che una persona inserita in un contesto sociale non scompare nel nulla: c' sempre un collega o un datore di lavoro che ne segnala la scomparsa, oppure un amico, un parente, una fidanzata o una spasimante. Persino un padrone di casa cui non viene pagato l'affitto..."
"Lei stesso, per, ha ammesso di dubitare che si possa trattare di un clandestino."
"Infatti. Lo ribadisco. Non avrebbe avuto senso carbonizzare un extracomunitario che tanto non avremmo identificato in ogni caso. Bastava denudarlo. E poi non so... Un clandestino, un irregolare, non va in palestra o dal dentista."
"Molti uomini di colore hanno uno splendido fisico senza doverlo curare e una dentatura impeccabile...", ammicc la Pollini.
"Dottoressa, qui non parliamo di uno dell'Africa nera, questo  un bianco. Un balcanico presumibilmente... e quelli non vanno dal dentista o dall'estetista", la corresse, seccato.
"Giusto... E quindi a cosa si riferisce? A un immigrato regolare non inserito nel nostro contesto sociale? O a uno di passaggio? Uno straniero qui a Milano per lavoro? Oppure un turista?"
"No, lo escluderei, ci sono gli hotel, i residence e i tour operator: nel giro di qualche giorno ne denuncerebbero la scomparsa. E i parenti o i datori di lavoro non rintracciandolo dopo qualche tempo si attiverebbero, metterebbero in moto le ambasciate o i consolati e ne verremmo informati."
Nella testa del poliziotto rombava uno sciame di vespe impazzite. Ipotesi e idee si accavallavano, sovrapponendosi all'immagine del ghigno innaturale stampato su quel volto divorato dalla furia del fuoco.
Continuarono a discorrere delle possibili piste per qualche altro minuto, prima di tornare ognuno al proprio lavoro.
Rientrato in ufficio si dedic, seppur tardivamente, alla lettura dei giornali.
"Corriere" e "Repubblica" avevano recuperato in extremis la notizia del ritrovamento di un cadavere carbonizzato nell'area adiacente all'aeroporto di Linate, dedicandogli dei trafiletti striminziti, privi di particolari e con alcune inesattezze dovute all'ora tarda in cui erano stati redatti.
"La Voce Lombarda", invece, aveva fatto letteralmente strike, buttando gi tutti i birilli.
In prima pagina campeggiava un titolo ad effetto: "Milano, Pasquetta macabra". Seguiva un occhiello accattivante per i lettori: "Un omicidio brutale e un decesso misterioso".
Nel catenaccio e nel sommario veniva sintetizzato il ritrovamento dei due cadaveri, in via Massena e alla Cascina Monlu, con una breve ricapitolazione delle presunte modalit dei due diversi casi di cronaca nera.
Non poteva mancare il sottostante richiamo in grassetto: "Servizi di Federico Malerba alle pagine 6 e 7". E in effetti, all'interno, l'amico cronista faceva la parte del leone: i suoi articoli riempivano, sostanzialmente, quasi due pagine intere.
Pagina 6 era dedicata completamente al presunto suicidio di via Massena. Il titolo era neutro: "Trovato morto nel suo letto". Nel pezzo di apertura Malerba ricostruiva sommariamente quanto emerso dagli scarni resoconti forniti dagli inquirenti: il corpo del docente rinvenuto in casa sua, privo di vita, stroncato presumibilmente da un farmaco letale. Quasi la verit.
Non ci voleva molto a intuire cosa fosse successo: il portiere o la moglie si erano fatti sfuggire qualche parola di troppo davanti ai giornalisti oppure con qualche condomino che le aveva riportate alla stampa.
Il reporter si addentrava poi nell'insidioso terreno del possibile caso di eutanasia, senza per riferire alcun dettaglio a suffragio della sua ipotesi.
Aria fritta, tradotta in cinque colonne di nero su bianco.
Torn a sfogliare "La Voce Lombarda".
Il secondo pezzo, quello di taglio basso, Malerba lo aveva firmato a quattro mani con un collega, Guido Borroni. Era una ricostruzione del profilo della vittima, con tanto di ampia foto che ritraeva lo studioso durante una conferenza. Una foto datata, probabilmente di inizio anni Novanta.
Scorse con curiosit il titolo: "Addio al professore-asceta ossessionato da Leonardo". Si lanci avidamente nella lettura.
"Nel piccolo mondo dell'arte lo conoscevano tutti. Anche per le sue bizzarrie. Quello di Giancarlo Adorni, discusso e stimato docente dell'Accademia di Belle Arti, padre di due figlie, lecchese di nascita, milanese d'adozione, una vita dedicata allo studio e all'insegnamento, era un nome noto per chi, a Milano, si interessa di arte. La pittura e la sua storia sono state la sua grande passione. La figura di Leonardo da Vinci la sua perenne ossessione. Al Genio fiorentino il docente lombardo ha dedicato pi di quarant'anni di lavoro e di ricerche, che hanno portato alla pubblicazione di alcuni saggi. Il pi incisivo, per, doveva essere il prossimo, l'ultimo ragionando con il senno di poi. Un libro-verit che avrebbe riscritto gran parte delle convinzioni e delle teorie maturate nel corso dei secoli intorno alla figura dell'artista. Adorni, riservato e taciturno per natura, aveva preferito non anticipare molto della sua ultima fatica letteraria."
Si stropicci gli occhi prima di proseguire.
Borroni e Malerba citavano alcuni passaggi delle precedenti pubblicazioni vergate dal defunto docente, dove venivano menzionate diverse curiosit sul Genio, tra cui spiccavano le sue insolite abitudini alimentari - che lo rendevano praticamente vegetariano - ma soprattutto, calcando i toni, le sue tendenze sessuali, ovvero una propensione omosessuale, degenerata quasi in una depravazione pedofila che lo avrebbe portato a circondarsi di giovani uomini, spesso adolescenti, molti dei quali accolti come discepoli nel suo Cenacolo, la sua Bottega d'arte situata all'Arengario, a fianco del quasi completato Duomo, dove si erano formati molti pittori di talento come Bernardino Luini, Francesco Melzi o Marco d'Oggiono.
Un brivido corse lungo la schiena di Ardig.
Marco d'Oggiono, di nuovo lui.
Per uno strano scherzo del destino questo artista, peraltro non dei pi celebri nella storia della pittura rinascimentale, tornava in qualche modo a lambire il corso di una sua indagine.
Con la mente corse ai delitti che avevano insanguinato Milano nell'estate del 2009. Tre omicidi efferati, compiuti con una spada, tre analoghe rivendicazioni abbandonate a fianco dei martoriati cadaveri: l'immagine di un'opera cinquecentesca - la Pala dei tre Arcangeli, per l'appunto di Marco d'Oggiono, raffigurante San Michele, San Gabriele e San Raffaele, gli angeli guerrieri, che sconfiggono Satana facendolo precipitare dal cielo negli inferi - modificata ad ogni delitto fino al totale ribaltamento della scena, con la vittoria di Lucifero sui tre Arcangeli.
Scacci i ricordi. Quell'inchiesta era chiusa e archiviata, i pianificatori di quei delitti erano morti, gli esecutori materiali spariti chiss dove.
Concluse la lettura dell'articolo. I due giornalisti ripercorrevano la carriera universitaria dello studioso, la sua esperienza quarantennale nell'Accademia delle Belle Arti, tracciando poi un profilo, quasi da macchietta, del professor Adorni: un moderno eremita, un novello "Catone il Censore", che fuggiva la mondanit, il lusso e i vizi, ostentando una vita all'insegna delle rinunce e della meditazione.
Una contraddizione vivente - ragionava il commissario - per uno che abitava in un elegante attico in via Massena, insegnava nella prestigiosa Accademia di Brera e percepiva uno stipendio superiore a quello della media dei lavoratori.
Insomma, uno che predicava bene e razzolava male.
A pagina 7, invece, "La Voce Lombarda" dava ampio risalto alla notizia del ritrovamento di un cadavere completamente carbonizzato di un uomo, di et inferiore ai quarant'anni, ritrovato nei pressi della Cascina Monlu da alcuni gitanti accampati nei prati per consumare il tradizionale picnic di Pasquetta.
In questo caso Malerba, non disponendo di altri elementi, si dilettava, fantasiosamente, nel vagliare ogni possibile ipotesi, dall'omicidio di matrice passionale a quello legato agli ambienti della microcriminalit fino all'evergreen del regolamento di conti tra bande o gang di extracomunitari in lotta per il controllo del mercato dello spaccio o della prostituzione.
Tutto sommato, considerata la mancanza di oggettivi riscontri, le ipotesi elaborate dall'amico cronista potevano avere anche un fondamento. Non sapeva se ridere o incavolarsi per questa amara considerazione.
In ogni caso doveva ammettere che Federico, ancora una volta, dimostrava una competenza e una professionalit ineccepibili: tre articoli lunghi, dettagliati, esaurienti, costruiti letteralmente sul nulla, eppure interessanti da leggere e ricchi di spunti.
Depose il giornale e guard l'orologio. Le 14,40 scoccavano in quell'istante. Decise di recarsi al bar per concedersi un tramezzino e una spremuta.
Sulle scale incroci l'agente Larini.
"Buongiorno, capo."
"Novit?"
"Ha chiamato Santoni.  all'Istituto di Medicina Legale, a seguire l'autopsia del docente soffocato. Ha detto che appena avr finito torner qui in commissariato per conferire direttamente con lei sugli ultimi sviluppi", snocciol, in tono didascalico, il sottoposto.
Nel primo pomeriggio Santoni rientr. Espressione corrugata e sguardo stanco.
"Cosa vaticina il nostro coroner?", domand subito Ardig.
"Decesso provocato da un'asfissia polmonare causata da avvelenamento per ingestione di tetrodotossina, meglio nota come TTX."
Ardig ricordava vagamente di aver sentito citare questa sostanza durante il servizio militare: veniva utilizzata anche in campo bellico, come componente per gas venefici.
"Si tratta di un veleno pi potente del curaro o del cianuro. L'ingestione di un solo milligrammo  letale per un uomo adulto."
"E provoca un'asfissia?"
"S, come quasi tutte queste sostanze. In pratica il veleno entra in circolo e blocca la conduzione nervosa, causando la paralisi cardio-respiratoria.  quello che accade sia con i gas tossici che con i veleni pi potenti.  la stessa morte, mi spiegava Brasca, che provoca anche il morso di un crotalo, di un cobra o la puntura di quei pesci velenosi che si trovano nell'emisfero australe. Tra l'altro questo veleno viene prodotto proprio dal pesce palla..."
"Va bene, va bene... questo TTX dove si trova? E come lo si trasporta? Con una fiala?  liquido o gassoso?"
"Trovarlo, si trova. In Internet oppure tramite qualche farmacista o qualche industria chimica.  il componente base di molti pesticidi o topicidi. Per trasportarlo basta una fiala, o un contenitore ermetico, perch per l'appunto  liquido. Tieni conto che un milligrammo sostanzialmente  la punta della capocchia di uno spillo. Per in questo caso la dose  stata sciolta in un bicchiere e mescolata con acqua. E si trattava di una dose altissima, per cui la morte  stata praticamente immediata. Pochi secondi dopo aver ingerito quella roba era gi passato a miglior vita, quasi senza accorgersene, al di l degli spasmi finali."
Ardig si accese un'altra sigaretta, spostandosi come sempre verso la finestra.
"Il professore non aveva malattie?"
"Nulla di incurabile e in ogni caso non sufficienti per motivare un suicidio o un'eutanasia."
"In che senso?"
"Nessuna patologia incurabile, nessuna forma tumorale. In compenso il corpo era malridotto e presentava chiari segni di denutrizione. Era un po' come una candela che si stava consumando, avanti cos si sarebbe spento. Tuttavia a detta di Brasca gli organi vitali erano ancora messi bene."
"Addirittura denutrizione? D'accordo che Adorni era vegetariano, ma da qui a essere denutrito..."
"No, Bruno, non hai capito. Non c'erano tracce o resti di cibi solidi nell'esofago o nello stomaco. Secondo l'anatomopatologo la vittima digiunava da giorni, molti giorni, forse persino una dozzina. Ed era quasi al limite: se fosse andato avanti cos ancora per qualche giorno, il fisico avrebbe ceduto comunque e si sarebbe reso necessario un ricovero ospedaliero."
"Insomma stava crepando di stenti", borbott il commissario, tornando ad avere impressa nella mente l'immagine di quel cadavere magrissimo e ossuto, infilato nel pigiama a righe, tanto simile alle tragiche immagini delle vittime dei lager.
Sollev il telefono. Doveva togliersi un dubbio immediatamente. La domanda colse di sorpresa De Piccoli, dall'altra parte dell'apparecchio.
"Certo che abbiamo ispezionato anche il frigorifero e la credenza. Chiaro che c'era roba da mangiare. Cosa? Non so... Tantissima verdura, veramente tanta. Poi pasta, riso, biscotti ai cereali, tutta roba farinacea. S, anche della frutta... delle mele... No, carne o pesce non c'erano... No, niente vino... OK... ciao."
"La cucina del professore - annunci Ardig al sottoposto - era rifornita regolarmente. Anzi, sembrava quella di un verduriere. O di un vegetariano."
"Quindi se avesse voluto mangiare avrebbe potuto farlo, a meno che - valut Santoni - qualcuno non glielo impedisse."
"E come? Sappiamo che non era legato, o immobilizzato. Non c'erano segni di lotta o ematomi provocati da corde o legacci. I vicini non hanno sentito urla o lamenti. E poi non mi hai detto che secondo Brasca digiunava da una decina di giorni?"
"Confermo."
"E la portinaia sostiene di averlo incontrato almeno fino a tre giorni prima. Pertanto era libero di uscire di casa, di muoversi, di fare quello che voleva. E di alimentarsi se ne sentiva la necessit."
"Hai ragione, quindi  stato lui a scegliere di digiunare. E probabilmente  andato in giro finch le forze lo hanno sostenuto, dunque fino a tre o quattro giorni dalla presunta collocazione del decesso."
"Tuttavia non  morto di fame, bens avvelenato...", obiett Ardig.
"Forse per non patire ancora, cos ha alleviato le sofferenze, velocizzando la fine", rintuzz Santoni.
"E qui si torna all'ipotesi del suicidio. E alla domanda di prima: perch? Se desiderava porre fine ai suoi giorni possiamo escludere che fosse per questioni di salute. E di soldi?"
"Uhm... Dai primi accertamenti bancari ti direi neppure per quello. Aveva una buona retribuzione, sui 3500 mensili, e una somma ragguardevole sul conto, intorno ai 100mila tra contante e titoli vari. La casa era di propriet, senza ipoteche o mutui a gravarla."
"Nessuna movimentazione sul conto?"
"Nulla di anomalo. Anzi, quasi nulla. Si era fatto domiciliare sul conto le bollette di luce e gas e per il resto prelevava pochissimo. L'indispensabile per la sua parca condotta di vita."
"Per un suicidio non mi pare ci sia alcun movente...", grugn il commissario.
"Chiss. La solitudine. L'invecchiamento. Magari una forma di depressione...", sugger il vice.
"Bah... Cosa sappiamo della sua vita?"
"Come ti ho anticipato ieri, i ragazzi hanno fatto una chiacchierata con i vicini di casa e oggi Zanella ha parlato con il rettore di Brera, che ha confermato quel che sapevamo gi. Doveva essere davvero un tipo decisamente strambo, con qualche rotella svalvolata... Sembra vivesse in un mondo tutto suo. Tieni conto che in casa non aveva n la tiv n la radio. E non possedeva un cellulare."
"Per aveva un vecchio telefono fisso e doveva avere un computer. Ho notato i cavi di alimentazione e la stampante."
"Stando a quello che ha saputo Zanella non risulterebbe nessun computer. Comunque pare fosse una specie di invasato. Oltre a essere vegano non beveva alcolici e non fumava. Una specie di asceta."
"Mi scappa da ridere. Sul serio. Che razza di asceta era? Con l'attico in centro? Con i tappeti persiani e le sculture di bronzo? E con quello stipendio? Non proprio un monaco trappista..."
"Infatti, per questo era strambo. Non viveva in una capanna nei boschi, girando a piedi nudi con la barba incolta, per a suo modo faceva una vita di meditazione, senza vizi, senza donne..."
"Era stato sposato."
"Secondo il vicino che lo conosce da trent'anni la conversione ascetica  avvenuta una quindicina di anni fa, per si  radicalizzata soltanto da qualche anno, pi o meno da quando le figlie sono uscite di casa. Prima faceva una vita normale, mangiava la carne, beveva vino. Anzi, pare fosse anche robusto, con la pancetta e il doppio mento. Poi  stato folgorato sulla via di Damasco..."
"Altre stramberie?"
"Non ti sembrano abbastanza quelle che ti ho elencato? No, non c' altro. Sul conto corrente, come ti stavo spiegando, aveva circa 100mila euro tra contanti e investimenti in Bot e altro. Tutto abbastanza normale."
"Uno normale - si inalber il capo della Omicidi - non muore avvelenato con la tetrodotossina dopo aver digiunato per dieci giorni, no? E non lo troviamo perfettamente composto, con un Vangelo piazzato sulla fronte!"
Stavolta ad allargare le braccia fu Santoni.
" proprio questo che non mi quadra. Prima di morire, Adorni sar stato scosso da convulsioni e da singulti. Invece il suo cadavere era perfettamente in ordine."
"Qualcuno lo ha ricomposto. E se ha lasciato impronte la Scientifica le evidenzier."
"Appunto. E se cos fosse - si infervor il commissario - allora perch quella messa in scena? Il Vangelo di San Giovanni, il cadavere composto dignitosamente, le mani giunte... In questo modo chi lo ha aiutato a morire ha voluto rivelarci la sua presenza e obbligarci a indagare e a non archiviare subito come suicidio, no?"
Gesticol in maniera eloquente.
"E se non fosse stato un suicidio assistito?", lo stuzzic il vice.
" il tarlo che mi frullava in mente fino a poco fa. Per quel discorso del digiuno prolungato fa cadere ogni ipotesi delittuosa. No, Adorni voleva morire. Altrimenti perch intestardirsi in quello sciopero della fame? E poi anche ammettendo che l'assassino sia un tipo fantasioso, resterebbe sempre un interrogativo: come avrebbe fatto a fargli ingerire quell'intruglio non essendoci tracce di lotta? Con l'inganno? Spacciandolo per una medicina, magari per un banale analgesico per il mal di testa?"
"Perch no?", azzard Santoni.
"Figurati. Non ci credi nemmeno tu. Si ammazzava con il veleno nel Cinquecento, non siamo mica alla corte dei Borgia. No, qui il punto  un altro..."
"E quale sarebbe?"
"Non lo so... non lo so proprio."
Il telefono dell'ufficio squill in quell'istante.
"Come? S... uff... dai passamelo. S, dottore... S, abbiamo gi esaminato i fascicoli dell'esame necroscopico. S, abbiamo gi condotto gli accertamenti bancari... S, abbiamo gi... No, non ancora... S... adesso? Veramente... D'accordo, arriviamo."
Santoni lo scrut.
"Infilati la giacca, siamo attesi dal sostituto procuratore Patruno."
"Dal quadro indiziario e probatorio che mi ha illustrato direi che la bilancia propende nettamente verso l'ipotesi di un suicidio."
Patruno si stava rivelando ottuso e menefreghista come Ardig lo aveva immaginato.
Completo gessato grigio a righine bianche che avrebbe fatto impallidire persino un gangster degli anni Trenta, fronte imperlata di sudore, camicia con le asole chiazzate e una pronuncia degna del migliore Lino Banfi: Patruno sembrava uscito da una commedia trash all'italiana. Dava l'impressione di essere pronto ad archiviare qualsiasi cosa pur di evitare il rischio di rogne e di lavoro eccessivo.
"Con tutto il rispetto, signor procuratore, non abbiamo ancora rinvenuto elementi che possano suffragare completamente un suicidio: non c' una lettera che lo motivi, non c' un testamento olografo, non ci sono ragioni valide che possano giustificarlo. Il morto non aveva problemi di salute e nemmeno pendenze economiche..."
"E allora? Un suicidio pu essere dettato da ragioni sommerse. Ho letto il rapporto stilato dall'ispettore Santoni. Adorni era una personalit controversa, un uomo solo, forse rimasto senza uno scopo per tirare avanti."
Avrebbe voluto mandarlo al diavolo. Si trattenne.
"Quel cadavere  stato ricomposto da qualcuno. Pertanto..."
"Commissario, lei mi deve portare dei fatti. Se la Scientifica riveler la presenza di impronte di terzi in quella camera da letto allora amplieremo lo spettro delle nostre ipotesi investigative. Al momento..."
"Come vuole, il titolare dell'inchiesta  lei", si arrese, scettico, il capo della Omicidi, che usc allontanandosi in tutta fretta, prima di attaccarsi al cellulare.
De Piccoli rispose subito.
"Hai novit su Adorni?"
"Cosa vuoi sapere?"
"Impronte in camera da letto?"
"Troppo presto, stiamo ancora verificando. Ci vorr del tempo."
"Va beh... almeno sul bicchiere? E sul Vangelo?"
"Sul bicchiere nessuna, oltre a quelle di Adorni. Sul Vangelo dobbiamo ancora verificare."
"E sul pigiama?", lo incalz.
"Bruno, ti rendi conto di quanto tempo occorre per un lavoro cos? Ci ho messo un solo uomo sul caso Adorni, tutti gli altri stanno scansionando i reperti di Cascina Monlu. Sbaglio o ti interessava di pi il morto carbonizzato?"
"Mi interessano entrambi. Comunque hai ragione, sono stato io a privilegiare il carbonizzato. Non ti presso pi."
Rincasando si concesse la solita rilassante passeggiata serale di un paio di chilometri, in centro. Cordusio, portici di piazza del Duomo, Galleria, piazza della Scala, via Manzoni, piazza Cavour, i giardini di via Palestro, i Bastioni di Porta Venezia, corso Buenos Aires, prima di fare tappa nuovamente al fast food, questa volta quello di via Plinio: due chicken burger, patatine fritte e due lattine di birra da portare a casa. Alla faccia della salute del suo fegato...
Si ferm al distributore automatico per rifornirsi di sigarette. Alla faccia della salute dei suoi polmoni...
Il cellulare inizi a vibrare proprio mentre raccoglieva il pacchetto.
Malerba.
"Qual buon vento?"
"Lavoro", rispose monocorde il cronista.
"C' il segreto istruttorio."
"Eh dai... ho Brigante, il direttore e pure l'editore che mi stanno con il fiato sul collo."
"Per Adorni?"
"Ovviamente. Hai novit?"
"Nessuna."
"Hanno fatto l'autopsia?"
"Fede, sai che non posso."
"Uff, va bene. Senti, e se scrivo che le indagini si stanno concentrando su un'ipotesi di eutanasia?"
"Ancora? Ti sei fissato con questa storia. Guarda che Adorni stava benissimo."
"E allora com' crepato?"
"Si  suicidato."
"Soffriva di qualche grave malattia?", si inform il giornalista.
"Assolutamente no. Se ha scelto di staccare la spina l'ha fatto per ragioni personali, magari un disturbo depressivo o una follia senile."
"Questo non posso scriverlo. Dobbiamo pubblicare il suo libro e sarebbe una pubblicit negativa dire che era depresso o rincoglionito."
"Mi risulta che molti scrittori di successo siano morti suicidi e abbiano avuto un'invidiabile fortuna postuma... detto questo, cosa pensate di fare? Inventarvi un serial killer? Una rapina sfociata in omicidio?"
"No, piuttosto un malore, un infarto, un ictus. O l'errore nell'ingestione di un farmaco che ha causato un cocktail letale, stroncandolo..."
"Che faccia di bronzo che hai! Piuttosto..."
"Dimmi."
"Si  fatto vivo qualcuno per il cadavere carbonizzato? Qualche mail?"
"No, nessuna. Anzi, dammi qualche elemento per scrivere qualcosa..."
"Ti confermo che si tratta di un maschio, giovane, sotto i 35 anni, di razza europea. Non c' altro."
" la stessa roba di ieri. Come  morto?"
"Massacrato a calci e pugni. Scrivilo pure."
"Altro?"
"Nient'altro."
"Bruno, per favore..."
"Perch non provi a sentire la dottoressa Pollini?"
"Bella figa, poi dev'essere una che parla volentieri. Non ho il numero..."
"Segna: 334... Ovviamente non lo hai avuto da me!"
"Perfetto. Faccio cos, se mi risponde piazzo una breve intervista alla Pollini con una sua foto, pezzo di maniera e ci faccio il taglio basso. E in alto abbiamo il caso Adorni. Tra l'altro pubblichiamo un'anticipazione sul libro che stava terminando."
"Quello sull'eresia di Leonardo?"
"Proprio quello."
"Avete la bozza?", si incurios il commissario.
"Abbiamo soltanto i primi capitoli che il professore aveva anticipato, giusto per farlo annusare all'editore."
"Scusa, ma il libro quando dovrebbero stamparlo?"
" questo il punto: non ne hanno una copia completa. Adorni gli aveva dato solo una cinquantina di pagine cartacee. Tutto l."
"E come faranno, quindi?"
"Dovranno aspettare qualche giorno. Il manoscritto originale probabilmente  ancora in un computer del docente. Per non possono recuperarlo senza l'autorizzazione delle figlie e nell'abitazione avete messo i sigilli giudiziari."
Nell'attico di via Massena non c'era alcun computer: questo dettaglio a Malerba non poteva comunicarlo, tuttavia nella sua mente ronzava sempre pi insistente e fastidioso il solito sciame di vespe impazzite.
"Non penso sia un problema. Pagheranno le royalty."
"Quello  sicuro; in ogni caso le figlie, a loro volta, non possono recuperare il testo del libro fino a quando non togliete i sigilli all'abitazione di Adorni..."
"Allora che fretta avete di pubblicare i primi stralci? Magari teniamo i sigilli per un mese."
"Regole di mercato. Dando piccole anticipazioni stimoliamo la fantasia dei lettori. Che diventano impazienti. E quando il saggio esce si precipitano a comprarlo e diventa un best seller."
"Capito... Senti, sono arrivato davanti a casa. Sulle scale non ho segnale. Ti lascio."
"Grazie, ciao."
...
.
...
3. Milano, gioved 28 aprile 2011.
...
.
...
L'umore di Ardig era pessimo. I nervi a fior di pelle.
Il pacchetto di sigarette, aperto la sera prima, ormai quasi esaurito.
Nelle ultime 48 ore le indagini su Adorni e sul cadavere carbonizzato rinvenuto alla Cascina Monlu non avevano fatto segnare il minimo progresso.
Nella casa del professore trovato morto per avvelenamento non erano state rinvenute impronte di "terzi" - escluse quelle della portinaia addetta alle pulizie - n sul pigiama del defunto n sul Vangelo appoggiato sul volto e neppure sul tessuto epidermico.
Ovviamente non potevano escludere che un'eventuale persona presente al momento della morte del docente si fosse cautelata utilizzando dei guanti; si trattava tuttavia di una ricostruzione non suffragabile sebbene volendo, un dettaglio in qualche modo portasse in questa direzione: alcuni microfilamenti di pelle di cervo, nera, erano stati rinvenuti sulle lenzuola e sul pigiama del morto.
Troppo poco, in ogni caso. E senza prove a supporto il pm Patruno non voleva schiodarsi dalla sua convinzione granitica: suicidio.
Del resto anche Ardig doveva convenire sul fatto che non avevano uno straccio di elemento concreto per deviare verso la morte assistita, l'eutanasia.
Insomma, il docente aveva scelto volontariamente di porre fine ai suoi giorni e per farlo aveva optato per un modo teatrale e insolito, con quel Vangelo di San Giovanni spalancato sul volto.
Sull'altro fronte, quello del carbonizzato, peggio ancora. Non avevano elementi per identificare quel povero disgraziato. E nessuno, stando ai fonogrammi delle Questure di Bologna, Genova, Padova e Torino, aveva segnalato la scomparsa di un giovane sui 30-35 anni alto almeno un metro e ottanta.
Era costretto a dedicarsi ad altro.
Si era alzato presto, come ogni mattina. Aveva infilato la tuta e si era sparato mezz'ora di corsa, inalando a pieni polmoni lo smog amico di viale Romagna.
Poi, prima di passare in ufficio, aveva fatto tappa dal "tabacchino" per i rifornimenti.
Una colazione veloce al bar, la lettura dei giornali e si precipit in ufficio, inseguito dallo spettro dell'inedia da fronteggiare poco dopo le otto di una mattina che si preannunciava noiosa e interminabile.
Imprec mentalmente. Doveva fare qualcosa.
Apr l'armadio e tir fuori il "completo buono", quello che custodiva sempre in ufficio, in caso di necessit, per riunioni ad altissimo livello.
Qualche minuto dopo si rimirava allo specchio del piccolo bagno del commissariato, mentre stringeva il nodo della cravatta, blu scura in tinta unita, sul colletto della camicia bianca.
Raramente indossava la cravatta e altrettanto raramente indossava un completo scuro, con tanto di scarpe eleganti, nere, scomode.
Sorrise amaramente sopraffatto dai ricordi.
L'ultima volta - ed erano trascorsi quasi due anni - che aveva tirato fuori dall'armadio il completo buono si era poi ritrovato costretto a inseguire un assassino in mezzo a un bosco, nel parco delle Groane, con un epilogo indecoroso: un capitombolo doloroso sull'asfalto, l'impossibilit a muoversi e la consapevolezza che, pochi istanti dopo, sarebbe stato freddato, con un colpo piazzato nel cranio, dal killer che braccava e che lo aveva beffato, invertendo i ruoli di preda e cacciatore.
Se non fosse stato per Pinton, speditogli dalla Provvidenza all'ultimo istante...
Osserv il completo: la tintoria aveva fatto un buon lavoro. Pulito e immacolato, anche se la stoffa, all'altezza del gomito sinistro, si era rovinata.
Pazienza, andava bene ugualmente. Tanto lo metteva un paio di volte l'anno.
Rientr in ufficio per recuperare il cellulare.
"La Voce Lombarda" era sulla sua scrivania, aperta sulle pagine 8 e 9, entrambe dedicate alla scomparsa del professor Giancarlo Adorni.
Malerba si era dedicato a un "coccodrillo", ovvero il canonico ricordo degli amici e colleghi del defunto che ne magnificavano le doti umane e professionali, con aggettivi ricercati e toccanti aneddoti, sorvolando sulle sue stramberie caratteriali.
Un mare di ciarpame oppure, nel suo complesso, un piccolo capolavoro giornalistico.
Il pezzo di fondo invece era firmato da Borroni: era un'intervista a Rodolfo Pogliani, l'amministratore delegato di Gr.E.L., acronimo di Gruppo Editori Lombardi, il gruppo proprietario della "Voce Lombarda" e dell'omonima casa editrice, la Gr.E.L. Edizioni, che pubblicava i saggi di Adorni.
In un passaggio, su precisa domanda del giornalista, Pogliani anticipava che presto l'ultima fatica letteraria del defunto ex docente di Storia della pittura rinascimentale, un'opera quasi completa, come teneva a sottolineare ripetutamente, sarebbe stata disponibile in libreria.
"Non posso anticipare nulla. I lettori dovranno tenere a freno la loro curiosit ancora per qualche settimana", dichiarava sibillino il dirigente.
Poi regalava un'altra anticipazione: "Posso confermare che il lavoro di Adorni verteva sul tema dell'influenza che l'omosessualit e le convinzioni eretiche di Leonardo ebbero sulle sue opere. E contiene una rivelazione che lo stesso scomparso professore definiva sconvolgente. Una rivelazione documentata e inconfutabile. Chiaramente non posso aggiungere altro".
Mancava soltanto il prezzo del libro e l'indirizzo e-mail per inviare la richiesta di prenotazione. Di sicuro nei giorni successivi Malerba o Borroni avrebbero pubblicato anche quello.
Controll il colletto della camicia e il nodo della cravatta.
Scese in piazza San Sepolcro e si avvi verso l'Alfa 159 di servizio.
Per il suo ultimo viaggio Giancarlo Adorni aveva scelto una formula inedita, quella del cosiddetto funerale laico, con successiva cremazione.
Pur non avendo lasciato disposizioni testamentarie precise, il docente aveva pi volte manifestato questa sua inclinazione alle figlie che, pertanto, avevano deciso di rispettarne la volont.
Di conseguenza le esequie si sarebbero tenute in un'apposita "sala del commiato", all'interno di una casa funeraria ubicata nel cuore della complessa struttura del cimitero di Lambrate.
A officiare la cerimonia sarebbe stato il consuocero di Adorni, l'ex capitano di finanza, Norberto Bolgheri.
Ardig arriv con quasi mezz'ora di anticipo. Sistem l'auto nell'ampio parcheggio esterno e si infil nel dedalo di vialetti interni.
Attravers diversi campi santi finch noto una costruzione squadrata, pi simile a un piccolo avamposto militare, preceduta da una scalinata.
Sui gradini si era gi radunata una piccola folla: molti giovani, studenti dell'Accademia di Belle Arti, e un variegato universo di teste brizzolate o bianche composto da intellettuali, esperti d'arte, docenti universitari, personaggi pubblici.
Il Comune di Milano aveva inviato l'assessore alla Cultura, raggiunto con il passare dei minuti dal suo omologo della Provincia, dal presidente del Consiglio regionale, da due parlamentari milanesi e dal segretario cittadino del principale partito di opposizione.
In piena campagna elettorale quella passerella, seppur in un contesto lugubre, aveva una rilevanza notevole per tutti i contendenti dell'agone politico.
Qualche istante dopo giunse anche l'ex assessore Vittorio Sgarbi, accolto da un brusio dei presenti: qualcuno lo criticava a bassa voce, parlandone male, in molti si avvicinarono per salutarlo. Lui ricambiava, sorridendo e stringendo mani con inattesa simpatia.
I politici si erano radunati, sul lato sinistro dell'entrata, formando un capannello inevitabilmente assediato dai giornalisti che si accalcavano intorno a loro per avere dei commenti, non tanto in ricordo del caro estinto, quanto sull'attualit politica milanese e lombarda e sull'andamento della campagna elettorale.
"Piccolo il mondo..."
Una voce lo distolse dal suo meticoloso lavoro di osservazione. Rispose senza voltarsi.
"Ciao, Fede."
"Anche tu qui?"
"Dovere."
"Lupus in fabula...", scherz l'amico giornalista, con tono indagatore.
"In che senso?"
"In genere i poliziotti vanno ai funerali delle vittime per scrutare i partecipanti e scovare tra loro l'assassino", prosegu il cronista.
"E infatti sto monitorando i principali sospettati, eccoli l", ribatt, serio, Ardig, indicando il drappello di politici.
"Non me la conti giusta, caro Bruno. Il capo della Omicidi non si scomoda per venire alle esequie di uno che si  suicidato. A meno che..."
"Non c' stato nessun omicidio, lo sai benissimo. Ciononostante mi sembrava opportuno venire a dare un'occhiata. Tutto qui."
"In giacca e cravatta", rincar il reporter.
"Con i politici presenti non potevo mica presentarmi in jeans, no?"
"Mi arrendo, hai sempre la risposta pronta", concesse Federico, poi addit un gruppetto di persone dirette a passo svelto verso il plotone dei politici.
"Quelli sono il mio editore e il mio direttore, accompagnati dagli alti papaveri aziendali. Vado a ossequiarli, umile e deferente", ironizz il cronista.
In realt Malerba, che aveva tante doti professionali ma peccava in diplomazia e in ruffianeria, si limit a una veloce stretta di mano ai suoi datori di lavoro, senza alcun "lecchinismo", prima di rientrare nella calca per fare il suo mestiere, ovvero raccogliere ricordi e pensieri dei partecipanti all'ultimo saluto.
Qualche minuto dopo arriv il feretro: niente fiori n corone, n paramenti funerari. Come se quel veicolo trasportasse non il corpo di un uomo bens casse di materiale industriale.
Dietro il mezzo un lungo corteo silenzioso, aperto dalle figlie della vittima e composto da almeno cento persone.
La pi grande, capelli corti, corpo magro ma sinuoso, scarpe basse e passo deciso, si teneva a breve distanza dal carro funebre, celando il suo dolore dietro a grandi occhiali da sole, che la proteggevano dagli sguardi dei presenti.
La sorella minore era accompagnata da un giovane in completo grigio e camicia nera senza cravatta: Edoardo Bolgheri, a sua volta scortato da un uomo sulla sessantina, spolverino grigio scuro sopra un costoso e raffinato completo fumo di Londra.
Volto abbronzato, mascella glabra, capelli brizzolati pettinati con la riga a lato, andatura decisa, fisico asciutto: doveva trattarsi del padre, il discusso finanziere Norberto Bolgheri. Aveva proprio l'aria del capitano coraggioso che sfida i turbolenti oceani dell'alta finanza, perennemente sicuro di s, anche se il viso era un po' smunto.
Gli addetti al servizio funebre trasportarono il feretro nella saletta, gi gremita all'interno.
Il commissario si avvi verso la scalinata, quando sent vibrare il cellulare.
Rallent per guardare il numero, prima di spegnerlo: era il centralino del commissariato. Tergivers un istante.
Il telefonino continuava a vibrare. Decise di rispondere.
"Sta iniziando il funerale."
"Capo,  importante."
"Marco, che succede?"
"Una segnalazione di scomparsa..."
Si arrest, sentendo l'adrenalina che montava.
"Il nostro uomo?"
"Possibile. 33 anni, un metro e 78 di altezza."
Tre centimetri meno del cadavere carbonizzato.
Per... l'altezza nei documenti  spesso sbagliata o non aggiornata.
Una musica sinfonica, Mozart o Wagner, inizi a diffondersi dalle casse posizionate negli angoli alti, dando il via alla cerimonia di commiato.
Stava per salire i gradini. Si trattenne. Titub. Non avrebbe resistito per quasi un'ora senza avere qualche ragguaglio in pi. Fece retromarcia.
"Dai, racconta tutto."
"Il posto di Polizia del consolato di New York ci ha appena trasmesso un fonogramma con una denuncia di scomparsa."
"New York? E noi cosa c'entr..."
Pinton lo interruppe.
"La denuncia  stata presentata a New York dai genitori di un uomo che risulta scomparso da alcuni giorni. Si tratta di un certo Raffaele De Rosa, residente a Milano. Secondo il padre, almeno fino a gioved o venerd, il giovane si trovava in citt. Ecco perch hanno girato a noi..."
"OK, Marco. Sto rientrando, ci vediamo tra venti minuti."
La foto sul fonogramma, scannerizzata e inviata via fax, non era della qualit migliore.
Sul foglio in bianco e nero era impresso il volto di un giovane, decisamente di bell'aspetto: tipo mediterraneo, capello scuro con ciuffo ribelle, mascella prominente, labbra carnose, un sorriso lucente che esaltava un'invidiabile dentatura.
Il perfetto identikit stilato da Brasca: uno che va in palestra, che va dal dentista, che ha uno stile di vita sano.
Era ritratto mentre si trovava seduto al tavolino, intento a mescolare il ghiaccio in una bibita. Un'immagine poco nitida.
"Tra poco, ci rimandano tutto il materiale via e-mail", lo precedette Pinton.
Il commissario diede una veloce lettura ai dati presentati nella denuncia.
Nato a Salerno nel 1977, altezza 178 centimetri, peso 75 chilogrammi, nessun particolare segno identificativo.
"Cosa sappiamo?"
"Ho appena finito di parlare con il nostro collega del consolato a Manhattan", esord Pinton, che impugnava un block notes fitto di appunti. "Gioved mattina il padre dello scomparso, Giovanni De Rosa, ha sentito al telefono il figlio."
"Aspetta, gioved mattina... ora italiana?"
"No, ora newyorchese, le 15 o le 16 da noi. Sintetizzando: il figlio, che intendeva trascorrere le vacanze pasquali con la famiglia nella Grande Mela, gli ha confermato che avrebbe sbrigato alcune commissioni, poi in serata si sarebbe recato a Malpensa dove aveva un volo per New York alle 22,15."
"E su quell'aereo, ovviamente, non  mai salito..."
"No, hanno gi controllato, non risulta tra i passeggeri sbarcati. Il fratello lo ha atteso allo scalo di Newark: non vedendolo uscire ha provato a contattarlo telefonicamente, per il cellulare risultava spento e dopo un po' ha deciso di contattarlo sul numero di Milano."
"Quello di casa?"
"No, nella sua abitazione non aveva attivato la linea telefonica. Ha provato in negozio."
"Che negozio?"
"Lo scomparso  proprietario di una galleria d'arte in via Pisacane. Ha telefonato l, incappando sempre nella segreteria telefonica."
"E a quel punto si sono allarmati."
"Non subito, lo hanno cercato nei giorni successivi, fino a marted, quando supponevano che avrebbe riaperto la galleria d'arte. Inutilmente."
"Non hanno parenti o conoscenti a Milano?"
"Pare di no. Il resto della famiglia, cugini, zii e via dicendo,  a Salerno. Mi sono gi informato. Raffaele era venuto a vivere a Milano quattro anni fa, aveva rilevato una pinacoteca in via Pisacane e sembra che qui non avesse nessuno."
"E alla fine hanno sporto denuncia", concluse Ardig.
"Hanno atteso per cinque giorni che il figlio si facesse vivo, poi, non avendo sue notizie, hanno deciso di presentare denuncia di scomparsa e di inviare qui il figlio minore, Vincenzo, che ieri sera ha preso un aereo e atterrer tra poco."
"E andr a casa del fratello Raffaele..."
L'ispettore scosse la testa, sornione.
Il superiore lo guard stupito.
"Non fraintendermi, pare una storia inventata. N Vincenzo De Rosa n i genitori hanno l'indirizzo del loro congiunto. Gli aveva raccontato di aver cambiato casa circa due anni fa, limitandosi a comunicare che si era spostato pi vicino al negozio, senza precisare la via e il numero. E non avendo nemmeno il telefono a casa...", Pinton fece un gesto eloquente oscillando la mano.
"Noi invece l'indirizzo lo abbiamo gi, vero?"
"Via Morgagni 40.  vicino a casa tua, capo."
Alberata da entrambi i lati e inframmezzata da un ampio giardino pubblico - dov'erano state ricavate un'area per anziani, con tanto di campo per le bocce, un'area recintata per i cani e un piccolo parco giochi per i bambini - via Morgagni era una di quelle strade in cui Ardig prediligeva passeggiare quando si spostava a piedi dalla propria abitazione all'ufficio.
Gli immobili erano tutti di elevato valore. Il giovane gallerista era uno che si trattava bene.
Tornarono a echeggiargli in mente le parole di Brasca: uno che va dal dentista a curarsi i denti e magari anche in palestra per restare in forma. Forse stavano per dare un nome e un volto al marziano di Cascina Monlu.
"Chiediamo un'autorizzazione alla Pollini per forzare la porta?"
Il capo della Omicidi valut cosa rispondere.
"In quella zona sono tutti stabili eleganti. Quasi sempre hanno un portiere, che  in possesso delle chiavi degli appartamenti."
Il giovane collaboratore annu.
"Andiamo ora?"
"Muoviamoci."
Recuperarono l'Alfa 159 e si gettarono nel traffico urbano.
"Dalla Questura hanno girato direttamente a noi la denuncia di scomparsa per via del cadavere carbonizzato. Invernizzi, quando mi ha avvertito, addirittura ha esordito annunciandomi: Abbiamo il nome del morto di Cascina Monlu. Non aveva dubbi", concluse Pinton, mentre sorpassava abilmente alcuni veicoli sulla sopraelevata dei Bastioni di Porta Venezia, confermando, ancora una volta, la sua straordinaria propensione per la guida.
"Non vorrei l'avesse fatta troppo facile. Com'era il motto del Trap? Non dire gatto se non l'hai nel sacco? Ecco..."
"Pensi che De Rosa non sia il nostro morto?", chiese l'ispettore.
" leggermente pi basso. Tre centimetri non si regalano mai."
"Nei documenti c' sempre una piccola discrepanza, a 18 anni pensi di aver terminato la crescita, poi metti su qualche altro centimetro e in seguito non aggiorni pi la carta d'identit", ipotizz, plausibilmente, Pinton prima di aggiungere: "Questo De Rosa  scomparso gioved, il decesso del carbonizzato sarebbe avvenuto tra gioved e sabato. I conti tornano. E poi coincide anche l'et. Oltre all'altezza...".
"Non so, sesto senso. Comunque tra poco ne sapremo di pi."
Accostarono direttamente sul marciapiede, di fronte al civico precedente, senza esporre la paletta del ministero degli Interni.
Dal numero 40 usc il portiere, un uomo di mezza et, capelli radi disciplinatamente pettinati con un riporto riesumato dagli anni della tiv in bianco e nero, pancetta prominente e aria dimessa.
Intendeva redarguirli. "Non potete parcheggiare l'auto."
"Polizia", si qualific Ardig, mostrando il tesserino identificativo.
"Ah, scusi... buongiorno."
"Lei  il portiere, vero?"
"Mi chiamo Domenico Anaclerio", si present, rivelando un chiaro accento pugliese, molto simile a quello del pm Patruno.
"Conosce Raffaele De Rosa?"
"E vuole che non lo conosca? Abita qui."
"Lo ha visto oggi? O ieri?"
"No, no... Se ne  andato in America, a passare la Pasqua con la famiglia."
"Le ha lasciato le chiavi? Per bagnare le piante o altro?", domand Pinton.
"Non me le lascia mai, non ha nessuna pianta. E perch mi fate tutte queste domande? Ha combinato qualcosa?"
Domanda bizzarra. Il portiere non chiedeva se all'inquilino fosse capitata una disgrazia, un incidente o un malore.
Era curioso di sapere se avesse combinato qualcosa, come se fosse un tipo pericoloso, coinvolto in giri loschi oppure una testa calda o uno con qualche nemico pericoloso.
Ardig decise di rischiare.
"Temiamo si sia cacciato nei guai."
"Azz... quel ragazzo  proprio...", imprec il portiere, gesticolando in maniera eloquente.
"Proprio cosa? Avanti, parli", lo invit il capo della Omicidi.
"Niente, niente, cosa va a pensare..."
" lei che me lo sta facendo intendere. Sia pi chiaro."
"Dottore, non mi incasini. Io mi faccio i fatti miei. Non sono un pettegolo."
Per il momento era pi opportuno soprassedere.
"Prenda le chiavi dell'appartamento e ci accompagni", ordin.
Salirono fino al quarto piano, il penultimo.
"Ecco,  questa", indic il custode.
La porta, blindata, aveva due serrature.
"Signor Anaclerio, ci lasci le chiavi, ci arrangiamo da soli. Pu andare."
L'uomo esit, allungando il mazzo di chiavi ai due giovani poliziotti.
"Non mi ha sentito? Cortesemente, vada pure."
Il portinaio si rassegn, imboccando le scale con aria delusa. Pareva pi curioso che preoccupato. E non dava certo l'impressione di uno che non si impiccia degli affari altrui. Anzi, tutt'altro.
Sbloccarono la serratura inferiore utilizzando la chiave pi lunga. Quella superiore non era nemmeno stata utilizzata.
Pinton spalanc la giacca, andando con la mano sul calcio della Beretta di ordinanza.
"Tranquillo, non serve", lo rimbrott, bonario, il superiore. Entrarono. Un piccolo corridoio quadrato, con attaccapanni e portaombrelli.
Una luce filtrava da destra: ecco la cucina, piccola, moderna. Una cucina da giovane single: lattine di birra vuote ammassate in un angolo, sul tavolo una bottiglia di plastica di acqua naturale, un bicchiere vicino. Le tapparelle erano sollevate.
Si spostarono lungo il corridoio, che si apriva su una piccola sala ben illuminata. Anche in questo caso le tapparelle del balcone erano alzate.
Maxi schermo al plasma, impianto dolby stereo, una rastrelliera per i dvd, alcuni quadri futuristi, divani bianchi abbinati a un tappeto peloso, sempre bianco, posizionato sotto un massiccio tavolino di cristallo.
Avvertirono la tensione che aumentava, dirigendosi verso la porta successiva: presumibilmente quella della camera da letto. Era accostata: la fecero scorrere delicatamente. Anche questa stanza era illuminata: le tapparelle erano sollevate.
Il letto era stato rifatto in maniera approssimativa, limitandosi a rimboccare alla meglio le coperte, un'altra peculiarit dei giovani che vivono da soli.
Nel complesso era elegante e ben arredata: in stile moderno e raffinato, ma con un qualcosa di caldo, accogliente, intimo.
Un lungo armadio a muro laccato bianco, munito di sei ante, ingombrava la parete di fronte al letto. In quella di destra dominava un grande specchio, in quella di sinistra alcuni quadri astratti con soggetti femminili e maschili nudi.
Sui comodini due lampade di pregio, old style. Sulle mensole candele profumate e bruciatori di incenso.
A osservarla bene dava pi la sensazione di una stanza di albergo.
Nessuna foto sul com.
Completarono il giro della casa spostandosi in bagno, pulito e in ordine, dove mancavano spazzolino e rasoio, e in una stanzetta adibita a palestra, con diversi attrezzi ginnici, panche, tapis roulant.
Nell'angolo di sinistra c'erano una brandina e un piccolo armadio a due ante. Una camera per eventuali ospiti che il padrone di casa, in loro assenza, utilizzava per allenarsi.
Pinton soppes il bilanciere sulla panca.
"Ha caricato quaranta chili e altri otto li pesa la sbarra. 48 chili, non  male... E poi questi", sollev alcuni dischi da cinque e dieci chili, forati per essere inseriti nel bilanciere. Guardarono anche i manubri, da otto e dodici chili, che nelle palestre si utilizzano per rinforzare le braccia e le spalle.
"Per me  lui", si sbilanci il giovane ispettore trevigiano.
"A questo punto, ne sono convinto anch'io."
Girovagarono per qualche altro minuto nella casa, senza aprire cassetti o antine.
Non avevano un mandato di perquisizione e neppure la certezza che il proprietario fosse il morto carbonizzato e non potevano escludere il rischio che ricomparisse tra qualche giorno, accusandoli di violazione di domicilio.
L'ambiente, complessivamente, era in ordine. Nessun segno di intrusione esterna.
L'arredamento confermava il buon gusto e la disponibilit economica del proprietario di quell'alloggio.
Si accomodarono sul divano per riflettere. Osservando meglio i ripiani, notarono nuovamente l'assenza di foto o cornici.
"Deve essere un tipo poco socievole", comment Pinton.
Continuarono a guardarsi intorno.
"Non c' un computer, nemmeno un portatile", rilev il commissario.
Stranamente si trovava a ripetere quella considerazione per la seconda volta nel giro di pochi giorni. Soltanto che nel primo caso si trovava nell'appartamento di Adorni, una specie di eremita settantenne, forse un po' fuori dal tempo, oltre che fuori di testa, mentre questo De Rosa era un giovanotto cresciuto nel pieno boom di Apple e Microsoft.
"Avr un iPhone e si connetter direttamente con il telefono", argoment l'ispettore veneto, che si alz dirigendosi in cucina.
Apr e richiuse alcuni sportelli: qualche istante dopo rientr con un bicchiere di vetro e una bottiglia di plastica d'acqua infilati in un sacchetto di nylon.
"Avr lasciato residui di saliva e possiamo confrontarla con il DNA del cadavere carbonizzato."
Era quello a cui stava pensando anche Ardig. Il suo giovane sottoposto cresceva bene: stava imparando in fretta il mestiere.
"Mandiamo qui i ragazzi della Scientifica?", domand Pinton.
"No, per ora aspettiamo. Quando avremo la conferma che il cadavere  quello di De Rosa allora partiremo con i rilievi. Intanto vediamo se il fratello pu esserci utile. A proposito, spedisci qualcuno a Malpensa a prenderlo, almeno risparmiamo tempo."
Prima di uscire tornarono in bagno, frugando discretamente tra gli armadietti della specchiera sopra il lavandino. Trovarono un pettine e lo inserirono nel sacchetto insieme al bicchiere e alla bottiglia di plastica.
Mentre l'ispettore telefonava in ufficio per girare le disposizioni ricevute, il commissario prese una sigaretta: non la accese per non far cadere della cenere in una casa non sua.
Scesero al pianterreno. Anaclerio li attendeva.
"Queste per il momento le teniamo noi", lo inform, mostrandogli le chiavi.
Il portinaio non obiett nulla.
"Mi ascolti bene. Se qualcuno - prosegu il capo della Omicidi - dovesse chiederle informazioni su De Rosa si faccia fornire le generalit, nome e cognome, possibilmente anche un recapito telefonico. E ci contatti immediatamente. Sono stato chiaro?"
L'uomo annu. Pareva volesse domandare qualcosa, tuttavia rimase muto come un pesce. Pinton gli allung un biglietto da visita con il suo numero di cellulare.
Uscirono. Finalmente il commissario accese la sigaretta.
Mezzogiorno scoccato da poco, un bel sole splendeva su Milano, rendendo la temperatura gradevole.
"Ci facciamo una passeggiata?", propose il superiore.
"Andiamo in via Pisacane", rispose prontamente il giovane collaboratore, intuendo i ragionamenti del capo.
Attraversarono i giardini di via Morgagni, superarono piazzale Lavater e da l infilarono piazza 8 Novembre, con la mente costantemente rivolta a quel cadavere carbonizzato, cui forse stavano per dare un nome e un volto.
Raggiunsero l'altro lato della piazza prendendo via Pisacane, la via degli antiquari, i cui negozi si fronteggiavano su entrambi i lati della strada, con insegne poco originali.
Statue di marmo bianco, mobili antichi, arazzi, dipinti a sfondo paesaggistico, candelabri e oggetti pregiati campeggiavano in bella mostra nelle vetrine.
I cartellini con i prezzi erano minuscoli, con scritte quasi illeggibili, presumibilmente un accorto stratagemma per non scoraggiare i clienti e non dissuaderli dall'entrare.
Avanzarono per un centinaio di metri fino a quando incontrarono l'unica saracinesca abbassata.
Sulla porta svettava un cartellino fucsia fosforescente: "Chiuso per ferie dal 21 aprile al 16 maggio".
"Alla faccia della crisi, quattro settimane di ferie!", sbott il capo della Omicidi.
Proseguirono ancora, raggiungendo l'incrocio con via Bixio.
Via Pisacane proseguiva per un altro tratto, punteggiato da diverse attivit commerciali: un negozio di telefonia mobile, un bar, una tintoria, una cartoleria, un ristorante giapponese. Gli antiquari erano concentrati tutti nella prima parte della strada.
Indietreggiarono fino alla serranda chiusa. Puntarono sul negozio a fianco.
Il titolare, un uomo sulla sessantina - capelli brizzolati pettinati all'indietro con un po' di gel, uno spezzato con pantaloni eleganti celesti e giacca blu, foulard ricercato al collo - li accolse con un sorriso mellifluo, studiandoli dall'alto in basso.
Due giovanotti, in giacca e jeans: quello biondino, sui trent'anni, con l'aria da bravo ragazzo, quello un po' pi grande, sui 36-37, con i capelli e gli occhi neri e un'espressione pi dura e fredda. Non corrispondevano all'identikit del potenziale compratore disposto a investire cifre importanti per oggetti di valore.
"Benvenuti. Desiderano?"
Ardig non voleva perdere tempo. Mostr il tesserino.
"Polizia."
"Ah..."
"Stiamo cercando il negozio di Raffaele De Rosa."
" quello adiacente al mio - indic la parete di destra -  chiuso da alcuni giorni. Credo che sia in vacanza."
Lo afferm con un tono distaccato, in cui spiccava una punta di fastidio.
"Conoscer bene il suo vicino di negozio, no?", Ardig tast il terreno.
"Non lo conosco affatto. Abbiamo solo rapporti di buon vicinato, sporadici. Per intenderci buongiorno, buonasera. Tutto qui", grugn, con tono rigido e tagliente. Non aveva alcuna intenzione di proseguire nella conversazione.
"Andiamo - intervenne Pinton - siete vicini..."
"E con questo? Io bado agli affari miei."
Un altro come Anaclerio, il portinaio di via Morgagni. Probabilmente in quel quartiere spirava un vento d'omert soffiato da Scilla e Cariddi, che rendeva i cittadini reticenti come avviene nelle aree ad alta densit di infiltrazione mafiosa.
In ogni caso, se si fosse reso necessario, avrebbe torchiato adeguatamente sia l'untuoso custode sia l'antiquario snob, portandoli al commissariato e spremendoli a suo piacimento.
"Grazie per la collaborazione, arrivederci", tronc netto.
Rimasero per qualche altro minuto a ciondolare davanti alla serranda abbassata, prima di decidersi a tornare alla macchina.
Arrivarono fino a piazza 8 Novembre quando Ardig si ferm.
"Io rientro a piedi, mi faccio una passeggiata."
Allung al sottoposto le chiavi dell'Alfa 159 lasciata in via Morgagni.
"Passo in Questura per depositare i reperti alla Scientifica", lo salut Pinton.
"Digli di sbrigarsi", si raccomand il commissario, iniziando a risalire per corso Regina Giovanna.
Si ferm in un focacceria per prendere una piadina al prosciutto cotto e una bottiglietta d'acqua naturale, quindi prosegu tagliando per i Bastioni e da l per corso Venezia. Intanto rifletteva, come sempre quando camminava. Le sue gambe erano i pedali che alimentavano la catena del cervello, facendola scorrere perfettamente.
Scopr che si stava convincendo. Novantanove su cento avevano identificato il loro cadavere carbonizzato.
Avrebbe atteso la conferma della Scientifica: una volta riscontrata la coincidenza del DNA di De Rosa con quello del morto di Cascina Monlu avrebbe chiesto le necessarie autorizzazioni alla Pollini.
Si domand se fosse il caso di informarla di quanto stava bollendo in pentola. Decise che era meglio evitare fino a quando De Piccoli e i suoi non gli avessero dato il semaforo verde.
Senza accorgersi era arrivato in piazza Sant'Alessandro.
Guard l'orologio: le 13,30. Poteva prendersi qualche minuto di pausa. And a sedersi sui gradini della monumentale basilica che dominava la piazza e si accese una sigaretta. Aspirando boccate lunghe tentava di riordinare i pensieri. Impresa vana, i suoi occhi non riuscivano a stare fermi.
Davanti a lui sciamava senza interruzione il caleidoscopio di un'umanit varia: manager e impiegati in pausa pranzo, studenti delle superiori e della vicina Universit Statale, una minoranza di turisti giapponesi.
Rimanere seduti sui gradini di una chiesa, in una piazza del centro, ti offre una visuale privilegiata del mondo che ti circonda.
Si rilass, gustandosi il via vai frenetico di persone. Chi parlava al cellulare, chi camminava veloce, chi divorava un panino, chi era isolato dal contesto, con le cuffiette nelle orecchie.
La pausa era finita. Si alz tirando fuori il cellulare dalla giacca. Chiam in Questura.
"Mi passi il sovrintendente Invernizzi, per favore."
"Ciao Bruno."
"Come procedono le ricerche di quel gallerista scomparso?"
"Abbiamo contattato gli ospedali e interpellato anche il Comando Regionale dei Carabinieri. Niente. Svanito nel nulla. E non possiamo nemmeno localizzarlo tramite il cellulare perch risulta staccato. Abbiamo una sola traccia da seguire..."
"La macchina", lo anticip Ardig.
"Esatto. Per ci serve qualche ora. Abbiamo appena rinvenuti i primi dati, ovvero il modello e il numero di targa, stiamo attendendo che il Pubblico Registro Automobilistico ci fornisca ulteriori dati in modo da risalire al codice del satellitare gps dell'antifurto; a quel punto possiamo individuare il veicolo e restringere il campo delle ricerche."
"Scusa, di che auto si tratta?"
"Porsche Cayenne."
Un giocattolo da 100mila euro.
Salut Invernizzi allungando il passo verso via Torino.
Giunto in ufficio trov il sovrintendente Matteo Pasini ad attenderlo.
"Indovina chi hanno mandato a farsi un giro a Malpensa, stamattina?"
Una domanda retorica, quella del sottoposto.
"Avevi di meglio da fare?", tagli corto Ardig, poco propenso ad ascoltare simili lagnanze.
"No, era solo un modo di dire..."
"Piuttosto, dov' questo De Rosa?"
" sceso al bar a mangiare qualcosa, c' l'agente Zanella che non lo perde di vista."
"Non  mica un sospettato", chiar il commissario, invitandolo con un gesto della mano a togliersi dai piedi.
Rimase da solo qualche minuto, giusto il tempo per fumarsi una sigaretta e leggere un appunto lasciatogli da Santoni sulla scrivania con un post-it: "Nel pomeriggio vedo Pogliani, l'editore di Adorni. Ci sentiamo in serata".
Sent bussare. Era Zanella.
"Capo, c' qui..."
"Fallo accomodare."
Vincenzo De Rosa entr con fare sicuro. Trentunenne, legale in uno studio newyorchese, vestiva con uno spezzato, pantaloni scuri, polo di marca e giacca chiara. In mano teneva un trench chiaro e una valigetta professionale da avvocato.
Tuttavia i lineamenti tirati del volto stonavano palesemente con l'aspetto da professionista della Grande Mela: barba di due giorni, capelli in ribellione, occhiaie profonde.
Nel complesso bruttino e dimesso. Del fratello aveva solo il colore scuro dei capelli e degli occhi. Per il resto nulla. Niente labbra carnose, niente mascella volitiva, niente ciuffo ribelle. E nemmeno pettorali o bicipiti scolpiti.
Un brutto anatroccolo rispetto al cigno che, a suo confronto, doveva apparire il fratello scomparso.
La genetica - rifletteva il commissario - fa brutti scherzi: prima ha abbondato in bellezza con il maggiore, poi ha lesinato con il minore.
"Buongiorno, avvocato Vincenzo De Rosa."
"Piacere, vicequestore aggiunto Bruno Ardig."
Evit di qualificarsi come responsabile della squadra Omicidi per non allarmare eccessivamente il giovane italo-americano e per non insospettirlo. Le sue cautele si rivelarono subito inutili.
"Commissario, ho letto i giornali italiani. Quelli di ieri e quelli di oggi...", precis in un italiano marcatamente americanizzato, con timbro campano. Gli ricordava quei personaggi di vecchi film degli anni Sessanta, con i pais che si esprimevano in "broccolino", mischiando slang americano e inflessioni dialettali meridionali.
"A Milano avete scoperto un cadavere tutto... come si dice... fired?"
"Bruciato, carbonizzato..."
"Ecco, carbonizzato. C' scritto che si tratta di un uomo giovane."
"Desidera un caff?"
"Preferisco la verit."
Non sembrava particolarmente in apprensione: nessun segno di nervosismo o di tensione. O era un tipo freddo oppure...
Il commissario decise di non tergiversare.
"Le confermo quanto ha letto sui giornali. Abbiamo rinvenuto un cadavere completamente carbonizzato e per questo assolutamente irriconoscibile. Stiamo cercando elementi che ci consentano di identificarlo."
"Lei pensa che si tratti di mio fratello?"
" una possibilit. Abbiamo inviato alla Scientifica alcuni oggetti personali che questa mattina abbiamo prelevato dall'appartamento di suo fratello e che riteniamo possano contenere il suo DNA, per eseguire il raffronto con quello..."
"Siete entrati in casa di mio fratello? Avevate un mandato?"
"No, signor De Rosa..."
"Avvocato, sono avvocato."
Ardig sbuff in maniera impercettibile.
"Come le stavo dicendo, avvocato, siamo entrati senza un mandato, facendoci semplicemente aprire dal portiere dello stabile, per risparmiare del tempo prezioso per le nostre ricerche."
L'uomo riflett per qualche secondo.
"Well, there's no problem... voglio dire, OK, I understand, avete fatto bene, non c' problema", lo rassicur il giovane, con un gesto distensivo. "Cosa avete preso? Lo spazzolino?"
"Non lo abbiamo rinvenuto. Abbiamo prelevato un pettine e un bicchiere trovato sul tavolo della cucina, dovrebbero essere sufficienti per il raffronto."
"Quanto tempo vi occorrer?"
"Entro domani dovremmo avere la risposta."
De Rosa soffi tra i denti.
"OK, I've to wait. Mi risponda sincero: il cadavere  quello di Raffaele?"
Non gli andava di parlare di quei pochi centimetri di cui difettava De Rosa, stando ai suoi documenti, rispetto al cadavere recuperato. Prefer stare sul vago.
"L'et coincide. E non risultano altre denunce per scomparsa. Oltre a questo non abbiamo ragioni per ritenere che si tratti di suo fratello. Adesso occorre pazienza."
"Capisco", mormor il legale con un misto di rassegnazione e stanchezza.
"Piuttosto - riprese Ardig - avete ipotizzato una ragione per cui suo fratello possa essere scomparso cos improvvisamente?"
"Un incidente. O un malore."
"Dopo tutti questi giorni dobbiamo escludere sia il malore che l'incidente. In entrambi i casi saremmo gi stati avvertiti dagli ospedali. A meno che suo fratello si sia diretto in qualche localit isolata, magari in montagna..."
"Impossibile, odiava la montagna", sentenzi Vincenzo De Rosa.
"Mi parli di suo fratello, per favore. Che tipo ?"
"Un artista mancato che si ... come dite voi... convertato? No... convertito, ecco, convertito in commerciante. Ha il suo lavoro. Oltre alla galleria si occupa di organizzare mostre, vernissage."
Non suonavano come parole elogiative. E nemmeno affettuose.
"Da quanto tempo non vi vedevate?"
"A Natale era venuto a New York. Una... toccata e fuga."
Sembrava voler glissare sul punto. Ardig scelse di non insistere.
Pigi sul telefono il numero dell'interno di Pinton.
"Marco, puoi venire da me?"
Qualche istante dopo il giovane ispettore si materializz. Lo present a De Rosa.
"Avvocato, le chiedo di fornire il maggior numero di indicazioni possibili all'ispettore per poter avere elementi su cui indirizzare le nostre ricerche. Abitudini di suo fratello, amicizie, luoghi che frequentava. Non trascuri nulla, anche i dettagli possono aiutarci."
"OK, commissario. Per so davvero pochissimo. Un'ultima cosa: posso alloggiare nell'appartamento di Raffaele questa sera?"
"Spiacente. Fino a quando non ritroveremo suo fratello l'appartamento dovr essere tenuto in stato di sequestro cautelativo. Lei mi capir."
Non era vero: legalmente non era stata disposta alcuna misura di sequestro; Ardig preferiva per che nessuno contaminasse l'abitazione dello scomparso e De Rosa non protest.
"D'accordo, trover una sistemazione in hotel."
"Perfetto, lasci i suoi recapiti all'ispettore."
Il commissario rimase nuovamente solo con i suoi pensieri, da cui lo distolse un colpo secco alla porta.
Un colpo secco alla porta lo distolse.
"Capo, posso?"
"Vieni, Massimo, accomodati."
Santoni and a occupare la "sua" poltroncina davanti alla scrivania.
"Come  andata?"
"Al funerale sei sparito..."
"S, poi ti racconto."
"C'era una bella fetta della Milano che conta. Politici, intellettuali, artisti, giornalisti."
"Li ho notati, prima della cerimonia."
"Poi hanno portato il feretro del professore in un'altra ala del cimitero, dove il corpo verr cremato dalla Socrem."
"Da chi?"
"La Societ di Cremazione di Milano."
"Pensavo si facesse tumulare insieme alla moglie."
"No, Adorni aveva sempre manifestato l'intenzione di farsi cremare e se ho ben capito spargeranno le sue ceneri nelle acque del Garda. Ti ho gi detto che era uno strambo."
"Va beh, chissenefrega... Altro?"
"Dopo il rito funebre ho fatto una chiacchierata con quel Pogliani, l'amministratore delegato della casa editrice per cui scriveva il professore."
"Ah, s... Ho letto una sua intervista in cui annuncia la pubblicazione postuma del best seller di Adorni."
Sorrise ironizzando: "Per la serie: non vogliono speculare sulla tragica morte del loro scrittore...".
"Come no, infatti questo Pogliani  convinto che il libro sar un successo planetario. Pare che Adorni un mese fa gli avesse anticipato che aveva praticamente terminato il suo lavoro e che avrebbe inviato il testo entro il 15 maggio."
"Questo Pogliani aveva letto il libro?"
"Solo poche pagine, ma Adorni gli aveva anticipato che era in possesso di alcune rivelazioni clamorose su Leonardo. Secondo lui Dan Brown avrebbe fatto un salto sulla sedia. Possiamo farci inviare i primi capitoli del libro, se vuoi..."
Il responsabile della Omicidi accese una bionda e inspir il fumo.
"Bah, che cazzo... Alla fine tutto questo a noi cosa interessa? Pubblichino il loro libro e tanti auguri", concluse seccamente.
Santoni non replic.
" tutto cos assurdo. Sai cosa inizio a pensare? E se questo Adorni fosse stato davvero suonato? Prima si mette in testa di morire di fame, poi si accorge di non reggere a un simile supplizio, si prepara per bene, pigiama stirato, candele accese, trangugia il suo veleno, si appoggia il Vangelo in viso e tac... addio mondo terreno. Tutto lineare, se non fosse stato per gli spasmi."
Il vice scosse la testa.
"Ti provoco. E se fosse tutta una colossale montatura? Con un bravo assassino che costruisce tutta la messa in scena. Il veleno, il Vangelo, le candele... Un bel quadretto dipinto ad arte per sviare le indagini, magari sperando di imbattersi in un magistrato ottuso?"
"Allora ha fatto bingo, pi ottuso di Patruno!"
Risero entrambi.
"No, no. Quel digiuno prolungato... Massimo, vai avanti a raccogliere informazioni su questo Adorni. Sui suoi allievi, sulla famiglia. Senti le figlie, ormai avranno elaborato il lutto e possiamo anche disturbarle. Di sicuro loro avranno qualcosa in pi da raccontarci su questo padre cos bizzarro."
"OK, riparto a testa bassa", si conged Santoni.
Termin la sigaretta prima di chiamare la segreteria del sostituto procuratore e chiedere un'udienza, che gli venne accordata nel tardo pomeriggio.
Avrebbe avuto il tempo di ricevere i risultati dalla Scientifica sulle comparazioni del DNA di De Rosa con quello del cadavere di Cascina Monlu.
Aveva un'ora di attesa da far trascorrere. Sentiva il nervosismo, mischiato all'adrenalina, viaggiare in circolo: doveva sfogarsi. Usc dal commissariato per l'ennesima passeggiata dirigendosi verso piazza Diaz: da l avrebbe costeggiato il Duomo, per poi tagliare per piazza Fontana.
Camminava attaccato al telefono per avere aggiornamenti. Invernizzi brancolava ancora nel buio: non erano riusciti a risalire al codice del satellitare del Cayenne. Imprec chiudendo la conversazione e svolt in piazza Beccaria per tagliare da corso Vittorio Emanuele e dirigersi verso via Hoepli.
Imbocc la modaiola via Montenapoleone ignorando le vetrine e tutto quanto gravitava intorno a lui, scese in via Manzoni e da l svolt in via Fatebenefratelli.
Cominciava a sentire i polpacci duri. Si concesse una spremuta nel bar pi vicino prima di entrare in Questura.
De Piccoli era ancora "sepolto" nei sotterranei e si fece attendere per quasi venti minuti. Lo aspett nel suo ufficio. Non fecero nemmeno in tempo a salutarsi.
"Non  lui."
"Sicuro?"
"Noi miseri umani possiamo sbagliare, le macchine dei nostri laboratori no. Il DNA non coincide."
Ardig accus il colpo, irrigidendosi. Una tegola lo aveva virtualmente centrato sulla nuca.
D'altronde, fin dall'inizio quei tre centimetri che mancavano all'appello gli erano suonati in maniera sinistra.
"Bel problema...", sibil.
"Ho saputo del gallerista scomparso. Temi di ritrovarti due morti sul groppone?" ipotizz il responsabile della Scientifica.
"Hai detto bene. Per il momento  solo un timore..."
De Piccoli non prosegu e allung una scheda al capo della Omicidi.
"Questi sono i risultati delle analisi sui due DNA."
La solita sfilza di incomprensibili diagrammi, numeri e valori.
"Ti ringrazio."
"Nel frattempo abbiamo analizzato anche il combustibile utilizzato per arderlo", prosegu il responsabile della Scientifica.
"Roba interessante?", domand il commissario.
"Dipende. Si tratta di cherosene comune, di una miscela JA-1, utilizzato come carburante nell'aeronautica civile."
Il fatto che il corpo fosse stato rinvenuto a poche centinaia di metri dalle recinzioni dell'immenso perimetro dell'aeroporto cittadino di Linate forniva una precisa indicazione su dove potessero aver operato gli aguzzini: in uno dei tanti magazzini o hangar che punteggiavano lo sterminato hub milanese. Provare a individuarlo sarebbe stato come cercare il proverbiale ago nel pagliaio.
"Il cherosene  facilmente reperibile?"
"Abbastanza - conferm il responsabile della Scientifica - si trova persino in alcuni distributori di carburante. Anche se  un tipo di combustibile venduto all'ingrosso pi che al dettaglio. Lo si utilizza anche in alcuni tipi di stufette portatili per campeggiatori o nei rifugi montani. Sicuramente  preferibile per il riscaldamento in alcuni grandi capannoni e anche come solvente, nelle industrie meccaniche o chimiche. Credo che lo utilizzino anche nei circhi o quei saltimbanchi nelle piazze quando si esibiscono come mangiatori di fuoco. Insomma un combustibile meno gettonato della tradizionale benzina ma facilmente reperibile. Soprattutto nei paraggi di uno scalo aeroportuale."
"E lo si trasporta agevolmente?"
"Come la benzina. In una tanica sigillata. Naturalmente  altamente infiammabile. Per se il tappo  ben avvitato...", allarg le braccia De Piccoli.
Non c'era altro da aggiungere.
L'orologio posizionato nel corridoio segnava le 17,42. Poteva avviarsi in Tribunale.
L'adrenalina continuava a scorrere nelle vene. Avvert ancora di pi la necessit di camminare.
Ripart di buona lena e raggiunse il Tribunale. Prima di dirigersi verso l'ingresso laterale di via Freguglia avvert Pinton e Santoni via sms.
"Terminata comparazione DNA. Cadavere carbonizzato non  De Rosa. Marco avvert subito il fratello. Vado dalla Pollini." La riunione con la dottoressa Pollini fu pi breve del previsto. Il commissario inform il magistrato della denuncia di scomparsa riguardante Raffaele De Rosa, dell'informale perquisizione svolta nell'appartamento di via Morgagni e del mancato riscontro tra il DNA dello scomparso e quello del misterioso cadavere rinvenuto a Pasquetta.
"Commissario, come posso aiutarla?", domand l'affascinante pm, con quel suo tono di voce basso e sensuale.
"Mi occorrono le autorizzazioni per gli accertamenti su Raffaele De Rosa. Decreti di perquisizione e via dicendo."
"Non ho alcuna competenza su questo caso, e lei lo sa benissimo. Da quanto mi ha esposto non rilevo alcun collegamento con l'inchiesta riguardante l'uomo carbonizzato rinvenuto a Cascina Monlu. O sbaglio?"
"Non sbaglia. Ergo, non mi firmer queste autorizzazioni?"
"Nel modo pi assoluto. Seguo la procedura, io", concluse piccata.
Poi scocc un'occhiata severa al commissario, quasi un rimprovero.
"Non le rubo altro tempo", tagli corto Ardig, visibilmente contrariato.
"Aspetti."
Lo invit a sedersi. Not le gambe, avvolte in un collant chiaro e lucido, che si muovevano per accavallarsi sotto il tavolo.
"Cosa sta cercando, precisamente? Per aiutarla ho bisogno di qualcosa, di una pezza d'appoggio concreta...", sussurr, sibillina.
"Non ne ho. Solo il mio istinto che mi suggerisce..."
Si scambiarono uno sguardo complice.
"Cosa le suggerisce?"
"Le persone non scompaiono nel nulla. E questo De Rosa  sparito da sei giorni. Troppi. Anche se non  lui il morto di Monlu questo non significa..."
"Ho capito, ho capito."
Si sfil gli occhiali, prima di sospirare.
"Voglio fidarmi. Facciamo cos. Lei avvia le ricerche, discretamente, e vediamo cosa salta fuori. E io tra qualche giorno le firmo le autorizzazioni retrodatate. Le va bene?" No, non andava bene, tuttavia prefer non ribattere e congedarsi in silenzio. Non aveva ottenuto quello che sperava. Si rassegn.
Uscendo dal Palazzo di Giustizia chiam Pinton.
"Procedi con le ricerche su De Rosa: situazione patrimoniale e via andare. Occhio per: il magistrato per ora non ci para il culo. Quindi discrezione."
"Acc... chiaro. Sto attento."
"Bravo. A domani."
Allung il passo. Il nervosismo dovuto alla delusione aumentava la sua adrenalina.
Ormai era tardi per rientrare in commissariato.
Devi per via Corridoni dirigendosi verso viale Majno. Un paio di chilometri, anche qualcosa in pi, di sana camminata per rientrare verso casa.
Strada facendo si ferm in una pizzeria-focacceria take away: due piadine al prosciutto cotto e due bottiglie di birra. La sua cena. Fece sosta al distributore automatico per le sigarette.
Passeggi senza fretta, osservando - come se fosse uno spettatore in tribuna allo stadio - le vite degli altri, dei milanesi che percorrevano frenetici i marciapiedi e assiepavano i bar per l'aperitivo. Gi, gli altri: loro una vita l'avevano e la vivevano...
Le pagine del giornale erano praticamente chiuse.
Borroni si era appena acceso uno dei suoi pestilenziali toscanelli, convinto di essere rimasto solo in ufficio, invece qualche secondo dopo vide apparire Malerba, con una camicia fresca appena indossata e l'aria di chi va di fretta.
"Uell! Come siamo fighetti. Hai finalmente deciso di interrompere la tua desueta monogamia?"
"Pirla, devo andare a un talk show a Dialogo Tv Milano."
"Argomento? Adorni?"
"Proprio lui. Scappo. Buona continuazione."
L'interno della sua scrivania squill in quell'istante.
"Via, sar qualche seccatore."
Imbocc il corridoio transitando davanti alla segretaria di redazione che, vedendolo, si illumin in volto.
"Fede! Ti stavo chiamando io."
In genere Donatella, non proprio un mostro di cordialit, lo contattava soltanto per annunciargli nuove incombenze. Perci rimase sulla difensiva.
"Che succede?"
"Ti cerca il Dir. Aspetta che gli dico che sei qui", ordin seccamente prima di assumere un tono opposto, del tutto deferente.
"No aspetta, devo andare in televisione, sono in ritardo..."
Non fece in tempo.
"Direttore scusami, ci sarebbe qui Malerba... benissimo, subito... immediatamente... grazie a te."
Il tono torn quello solito, scostante e brusco: "Vai dal Dir, ti aspettano".
Malerba sbuff, rassegnandosi.
L'utilizzo della terza persona plurale presupponeva che dal direttore ci fosse anche Brigante.
Sal le scale a due gradini per volta.
Giunto davanti all'elegante porta in frassino buss energicamente, senza alcuna deferenza.
L'"avanti" gli giunse lontano.
"Buonasera a tutti", si present, notando soltanto in quel momento che gli interlocutori gi schierati in sua attesa erano tre. Il direttore, Brigante e Rodolfo Pogliani, l'amministratore delegato della Gr.E.L.: in pratica il suo editore.
Nessuno si alz. Brigante gli indic una poltroncina libera. Aleggiava un silenzio carico di significati e foriero di pessime notizie, per Malerba ovviamente.
A prendere la parola, stranamente, fu proprio il direttore, Lamberto Giadini, soprannominato dai suoi cronisti Ferruccino, un diminutivo coniato per via del suo perenne tentativo di emulare il pi celebre Ferruccio De Bortoli, con cui aveva in comune la bella presenza alla Kennedy: chioma brizzolata e folta, impostazione oxfordiana, eleganza innata, parlata lenta e piacevole, ma sopratutto ragionamenti equilibrati e sempre politically correct.
Se avesse diretto il "Corriere", "Il Sole 24 Ore" o "La Stampa" sarebbe stato perfetto, invece era solo il timoniere di un giornale regionale che doveva assaltare le notizie, con titoli roboanti e stile aggressivo.
Giadini, eccedendo in fronzoli retorici, dipinse un quadretto fiabesco a Pogliani: il soggetto che aveva di fronte, pur avendo meno di 40 anni, era in realt uno dei migliori cronisti non solo della "Voce Lombarda" ma persino dell'intero panorama giornalistico milanese. Un talento su cui puntare a occhi chiusi.
Per convincere l'editore sciorin una serie di paralleli presi dal mondo canino: un pitbull delle inchieste, un mastino che azzanna la notizia fino in fondo, un cane da tartufi con il fiuto per gli scoop, un levriero della scrittura... Insomma, l'uomo giusto al momento giusto nel posto giusto.
Pogliani annu scettico, poi stopp Ferruccino: "Conosco Malerba: in fin dei conti, oltre a pagargli l'emolumento, sono anch'io un lettore del nostro giornale".
Complimenti sfacciati ed elogi gratuiti non potevano che preludere a una fregatura, che puntuale gli venne scodellata un secondo dopo, con una chiavetta usb che gli allung lo stesso Pogliani.
"Questo  l'indice dell'Ultima Eresia."
"Il libro del professor Adorni", lo anticip Malerba.
"Ottimo, rilevo con piacere che il nostro segugio  gi sul pezzo."
Il cronista non replic, incapace di comprendere cosa volessero i suoi capi.
"Vedi, caro Malerba - prosegu Pogliani passando direttamente al tu e prendendola larghissima - contrariamente a quanto abbiamo fatto trapelare finora tramite una serie di indiscrezioni mirate, al momento non disponiamo dello scritto del professor Adorni. Non interamente, quanto meno."
Questa volta Federico non riusc a trattenersi. "Beh, almeno i primi capitoli li avrete, no?"
Sul volto di Pogliani si dipinse una smorfia.
"No. Abbiamo solo il primo capitolo. E nient'altro."
Il reporter osserv sbigottito i tre uomini, pur avendo la saggezza di non fare ulteriori considerazioni.
Dopo qualche istante di silenzio Pogliani riprese a parlare: "In questa fase  necessario mantenere elevata l'attenzione sul saggio, in modo da stimolare la fantasia dei lettori e creare un'attesa crescente, per non dire spasmodica, in vista della pubblicazione, che speriamo di poter realizzare nel pi breve tempo possibile".
"Ovvero?"
"Auspichiamo entro luglio, non appena le figlie dello sfortunato docente potranno entrare in possesso degli oggetti personali del defunto padre. Nell'attesa, come detto, dovremo mantenere costantemente desta la curiosit dei potenziali lettori e dovr essere lei a fornire spunti che permettano ai suddetti potenziali lettori di avere un'anticipazione delle novit contenute nel trattato di Adorni."
Malerba sgran gli occhi, ma rest in silenzio.
"Comprendo le tue perplessit. Nessuno - tir dritto Pogliani - vuole chiederti l'impossibile. Riteniamo che le sue doti di giornalista d'inchiesta, e la sua abilit nel maneggiare e all'occorrenza manipolare le notizie in suo possesso, la rendano - nella foga dell'esposizione era tornato a dargli del lei - la persona pi adatta, anzi, mi perdoni, il professionista pi adatto per coadiuvare la nostra, come dire, la nostra... Caronte."
Gli occhi di Malerba si sgranarono ancora di pi.
"No, Caronte non  il termine giusto. La nostra Virgilio, colei che la guider. O meglio Diogene, che con la sua lampada far luce nel buio..."
Brigante intervenne provvidenzialmente: "Federico, c' una persona che ti aiuter in questa ricerca".
"E chi sarebbe?", domand spazientito.
" Rebecca Adorni, la primogenita del professore, che come gi saprai  anche una stimata restauratrice degli Uffizi di Firenze. L'abbiamo contattata.  dovuta rientrare con urgenza a Firenze, ma sar nuovamente qui a Milano per il fine settimana."
Avevano gi organizzato tutto. A certificarlo fu un bigliettino allungato dal solito Brigante: un numero di cellulare.
Mancava il colpo di grazia. Arriv fulmineo, tramite l'ineffabile Pogliani: "Dobbiamo sfruttare al meglio anche la sua indubbia visibilit mediatica, a partire da questa sera. Racconti del romanzo, centellini le informazioni, costruisca un'aspettativa irresistibile tra la gente...".
"Insomma devo bluffare, andare in tiv a vantarmi di aver letto in anteprima un manoscritto che, in realt, chiss dov' finito..."
" quello che le chiede la sua azienda, caro Malerba", tranci netto l'amministratore delegato della Gr.E.L.
Incastrato, senza possibili vie di fuga. Fregato.
Ardig rincas poco dopo le 20, in tempo per i telegiornali. Li guard vestito, con ancora le scarpe ai piedi.
Quindi si concesse una lunga doccia tiepida, scald le piadine nel forno e consum la sua cena, in boxer e maglietta da palestra, sull'unico divano a due posti che arredava la sua stanza "living", assistendo, distrattamente, al talk show dedicato alla politica locale su Dialogo Tv Milano.
Non aveva sonno e non aveva pi le gambe per uscire e sobbarcarsi una nuova passeggiata: calcol che, nell'arco della giornata, aveva percorso dodici chilometri sull'asfalto milanese.
Apr una seconda bottiglia di birra e, per la pigrizia di non cambiare canale, rimase sintonizzato su Dialogo Tv Milano.
Terminato il talk show politico inizi un programma dedicato alla cronaca nera condotto dal direttore, Debora Bionda, una giornalista esperta e preparata che pi volte lo aveva intervistato.
Stava per cambiare canale quando l'incalzante conduttrice annunci gli ospiti in studio. Un sociologo semisconosciuto, un critico d'arte, una gnocca al silicone ex concorrente di qualche reality, spacciata inverosimilmente come modella per artisti - anche se in realt a giustificare la sua presenza in studio erano il suo metro di gambe e una microgonna inguinale, pi indicata per facilitare il lavoro a un ginecologo che per stare appollaiata sullo sgabello di uno studio televisivo - e infine... un giornalista della "Voce Lombarda", Federico Malerba.
Elegante, sbarbato, con il pizzetto finissimo perfettamente disegnato, sorridente, l'aria di chi si sta beando un mondo nel pavoneggiarsi davanti a una telecamera. Il solito Federico.
L'argomento era la misteriosa scomparsa di Giancarlo Adorni, pompata con un cartello in sovrimpressione: "Un caso di eutanasia nella nostra citt?".
Rinunci all'idea di cambiare canale.
...
.
...
4. Milano, venerd 29 aprile 2011.
...
.
...
Da almeno mezz'ora i raggi del primo sole stavano gi filtrando dalle tapparelle.
Ardig si rigir nel letto, spostandosi sul fianco destro per dare le spalle alla finestra, trafitta dai fasci luminosi.
Riprese sonno istantaneamente sino a quando i suoi timpani vennero invasi dal rumore sordo della vibrazione del cellulare sulla dura superficie del comodino.
Allung la mano per afferrare il telefonino. Apr lo sportellino. Invernizzi.
"Paolo... dimmi."
"Scusa l'ora."
Guard l'orologio: le 6,53.
"Non preoccuparti. Stavo per svegliarmi."
Era sincero: aveva programmato la sveglia per le sette.
"Bruno, abbiamo localizzato il Cayenne..."
Balz dal letto. "Dove?"
"Non ci crederai..."
"In via Morgagni, sotto casa dello scomparso", azzard quasi a colpo sicuro il commissario.
"Fuochino. Fino a mercoled mattina era in via Pisacane, dall'altro lato della strada, praticamente di fronte alla galleria d'arte." La voce era ancora impastata dal sonno, il cervello non girava a pieno regime.
"Perch fino a mercoled mattina?"
"Perch il carro attrezzi della Polizia Municipale l'ha rimossa alle 10,36, come risulta dal verbale firmato dall'agente Gianluigi Rasetti."
"L'hanno portata via i ghisa?"
"Proprio loro. Dieci minuti fa hanno caricato gli estremi del modello e della targa nel loro terminale e hanno notato che combaciavano con quelli inseriti nella richiesta che avevamo diramato anche a loro."
"Bel colpo. Adesso dov' il Cayenne?"
"Nel loro deposito. Questo pomeriggio lo mettono su un carro-attrezzi: gli abbiamo chiesto di recapitarcelo direttamente qui in Questura cos possiamo esaminarlo in tutta tranquillit. Ci vorr qualche ora, ma mi pare non ci sia fretta, no?"
"No, no... ottima notizia, grazie."
Fece una doccia velocissima e salt la colazione per risparmiare tempo.
Una scarica di adrenalina lo aveva pervaso e sentiva il bisogno di muoversi, di fare subito qualcosa.
Usc a piedi, tagli per viale Abruzzi e piazzale Bacone, infilandosi proprio in via Morgagni e proseguendo in piazzale Lavater: sbuc in piazza 8 Novembre.
Per la seconda volta in due giorni Ardig si ritrovava in questa piccola piazza - pi che altro un incrocio, spaccato a met, simmetricamente, dai binari del tram - dove era transitato ben poche volte in vita sua prima di questa sanguinosa Pasquetta.
In quel momento lo colse un flash. Telefon subito a Invernizzi.
"Paolo, scusami, hai detto che il Cayenne era parcheggiato in via Pisacane?"
"Infatti."
"Nei posti riservati ai residenti?"
"No... nelle strisce blu a pagamento."
Il solito brivido freddo, quello che gli attraversava la spina dorsale, dall'alto in basso, ogni qualvolta si imbatteva in un elemento importante per la sua indagine, scatt puntualissimo da sotto il collo scivolando rapido e viscido come un serpente fino all'area lombare.
"Fammi capire. I vigili prima l'hanno multato a ripetizione poi, quando si sono accorti che il veicolo non veniva spostato, lo hanno fatto rimuovere. Giusto?"
"Uhm... un momento... ho il verbale stilato dai ghisa qui davanti", disse il collega.
"Ecco, bravo: controlla a quando risale la prima infrazione contestata."
" stata elevata sabato 23 aprile, alle ore 11,21. Stando al verbale, lo scontrino del parchimetro esposto sul cruscotto scadeva alle 18,16 di gioved 21 aprile."
Il cervello dell'investigatore si sett sulla funzione calendario. Ragionava e rimuginava ad alta voce.
I parchimetri nel centro di Milano sono attivi dalle 9 alle 20. Probabilmente la prima contravvenzione era stata elevata nella mattina di sabato perch il venerd, per tutta la giornata, non era passato nessun agente da quel lato della strada.
"L'ultimo contatto di De Rosa con il padre risale a gioved mattina. E lo scomparso gli aveva detto che doveva sbrigare alcune commissioni prima di andare in aeroporto e prendere il volo delle 22."
"Fin qui ci siamo", concord Invernizzi.
"Sappiamo che il gallerista ha parcheggiato il Cayenne non nei posti per i residenti bens in quelli a pagamento", prosegu il capo della Omicidi.
"Probabilmente - osserv Invernizzi - le strisce gialle erano esaurite e si  dovuto accontentare di quelle blu. Evidentemente si trattava soltanto di una sosta veloce."
"Appunto. Per questo molla la macchina davanti al negozio."
"Plausibile", interloqu il sovrintendente, che ormai faceva fatica a rincorrere i ragionamenti del superiore.
"Invece De Rosa non torna pi a recuperare la macchina e non ripassa neppure da casa, dove infatti lascia le tapparelle sollevate. Pertanto le sue tracce si perdono l, in via Pisacane, dove ha la galleria d'arte. A che ora ha pagato il parchimetro?"
"Esattamente un'ora prima, alle 17,16."
"Adesso sappiamo dove e quando  sparito il gallerista. In via Pisacane tra le ore 17 e le 18."
Invernizzi rimase silente.
"Paolo, grazie per la dritta. Ci vediamo pi tardi."
"A dopo."
Chiam Pinton aggiornandolo sulle novit.
"Marco, avverti il fratello di De Rosa, vai a prenderlo e venite qui in via Pisacane. In fretta."
Ci sarebbe voluta almeno mezz'ora prima che arrivassero. Poteva prendersela comoda: si infil in un bar all'angolo con piazza 8 Novembre per consumare la colazione che aveva saltato. Su uno sgabello c'era una copia della "Voce Lombarda".
Afferr il quotidiano e si accomod a un tavolino, ordinando al cameriere un cornetto alla marmellata e una spremuta.
Dopo una ventina di minuti, mentre sorseggiava la sua spremuta, dal vetro del bar intravide la figura trafelata di Vincenzo De Rosa insieme a Pinton.
Pag, usc dal bar e attravers la strada per raggiungerli.
L'avvocato lo salut con apprensione.
"Dobbiamo effettuare una perquisizione nell'appartamento e nella galleria di suo fratello. E anche nell'auto, ma non disponiamo ancora dei mandati", spieg il capo della Omicidi.
Il giovane si mostr collaborativo.
"Posso agevolarvi?"
"Se ci accompagna possiamo evitare di perdere tempo nel richiedere le necessarie autorizzazioni."
"A vostra disposizione."
Si avviarono diretti verso l'elegante stabile di via Morgagni, dove il portiere Anaclerio li attendeva sul portone d'ingresso con aria preoccupata.
"Torniamo nell'appartamento del signor De Rosa", lo inform Ardig, passandogli a fianco.
I due poliziotti indossarono i guanti in lattice prima di aprire la porta.
"Lei non tocchi nulla", si raccomand il commissario, facendo segno al fratello dello scomparso di seguirlo nella stanza da letto.
"Tu, Marco, occupati del salotto."
Inizialmente prefer non aprire cassetti o armadi, per non insospettire eccessivamente il legale, limitandosi a guardarsi intorno.
"Cosa sta cercando?", domand Vincenzo De Rosa.
"Di preciso niente..."
Era la verit, non aveva idea di cosa stesse cercando. A parte una cosa: il passaporto di Raffaele De Rosa, senza il quale non avrebbe potuto uscire dalle porte del Vecchio Continente per volare negli States. Un particolare non secondario per chi, la sera della scomparsa, aveva un volo gi prenotato per la Grande Mela.
Dopo aver esaminato mensole e scaffali cominci ad aprire gli armadi, dove regnava il disordine.
In teoria non c'era nulla di anomalo: i vestiti erano al loro posto, le giacche appese, le camicie una sopra l'altra, la biancheria ammassata in alcuni ripiani... Il normale disordine nella vita quotidiana di un single trentenne che magari ha rivoltato tutto da cima a fondo, in fretta, per cercare l'ultimo abito da infilare in valigia. Oppure...
Pass ai cassetti del comodino, trovandosi di fronte a un ostacolo imprevisto: erano chiusi a chiave.
Tornarono in corridoio incrociando Pinton, che scocc al commissario un'occhiata eloquente. Neppure lui aveva trovato nulla di interessante.
L'occhio gli cadde su una gabbia metallica montata a fianco della porta, sopra il portaombrelli.
And ad aprirla: all'interno c'erano i contatori del quadro elettrico e una rastrelliera dove erano appese alcune chiavi, contrassegnate con etichette identificative.
Afferr quelle con la targhetta "Pisacane 2": due chiavi lunghe, metalliche, e una terza di plastica con un codice alfa-numerico impresso sulla parte destra.
"Abbiamo le chiavi della galleria."
Richiusero la porta dell'appartamento, ripassando nuovamente davanti al loculo della portineria: Anaclerio era sempre appostato, in perenne osservazione. Un vero ficcanaso.
Ardig si morse la lingua: desiderava una valida ragione per prendere quel viscido individuo, portarlo in commissariato e torchiarlo per un'oretta alla sua maniera.
Per l'ennesima volta ripercorsero il tragitto fra gli alberi che da via Morgagni portano a piazzale Lavater.
Tre minuti dopo erano davanti alla saracinesca della New Art Gallery.
Infilarono la chiavetta di plastica nell'apposita fessura posizionata sul muro vicino a una spia rossa accesa.
Si illumin la spia verde: l'antifurto era stato disattivato correttamente.
Infilarono la chiave metallica pi piccola nell'altra fessura e la girarono: il motore della serranda inizi a cigolare, sollevandosi lentamente.
Con l'ultima chiave metallica aprirono la porta a vetri che immetteva all'interno della galleria.
Davanti a loro si apriva un open space, largo circa sei metri, lungo almeno dieci: sulle pareti erano collocati in ordine sparso quadri di arte moderna. Al centro dominava un bancone sul quale si affollavano sculture realizzate con plastica e vetro.
Le pareti erano intonacate di color arancio con striature gialle e bianche, quasi tigrate.
Notarono distrattamente i quadri: alcuni erano assurdi, ghirigori e scie di colori che sembravano impressi con una bomboletta spray; altri erano pi "vecchia maniera", con figure e contorni disegnati. I soggetti erano corpi maschili, giovani, muscolosi, completamente nudi.
Sembrava lo stesso autore dei quadri appesi nella camera da letto di De Rosa.
Un maxi schermo al plasma era collocato al centro della parete di sinistra.
Avanzarono verso la parte posteriore della galleria.
Da una parte c'era un salottino con due divani e un tavolino, dall'altra una scrivania, in laminato bianco, con un telefono fisso e alcuni registri.
Alle spalle della scrivania scorsero una porta: il suo colore era il medesimo della parete, sabbia con infiltrazioni rosse, quasi fosse una mimetizzazione.
Senza indugiare puntarono alla porticina: dava su un piccolo vano, con una scala a chiocciola che scendeva nel sotterraneo.
" il magazzino della galleria. Mio fratello me ne ha parlato: ci organizza presentazioni o convegni", precis Vincenzo De Rosa.
Le narici del commissario percepirono un odore sgradevole: sapeva di marcio, di putrescente e di chimico. Un brivido lo colse.
"Avvocato, devo chiederle di aspettarci qui, cortesemente."
"Come? E perch?"
"Faccia come le dico, per favore."
Il legale newyorchese obbed, poco convinto.
I due poliziotti iniziarono a scendere la scala, facendo traballare i vari pioli.
Il fetore era aumentato: sembrava di essere davanti a un cassonetto dei rifiuti stracolmo in un torrido luglio.
E poi c'era quell'odore di solvente o qualcosa di simile.
Appena scesi tastarono la parete in cerca di un interruttore. Lo individuarono rapidamente.
Una luce soffusa, al neon, illumin una scena di selvaggia confusione: sedie pieghevoli gettate alla rinfusa insieme ad altri oggetti, un estintore con la manichetta gi sganciata, scatoloni, quadri ancora ricoperti dal telo di plastica protettiva, persino un aspirapolvere.
" passato un tornado qui", comment Ardig, sempre pi teso.
Il resto dello stanzone, per, apparentemente era in ordine, come se il ciclone non lo avesse neppure sfiorato: un piccolo angolo bar, un tavolone da conferenze, addirittura stampe o disegni incorniciati alle pareti. Sotto i loro piedi una moquette scura.
Avanzarono cautamente. Fu Pinton il primo ad accorgersene. Vicino alla parte di sinistra la moquette era macchiata.
Macchie. Tante macchie. Metro dopo metro le chiazze diventavano pi estese.
Un'oscura sensazione li pervase.
Li attendeva un'altra porticina, metallica, a chiusura ermetica: anche quella era stata verniciata in tinta con le pareti, stavolta rosa tigrate nere.
Aprirono. L'olezzo li invest con ancora pi violenza.
L'ambiente era buio. Quando a tentoni trovarono l'interruttore la luce illumin un ripostiglio piuttosto lungo.
"Porca puttana."
Pareti annerite, un terribile odore di bruciato, di liquido infiammabile, di chimico e di qualcos'altro, orrendo soltanto a pensarci. Carne bruciata.
In quel vano oscuro regnava la morte. Una morte terribile. Era l, nell'angolo cieco, a sinistra, dentro un telo scuro, di juta, che custodiva una sagoma voluminosa.
Lentamente Ardig si avvicin all'involucro: si accorse che la mano gli tremava. Era molto pesante. A fatica lo trascin verso la porta.
Afferr un lembo e lo sollev.
"Dio mio..."
Istintivamente si ritrasse, inorridito.
L dentro c'era un corpo carbonizzato. Un mostro orrendo, con la pelle simile a carta carbone.
Il volto, seppur deturpato dalle fiamme, appariva chiaramente devastato: naso, zigomi e mascella dovevano essere stati fracassati con una violenza feroce. Addosso aveva soltanto brandelli, praticamente incollati, di quelli che dovevano essere stati dei jeans.
Osservarono i piedi. Erano gonfi e i due alluci al posto delle unghie presentavano terribili cavit nere.
"Che cosa hanno fatto a questo poveretto?", sospir Pinton.
"Gli hanno... cazzo, gli hanno staccato le unghie... con una pinza."
Roba da torture per prigionieri di guerra nei Balcani.
Indossarono i guanti in lattice. Liberarono il corpo con impaccio e maneggiarono il volto del morto, provando ad aprirgli la bocca.
Le mascelle indurite ostacolavano l'operazione.
Tastando ebbero la conferma di quanto stavano ipotizzando.
"Cristo, deve avere tutte le ossa maciullate", sbott Pinton.
"Gi, anche lui."
Nella mente del capo della Omicidi erano ancora impressi tutti i macabri fotogrammi dell'autopsia effettuata pochi giorni prima sul martoriato cadavere ritrovato il giorno di Pasquetta. Non c'erano dubbi. Anche se la foto che aveva intravisto il giorno prima immortalava un ragazzo di ben altro aspetto, non potevano esserci dubbi.
La corporatura era tonica, quella di un giovane in buona forma fisica. Lo avevano trovato. Questo s, era Raffaele De Rosa.
"Usciamo di qui, ho bisogno d'aria", sugger Ardig.
Tornarono nella saletta ormai satura del fetore di carne e stoffa bruciate misto a cherosene e alle sostanze propellenti spruzzate dall'estintore.
Si appoggiarono a una parete per riprendere lucidit.
" terrificante", comment, stravolto, Pinton.
Il capo della Omicidi riprese a osservare le macchie scure sulla moquette.
"La Scientifica dovr fare un bel lavoro qui."
"Avranno ucciso qui anche l'altro?"
"No", sentenzi, sicuro, Ardig. "Hai guardato bene il corpo? Bruciato s, per non perfettamente come quell'altro... Hanno utilizzato quello sgabuzzino come una sorta di forno crematorio. Devono avergli dato fuoco con del combustibile, chiuso la porta e averlo fatto bruciare. Poi con quell'estintore hanno spento l'incendio", il commissario ricostru la dinamica.
"Ecco perch hanno sparpagliato sul pavimento le sedie e le scatole. Perch non potevano lasciare materiale infiammabile nel ripostiglio altrimenti il fuoco sarebbe divampato in maniera incontrollabile", concord Pinton.
"Il nostro piromane  uno che sa maneggiare bene il fuoco. Qui dentro, con quest'aria rarefatta, c'era il rischio che le fiamme si propagassero ugualmente."
"Pensi sia lo stesso cherosene usato per l'altro?"
Pinton annus. "A naso suppongo di s." Poi azzard: "Potrebbero per aver comunque ucciso qui anche lui, no?".
Il capo della Omicidi scosse la testa. Non ce li vedeva gli assassini uscire dal negozio, in pieno centro di Milano, con un cadavere avvolto in una coperta o in un sacco per poi portarlo in una localit isolata e arrostirlo. Il malcapitato di Cascina Monlu era stato torturato e arso altrove.
La mano del carnefice, quella s, pareva coincidere.
Si avviarono verso la scala a pioli.
"Cosa facciamo con il fratello?", domand il sottoposto.
"Saliamo e parliamogli. A questo punto..."
Risalirono in silenzio.
Vincenzo De Rosa li attendeva seduto sul divanetto.
L'espressione angosciata con cui li accolse si trasform in una smorfia rassegnata non appena not i guanti in lattice calzati dai due poliziotti.
"Fatemi scendere."
"No."
L'avvocato si copr il volto con le mani, abbandonandosi su una sedia. Non ci fu bisogno di spiegare nulla.
Ardig prese dal frigorifero, disattivato, una bottiglietta d'acqua naturale. Scov un bicchiere di plastica e lo pass al fratello della vittima, che trangugi qualche sorsata.
"E adesso? Come faccio a dirlo a mamma? Come faccio?"
Lo accompagnarono fuori, a prendere una boccata d'aria.
Tutto sommato aveva assorbito bene il colpo. Niente lacrime. Niente crisi isteriche.
"Stai con lui", ordin Ardig al collaboratore, poi chiam Invernizzi in Questura, ordinando di mandare la Squadra Scientifica, e infine contatt la Procura. Si fece passare l'ufficio della Pollini: poteva reperirla attraverso il cellulare, ma preferiva seguire le vie ordinarie.
L'affascinante pubblico ministero rispose con la sua voce tagliente e sensuale.
"Commissario, che succede?"
"Abbiamo trovato il cadavere di Raffaele De Rosa. Torturato anche lui. Nascosto in uno sgabuzzino, all'interno della sua galleria d'arte."
Deborah Pollini respir profondamente, senza commentare.
"Lo hanno massacrato di botte e poi bruciato."
Ancora silenzio. Ancora un respiro profondo e pesante.
"C' un legame con il cadavere di Monlu?"
"Stesso modus operandi."
"Arrivo per un sopralluogo."
"La attendo."
Nel giro di mezz'ora la galleria d'arte fu invasa dai tecnici della Scientifica.
Il pubblico ministero fu tra i primi a sopraggiungere: si limit a un'occhiata superficiale al corpo maciullato e annerito, prima di tornare al piano superiore. Era pallida e pareva sull'orlo di svenire o di vomitare la colazione.
Non si era mai occupata di omicidi prima d'ora e in appena quattro giorni le era toccato vedere due cadaveri in condizioni a dir poco inumane. Logico che fosse sbiancata. Il suo charme si era volatilizzato, insieme alla corazza protettiva da donna risoluta che indossava costantemente.
Ardig le propose di uscire e camminare un po', per riprendersi.
Percorsero via Pisacane, poi piazza del Tricolore e da l tagliarono per viale Majno.
Nonostante i tacchi abbastanza alti - un otto ad occhio e croce - il sostituto procuratore aveva un buon passo. L'aria fresca e i rumori della caotica vita milanese parvero restituirle tranquillit interiore e autorevolezza.
"Due morti. E dobbiamo ancora dare un nome all'altro cadavere carbonizzato", ringhi sconsolata.
"Forse abbiamo fatto un passo in avanti", la rincuor il poliziotto.
"Suppone che sia possibile risalire all'identit del morto di Cascina Monlu attraverso De Rosa?"
"Non vorrei eccedere in ottimismo, tuttavia... ritengo sia possibile. A questo punto il collegamento  lampante."
"Ci sediamo?" Indic alcune panchine posizionate all'interno dei giardini pubblici che fungevano da spartitraffico in viale Majno. Si accomodarono.
"Lei lo sa, non ho mai condotto indagini relative a un omicidio."
Il commissario non le rispose. Preferiva che proseguisse.
"Mi affido alla sua esperienza. E alla sua indubbia competenza", sussurr lei, con voce complice.
"Vedr di non deluderla."
"Da dove comincer?", chiese con un tono diverso, pi distaccato e professionale.
"Ricostruiremo le frequentazioni e gli spostamenti del gallerista. Peraltro da un primo sopralluogo non sono stati individuati gli oggetti personali del defunto: telefonino, portafoglio, orologio. Nemmeno un computer. E dubito siano nell'abitazione."
Parlarono per quasi venti minuti di ipotesi e ricostruzioni, fino a quando il ronzio del cellulare del responsabile della Omicidi li interruppe.
"Capo..." La voce di Pinton era titubante. "Il magistrato  gi andato via. E anche Brasca sta per andarsene."
"La dottoressa Pollini  con me, stavamo prendendo un caff in un bar qui vicino", ment Ardig spudoratamente, come uno studente beccato da un professore mentre cazzeggia al parco durante l'orario di lezione.
"Dico all'anatomo-patologo che pu andare?"
"No, trattienilo. Torno tra dieci minuti."
"Vada pure commissario, io rientro in Tribunale. Tanto sono vicina."
Si salutarono con una stretta di mano, incamminandosi in direzioni opposte.
Dopo qualche decina di metri Ardig si volt: la Pollini stava imboccando una traversa con passo ancheggiante.
Umberto Brasca stava infilando nella cartina il tabacco estratto dalla bustina: muoveva le dita con la stessa precisione chirurgica con cui maneggiava il suo terrificante bisturi.
Stava chiacchierando con Pinton e De Piccoli quando Ardig li raggiunse. I tre scoccarono un'occhiata compiacente al commissario.
"Scommetto che lo stomaco del nostro affascinante pm non ha retto alla vista del cadavere di De Rosa", ammicc sornione il medico legale.
"C' da capirla, non  abituata", aggiunse il capo della Scientifica.
"Scoperto qualcosa?", chiese Ardig con il tono di chi vuole cambiare discorso e non accetta battutine sarcastiche.
"Ma lo ha visto come  conciato?", mise le mani avanti il coroner.
"Una prima idea se la sar gi fatta, no?", domand il capo della Omicidi, accendendosi una sigaretta.
" lo stesso assassino", afferm, convinto, Brasca. "Lo stesso di quel poveraccio di Cascina Monlu, intendo", ribad, in maniera del tutto superflua.
Nessuno comment. Sull'elevatissima probabilit che si trattasse della stessa mano avevano pochi dubbi. La sicurezza, per, era un'altra cosa. Servivano prove inconfutabili.
Era evidente che l'anatomo-patologo doveva essere a conoscenza di un dettaglio che a loro sfuggiva e che non tard a rivelare.
"Ricordate il cadavere carbonizzato? Presentava la frattura scomposta dell'anulare sinistro. In parole povere: glielo avevano spezzato, torcendolo all'indietro di 180 gradi."
Mim il gesto afferrando il dito con la mano destra, tirandolo indietro fin dove possibile.
Inorridirono al pensiero del dolore che una simile frattura potesse aver provocato sulla vittima.
"Ebbene - prosegu Brasca - anche De Rosa presenta un'analoga frattura all'anulare sinistro. E non solo: apparentemente ha riportato fratture anche al setto nasale e agli zigomi."
Una fotocopia, seppur provvisoria e in attesa dei riscontri da effettuare con l'esame autoptico, di quanto emerso dalla necroscopia del corpo trovato alla Cascina Monlu.
"Possibile causa del decesso?", lo stuzzic Ardig.
"Che domande... Glielo ripeto: ma ha visto com' ridotto quel povero diavolo? Sar stata un'emorragia. Deve aver riportato gravi lesioni interne... Tutto pu essere, lo sapremo appena potremo esaminarlo", tagli corto Brasca.
Effettivamente scoprire la causa del decesso non era prioritario. La principale curiosit del capo della Omicidi era un'altra.
"Marco, avete trovato il telefonino?"
Pinton scosse la testa. "N qui n in casa, dove Larini e gli altri stanno effettuando la perquisizione disposta dal pm."
Ardig sbuff.
"Perfetto. Non abbiamo il cellulare della vittima e scommetto nemmeno il portafoglio."
"Scommessa vinta", confermarono in simultanea sia Pinton che De Piccoli.
"E un computer? Un cazzo di portatile? Un palmare?"
"Nemmeno quelli", ribatt sconsolato De Piccoli.
Impensabile che De Rosa non avesse un pc, a casa o in negozio.
"Completate i rilievi, ci vediamo dopo in ufficio da me."
Ancora una volta si spost a piedi. Da quando stava lavorando sul caso De Rosa, l'auto era diventata un optional per lui.
Di solito gli assassini non commettevano delitti e non spargevano tracce a pochi metri dal commissariato di piazza San Sepolcro.
Eppure con De Rosa, e in parte con Adorni, stava andando cos: una piacevole eccezione alla regola che lo obbligava a spostarsi in macchina, nel convulso traffico milanese.
Risalendo da corso Monforte chiam Santoni, dandogli appuntamento al commissariato mezz'ora dopo.
Aveva un po' di tempo e tagli da via del Conservatorio e da l in via Festa del Perdono, a due passi dall'Universit Statale dove, insieme a Malerba, quindici anni prima aveva frequentato i corsi di Giurisprudenza.
A farlo deviare verso l'ateneo non era stata la nostalgia degli anni, ormai lontani, da studente, bens un istinto pi terreno e meno aulico: la fame.
Come ogni zona universitaria, quel dedalo di viuzze pullulava di bar, focaccerie, paninoteche e take away di vario genere.
Entr in una "fagotteria" per prendere un panzerotto alla mozzarella e prosciutto con una lattina di Pepsi e si spost verso i giardinetti adiacenti a via Larga per consumare il veloce pasto.
Panini, piadine e pizze, a pranzo e cena: il suo men tipico, purtroppo per il suo fegato e il suo stomaco.
Faticava a ricordare l'ultima volta in cui aveva addentato una bistecca o arrotolato degli spaghetti con la forchetta. Pasta, pesce, carne: tutti piatti impegnativi, che comportavano un minimo di organizzazione e programmazione. A cominciare dal fare la spesa.
Per gustarsi degnamente il panzerotto, ancora caldo, voleva stare comodo. Trov posto su una panchina dove, nel corso degli ultimi quattro lustri, si era accomodato pi volte.
Gli venne in mente un lontano giorno estivo - doveva essere il 1994, perch ricordava che quella sera c'era in programma una partita dell'Italia impegnata nei Mondiali negli Stati Uniti - in cui lui, Malerba e un altro paio di studenti, tutti un po' svogliati, si erano messi proprio l a ripassare, leggendo avidamente le fotocopie di una dispensa di Diritto del lavoro, una sorta di "bigino", per cercare di colmare settimane di scarsa preparazione.
Si rivide poco pi che ventenne, con gli appunti in una mano e il solito panzerotto nell'altra.
Se la memoria non lo ingannava, quel giorno erano stati promossi tutti e lui aveva rimediato un 25, tenendosi in media perfetta. Ne era passata di acqua sotto i ponti da quel giorno afoso.
Soltanto in quel momento realizz che n Malerba n nessun altro giornalista si era fatto vedere davanti alla galleria d'arte in via Pisacane. Evidentemente la notizia del ritrovamento di un uomo assassinato non era ancora trapelata. Meglio cos. Avevano ancora qualche ora di tranquillit e dovevano approfittarne.
Ad attenderlo in ufficio trov l'agente Giuseppe Scalise, in compagnia di Santoni.
"Capo, una novit."
"Sentiamo."
"Lo scorso 16 febbraio, alle ore 3,44, Raffaele De Rosa, nato a Salerno il 3 settembre 1977, residente a Milano in via Morgagni 40, si  presentato al pronto soccorso dell'ospedale di Niguarda C Granda. Presentava ecchimosi ed escoriazioni nell'area toracico-addominale e al viso."
"Toh... lo avevano pestato", sbott il commissario.
"Proprio cos."
Santoni brand un foglio stampato o fotocopiato.
"Il fax inviato dal posto di Polizia del pronto soccorso dell'ospedale Niguarda. Con tanto di denuncia contro ignoti presentata dallo stesso De Rosa."
L'ispettore allung il verbale al superiore.
Il gallerista, dopo essere stato medicato con quattro punti di sutura all'arcata sopracciliare destra ed essere stato sottoposto ad alcuni esami radiografici che avevano escluso fratture, aveva raccontato di essere stato aggredito ai poliziotti che lo avevano interrogato.
La sua versione dei fatti era abbastanza credibile: aveva tentato l'attraversamento di una strada periferica, all'incrocio di viale Affori e viale Astesani, in un punto privo di strisce pedonali, costringendo un ciclomotore - uno scooter di cui non ricordava la marca - a una brusca frenata.
I due occupanti, con il casco integrale ancora in testa, lo avevano insultato, ne era nato un diverbio; dalle parole erano passati ai fatti e lui aveva avuto la peggio, sotto una gragnola di calci e pugni.
Non avendo preso il numero di targa dello scooter e non avendo potuto vedere in volto i due aggressori, nascosti dai caschi, De Rosa non aveva potuto fornire alcuna informazione utile agli investigatori.
Nella denuncia ipotizzava per che, dal modo di parlare e di muoversi, i due motociclisti dovessero essere giovani e italiani, probabilmente milanesi.
Informazione inutilizzabile: intorno ad Affori sorgono alcuni tra i quartieri pi degradati e malfamati della citt, come Quarto Oggiaro, Bovisasca, Bruzzano e Roserio, e in quelle strade, di notte, i teppisti la fanno da padroni.
"Una lite stradale e una rissa sfociata in violento pestaggio per futili motivi, da parte di ignoti. Una versione perfetta", rilev, seccato, il commissario.
"Troppo perfetta", concord il sottoposto.
"Magari l'aveva pianificata prima di recarsi al pronto soccorso. Cos'altro sappiamo di questa aggressione?"
"De Rosa - rispose Scalise - si  presentato all'accettazione da solo. Ho gi sentito l'agente che ha stilato il verbale. Quando lo hanno dimesso, intorno alle sei della mattina, si  fatto chiamare un taxi e si  allontanato."
Il responsabile della Omicidi accese una sigaretta e inizi a rimuginare in silenzio.
Che ci faceva, intorno alle tre di notte, De Rosa in un quartiere periferico come Affori? E perch si era fatto medicare a Niguarda e non in un ospedale del centro pi vicino alla sua abitazione, come il Fatebenefratelli? Forse per non farsi notare?
"Cos'altro hai scoperto?"
"Per ora non molto. Nessun precedente penale, in compenso gli hanno sequestrato pi volte la patente. Un mese fa lo hanno beccato i carabinieri del Comando Provinciale di Mantova mentre sfrecciava a oltre cento all'ora in una strada provinciale al confine con il territorio veronese, dove il limite era 70; per un soffio non gli hanno sequestrato il veicolo."
Pass la copia del verbale di contravvenzione redatto dai militari dell'Arma.
Era datato sabato 12 marzo. La inser in una cartelletta dove archiviava i documenti relativi a ogni singolo caso.
Santoni riprese: "Intanto ho fatto qualche altra ricerca sul nostro De Rosa. Ha aperto la galleria d'arte, la New Art Gallery, nel 2007. Da alcuni articoli pubblicati dai quotidiani online risulta che era molto attivo nell'organizzare incontri, mostre e via dicendo. Li teneva nel seminterrato".
"Altro?"
"Niente. Se vuoi attivo qualche nostro informatore."
"OK, procedi cos. Io intanto sollecito la Pollini a rilasciarmi le autorizzazioni per i controlli patrimoniali."
Telefon al magistrato che questa volta non ebbe alcuna difficolt a concedere le autorizzazioni richieste dal commissario.
Quindi prese il cellulare per aggiornarsi con Pinton.
L'ispettore era a casa della vittima insieme al fratello e conveniva approfittarne: chiese al sottoposto di condurre in commissariato il giovane legale newyorchese.
Voleva battere il ferro nel momento in cui era rovente e non perdere nemmeno un minuto.
Il cellulare torn a ronzare. Malerba.
"Ciao Bruno, ho appena saputo che..."
Non lo fece terminare.
"Te lo confermo. Abbiamo rinvenuto il cadavere del gallerista Raffaele De Rosa, all'interno del suo esercizio commerciale in via Pisacane."
"Una rapina sfociata in omicidio?"
"Lo escludiamo, la merce esposta non  stata toccata."
"Causa del decesso?"
"Ha subito delle percosse, molto violente. Non ti posso dire altro. Consiglio: tieniti sul vago."
" stato pestato anche lui? Uhm... C' un collegamento con il cadavere trovato a Cascina Monlu?"
Ancora una volta, doveva riconoscerlo, l'amico cronista confermava di avere un ottimo intuito investigativo. Se fosse stato pi disciplinato e coriaceo avrebbe potuto essere un buon poliziotto.
Esit prima di rispondere. Non poteva rivelargli che anche questo poveraccio era stato carbonizzato dopo l'uccisione.
Al reporter suon come una conferma.
"Silenzio-assenso?"
"Fede, te l'ho gi detto... resta sul vago."
Riattacc e telefon al bar per farsi portare una spremuta nell'attesa dell'arrivo di Pinton e del fratello della vittima.
Intanto riordin le idee. Un tarlo lo stava rodendo: non aveva mai creduto alle coincidenze.
Le due violente aggressioni subite da Raffaele De Rosa nel giro di un paio di mesi, quella pi lieve per presunti futili motivi stradali, e quella letale nel seminterrato della sua galleria, potevano essere legate da un comune filo conduttore. Racket? Droga? Usura?
In quegli ambienti ogni tanto si decideva di impartire una lezione pesantissima, un monito per gli altri. Che fosse andata cos?
Vincenzo De Rosa stava mantenendo un autocontrollo invidiabile.
"Ha gi comunicato la notizia ai suoi genitori?", si inform cortesemente Ardig.
"Poco fa, al telefono. Ho parlato con mio padre", rispose laconico, prima di domandare: "Come  morto mio fratello? Gli hanno sparato?".
Ardig abbass lo sguardo per prendere tempo, ma era inutile tergiversare o procrastinare la verit al momento del riconoscimento, che si sarebbe svolto l'indomani all'obitorio. Prefer essere franco e diretto.
" stato pestato, ucciso con una botta in testa - ment, addolcendo la pillola e sorvolando sulle torture inflittegli - e poi bruciato, presumibilmente per cancellare impronte o altre tracce."
Il silenzio gel la stanza fino a quando Vincenzo De Rosa riprese quasi balbettante.
"Me lo sentivo, sa? Quando ho letto sul giornale che avevate trovato quel cadavere bruciato... ho pensato a Raffaele", si sfog il ragazzo. Concluse, enigmatico: "Sapevo che sarebbe andata a finire cos".
Parole pesanti come macigni.
Pinton lanci un'occhiata interrogativa al superiore.
"Se la sente di aiutarci?", lo stimol il commissario.
"I wish... lo vorrei. Sono qui per questo."
"Bene, allora mi spieghi cosa intendeva dire."
L'avvocato fece un lungo sospiro, come se dovesse tuffarsi da un'alta scogliera in un tratto di mare irto di scogli.
"Mio fratello si era cacciato in qualche guaio."
"Ne  sicuro?"
"Abbastanza. Nei mesi scorsi aveva chiesto soldi a mio padre. Molti soldi. A Natale era venuto a New York proprio per questo. Per battere cassa."
Il suo italiano, con la concitazione del racconto, paradossalmente migliorava: l'inflessione campana sembrava prevalere su quella americana.
"Andiamo con ordine, per favore. Mi spieghi tutto dall'inizio. Intanto, come mai suo fratello si trovava a Milano?"
Nel giro di venti minuti Vincenzo De Rosa ricostru la storia della sua vita, quella di suo fratello e della sua famiglia: un'infanzia serena a Salerno, in un quartiere borghese, il padre e lo zio imprenditori avviati, impegnati nell'import-export delle mozzarelle, poi l'idea geniale, durante i Mondiali di Italia '90, maturata nel corso di una cena con un italo-americano venuto a Napoli per assistere ad alcune partite: aprire una catena di negozi specializzati in vendita di mozzarella campana doc nella Grande Mela, vere e proprie "mozzarellerie".
Il business era partito e qualche anno dopo avevano scelto di andare direttamente negli States, per seguire gli affari da vicino.
Raffaele e Vincenzo, adolescenti, erano dunque sbarcati a Manhattan: studi nelle high school locali, college... poi nel fratello era scoppiata la passione per la pittura, si era laureato a pieni voti, ma come artista non era riuscito a emergere.
Ecco allora le vacanze in Italia, i primi viaggi a Milano per prendere lezioni di pittura e infine la decisione di trasferirsi definitivamente sotto la Madonnina e tentare la fortuna con una galleria d'arte, specializzata in opere di pittori contemporanei americani.
"Mio fratello si sentiva molto pi legato all'Italia di quanto lo fossi io. Quando ci siamo trasferiti a New York lui aveva 15 anni e non si  mai del tutto ambientato. Poi ha iniziato a scontrarsi con mio padre, che lo accusava di essere un fallito, un mantenuto... Aveva avuto anche qualche problema con la droga. E l con i reati connessi agli stupefacenti ci vanno pesanti. I rapporti ormai erano pessimi con tutta la famiglia. E cos..."
Tentenn, quasi infastidito per tutto quel rivangare.
"E cos ha scelto di mettere un oceano tra voi e lui", Ardig lo aiut a completare il ragionamento.
"Correct."
"E la galleria d'arte con quali soldi ha potuto aprirla?"
"My dad, of course... Ha pagato pap, ovviamente, anche se non era d'accordo. Sperava che con un business suo potesse, come dire... grow up... ecco, crescere. Poi sembrava OK... bene con gli affari e i miei genitori erano contenti."
"E poi cos' accaduto?"
"Un anno fa mio fratello ha chiesto a mio padre un finanziamento. Voleva ampliare la galleria. Pap ha fatto storie, poi ha ceduto."
"E quanto gli ha dato?"
"80mila dollari. Con un transfer... come dite voi? Bonifico bancario, ecco. Potete controllare."
"Una bella somma", osserv il capo della Omicidi.
"Pap era stato chiaro: sono gli ultimi soldi che ti do, OK?"
"E invece?"
"Qualche mese dopo, a dicembre, mio fratello ha chiesto altri soldi. Diceva di avere in mano l'affare della vita, ma gli servivano altri 50mila dollari."
"E suo padre?"
"Questa volta  stato pi duro e non si  fatto convincere. Hanno litigato, brutte parole... Alla fine Raffaele  tornato a Milano senza i soldi. Poi mia mamma ha fatto cambiare idea a mio pap e... altro transfer."
"Quanto?"
"30mila dollari."
"Dopo suo fratello non ha pi chiesto soldi?"
"No."
"E il famoso affare?"
"Non ci ha pi fatto sapere niente. Forse adesso voleva parlare, quando veniva a trovarci."
Ardig decise che era giunto il momento di varcare la met campo.
"Lo sa che suo fratello due mesi fa era stato aggredito e pestato?"
"Shit!", esclam Vincenzo sbigottito.
"Non ne era al corrente?"
"No... non lo sapevo." Sembrava sinceramente stupito. "Posso sapere perch  stato aggredito?"
"Non lo sappiamo neppure noi. Ai poliziotti che lo hanno interrogato al pronto soccorso, dove si era fatto medicare, si limit a rispondere che si era trattato di una lite per un diverbio stradale e che a colpirlo erano stati due giovani, due teppisti, che indossavano il casco ed erano irriconoscibili."
De Rosa non comment.
"In che rapporti era con suo fratello?"
Il giovane esit prima di rispondere.
"Non cos buoni... non come avrei voluto."
"In che senso?"
"Vede, io dopo la laurea in legge ho frequentato un master in business and administration e da qualche anno mi occupo degli affari legali della nostra societ."
"Suo padre sar contento."
"Of course... sicuro."
"Mentre si lamentava delle scelte e della vita di suo fratello", prosegu Ardig.
Non era una domanda. Il legale sospir. Aveva colto nel segno.
"Proprio cos. E questo... beh, negli ultimi anni ci eravamo... come si dice... persi di vista?"
"Si dice cos."
Era chiaro che per Vincenzo De Rosa il fratello Raffaele era diventato poco pi di un estraneo.
Per un attimo un dolore personalissimo riaffior dal profondo.
Anche Ardig aveva un fratello, Marco, pi vecchio di nove anni. Un perfetto sconosciuto, militare di carriera, capitano nel corpo degli Alpini in qualche caserma sperduta nelle Dolomiti. Non aveva nemmeno il suo numero di cellulare.
Scacci il pensiero, rivestendosi con la solita corazza protettiva, l'impermeabile dei suoi sentimenti.
Torn a fissare il giovane lawyer newyorchese.
Questo spiegava perch non fosse cos addolorato per la tragica fine del suo pi stretto consanguineo. Tuttavia doveva provare a tastare il terreno.
"Suo fratello aveva qualche vizio in particolare?"
"Vizi, quanti ne vuole... faceva uso di droghe leggere. Giurava di aver smesso. Per... E poi gli piacevano le belle donne. Questo non credo sia un vizio."
"Dipende, dipende dalle donne", ribatt il commissario.
"Dottore, Raffaele era giovane, era molto bello, con un'attivit di prestigio. Le donne non gli mancavano. Anzi..."
"Altri vizi? Amava fare la bella vita?"
"E chi non ama fare la bella vita?"
"Intendevo dire..."
"Ho capito, commissario. Raffaele doveva avere un elevato tenore di vita. Bei vestiti, macchine potenti, ristoranti esclusivi."
"E poteva permetterselo?"
Allarg le braccia con fare eloquente. Poteva bastare.
"Un'altra domanda: lei lo ha letto sui giornali, abbiamo un altro cadavere carbonizzato e gli dobbiamo ancora dare un nome..."
"Un amico di mio fratello?", rispose De Rosa.
"Questo glielo sto domandando io, avvocato", si stizz Ardig.
"Le ho gi risposto prima: vorrei aiutarvi ma non so come... forse era un suo amico, un suo socio in qualche affare..."
Continuarono a parlare genericamente per qualche altro minuto, poi il commissario lo conged facendosi lasciare i suoi recapiti.
Tanto per cambiare non aveva molti dati concreti per scrivere un articolo decente, un articolo da Federico Malerba.
Per fortuna, in quasi tre lustri di carriera, aveva ben appreso l'arte di arrangiarsi.
"Si pu fare una buona minestra anche con una fava e due pezzi di pane secco", ripeteva ossessivamente il suo caporedattore, Brigante, prima di ricordargli di quando lui, trentenne e con i capelli ancora in testa, batteva i marciapiedi milanesi per raccontare, dalle colonne della "Notte", i fatti di sangue di cui ogni giorno erano protagonisti le Brigate Rosse, gli eversori neri e le bande criminali di Vallanzasca e Turatello. I famigerati "anni di piombo".
"Allora c'erano due morti al giorno, mica come oggi, che stai mesi a scrivere sempre dello stesso omicidio", era il ritornello che gli sciorinava in continuazione per spronarlo.
Esamin i famosi pezzi di pane secco e la fava che aveva rimediato. Poteva venirne fuori una minestra passabile.
Da una stagista che collaborava con l'inserto culturale aveva racimolato qualche informazione su questo Raffaele De Rosa.
Ne era venuto fuori un ritrattino interessante: migrante alla rovescia, un "figlio di pap" - come si diceva dei rampolli di imprenditori affermati che non riescono a emulare le gesta paterne - che aveva fatto la spola tra il Bel Paese e New York prima di fare tappa a Milano, dove aveva messo radici.
Un pittore mancato che si era accontentato di riconvertirsi come gallerista, nella speranza di lanciare qualche artista newyorchese sconosciuto.
Con qualche ricerca in siti dedicati alla pittura contemporanea aveva scovato una foto risalente al 2008, in cui De Rosa era ritratto a fianco di un mezzo dark con l'aria da tossico: alle loro spalle un quadro, o meglio quattro ghirigori di diverse tonalit che, secondo i gusti estetici di Malerba, avrebbe dovuto essere esposto non in una galleria d'arte ma nelle mostre dei bambini dell'asilo.
Si sforz di leggere il contenuto della notizia cui era "flaggata" la foto: scopr che il funereo personaggio appollaiato al fianco di De Rosa non era un drogato pescato sulle panchine di piazza Vetra, bens un artista americano emergente di origini croate, tale Goran Perasovic.
Chiss se i suoi nipoti un giorno avrebbero ammirato le croste di questo presunto talento del pennello in qualche museo.
Brigante rientr dalla tipografia con due copie della "gabbia" di una pagina. Era la 4.
"Apriamo la quattro con il morto di via Pisacane. Dai Fede, mettiti sotto, voglio qualcosa di tosto. Ti faccio anche una placca in prima. Qui sotto, a cassetto, ti inventi una cazzata e piazzi un articoletto sulla figura di Adorni, con il solito richiamo al suo libro postumo su Leonardo da Vinci. E menziona tutte le sue opere precedenti, mi raccomando. A proposito, hai trovato qualche spunto?"
"Francamente no, nessuno..."
"Spremiti il cervello. Per oggi butta gi qualcosa."
"Inventati la solita marchetta", comment strafottente Borroni.
"Si chiama promozione. E ricordati chi ti paga lo stipendio", tagli corto il caporedattore, prima di rivolgersi a Malerba.
"In mezzo avete un box, circa quaranta righe, cos infilate un aggiornamento sul cadavere di Cascina Monlu ancora non identificato."
Nella stanza cal il silenzio, rotto soltanto dal pigiare sulle rispettive tastiere.
I chilometri macinati negli ultimi giorni stavano dando i loro frutti. Le gambe di Ardig sembravano volare, leggere, senza affaticarsi.
Attravers corso Vittorio Emanuele e corso Venezia con il ritmo di un maratoneta e in un baleno, senza quasi accorgersene, si ritrov in corso Buenos Aires; devi poi per viale Regina Giovanna. Ancora una volta era allo snodo di piazza 8 Novembre.
Proseguendo dritto avrebbe preso la strada di casa, tagliando per viale Abruzzi. Girando a sinistra avrebbe imboccato piazzale Lavater e da l via Morgagni, dove i suoi uomini stavano perquisendo l'abitazione di De Rosa. Andare a casa a riposare o sobbarcarsi dell'ulteriore lavoro?
Esit. Lo sferragliare del tram, impegnato in una delle ultime corse serali, lo fece sussultare. Decise. Sinistra.
Raggiunse in un paio di minuti il civico dove risiedeva il gallerista massacrato.
Questa volta l'ineffabile portinaio Anaclerio non si vedeva.
Infil il portone prendendo le scale. La porta dell'appartamento era socchiusa.
Trov l'agente Larini.
"Capo, che ci fa qui?", chiese, sorpreso.
"Passeggiavo. Scoperto niente?"
"Altroch..."
Gli fece segno di seguirlo. Si spostarono in camera da letto dove c'era anche Sanna, che indic il comodino di sinistra. Dopo averne forzato la serratura avevano estratto il primo cassetto dalla struttura del mobiletto.
Larini brand alcuni sacchetti trasparenti per i reperti.
"Preservativi, di quelli adapta, gli ultrasottili a effetto ritardante", spieg l'agente.
Ardig maneggi con sguardo scettico il sacchetto.
Il sottoposto inizi a sbatacchiarne un altro.
"Cinque confezioni di BluPill, in pratica un clone del Viagra."
"Per, il nostro De Rosa. Hai capito...", comment, sorridendo, il commissario.
"E non  tutto: guardi qui."
L'elemento repertato era un normalissimo tubetto per creme, di colore bianco.
"Bergamon.  un gel lubrificante intimo, di uso femminile."
"Ah."
"Non solo, nella cassettiera del dvd ci sono diversi film porno. E poi guardi i quadri: donne nude, uomini nudi, corpi nudi aggrovigliati. Roba da motel..."
Non proprio: i quadri sembravano di ottima fattura, non stampe da quattro soldi.
Guardandoli meglio ebbe la conferma di una sensazione avuta in mattinata: quei dipinti erano praticamente identici a quelli intravisti in negozio e quasi sicuramente erano opera dello stesso artista.
"E di l in frigo - intervenne Sanna con il suo accento sassarese - abbiamo trovato diverse bottiglie di Veveclicc."
Il capo della Omicidi lo guard interdetto.
"E che roba sono?"
"Champagne, capo, champagne francese. E pure costose devono essere quelle bottiglie."
"Veuve Clicquot, ignorante!", lo corresse, ridendo, il capo della Omicidi.
Osserv una mensola dove erano collocate alcune candele al profumo di vaniglia e un paio di bruciatori di incensi.
Preservativi in abbondanza, pasticche di pseudo Viagra, crema lubrificante intima, champagne da 80 euro a bottiglia, candele e incensi profumati, film hard, quadri a soggetto erotico. Una vera e propria alcova da professionista del sesso.
Se quel materasso avesse potuto parlare ne avrebbe avute di cose da raccontare.
"Capo, c' dell'altro", prosegu Larini.
"Cosa?"
"Intanto ti confermo il disordine che regna negli armadi e nei cassetti. Come se prima di fare i bagagli avesse rovistato e lasciato tutto scombussolato."
Oppure come se avesse rovistato qualcun altro, ma l'assenza di segni di effrazione li costringeva a non correre troppo con la fantasia.
"Inoltre abbiamo rinvenuto indumenti femminili."
"Di che tipo?"
"Alcuni anche intimi."
Li visionarono insieme.
Un paio di corpetti, autoreggenti nere, due tanga, un reggiseno con push up, qualche altro capo di biancheria di seta, un sandalo con tacco alto, un tubino scuro griffatissimo. Capi di valore, da usare in occasioni particolari.
Poi ancora una gonna jeans, un paio di pantofole rosa, una tuta, due T-shirt, alcuni collant inutilizzati, un maglione girocollo, un paio di pantaloni neri, un giubbotto di marca, una scarpa con tacco alto, delle scarpe da tennis e infine comune biancheria bianca e una felpa.
"C'era una donna che viveva qui, almeno ogni tanto. E doveva essere una donna giovane, una ragazza, a giudicare dal tipo di abbigliamento. Non avete trovato creme o rasoi da donna in bagno? O profumi?"
"No, solo da uomo."
Riesamin il campionario assortito di abiti.
Dava l'impressione di una "riserva", indumenti che venivano depositati in un cassetto per essere utilizzati saltuariamente, magari una sola sera alla settimana o un fine settimana al mese.
" ipotizzabile che la proprietaria di questi abiti vivesse in un altro appartamento e si fermasse a dormire qui ogni tanto. Teneva soltanto il minimo indispensabile per potersi cambiare e stare a suo agio in casa", osserv pertinente Larini, indicando la tuta e le pantofole.
Poi aggiunse: "Forse teneva i trucchi e il necessario per l'igiene quotidiana in uno di quegli astucci da viaggio che si portano in borsa".
Il commissario indic gli abiti e la biancheria.
"Dove li avete trovati?"
"Nell'ultimo cassetto dell'armadio. La cosa strana  che erano chiusi a chiave."
"Avete dovuto forzare anche quello?"
"No, perch abbiamo trovato le chiavi nel comodino dove c'erano i preservativi."
"Non  strano?", comment Sanna.
Era strano s. E non riusciva a capacitarsi di una simile incongruenza.
Perch mettere sotto chiave quell'abbigliamento? Per non farlo trovare a qualcun altro che avesse frugato nell'armadio? A un'altra donna che avrebbe potuto fare una scenata?
Inutile farsi venire il mal di testa, gli mancavano troppi tasselli per poter costruire un mosaico credibile.
"OK, io torno a casa. Finite pure."
Salut Larini e Sanna e scese nuovamente in via Morgagni.
Accese una sigaretta e aspir il fumo a pieni polmoni, camminando senza fretta.
Nelle case di Milano brillavano tante luci. Il traffico stava calando, i rumori si addolcivano. Il crepuscolo della metropoli.
Si appoggi a una panchina e si rilass, riempiendosi gli occhi con i titoli di coda di un'altra giornata che se ne andava.
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5. Milano, sabato 30 aprile 2011.
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Nonostante i 17 anni gi compiuti - ovvero circa 102 anni calcolando che ogni anno solare per un felino equivale a circa 6 anni per un essere umano - e i chili di troppo che lo zavorravano, il vecchio Ottone manteneva ancora un'invidiabile agilit.
Chiaramente i voli leggiadri, perfetti e millimetrici, su mensole alte anche un metro e mezzo, appartenevano ormai all'album dei ricordi di un passato sempre pi a tinte opache, eppure i piccoli balzi necessari per salire sul divano erano ancora ampiamente alla sua portata.
Rannicchiato sulla pancia, quasi appiattito sul pavimento, si pieg flettendo le zampe, caricandole a molla prima di spiccare il calcolato salto: l'atterraggio fu morbido, ma i suoi sette chili planarono sul materasso facendolo sobbalzare.
Malerba, come sempre precipitato nell'abisso di un sonno profondissimo da cui era difficile strapparlo, non se ne accorse neppure.
Il collerico gattone and cos ad accovacciarsi ai piedi del padrone, nell'attesa che quest'ultimo si decidesse finalmente a svegliarsi e adempiere ai suoi doveri giornalieri: primo fra tutti quello di versare un'abbondante razione di croccantini nella sua ciotola. L'attesa non fu lunga.
Il cellulare cominci a vibrare fastidiosamente sul comodino. Una, due, tre volte. Poi cominci a squillare.
Nessuna suoneria strana, nessuna canzone da hit parade: Malerba preferiva il suono standard, vecchio, fuori moda. Almeno poteva differenziarsi dagli altri.
Questa volta fu costretto a svegliarsi. Allung la mano verso il comodino. Rispose senza neppure guardare il numero. "Pronto?"
La voce era cavernosa.
"Stavi ancora dormendo?"
Brigante, il suo caporedattore.
"Che ora ?"
"Dai, accendi il televisore, guarda Telelombardia, muoviti."
Sent il rumore della fine della comunicazione.
Si rassegn ad alzarsi. Dalle persiane filtravano intensi raggi di sole.
Apr un'imposta e la stanza si inond di luce. Ottone si stava stiracchiando con espressione soddisfatta.
Si trasfer in cucina, ripet l'operazione di apertura delle persiane e delle finestre e soltanto a quel punto osserv l'orologio appeso sulla parete. Le nove e dieci.
Cosa diavolo era successo? Almanacc mentalmente. Era sabato. Ancora il cellulare. Ancora Brigante.
"Allora, stai vedendo?", lo incalz.
"Aspetta..."
Impugn il telecomando. Pur non vedendo ancora nulla sentiva gi la voce concitata del conduttore. Un giornalista che peraltro conosceva molto bene e stimava: Marco Oliva.
"Ecco, questa  la facciata del monastero di Santo Spirito: si tratta di uno dei luoghi di culto storici della nostra regione, la cui edificazione risale addirittura al XII secolo..."
Finalmente le immagini divennero nitide.
Stavano mostrando una cartina della Lombardia e Oliva, con la punta delle dita, sfiorava l'area a nord-est di Milano, nella zona di Monza. Si interruppe.
"Mi comunicano dalla regia che abbiamo in collegamento il nostro Stefano Golfari che  gi sul posto. Stefano, ci senti?"
"Eccomi, mi trovo davanti all'ingresso principale del monastero."
L'inviato part con una sorta di radiocronaca telefonica, descrivendo a beneficio dei telespettatori la scena che si trovava davanti agli occhi: un nugolo di gazzelle dei Carabinieri e un'ambulanza del 118 stazionavano davanti all'ingresso principale del convento.
Soltanto in quel momento la voce ansiosa di Brigante gracchi nel telefono.
"Hai capito cos' successo?"
"Non ancora", rispose, assonnato, il reporter.
"Stanotte nel monastero sono penetrati dei rapinatori, hanno fatto una razzia e hanno massacrato a bastonate un monaco che li aveva sorpresi, riducendolo in fin di vita."
Mise completamente a fuoco la scena, realizzando quanto stava per ordinargli il suo diretto superiore.
"Forza, datti una mossa. Vai subito a Concorezzo. Ti mando un fotografo."
Non protest. Tutto sommato era meglio cos. Altrimenti avrebbe dovuto trascorrere l'intero pomeriggio e la serata in redazione: in questo modo, se fosse stato rapido, avrebbero potuto liberarsi per un'ora decente e portare Lucrezia fuori a cena.
"OK, in mezz'ora sono l", garant.
Brigante lo salut soddisfatto. Doveva fare in fretta.
Il gatto continuava a strusciarsi intorno ai suoi polpacci. Cap l'antifona: riemp la ciotola di croccantini e cambi l'acqua della vaschetta.
Prese l'ultima mela rimasta nel cesto della frutta e la trangugi con pochi morsi. Non aveva tempo per il caff.
Vol in bagno per farsi una doccia rapida, si infil una camicia e una giacca e prese il solito giubbotto scuro Woolrich buttandolo sulle spalle.
La sacca con il computer portatile era appoggiata vicino alla porta: all'interno teneva sempre una buona scorta di penne e block notes di cui si riforniva regolarmente al giornale.
Aveva lasciato la macchina a trecento metri di distanza, all'angolo con piazza Virgilio.
Alle dieci del sabato mattina via Vincenzo Monti era in pieno fermento. I portieri dei tanti stabili eleganti pulivano gli ingressi, i camerieri dei bar e dei ristoranti preparavano i tavolini per l'aperitivo.
Recuper la sua Alfa 147, inser il navigatore e part diretto verso la zona Fieracity, da cui avrebbe preso il raccordo per le autostrade.
Tanto per cambiare, il frigo in casa era vuoto. Si rassegn a rinviare la colazione. Part da casa di buon passo. Si infil in un bar e ordin una spremuta d'arancia e un cornetto ripieno di marmellata. Ingoll tutto frettolosamente.
Aveva due appuntamenti ravvicinati. Prima doveva raggiungere De Piccoli, Pinton e Invernizzi per l'ispezione del Porsche Cayenne, recapitato la sera precedente con un ritardo assurdo nel deposito della Questura; quindi era atteso all'Istituto di Medicina Legale per l'autopsia del gallerista.
Questa volta, per, non avrebbe assistito personalmente all'esame autoptico: si sarebbe limitato a raccogliere le informazioni direttamente dall'anatomo-patologo, al termine dell'operazione.
Strada facendo si catapult nel solito giro di valzer di telefonate. Venti minuti dopo era nell'officina sotterranea di via Fatebenefratelli.
Il Porsche Cayenne era gi stato sventrato: i sedili rimossi, per far lavorare con maggiore comodit i tecnici della Scientifica, gli sportelli spalancati, ogni cassettino o contenitore scoperchiato.
De Piccoli relazion il commissario.
"Rimasugli di cocaina sui sedili anteriori, sia quello del guidatore che quello del passeggero", attacc con il suo tono scattante.
"Avr fatto qualche pippata in macchina, magari in dolce compagnia", ipotizz Ardig, prima di incalzarlo. "Tracce ematiche?"
"N sangue n sperma, secondo il luminol. Ovviamente i coprisedili sono impregnati di altre tracce: sudore, forse anche saliva. Censiremo i vari DNA e vedremo di compararli con quelli schedati. Metti che quello di Cascina Monlu sia salito su questa macchina. Per ci vorr tempo. E pazienza..."
Non aveva n l'uno n l'altra.
"A proposito del DNA molecolare del carbonizzato", si ricord improvvisamente.
"Gi comparato: ovviamente non era tra quelli inseriti nella banca dati del Viminale, altrimenti ti avremmo contattato immediatamente. Tornando all'auto, c' altro: sui tappetini abbiamo recuperato diversi tipi di capelli, di almeno quattro o cinque persone diverse. Alcuni pi corti, altri pi lunghi."
"Ergo sia maschili che femminili."
"Cos parrebbe. Anche in questo caso proviamo a isolare il DNA e vediamo se salta fuori qualcosa, per non sarei tanto ottimista."
"Bah, sudore, capelli... sai che non mi esaltano queste corbellerie alchimistiche. Comunque proviamoci lo stesso. Altro?"
"Ci sono alcuni effetti personali del defunto, abbiamo atteso che arrivassi", concluse il responsabile della Scientifica indicando Pinton, che senza farsi pregare si spost di qualche metro.
"Guarda, capo, era nel bagagliaio." Afferr la maniglia di un trolley argentato e compatto.
Il commissario si chin per esaminarlo pi da vicino. Era sigillato ermeticamente, con una serratura priva di chiave.
" una combinazione a quattro cifre. Come i codici pin dei cellulari o delle carte bancomat."
"Potrebbe essere l'anno di nascita?", sugger Invernizzi.
"Boh, pu darsi... In che anno  nato De Rosa?"
"Nel 1977" rispose Pinton.
Girarono i numeri componendo la cifra. La serratura non scatt.
"Niente...", comment amaro Ardig, massaggiandosi la guancia.
"Facciamo prima a scardinarla. Se ha messo un pin - borbott - che sapeva solo lui, tipo 5268, ci perderemmo una vita. Prendete qualche ferro per forzarla, dai..."
Nell'attesa che un tecnico trovasse il giusto arnese da scasso, fu colto da un'ispirazione.
"La data di nascita completa?"
"Era... il 3 settembre '77."
"Tentiamo anche questa."
Pinton ruot le rotelline con i numeri. Tre. Nove. Sette. Sette.
Tac. La serratura si era sbloccata, il trolley si apr dolcemente come un cocomero tagliato a met da una mannaia.
All'interno, perfettamente piegate, c'erano tre camicie, un pullover, una felpa griffata con cappuccio, biancheria e un paio di Merrell - le scarpe trendy da passeggio dei giovani - avvolte in un sacchetto di stoffa, il classico astuccio trasparente da viaggio con rasoio, dentifricio e via dicendo, un libro di Grisham, Il professionista, e una busta di plastica.
Il commissario la afferr sollevandone la linguetta.
"Tombola", esclam.
Dalla fessura scivolarono fuori il passaporto, un piccolo rotolo di soldi e una fattura.
Contarono rapidamente i verdoni: 1200 dollari in banconote di vario taglio. Una somma compatibile con una vacanza di una settimana nella Grande Mela, con annesso shopping tra le boutique alla moda di Manhattan.
Almeno una parte del quadro che si stava delineando trovava conferma. Il gallerista doveva essere pronto per partire, infatti aveva gi riposto nel bagagliaio la valigia con i documenti, senza i quali non avrebbe potuto imbarcarsi.
Ma all'appello, clamorosamente, mancava il biglietto aereo. Dove diavolo era finito? E non era l'unico rebus da sciogliere.
Per quale ragione si era recato nella sua pinacoteca, dove aveva incontrato i suoi carnefici?
Infine il commissario esamin la fattura emessa dal vettore internazionale FedEx: una spedizione di cinque quadri, dalla galleria New Art Gallery di Milano, destinatario un deposito situato a Coney Island, sempre a New York.
La spedizione dei quadri era stata saldata mercoled 13 aprile, anche se la consegna, come impresso nella bolla, era materialmente avvenuta il successivo gioved 21 aprile alle ore 11,03 della mattina.
Cinque quadri, tutti citati con tanto di titoli e autore, tutti di Mick Kendall.
Pass il documento fiscale a Pinton raccomandandogli di fare una visita, per mero scrupolo, a questo spedizioniere.
Il monastero di Santo Spirito si trovava all'esterno della cintura urbana del comune di Concorezzo, in mezzo a campi inframmezzati da alcuni capannoni e magazzini a destinazione industriale.
Per raggiungerlo, abbandonando la provinciale che conduceva verso il centro abitato, occorreva prendere una strada in terra battuta lunga alcune centinaia di metri, che sfociava in uno spiazzo non asfaltato adibito a parcheggio.
Adiacente al monastero sorgeva un piccolo cimitero. In mezzo, a separare i due edifici, un ampio e curatissimo chiostro protetto da un recinto, al cui interno si vedevano variegate essenze arboree, sentierini sterrati, tracciati a forma circolare, con due perpendicolari in mezzo che conducevano a una fontana contornata da quattro panchine in corrispondenza dei punti cardinali.
Posteggi l'auto vicino al camposanto, dove erano stati parcheggiati altri veicoli tra cui quello di servizio di Telelombardia, con tanto di scritta a caratteri cubitali dipinta sulla fiancata.
Si avvi verso l'ingresso del convento. Un carabiniere piantonava l'entrata.
All'esterno si era radunata, come sempre succede nei luoghi in cui  appena accaduto un fatto di cronaca, una piccola folla formata da curiosi e ovviamente da giornalisti.
Oltre all'inviato di Telelombardia erano gi sopraggiunti un paio di giovani freelance, che lavoravano come corrispondenti da Monza per i grandi quotidiani nazionali, un inviato dell'Ansa, sempre monzese, e un altro paio di cronisti, che conosceva di vista, dei settimanali della Brianza.
E poi c'era lui, il suo incubo quindicennale, Gabriele Moroni, l'inviato del "Giorno", il quotidiano storico dei lombardi, la principale testata concorrente della "Voce Lombarda".
Moroni, un sessantenne dall'aria mite, con occhiali spessi e modi gioviali, era il classico inviato vecchio stampo. Non utilizzava quasi mai Internet, girava senza palmari o blackberry, non scriveva con il portatile e dettava rigorosamente "a braccio" ai dimafoni.
Aveva uno stile professionale agli antipodi rispetto a Federico, totalmente incentrato sui rapporti umani: in ogni angolo della Lombardia, dal varesotto al mantovano, sembrava conoscere tutti, dal comandante della Polizia Municipale al vecchio cronista della zona, dal sindaco o assessore, di qualunque colore politico fosse, fino al parroco, passando per baristi e ristoratori.
Cos riusciva sempre a individuare la persona giusta a cui porre la domanda giusta nel momento giusto e a fine giornata aveva immancabilmente il blocchetto zeppo di appunti, scritti con una calligrafia minuscola e indecifrabile.
Aveva fiuto per la notizia e quella malizia giornalistica che soltanto un'esperienza trentennale poteva conferire.
Dove forse peccava era nell'intuito investigativo, esercizio in cui Malerba invece si ingegnava costantemente, tentando di sviluppare un'indagine parallela a quella degli inquirenti, pur senza avere a disposizione i loro strumenti.
Non erano propriamente amici, anche per via della ventina d'anni di differenza, eppure si stimavano vicendevolmente e insieme avevano trascorso tante piacevoli serate, soprattutto con le zampe sotto un tavolo, nelle osterie della Bassa o nelle trattorie sui laghi, dopo interminabili giornate passate a seguire gli altrettanto interminabili e noiosi processi per il delitto di Garlasco o per la strage di Erba.
Moroni era una memoria storica di tutta la "nera" degli ultimi trent'anni in Lombardia, Malerba controbilanciava con una competenza indubbia nel campo delle indagini, favorita anche dalla mai celata amicizia con il commissario Ardig.
Se avessero potuto lavorare insieme avrebbero formato una coppia straordinaria, ma a pagargli lo stipendio erano due gruppi editoriali concorrenti, e tra i due quotidiani si era sviluppata una rivalit atavica.
E cos, ancora una volta, pur trovandosi gomito a gomito, cominciarono ad annusarsi con sospetto, anche se in realt era Malerba ad avvertire maggiormente il confronto e il senso di sfida con il collega pi esperto.
"Sei sparito, non ti ho visto in giro negli ultimi giorni", esord Federico.
"Ero in vacanza. Una settimana in Trentino a ossigenarmi, sono tornato ieri", ribatt, cordiale e pacato, Moroni prima di aggiungere: "Speravo che tre morti in una settimana fossero sufficienti. E invece lavoro extra per noi della nera".
"Gi."
Prima il suicidio del professor Adorni, poi il ritrovamento del misterioso cadavere carbonizzato a Cascina Monlu e infine la scoperta del corpo del gallerista De Rosa. Il materiale per scrivere buoni articoli non mancava. Anzi...
"E adesso pure 'sta brutta roba qua", chios l'inviato del "Giorno", indicando il portone d'ingresso piantonato.
Golfari, il reporter di Telelombardia giunto per primo davanti al monastero, li raggiunse.
"Che cazzo di storia, eh? Prendersela con dei frati... mah."
"Come sta il monaco ferito?", chiese Moroni.
" conciato male. Lo hanno portato d'urgenza al San Gerardo di Monza. Da quel poco che  trapelato lo hanno legnato in testa, con una mazza.  in pericolo di vita."
"E gli altri?"
"Nessun ferito. Dormivano tutti, tranne quello aggredito. Aveva il sonno leggero, ha sentito dei rumori e hai visto com' andata a finire..."
"Hai saputo qualche dettaglio sul furto?", domand Malerba.
"Poco. Pare che i malviventi siano entrati in piena notte, verso le due. I frati per l'appunto ronfavano."
Federico osserv il portone d'ingresso: un solido arco in pietra, con mattoni a vista, sormontava un pesante portone in legno. Oltrepassando l'arco ci si immetteva in un cortile, con sassi incastonati nella pavimentazione in cotto e muri spessi ai lati dove si ergeva un doppio portico.
Lo spazio antistante alla basilica era ampio e scoperto: sul lato destro della facciata si alzava un altro arco che immetteva nell'adiacente chiostro. La facciata, a capanna, era in stile romanico, con infiltrazioni gotiche e mattoni a vista.
Sopra il tiburio della chiesa si innalzava un campanile a forma di cono cestile, tipico della tradizione cistercense.
Il monastero di Santo Spirito, in piccolo, somigliava all'abbazia di Chiaravalle, situata alla periferia sud-est di Milano, che il giornalista aveva ben imparato a conoscere, anche da un punto di vista architettonico, nel corso dei diversi reportage che aveva fatto quasi due anni prima sulla profanazione della cappella funeraria dove riposava il marchese Ludovico Acerbi, il Diavolo di Porta Romana.
Decise di mollare il gruppetto e fare un giro in senso antiorario intorno all'ampia cinta muraria.
Affond di malavoglia le sue Hogan nere nell'erba ancora umida. Percorse una trentina di metri. Le mura deviavano a sinistra. Continu a circumnavigare il complesso.
Si trovava sul lato destro della chiesa. Cominci a intravedere, alle spalle della canonica, i tetti del convento che ospitava i frati cistercensi. Prosegu per una cinquantina di metri, fino a deviare nuovamente a sinistra.
Ora stava costeggiando il muro posteriore. I tetti erano terminati. Dietro al muro c'erano alberi imponenti e ben curati. Si era portato alle spalle del chiostro.
Scorse due giovani carabinieri posizionati quasi all'angolo successivo: con le loro voluminose figure oscuravano un terzo uomo, inginocchiato e intento a raccogliere qualcosa.
Il cronista allung il passo.
I due militari, notando il suo arrivo, gli intimarono di non avvicinarsi.
"Sono un giornalista", si qualific mostrando il tesserino professionale.
Erano due ragazzi, due sbarbatelli.
"Non potrebbe avvicinarsi...", dichiar esitante il pi anziano dei due.
Ormai era a un paio di metri.
L'uomo inginocchiato, in borghese, con una pettorina identificativa dell'Arma, stava repertando alcuni piccoli oggetti. Concentr lo sguardo sulle mani dell'agente.
Cocci di bottiglia. Gett un'occhiata al muro di cinta. Era disseminato, sulla sommit, di pezzi di vetro che i frati dovevano aver infilato come deterrente per scoraggiare chiunque volesse scavalcare, tranne nel tratto, un paio di metri in tutto, sotto il quale stava armeggiando il carabiniere chinato il quale, nel frattempo, si stava rialzando brandendo nella mano sinistra un sacchetto trasparente dove aveva infilato i cocci raccolti.
"Torno dagli altri", li inform con tono infastidito.
Attese che il militare in borghese si allontanasse. Appena lo vide voltare l'angolo delle mura si avvicin ulteriormente ai due ragazzi.
"Sono passati di qui, vero?"
I militari esitarono, prima di assentire.
"Tranquilli, voi non mi avete detto nulla", li rassicur.
Il pi giovane dei due, vent'anni a occhio e croce, lo squadrava attentamente.
"L'ho gi vista in televisione o mi sbaglio?"
"Non ti sbagli. Per dammi del tu, non sono mica cos vecchio."
A dire il vero, con i suoi 37 anni, Malerba era, e si sentiva, decisamente un vecchietto rispetto al carabiniere ventenne che lo fronteggiava.
"Per chi lavora?", domand l'altro militare, anche lui sui 22-23 anni, finta aria da duro e marcata inflessione meridionale.
"Sono l'inviato della Voce Lombarda, Federico Malerba."
Il pi giovane dei due si illumin.
"Mio padre  un suo lettore, compra tutti i giorni il vostro giornale. Sa,  un pensionato..."
Si ostinavano a dargli del lei, per il ghiaccio era rotto. Doveva provare a bluffare. Cal il suo asso sul tavolo.
" appena arrivato il pm. Ha spiegato che il monaco ferito alla testa  in gravi condizioni, lo hanno portato al San Gerardo di Monza.  in pericolo di vita", spieg loro, sfoggiando la sicurezza di chi  al corrente di ogni particolare di quanto accaduto e pu persino informare i suoi interlocutori, che abboccarono all'amo ingenuamente.
"Perdeva cos tanto sangue. Speriamo se la cavi", comment quello con l'accento calabrese.
"Per fortuna nessun altro monaco  rimasto ferito", aggiunse Malerba, sfruttando l'ultima informazione di cui era in possesso. Sufficiente, comunque, a sciogliere la lingua del pi giovane.
"La biblioteca del convento  lontana rispetto alle celle dove dormono i frati. I ladri hanno fatto rumore e il frate bibliotecario, che dormiva proprio l a fianco, si  svegliato e si  insospettito. Poveraccio, come lo hanno ridotto."
"Magari - intervenne l'altro militare - se lo avessero soccorso immediatamente. E invece per chiss quanto  rimasto l sul pavimento, con il sangue che fuoriusciva..."
Il ferito, quindi, era il bibliotecario, e i malviventi erano penetrati nella biblioteca. Aveva gi raccolto qualcosa. Tent un ulteriore bluff. Se nessun altro frate era stato svegliato e se l'aggredito era stato soccorso tardivamente...
"Da quel che ci ha raccontato il magistrato non sono nemmeno entrati in chiesa", azzard senza lasciar trasparire alcun dubbio.
"Non devono aver fatto in tempo. Probabilmente pensavano di rubare prima in biblioteca e poi nella basilica. Invece  arrivato quel poveretto..."
Il carabiniere in borghese torn svoltando l'angolo, accompagnato da un pezzo grosso: doveva essere il capitano della stazione locale.
I due giovani militari assunsero un contegno pi tirato.
Malerba decise di toglierli dall'impaccio.
"Bocche cucite, eh? Sempre uguali voi carabinieri", esclam ad alta voce per farsi udire dai due nuovi arrivati, cui si avvicin rapidamente.
"Capitano..."
"Maresciallo, non capitano. Lei chi ?"
"Federico Malerba, giornalista della Voce Lombarda. Mi chiedevo se almeno lei potesse dirmi qualcosa, dato che i suoi uomini sembrano muti."
L'ufficiale lo squadr con piglio severo.
"Si allontani immediatamente e ci lasci svolgere il nostro lavoro. Quando sar il momento faremo ogni comunicazione che riterremo opportuna."
Pareva che recitasse una frase imparata a memoria. Non era il caso di insistere.
Riprese a circumnavigare il complesso murario, aggirando anche il cimitero e ritrovandosi, qualche minuto dopo, insieme al gruppetto di curiosi e cronisti che continuavano a stazionare davanti all'ingresso del convento. Scambi qualche battuta con i colleghi e raccolse i commenti della gente.
Un anziano, che abitava poco lontano, stava ricordando che gi altre volte, negli ultimi anni, il monastero era stato preso di mira da balordi e tossici: tuttavia non si era mai verificato un episodio di questa gravit.
Il resto della mattinata prosegu veloce. Sul posto sopraggiunsero prima il sindaco, per le canoniche dichiarazioni, ovvero solidariet ai religiosi e stupore per un fatto che generava allarme sociale in una comunit tranquilla come la loro, poi la Digos e infine un parlamentare di Monza, venuto ad accertarsi di quanto accaduto, prodigo di affermazioni banalissime attinte dal repertorio del politically correct.
Malerba prese qualche virgolettato da ognuno di loro, quindi si fece passare da Donatella, la segretaria di redazione, il numero del loro corrispondente da Monza, tale Andrea Vigan, un ragazzetto 26enne, appena laureato, che sgomitava nel tentativo di mettersi in luce e che aveva gi dimostrato di essere sveglio e affidabile: gli affibbi il compito di recarsi all'ospedale dov'era stato ricoverato il frate per avere qualche notizia sulle sue condizioni di salute.
Verso le 12,30 il magistrato, il dottor Silvio Saini, usc dal cortile. Telecamere, registratori e taccuini lo attorniarono in un istante. Forn una breve ipotetica ricostruzione degli eventi: due o pi malviventi penetrano nella notte all'interno del convento, dopo aver scavalcato le mura, si dirigono in biblioteca dove cominciano a rovistare tra gli scaffali in cerca di qualche oggetto antico da trafugare; un rumore, per, sveglia un monaco che si precipita a controllare, sorprendendo i banditi. Questi reagiscono colpendolo con un corpo contundente e quindi si dileguano senza fare eccessivo chiasso, evitando cos di svegliare il resto del convento e portandosi appresso un paio di tomi.
Soltanto all'alba, quando i religiosi si alzano per celebrare le lodi mattutine, notano qualcosa di anomalo e rinvengono il corpo del loro confratello, sanguinante e privo di conoscenza. A quel punto vengono chiamati i soccorsi e scatta l'allarme.
Non aggiunse altro e si dilegu senza rilasciare alcun commento aggiuntivo, seguito dal responsabile del Comando Provinciale dei Carabinieri di Monza, anche lui silente come una statua di gesso.
Malerba rimase ancora per una decina di minuti, per dare le ultime istruzioni al fotografo. Poi decise di tornare a Milano.
Si accert che anche Moroni se ne fosse gi andato. Non lo vide da nessuna parte e si tranquillizz.
Dalla Questura Ardig si era fatto dare un passaggio fino a Citt Studi. Arriv giusto in tempo: l'esame necroscopico era appena terminato.
Il dottor Brasca, fasciato da un camicione di nylon completamente imbrattato di sangue, pi che un chirurgo sembrava un addetto alla macellazione del bestiame.
Ardig, per via del suo temperamento chiuso e razionale, raramente permetteva alle sue emozioni di emergere, o peggio ancora prevalere, e tendeva a non impressionarsi alla vista del sangue o della morte.
Negli ultimi cinque giorni, per, era stato costretto a riempirsi gli occhi, nell'ordine, prima con il corpo cianotico del professor Adorni, poi con il cadavere orribilmente arso a Cascina Monlu e infine con il corpo annerito, sfigurato e putrescente del giovane gallerista Raffaele De Rosa. Era abbastanza per cominciare a sentirsi nauseato.
Per questo aveva preferito presentarsi all'Istituto di Medicina Legale soltanto quando il lavoro dell'anatomo-patologo doveva essere gi concluso.
Invece, per via di alcuni piccoli disguidi tecnici, Brasca aveva cominciato a sezionare il morto con quasi mezz'ora di ritardo, cos i due si erano incrociati, all'uscita della saletta, proprio pochi istanti dopo la fine dell'esame autoptico.
Attese che il medico e il suo collaboratore si ripulissero, precedendoli direttamente al bar per il consueto aperitivo.
In realt il commissario aveva solo due domande da rivolgere al dottore. E non fu nemmeno necessario aprire bocca per ottenere l'attesa risposta.
"La stessa mano, lo stesso modus operandi, suppongo lo stesso liquido infiammabile. Insomma, se mi passa il termine sono due delitti fotocopia", esord Brasca, sorseggiando un bianchino freddo e leggero. "Come vi avevo gi anticipato ieri in via Pisacane, questo De Rosa  stato trattato esattamente come lo sconosciuto che avete rinvenuto a Cascina Monlu. Colpito con una violenza devastante, per con metodo. Per non ucciderlo troppo in fretta."
" morto per le emorragie interne?"
"No. Non ha fatto in tempo", bofonchi il medico legale sgranocchiando rumorosamente un mix di noccioline e salatini.
"Aspetti... non la seguo."
"Il decesso  stato causato da un collasso cardiocircolatorio che ha provocato un arresto del miocardio..."
Lo interruppe.
"Un infarto?"
"Proprio cos. De Rosa, nonostante la giovane et, aveva un cuore debole e delicato. E aveva peggiorato il suo gi negativo quadro assumendo stupefacenti, eccitanti e sostanze stimolanti che, come pu ben comprendere, aumentavano inverosimilmente la frequenza del battito cardiaco."
"Nell'abitazione della vittima abbiamo infatti rinvenuto pasticche di Viagra."
"E non solo. L'esame tossicologico ha confermato la positivit alla benzoilmetilecgonina."
Ovvero il componente molecolare della cocaina.
Una non notizia, anzi una conferma.
"Il ragazzo aveva il cuore a pezzi, anche se forse lo ignorava. Ancora qualche anno e avrebbe dovuto sottoporsi a un intervento per l'inserimento di un bypass."
"Ho capito. Il pestaggio e le torture gli hanno fatto saltare le coronarie."
"Sintetizzando possiamo dire che  andata cos, perch con quelle lesioni rischiava di crepare ugualmente senza un tempestivo soccorso. Come l'altro carbonizzato, del resto", convenne Brasca.
"Per potrebbe essere schiattato durante il pestaggio", lo interruppe Ardig.
" quello che le ho appena comunicato."
"No, mi perdoni. Volevo dire: forse non volevano ucciderlo ma solo torturarlo e sono andati oltre per via di questo cuore malridotto..."
" possibile, certo. Forse  spirato sotto i loro occhi, forse li ha solo anticipati. Magari lo avrebbero finito comunque con un colpo di grazia come l'altro, no?"
Forse s. O forse no. Un dettaglio non secondario.
"Mi stava accennando alle fratture riportate..."
"Le confermo che sono analoghe a quelle riscontrate sul corpo carbonizzato dello sconosciuto. Osso mandibolare, zigomi, incisivi, costole e, come vi avevo gi anticipato, la frattura scomposta dell'anulare sinistro."
La prima domanda aveva trovato la risposta che si attendeva. Pass alla seconda.
"Possibile collocazione oraria del decesso?"
"Direi tra i sette e i nove giorni. Tra gioved e sabato."
Coincideva con l'approssimativa collocazione oraria del carbonizzato.
Il capo della Omicidi riflett ad alta voce. "Dovrebbero averlo torturato e ucciso direttamente nel seminterrato di via Pisacane."
"Questo tocca ai cervelloni della Scientifica stabilirlo, non dovrebbe essere tanto difficile", sottoline, con una punta di acidit, Brasca, che non aveva mai provato stima o simpatia per De Piccoli e i suoi uomini.
"Dal tipo di lesioni provocate,  stato un professionista?"
"Senza dubbio. Un pugile o comunque un esperto di arti marziali o di quelle discipline asiatiche, come si chiamano?"
"Kick boxing, full contact, Taj... dipende", rispose distrattamente Ardig che, peraltro, per diversi anni, aveva praticato il Thieu Lam, un'arte marziale vietnamita basata su una tipologia di colpi mirati a raggiungere determinati punti deboli.
"Mi pare di capire che le lesioni e le fratture riportate sia da De Rosa che dallo sconosciuto sono state provocate da colpi inferti con una forza e una potenza devastanti, e pi con le mani e con i pugni, che con i piedi, no?"
"Esattamente."
"Allora tenderei a escludere questa sua seconda ipotesi, dell'esperto in arti marziali.  plausibile che a massacrare quei due poveretti sia stato un bruto, un pugile per esempio, o comunque il classico picchiatore da strada."
L'anatomo-patologo non replic.
"Altro da segnalarmi?"
"No, direi di no."
Poteva bastare. Pag le consumazioni e si conged dai due medici, intenti a terminare i loro drink.
In redazione non c'era quasi nessuno.
Il sabato gli impiegati amministrativi non lavoravano, mentre giornalisti, poligrafici e tipografi, come ogni giorno, non sarebbero arrivati prima delle 14,30.
C'erano soltanto i capi, riuniti nel quotidiano conclave per mettere a punto il cosiddetto "timone", ovvero la suddivisione delle pagine in base ai vari argomenti e, conseguentemente, l'assegnazione alle varie redazioni.
Nei corridoi incroci Donatella, la segretaria di redazione. Come sempre ondeggiava arrampicata su tacchi vertiginosi, esibendo sfacciatamente un look gi estivo al limite del volgare: sandali senza calze, unghie pittate di nero, gonna corta di jeans e una canottiera bardata davanti con una sorta di rinforzo metallico per far risaltare il non eccessivo dcollet e striminzita dietro per mostrare urbi et orbi il "maori" tatuato nella zona lombare. Nonostante fosse sui 45 anni prediligeva un abbigliamento da ventenne, non lasciando mai molto all'immaginazione.
Prosegu fino all'ufficio che divideva con Guido Borroni. Il collega non era ancora arrivato. Meglio cos.
Prima di raggiungere piazza Cavour aveva fatto tappa in uno dei tanti self service del centro, dove aveva raccattato un'insalata di pollo fredda e la "michetta", il panino dei milanesi, ancora incellophanata.
Consum rapidamente il veloce pasto guardando il servizio di basket su SkySport: l'Armani Milano, squadra di pallacanestro di cui era tifosissimo fin da bambino, l'indomani avrebbe giocato a Caserta contro la Pepsi.
Gett un'occhiata alla parete dove teneva appesa la canotta biancorossa marchiata Philips, stagione 1988-89, la numero 9, vestita da Roberto Premier, l'Ariete, come lo chiamavano i supporter milanesi per la sua irruenza, che lo stesso funambolico tiratore gli aveva regalato alla fine di una partita.
Quel giorno c'era anche Ardig, altro tifoso biancorosso: avevano 15 anni e avevano atteso l'uscita dei giocatori sul retro del PalaTrussardi, dopo un incontro vinto contro l'Arimo Bologna; dal parcheggio erano spuntate le varie auto e Premier, vedendoli con le sciarpe al collo, si era fermato abbassando il finestrino per firmargli l'immancabile autografo. La canotta era l e non c'era stato bisogno nemmeno di chiederla: era bastato uno sguardo illuminato del giovane Federico per indurre il campione a donargliela.
L'aveva sempre conservata come una reliquia, esposta sopra la scrivania della sua cameretta, fino a quando aveva messo piede, per la prima volta, nella redazione della "Voce Lombarda". Da quel momento la canotta della Philips lo aveva seguito in ogni trasloco da un ufficio all'altro.
Usc nel corridoio per cestinare la confezione dell'insalata. Rientr e si mise al lavoro.
Per prima cosa chiam Vigan, il giovane corrispondente da Monza spedito all'ospedale San Gerardo. Gli rifer che il monaco era ancora in sala operatoria, dove stavano cercando di ridurre l'ematoma cerebrale provocato dai colpi inferti. Non aveva aggiornamenti sanitari, in compenso aveva scoperto il nome del religioso: padre Giacomo.
Senza neppure consultarsi con Brigante gli assegn un articolo, di circa 30-35 righe, che avrebbe messo come box al suo pezzo principale, incaricandolo di scoprire quanto pi possibile sul ferito ovvero et, da quanto tempo era nel convento e via dicendo.
Riguard gli appunti. Aveva abbastanza materiale per scrivere un buon articolo.
Anche se... Digit sulla barra di ricerca di Google le parole "Concorezzo Monastero di Santo Spirito". Trov pochi link. Cominci a cliccare e a leggere con interesse.
"L'edificio su cui sorge l'attuale Monastero di Santo Spirito risalirebbe addirittura al IX secolo, anche se nei secoli successivi le varie costruzioni, ovvero la chiesa, il convento, il chiostro e il cimitero, hanno subito radicali modifiche, soprattutto intorno al XIII, su iniziativa di alcuni nobili locali, e al XVI secolo su iniziativa dei governanti spagnoli..."
Non c'era molto altro, se non notizie generiche sulla nascita del comune di Concorezzo e sull'etimologia del suo nome derivante, stando a Wikipedia, da cum curte regia, letteralmente con la corte regia, in quanto il piccolo borgo su cui poi sarebbe sorto l'attuale comune brianzolo sarebbe stato legato a Monza, che nel periodo longobardo era per l'appunto la Corte Regia.
In ogni caso gi nell'anno 853 la citt era citata come "Concoretio".
Ne aveva abbastanza per infarcire con un po' di colore un pezzo di asciutta cronaca. Butt gi circa 65 righe, sufficienti per un'apertura di pagina.
Nel frattempo lo aveva raggiunto anche Borroni. Lo aggiorn sulla trasferta in Brianza e gli pass le consegne.
"Il giovane Vigan ti mander un trentello sulle condizioni di salute del frate colpito dai rapinatori, me lo metti come box?"
Il collega, impegnato ad accendere uno dei suoi pestilenziali toscanelli, annu senza troppa convinzione. Nel dubbio prefer aggiornare anche Brigante.
Il vecchio caporedattore, ormai 65enne ma per nulla intenzionato a mollare le redini del comando e godersi la meritata pensione, lo ascolt attentamente, annotando tutto quanto riferito.
Alla fine lo osserv perplesso: "Aspettiamo, se muore il monaco la notizia c', se invece non  in pericolo di vita...".
"Mi  parso di capire che sia abbastanza grave."
"Vediamo. Dai, per oggi hai finito, goditi il pomeriggio libero."
Stava per oltrepassare la porta quando Brigante lo richiam.
"Dimenticavo... poco fa ha chiamato Rebecca Adorni."
"La figlia del professore?"
"Proprio lei", ammicc, sornione, il caporedattore. "Voleva avere notizie sulla rapina al convento di Concorezzo e soprattutto mettersi in contatto con te."
"E a lei cosa importa di quel monastero?"
"Questo non lo so, chiedilo a lei direttamente.  qui a Milano."
Malerba sbuff. Erano le 15 passate e voleva godersi il resto del pomeriggio senza ulteriori intoppi.
Brigante lo anticip: "Hai il numero di cellulare, no? Contattala e ragguagliala. E se ha qualcosa di interessante per noi puoi scriverla domani da casa".
L'espressione autoritaria del superiore non gli lasciava alternative.
"OK, dopo la chiamo."
Scendendo le scale a grandi falcate, compose il numero di Lucrezia. Aveva il cellulare spento. Probabilmente stava godendosi il riposino del sabato pomeriggio. Il "sonno del giusto", come lo definiva lei, rimarcando che arrivava dopo un'intensa settimana di lavoro.
Le invi un sms per informarla che si era liberato e proporle un aperitivo e una cenetta. Svolt verso il parcheggio ubicato alle spalle del Palazzo dell'Informazione per recuperare l'Alfa 147.
Strada facendo compose il numero di Rebecca.
Prima di trovare un buco in via Caradosso, alle spalle della basilica di Santa Maria delle Grazie, impieg quasi venti minuti.
Emerse dalla macchina accaldato e invece che dirigersi verso piazza Virgilio e da l svoltare per casa sua, in via Monti, si incammin in direzione opposta verso corso Magenta.
Continuava a domandarsi per quale ragione avesse accettato quell'insolito invito: un caff - alle 16  troppo presto per un aperitivo - nel mondanissimo e storico Bar Magenta.
Si ripeteva che aveva accettato per una sola ragione. Dalla sua abitazione al Bar Magenta c'erano duecento metri. Il tempo di prendere il caff, scambiare due parole e sarebbe filato a casa, a riposarsi e farsi bello per la serata con Lucrezia. Avrebbe perso mezz'ora al massimo.
Svolt l'angolo di largo D'Ancona intravedendo, tra i tavolini all'aperto, una ragazza con i capelli corti, un maglioncino nero a collo alto, con le maniche rimboccate, jeans, ballerine, viso totalmente acqua e sapone. Non il massimo della sensualit.
Rebecca Adorni stava fumando. Il tavolino vuoto, lucido, pulito di fresco, rifletteva la sua immagine distratta. Impegnata a inseguire il filo contorto dei suoi ragionamenti non si era accorta dell'arrivo del cronista e quasi sobbalz quando la sua figura si materializz davanti a lei.
"Grazie per essere venuto", lo salut squadrandolo.
Alto, atletico, con un viso da ragazzo che non si decide a diventare uomo, l'aria da fighetto milanese di buona famiglia. Era lontano dallo stereotipo del giornalista tradizionale.
La donna assunse un'aria perplessa, quasi corrucciata, se non delusa. Il reporter lo intu. Rebecca rimedi prontamente.
" pi giovane di quanto immaginassi", esord, invitandolo a sedersi.
"Lo prendo per un complimento?", ribatt Malerba.
"Non mi fraintenda. Ho letto i suoi articoli in questi giorni, mi avevano parlato di lei e pensavo di trovarmi di fronte un... uomo maturo, insomma un cinquantenne, non un trentenne."
"Magari trentenne... lo ero sette anni fa."
"Ah, 37... le avrei dato 30 anni, massimo 32. Mi creda."
"Stiamo ribaltando i ruoli - rise divertito - una bella donna che insiste per invitarmi fuori, poi mi riempie di complimenti, manca soltanto che paghi lei il conto..."
"Certo che lo pagher, l'ho invitata io."
"E allora champagne, il migliore!"
Rise anche lei, risero entrambi. L'imbarazzo iniziale era superato e si stava creando una complicit spontanea e inattesa.
"Ci diamo del tu?", propose il cronista.
"Va bene, Federico."
Simpatica. Sciolta. A suo modo anche carina. E con un po' di trucco e un abbigliamento adeguato lo sarebbe stata ancora di pi.
Da quando stava con Lucrezia osservava le donne con un distacco particolare, come un appassionato di calcio che si gusta una partita dalla tribuna senza essere tifoso, godendosi le giocate, senza l'ansia o le aspettative del risultato.
Le osservava, le donne, le studiava, senza desiderarle. E di questo ne era felice.
Lucrezia aveva riempito la sua vita e non voleva altro. "Come mai hai insistito tanto per vedermi gi oggi?", domand per chiudere la parentesi dei convenevoli e andare al nocciolo della questione.
Il cameriere si avvicin per prendere le ordinazioni. Chiesero due succhi di pompelmo.
"In generale sai che abbiamo un obiettivo comune, completare la ricerca di mio padre e far pubblicare il suo saggio. Per quanto riguarda oggi, beh... per la rapina al monastero di Santo Spirito."
"Perch ti interessa?", tast Federico.
La ragazza titub, mettendosi sulla difensiva.
" una questione delicata, non so se..."
"Sei stata tu a insistere per vedermi."
"Infatti. Riguarda mio padre."
Altro silenzio. Sorseggiarono le loro bibite.
I tavoli intorno erano ancora deserti. L'happy hour sarebbe scattato intorno alle 17.
"Rebecca, se pu tranquillizzarti: sono vincolato al segreto professionale."
"Non  per quello. Non solo."
"Non  meglio se giochiamo a carte scoperte?"
"Ho preso qualche informazione su di te. Dicono che sei uno bravo, che riesce a scavare nelle storie fino in fondo."
Se voleva blandirlo ci stava riuscendo.
" vero. Sono bravo, anzi sono convinto di essere il migliore, modestia a parte."
"Di quello che ti confider non scriverai nemmeno una mezza parola, prometti?"
"Non senza una tua autorizzazione, promesso. Hai la mia parola."
"Uff... va bene,  presto detto: pap si era recato pi volte in quel monastero a Concorezzo."
Rimase senza parole. E senza pensieri. Tranne uno.
"Ne sei sicura?"
Rebecca prosegu.
"Me ne aveva parlato a Natale, quando l'ho incontrato l'ultima volta. Aveva effettuato delle ricerche nella biblioteca del monastero di Santo Spirito. Me lo aveva rivelato lui stesso. Tra l'altro in quell'occasione mi aveva donato una bottiglietta di un amaro alle erbe fatto proprio da quei frati. Un digestivo."
Proprio quello di cui avrebbe avuto bisogno Malerba per smaltire la notizia appena ricevuta.
Gli altri tavoli iniziavano a riempirsi. Qualcuno poteva ascoltarli.
" meglio se facciamo due passi, ti va?", propose il giornalista.
Entrarono nel locale per pagare le consumazioni e cominciarono a passeggiare diretti verso la basilica di Sant'Ambrogio.
"Dai, spiegami dall'inizio", la incalz.
"Non ho molto da aggiungere. Pap mi aveva soltanto spiegato che si recava spesso in quel monastero per consultare dei testi presenti nella biblioteca. I monaci non permettevano di prenderli in prestito o di fotocopiarli, cos doveva annotare ogni notizia che trovava di suo interesse."
"Dove li annotava? Su un taccuino?"
"No, utilizzava delle agende. Suppongo si trovino ancora nel suo appartamento."
"Dove per ci sono i sigilli giudiziari. Non potrebbero trovarsi nel suo ufficio a Brera?"
"All'Accademia? No, pap preferiva tenere tutto a casa."
"Ricapitoliamo. Il professor Adorni stava lavorando su un libro incentrato sull'intreccio tra la presunta omosessualit di Leonardo da Vinci e le sue convinzioni al limite dell'eresia, no?"
"Pi o meno, la sfera sessuale dell'artista andava a confondersi e a mescolarsi con quella religiosa."
"E cosa c'entra quel convento? Ho fatto alcune ricerche su Internet, prima, e non  saltato fuori nessun collegamento con Leonardo."
Rebecca si zitt nuovamente.
" proprio su questo che ti chiedo di mantenere il segreto."
Si batt una mano sul petto.
"Parola di lupetto!"
"Questa  una delle scoperte di mio padre: secondo lui l'attuale monastero di Santo Spirito sorgerebbe sulle rovine della chiesa di Sant'Andrea."
"E cosa sarebbe?"
"Era la cattedrale dei catari."
"Non ti seguo."
Si accomodarono su una panchina dei giardinetti adiacenti alla basilica fondata dal santo patrono cittadino.
"Conosci la storia dei catari?"
"Erano eretici, volevano una chiesa umile e priva di beni materiali, stile San Francesco. Mi ricordo che si erano radicati qui a Milano nel tardo Medioevo..."
"Infatti. Tra il XII e il XIII secolo la dottrina catara prolifer, soprattutto tra i ceti pi poveri, nell'area della Provenza, dell'Occitania e nella stessa Pianura Padana. Il termine cataro - prosegu Rebecca - deriva dal greco katharos che per l'appunto significa puro. I catari aborrivano la carne, che ritenevano imprigionasse l'anima. Pertanto in primis osteggiavano il sesso, in quanto dal rapporto sessuale discendeva la procreazione e dunque la carne. E di conseguenza non potevano mangiare alcun tipo di animale, proprio perch frutto di un rapporto carnale, ma non solo: evitavano anche le uova o il latte, che sono comunque prodotti ottenuti dall'unione di corpi."
"Quindi erano vegetariani?"
"Quasi: potevano nutrirsi di pesce semplicemente perch nel tardo Medioevo si ignorava che i pesci nascessero da una riproduzione basata su un congiungimento carnale. C'era la convinzione che avessero un unico sesso e che si auto-riproducessero."
"E un simile credo fece proseliti tra i poveri che da mangiare avevano solo il latte delle loro mucche e le uova delle galline? Tanto pi qui in Padania dove di pesce ne girava poco. Mi pare strano..."
"Per questo molti catari si spostarono sul Garda, a Desenzano o Sirmione per esempio, dove di pesce ne potevano trovare parecchio. Ma quella che andava a coinvolgere anche la sfera alimentare - precis la figlia del professore - chiaramente era la forma di catarismo pi estremo. Per gli ideali di carit, povert e umilt che professavano i catari attecchirono facilmente tra il popolo, che avvertiva lontana la Chiesa tradizionale, con il suo latino incomprensibile, le basiliche riccamente addobbate, i suoi lussi e il potere ostentato. Per fartela breve i catari, che osteggiavano le ricchezze e i vizi, videro aumentare il loro seguito in maniera esponenziale e sia il potere temporale che quello secolare, spaventati dall'adesione del popolino a questo culto, intrapresero delle sanguinose crociate per estirpare questa dottrina eretica."
Prese fiato, poi continu: "Papa Innocenzo III nel 1208 dispose la prima crociata contro i catari: si tratt della prima occasione in cui i cristiani perseguitarono altri cristiani, e successivamente papa Gregorio IX istitu il Tribunale dell'Inquisizione proprio per combatterli. Alcuni anni dopo anche i sovrani di Spagna e Francia, per ragioni politiche e non certo dottrinali, rivolsero le loro spade contro i catari, che nel giro di alcuni decenni vennero sterminati, soprattutto nella parte meridionale della Francia. Fu un vero e proprio genocidio. Vennero trucidate centinaia di migliaia di persone".
"Anche nell'Italia settentrionale?"
"Soprattutto! Tuttavia alcuni nuclei scamparono alle persecuzioni e ai massacri e una numerosa comunit catara riusc per l'appunto a sopravvivere e a proliferare a Concorezzo per quasi tre secoli, fino a quando Milano, alla fine del Quattrocento, fu conquistata dai francesi."
"Ovvero fino alla caduta di Ludovico il Moro. E infatti Leonardo da Vinci rimase a Milano proprio fino al 1499."
"Vedo che ti sei documentato."
"Ti ricordo che sono milanese, questa  la mia citt. Torniamo al monastero di Santo Spirito, anzi, come si chiamerebbe? La cattedrale di Sant'Andrea?"
"Precisamente. Come ti ho accennato, pap aveva maturato la convinzione che quelle mura fossero state erette sulle rovine della chiesa di Sant'Andrea, che venne distrutta per volont dei francesi all'inizio del Cinquecento."
"E su cosa basava questa sua teoria?"
"Aveva scoperto che nella cripta del monastero  stato sepolto un certo Stefano Confalonieri. Un nobile milanese che nel XIII secolo guid, anche con le armi, i catari in Lombardia. Addirittura fu ritenuto il mandante dell'omicidio del vescovo che la Chiesa Cattolica aveva inviato a Milano, tale Pietro da Verona, che nel 1252 venne ucciso nei pressi dell'odierna Seveso, sempre in Brianza, da sicari inviati da questo Confalonieri."
"Immagino fin al rogo."
"No. Il suo rango sociale e la sua pericolosit gli evitarono il patibolo. Venne condannato al carcere a vita, senza per essere mai imprigionato. In quegli anni i catari a Milano erano una potenza, addirittura riuscirono a far nominare un proprio arcivescovo, Ottone Visconti, facendo enormi pressioni sul papa. Comunque, tornando a noi: la tomba di questo Confalonieri, secondo mio padre, si trova proprio nel monastero di Santo Spirito e questo  uno degli elementi che lo avevano indotto a ritenere che quelle mura sacre fossero state costruite sopra le rovine della chiesa di Sant'Andrea, la cattedrale degli eretici catari."
"Tutto qua?"
"Beh... s. Ti sembra poco?"
"Non fraintendermi, per... francamente, anche se fosse, non la reputo una rivoluzione copernicana. Quella cattedrale  andata distrutta da cinque secoli, no? E i catari ormai sono soltanto un ricordo, e quindi?"
"Prova ad ampliare il ragionamento. Mio padre riteneva che Leonardo avesse scelto di trasferirsi a Milano, mettendo il suo genio e il suo talento al servizio degli Sforza, proprio per poter frequentare la comunit catara, in quel periodo fortemente radicata in citt e nei borghi limitrofi, e diventarne una sorta di alfiere, disseminando tracce della sua adesione al loro credo eretico nei capolavori dipinti in quegli anni, su tutti l'Ultima Cena."
"Ribadisco, non mi pare nulla di sensazionale..."
"E io ti ripeto che pap viveva per la storia e la ricerca, era curioso e appassionato, eppure non era un sognatore o un illuso. E se era convinto di aver fatto una scoperta sensazionale avr avuto le sue buone ragioni. Purtroppo, per, le ignoro queste sue buone ragioni. Ed  proprio per questo che ho accettato di aiutarvi. Perch voglio arrivare fino in fondo."
Cominci a intuire la ragione di tanta insistenza per vederlo gi quel pomeriggio.
"Mmm... hai saputo dell'irruzione dei ladri in quel convento e hai fatto due pi due."
"Perch? Tu credi alle coincidenze? Credi veramente che i ladri rapinino, casualmente, proprio lo stesso convento dove, guarda caso, un professore appena scomparso si recava per svolgere le sue ricerche, il tutto a distanza di appena cinque o sei giorni?"
"Ti sei gi risposta da sola:  pacifico che non ci dovrei credere. Per - lungi dal riaprire una ferita che immagino sia ancora sanguinante - tuo padre, da quel che mi risulta,  morto suicida o per un sospetto caso di eutanasia. Pertanto la consecutio temporum degli eventi non mi basta."
La ragazza non obiett.
"Anche se...", bofonchi, sibillino, il reporter.
"Cosa?"
"Mettiamola cos... avrei un motivo in pi per non credere a tutte queste coincidenze."
"E quale sarebbe?"
La figlia di Adorni fremeva per la curiosit.
"Avrai gi saputo che i ladri sono penetrati solo in biblioteca..."
"S, l'ho sentito al Tg3 Lombardia nell'edizione delle 14."
"E avrai sentito che un monaco  rimasto gravemente ferito."
Rebecca impallid. "Non mi dirai che..."
"Si tratta proprio del bibliotecario."
"Padre Giacomo?"
"Lo conosci?"
"Di nome, pap lo menzionava di frequente."
Impallid anche il giornalista. Rimasero entrambi muti come pesci, seduti a pochi centimetri di distanza, con aria tesa e preoccupata. Sembravano due fidanzatini reduci da una lite burrascosa.
La suoneria del telefonino li dest. Malerba prese il cellulare.
"Mi sono appena svegliata. Inizio a prepararmi. Passa a prendermi tra un'ora e mezza."
Lucrezia lo reclamava. Si scus con Rebecca: doveva andare.
"Dove hai la macchina?", indag la ragazza.
"Qui vicino, ma vado a piedi. Sai, abito proprio qui dietro."
"Dai... e dove?"
"In via Vincenzo Monti, praticamente attaccato al Bar Magenta. E tu dove alloggi?"
"Curiosamente sono qui vicino a te, all'Hotel King, in via Meravigli."
Ovvero a meno di trecento metri da casa di Malerba.
"Per questo - aggiunse Rebecca - ti ho invitato al Bar Magenta, perch era il pi vicino al mio albergo", comment con un sorriso malizioso.
"Quando riparti per Firenze?"
"Mi auguro presto. Ho tanto di quel lavoro che mi attende agli Uffizi... Ma voglio completare la ricerca di pap."
Lo salut con un bacio sulla guancia.
Federico arross imbarazzato. Dirigendosi verso casa inizi a sentirsi in colpa.
Il responso della Scientifica era arrivato a tarda sera: totale coincidenza del DNA di De Rosa, ricavato dagli oggetti personali sequestrati da Ardig e Pinton durante la loro prima visita nell'appartamento di via Morgagni, con quello del corpo rinvenuto nel sotterraneo della sua pinacoteca.
Tutto secondo copione, del resto chi poteva essere quel morto se non il gallerista?
Nel frattempo le perquisizioni nelle varie pertinenze di De Rosa erano terminate.
Pinton e gli agenti avevano rovistato da cima a fondo l'appartamento di via Morgagni, la galleria di via Pisacane e il Porsche Cayenne. Cassetti aperti, scrivanie frugate, armadi e scaffali passati al setaccio.
Eppure tutti gli oggetti pi interessanti, quelli che meglio di un parente o di un amico possono descrivere la persona scomparsa, ovvero il portafoglio, l'agenda, il computer, il telefonino, mancavano clamorosamente all'appello. Insieme al biglietto aereo per New York.
Chi aveva eliminato De Rosa aveva fatto le cose per bene, senza tralasciare alcun dettaglio, nemmeno il pi banale.
Un po' come era successo con l'altro cadavere carbonizzato, scaraventato nel fosso di Cascina Monlu nudo, senza uno straccio di oggetto che potesse consentirne l'identificazione. Un bel rompicapo.
E, come se non bastasse, aveva un'altra spina a punzecchiargli il fianco: l'altro caso, diverso, di quel maledetto cadavere con le mani giunte, il corpo disteso e un Vangelo piazzato sul viso: il professor Adorni, con la sua macabra espressione serena e rilassata, continuava a tormentarlo.
Il vicequestore Ardig imprec mentalmente, prima di guardare l'orologio a muro: quasi le 23.
La domenica incombeva su un sabato inconcludente, ormai pronto ad andarsene in un grigio dimenticatoio.
Una domenica che avrebbe passato lontano dal commissariato. Doveva riposare. Doveva fermarsi. Solo cos poteva ripartire.
...
.
...
6.
...
.
...
Per una volta tanto, eccezionalmente, era stata una domenica di riposo, una domenica normale, senza lavoro, senza ufficio. Per entrambi.
Malerba, per via dei turni stabiliti con cadenza mensile con i colleghi, aveva beneficiato della "corta" settimanale, mentre Ardig aveva preferito disertare gli uffici del commissariato di piazza San Sepolcro.
Due domeniche diverse, le loro. Federico ne aveva approfittato per una full immersion con Lucrezia: il sabato sera si erano regalati una romantica cenetta alla Salsamenteria Verdiana, un'atipica enoteca in Foro Buonaparte che propone prodotti doc emiliani con sottofondo rappresentato dalla musica del compositore di Busseto.
Avevano tirato tardi tra un bicchiere di lambrusco e uno gnocco fritto con culatello, poi avevano passeggiato per i vicoli di Brera ed erano rientrati a casa del giornalista, dove avevano fatto l'amore a lungo, prima di addormentarsi romanticamente abbracciati, con Ottone al fondo del letto a rampargli i piedi.
L'intera giornata di domenica l'avevano trascorsa in pigiama, guardando dvd e scambiandosi un po' di coccole, sempre in compagnia dell'immancabile e invadente felino, prima di uscire sul tardi: passeggiata in centro, aperitivo e giro per librerie in cerca di qualche novit editoriale da piazzare sul comodino. Federico per aveva evitato accuratamente di tagliare per la vicina via Meravigli, nel timore di imbattersi in Rebecca che alloggiava proprio l.
Non aveva ancora il coraggio di raccontare a Lucrezia, gelosa e sospettosa al limite del paranoico, della sua necessit di lavorare a stretto contatto con la restauratrice fiorentina.
Bruno, invece, aveva approfittato dell'insolita giornata di libert per tenersi in forma. Nella piccola cantina ubicata nel piano interrato del suo condominio aveva passato la mattinata a risistemare e oliare la mountain bike, l'unico "oggetto di lusso" che si era comprato negli ultimi anni, poi nel primo pomeriggio era partito in pantaloncini e maglietta, senza una meta. Raggiunta la periferia est di Milano, all'estremit di via Padova, aveva infilato la pista ciclabile che costeggia il Naviglio della Martesana, inoltrandosi nell'hinterland per alcune decine di chilometri, fra campi e aree verdi. Era rimasto in sella circa tre ore e mezza macinando una cinquantina di chilometri prima di arrendersi alla fame e alla stanchezza.
Quel luned mattina, con le gambe dolenti per l'acido lattico accumulato che gli contraeva i muscoli, stava percorrendo a passo lento la distanza che separava la sua abitazione dalla Questura: un paio di chilometri che, a causa dell'infinita pedalata festiva, parevano diventati trecento. Avrebbe potuto farsi venire a prendere da un'auto di servizio del commissariato, ma preferiva camminare per schiarirsi le idee: la sua mente era tutta rivolta al sotterraneo dove avevano trovato De Rosa.
Un tarlo, anzi un esercito di tarli, continuava a rodergli il cervello.
Nell'appartamento del gallerista, nell'auto e nella pinacoteca non avevano trovato un pc, fisso o portatile: un'assurdit, considerando la giovane et della vittima e la dipendenza di ogni commerciante o imprenditore dalla rete e dalle infinite possibilit che offre in termini pubblicitari e divulgativi.
Ovviamente c'era la possibilit che il ragazzo avesse prestato il portatile a un amico o a quella misteriosa ragazza che dimorava saltuariamente nella sua abitazione.
E allora un altro tarlo scavava nella direzione della sconosciuta che aveva lasciato alcuni suoi indumenti nella casa di via Morgagni.
La notizia della morte violenta di De Rosa era stata ampiamente divulgata dalla stampa da oltre sessanta ore: il fatto che la ragazza non si fosse ancora fatta avanti spalancava la porta a mille ipotesi. Paura di farsi coinvolgere in un'inchiesta? Timore di vedere il suo nome sui giornali? Oppure anche la ragazza aveva fatto una brutta fine?
Troppi ragionamenti. Doveva tastare il polso al portinaio di via Morgagni. Un pettegolo e guardone come lui avrebbe sicuramente potuto raccontargli qualcosa di interessante.
Infil piazzale Bacone e da l via Eustachi. Era giorno di mercato e una piccola folla, composta prevalentemente di pensionati, casalinghe e badanti dell'Est, sciamava chiassosa tra i vari banchi.
Decise di sgusciare dietro ai furgoni degli ambulanti, rasente agli edifici e lontano dalla calca, per procedere pi speditamente.
Gli occhi di Ardig osservavano distrattamente il via vai di persone impegnate nel loro lavoro. Un nauseabondo odore di pesce misto a quello di formaggi urt le sue narici, sospinto dal leggero vento di quella mattina di primavera.
I suoi timpani captarono un uggiolare pietoso. Tre metri davanti a lui un cane, scheletrico e spelacchiato, con gli occhi velati da una spessa cataratta grigia, stava tentando di trascinarsi via un pezzo d'osso sanguinolento, forse una braciola di maiale.
Era il classico bastardino, un disastroso e mal riuscito incrocio tra un lupetto e chiss quale altra razza. Ne era venuto fuori un meticcio di stazza media, di un colore grigiastro scuro, maculato con chiazze nere. Era magrissimo e sporco. Un mostriciattolo.
Un giovane con un grembiule, dalla stazza imponente, comparve minaccioso alle spalle della bestiola: grid qualcosa agitando le braccia coperte di tatuaggi e gli assest un violento calcio all'altezza del fianco destro. L'animale, distratto dal cibo, non si era accorto dell'imminente pericolo ed era stato colto alla sprovvista.
Il calcio lo sollev letteralmente da terra, poi il cane si accasci, guaendo penosamente per il dolore e per la paura.
"Brutto sacco di pulci... ora ti sistemo io."
L'uomo con il grembiule fece un ulteriore passo in avanti: stava per assestargli un altro calcio, che probabilmente avrebbe ucciso quel sacchetto d'ossa.
In una frazione di secondo i riflessi allenati di Ardig agirono per lui. Scatt come una molla e rifil uno spintone al corpulento aggressore proprio mentre stava caricando il calcio. L'energumeno, sbilanciato, ruzzol indietro cadendo fragorosamente a terra.
Osserv il grembiule bianco chiazzato di sangue: era un macellaio e probabilmente era infuriato perch la povera bestia, spinta dalla fame, gli aveva sottratto un pezzo di carne che stava sistemando sul bancone.
"Pezzo di merda, cazzo fai?"
Il macellaio, nonostante la mole, scatt di nuovo in piedi con sorprendente agilit. Ardig comprese di essere nei guai. Doveva qualificarsi e bloccare l'alterco sul nascere. Sarebbe bastato estrarre il tesserino per chiuderla l, ma...
Gett un'occhiata al cane, sdraiato su un fianco, e la rabbia, quella rabbia che non sempre riusciva a contenere nonostante fosse un servitore dello Stato, s'incanal in una forma sottile e pericolosa di desiderio: farsi giustizia sommaria. O meglio, vendetta.
Fin da ragazzino aveva nutrito un odio particolare per i bulli, per i prepotenti, per quelli grandi e grossi che vigliaccamente se la prendono con chi  debole o indifeso.
Come quel cane...
Il nerboruto macellaio intanto si era gi lanciato verso di lui. Lo schiv ruotando sul fianco e spostando tutto il peso sulla gamba sinistra, quindi allung repentinamente la destra in modo da sgambettare l'avversario, che rotol nuovamente sull'asfalto con un sonoro tonfo.
Questa volta non attese che si rialzasse: gli rifil un calcio sul fianco, prima di piombargli sulla schiena con una ginocchiata tra le scapole e immobilizzarlo con il suo peso. Alz il braccio ma si trattenne: non lo colp pi.
Diversi ambulanti erano accorsi, urla e schiamazzi echeggiarono dietro ai furgoni. Una piccola folla inviperita si radun contro di lui: era arrivato il momento di qualificarsi.
Afferr il distintivo e si rialz mostrandolo ai presenti. Al suo indirizzo volarono insulti e proteste.
Decise di ignorarli, concentrandosi soltanto sul cane, mentre qualcuno aiutava l'energumeno, ammaccato e dolorante, a rimettersi in piedi, schiumante di rabbia e con lo sguardo feroce.
Il commissario calm i suoi ardori: "Il maltrattamento di animali  un reato punito penalmente. E anche l'aggressione a pubblico ufficiale. Fossi in te non aggiungerei un'altra parola e per me la cosa finisce qui. Ora togliti dai piedi. Chiaro?".
Il macellaio, furibondo, fu costretto a incassare.
Ardig torn dal bastardino, ancora accasciato. La bestiola, tutta pelle e ossa, lo fissava con i suoi occhi spenti, con un'espressione implorante e spaventata. Era lercio e pieno di zecche, ma lo accarezz lo stesso, con dolcezza.
Il cagnetto non riusciva a muoversi. Come poteva aiutarlo? Un ambulante venne in suo soccorso.
"Qui vicino c' un veterinario, bisogna portarlo l."
Aveva ragione. Si ricordava che in una piccola traversa laterale, poco distante, c'era una clinica per animali.
Si rassegn a sacrificare la camicia pulita e una delle ultime giacche decenti che il suo armadio ospitava.
Si chin e raccolse la bestiola: leggerissimo, pi che un cane, almeno per il peso, pareva un gatto. Non aveva un collare e, a prima vista, neppure il tatuaggio identificativo obbligatorio per legge. Un randagio, un povero randagio malandato.
Inizi a camminare, lasciandosi alle spalle i commenti allibiti della piccola folla solidale con il macellaio, diventato la vittima di un'aggressione ingiustificata, di un abuso di potere bello e buono.
Il bastardino continuava a guaire.
Da ragazzo aveva avuto un cane, un pastore tedesco. Era il cane del nonno, con cui trascorreva le estati in montagna, facendo lunghe passeggiate sullo Stelvio. Con il passare degli anni, per, aveva smarrito il feeling con gli animali. Ora procedeva a passo svelto: l'inconveniente gli aveva fatto perdere del tempo e aveva molto lavoro ad attenderlo in ufficio.
Nel giro di cinque minuti arriv davanti alla clinica ed entr nella sala d'attesa.
Non c'erano altri clienti. Suon il citofono.
Due giovani, un ragazzo e una ragazza, entrambi sui trent'anni, gli aprirono.
"Lo ha investito una macchina?", chiese premurosa la donna.
"Quasi... un balordo lo ha preso a calci."
Il dottore gett un'occhiata all'animale disteso sul tavolo di metallo.
" suo?", domand, con diffidenza comprensibile.
"No, no.  un randagio, l'ho soccorso poco fa al mercato di via Eustachi, dove si  buscato un calcione per aver rubato un pezzo di carne."
I due medici cominciarono a esaminarlo.
" una cosa lunga?", li interruppe il capo della Omicidi.
Gli risposero con uno sguardo severo.
"Ho capito."
Lasci il biglietto da visita. Leggendo che si trattava di un commissario di Polizia i due giovani dottori assunsero un'aria pi disponibile.
"L'avvertiamo noi appena avremo terminato."
"Perfetto, restiamo d'accordo cos."
"Non sa come si chiama?"
"No, ovviamente..."
"Allora come vuole che lo chiami?"
Osserv quell'animale malandato e sfortunato. Pi che un cane sembrava un ranocchio.
"Boh... Frog, chiamatelo Frog. A dopo."
Era in ritardo. Il soccorso del bastardino, la tappa nella clinica veterinaria, il ritorno a casa per cambiarsi... Fu costretto a chiamare in commissariato.
L'agente Scalise venne a recuperarlo sotto casa. Arrivarono in piazza San Sepolcro in un baleno.
Decise che c'era tempo per una spremuta nel baretto di via Cardinale Federico. Mentre si avvicinava al bancone, la sua spalla destra venne urtata dalle fibbie di uno zaino Invicta, zeppo di scritte vergate con l'evidenziatore: due sbarbatelli che avevano deciso di saltare la prima lezione, magari per recuperare lucidit e smaltire l'ordinario mal di testa provocato da una domenica con serata alcolica in qualche locale.
Uno dei due, un pischello al massimo diciottenne, capelli lunghi e kefiah al collo, stava smanettando sull'iPhone. Insieme all'amico stava "postando" sulla sua pagina Facebook alcune foto scattate la sera prima, dove era ritratto intento a sollevare trionfante un enorme boccale di birra.
"E questa tipa che punti come sarebbe?", chiese il capellone.
"Una figa atomica, spaziale", sentenzi l'amico, peluria incolta sul mento e qualche brufolo sulle guance.
"S, hai fregato Belen a Corona? Guarda che quello ti aspetta sotto casa e ti riempie di botte."
"Va beh. mica  Belen, per  una topa da paura. Non ci credi?"
"Dai, fammi vedere una sua foto su Facebook..."
Un flash illumin la mente di Ardig.
"Facebook, come ho fatto a non pensarci!", esclam a voce alta.
I due liceali si voltarono a osservarlo perplessi. Il commissario ingoll l'ultimo sorso di spremuta e s'incammin in fretta verso il commissariato. Sulle scale incroci l'agente Larini.
"Alessandro, vieni, aiutami a fare una ricerca."
Lo invit a seguirlo al computer: "Sai usare Facebook?".
"Certo... ho un mio profilo, come tutti."
No, come tutti no. Il vicequestore aggiunto Bruno Ardig non aveva nessun profilo, n su Facebook, n su Twitter, n su altri social network. Apparteneva a un'altra generazione, ormai in fase di estinzione.
"Largo ai giovani", sospir mentalmente, anche se la differenza anagrafica con Larini era di tre o quattro anni al massimo.
"Bene, allora connettiti e controlla se Raffaele De Rosa aveva una sua pagina."
L'agente si mise a smanettare.
"Ci sono diversi Raffaele De Rosa. Questo no, questo nemmeno, neanche questo... OK, trovato.  lui."
"Ottimo. Entraci subito."
"Non so se sia possibile, non sono un suo amico... aspetti... ecco, questa  la parte pubblica del suo profilo... intendo dire quella che possono esaminare tutti."
"Benissimo, dobbiamo cercare una ragazza giovane. E un uomo anche lui giovane, possibilmente muscoloso e con bei denti."
"Ma capo... questo ha 4650 amici."
"E allora?"
Per qualche minuto l'agente Larini sal virtualmente in cattedra, impartendogli un rapido corso sul funzionamento e sulle regole, incluse quelle legate alla privacy, dei social network. Ardig impallid scoprendo quanto la vetrina artificiale di Facebook fosse in realt chiusa e inaccessibile senza il consenso, ovvero l'amicizia, del diretto interessato.
"E nella parte pubblica non c' nulla?"
"No, poco o niente."
"Uhm... quanto ti serve per scaricare tutto?"
"Qualche minuto."
"OK... nel frattempo faccio un po' di telefonate."
Dieci minuti dopo Larini rientr, scortato da Pinton e Santoni.
"Non c' nulla di interessante sul profilo Facebook di De Rosa. Le solite cose: foto al mare, foto a mostre d'arte... robe del genere."
"E donne?"
"Nemmeno una, anzi... sembra il profilo di un finocchio."
Evidentemente il gallerista era tanto esibizionista nella sua alcova quanto discreto nella vetrina pubblica del social network.
"Hai stampato le foto?"
Larini gli allung una cartelletta. In tutto una ventina di istantanee, che riportarono in vita il sorridente e fotogenico De Rosa mentre posava vicino ad alcuni quadri, con diversi artisti, quasi tutti giovani, vestiti in maniera strampalata e con l'aria da fumati.
E ancora eccolo, impegnato a fare pesi a torso nudo, con il petto completamente depilato e lucido. E infine abbronzato e ammiccante, in un bello scorcio d'estate, su una terrazza o un belvedere, in bermuda e canottiera, abbracciato a un amico in canottiera aderente, belloccio, biondino, muscoloso anche lui. L'immagine - doveva convenirne - ispirava un'idea di omosessualit.
La vibrazione lo distolse. Un numero milanese era apparso sul display illuminato: 02293... Rifiut la chiamata.
Prosegu nella disamina.
Questa volta De Rosa si pavoneggiava con un cappello da cuoco e dei gamberoni davanti ai fornelli.
Terminata la carrellata ritorn a quella foto estiva con il tizio biondino in canottiera e rimase a riflettere qualche secondo, squadrando lo sconosciuto immortalato con il defunto gallerista.
L'altezza coincideva con quella di De Rosa, l'et pure. Il fisico robusto e il sorriso smagliante erano quelli di un "tronista" e lasciavano pochi dubbi: questo giovane signore si prendeva cura della sua dentatura e dei suoi muscoli. Che fosse lui lo sconosciuto di Cascina Monlu?
"Non c'era una didascalia a corredare questa foto?"
"No, era salvata come summer 09. E il nome dell'amico non  n postato n linkato."
Summer 09. L'estate di due anni prima.
Lo sfondo era un normale paesaggio marino immortalato da un'altezza elevata: la terrazza di una villa in altura? Una collinetta?
Alle spalle, in lontananza, si intravedeva un lembo di terra. Che fosse una vista di Taormina? E quella alle loro spalle fosse la Calabria? Oppure il contrario?
I due ragazzi erano appoggiati a una staccionata in legno: pi che la ringhiera di un'abitazione privata dava l'idea di un parco pubblico, del giardino di un agriturismo o di un bed & breakfast.
"Proviamo a farla ingrandire. Chiss che non salti fuori qualche altro dettaglio", ordin con tono scettico.
"Altro?"
"No", scosse la testa laconico Larini.
"OK, allora porta questa foto ai tecnici." Uscito l'agente si rivolse a Pinton.
"Novit?"
"Vuoi prima le buone o le cattive?"
"Meglio le buone."
"Il cherosene  sempre dello stesso tipo utilizzato per quello di Cascina Monlu, sempre una miscela JA-1."
"OK, tutto sommato lo sapevamo gi. Prosegui."
"La Scientifica ha censito i capelli raccolti sia nella camera da letto che nel Cayenne. Sono di due donne. Una mora e una rossa. Capelli molto lunghi in entrambi i casi. Quelli della mora erano sia sui tappetini e sul sedile dell'auto che sulle lenzuola e sui cuscini, quelli della rossa invece erano soltanto sui cuscini e sulle lenzuola."
"Uhm... la donna delle pulizie non doveva essere molto attenta comunque - comment, salace, Santoni - adesso sappiamo che la rossa se la trombava e basta, mentre la mora oltre a farsela se la portava pure a spasso con il Cayenne."
Ardig non raccolse e fece segno a Pinton di proseguire.
"Tutto qui. E queste erano le buone notizie..."
"Amen, passiamo alle cattive."
"Il cellulare. L'apparecchio, come gi sai, risulta irreperibile: tramite i tecnici abbiamo potuto visualizzare il traffico della scheda telefonica del numero 348-514... che ci ha fornito il fratello di De Rosa."
"Ebbene?"
"Non so, non sembra esserci molto. Non risultavano messaggi inviati. O meglio, non erano stati salvati."
"Nemmeno il mio cellulare li salva automaticamente, per archiviarli devo selezionare un apposito comando. E ti permette di scegliere tra la memoria della sim e quella del telefono."
"E noi il telefono materialmente non l'abbiamo", chios Santoni.
"E quelli ricevuti?"
"Pochi, ma come ben sai senza la sim non possiamo averne la trascrizione ma sapere soltanto da quanti caratteri erano composti. Anche sulle chiamate siamo a un punto morto. Ne ha ricevute ed effettuate a bizzeffe, la maggior parte a numeri fissi della provincia di Milano: schedarli tutti  un'impresa."
Ardig osserv, comprensivo, il suo sottoposto.
"Dubito che possa servire. Doveva avere due schede telefoniche. Una per il lavoro e l'altra personale."
Di sicuro senza il cellulare non sarebbero mai risaliti al secondo numero.
"E il numero del negozio?"
Santoni alz il pollice rivolgendolo verso il basso.
"Un'infinit di chiamate in entrata e uscita, la maggior parte con prefisso urbano."
"Cazzo, in mano abbiamo proprio poco."
Rimasero in silenzio qualche istante.
"Come ci muoviamo?"
"Fai pressione sulla banca: ci serve l'estratto conto completo, con tutte le operazioni eseguite dal gallerista."
"Gi richiesto. Dovremmo avere tutto nel giro di alcune ore. Cos mi hanno assicurato in banca. Inoltre l'agente Zanella sta contattando il commercialista, per visionare l'attivit fiscale dell'anno precedente."
"La sua camera da letto - osserv il commissario - era una vera e propria garonnire. Il delitto potrebbe essere maturato per ragioni economiche, per dopo aver visto quell'alcova-scannatoio inizio a pensare a un movente passionale."
"Tipo un'amante scaricata o un marito cornuto?", intervenne Santoni.
"Possibile. Per questo dobbiamo scandagliare le frequentazioni del De Rosa. Risenti anche il fratello, magari gli viene in mente qualcosa."
"E tu, capo,   che pensi di combinare?"
"Voglio andare a scambiare due chiacchiere con il portinaio dello stabile di via Morgagni.  un ficcanaso impiccione: sicuramente avr qualcosa da raccontarci sulle frequentazioni femminili del povero De Rosa."
Rebecca Adorni stava frugando tra i cassetti del suo defunto padre.
L'abitazione del genitore restava off limits, bloccata dai sigilli giudiziari. Non era stata disposta, viceversa, alcuna misura restrittiva per quanto concerneva l'ufficio situato all'interno dell'istituto di Storia dell'Arte dell'Accademia di Brera.
Rebecca non aveva dubbi: se c'era qualcosa che poteva aiutarla nell'avviare la sua ricerca non poteva essere che in quella stanza. Doveva darsi da fare e continuare a rovistare da cima a fondo.
La memoria la incalz: in quell'ufficio Rebecca aveva passato pomeriggi interminabili. Ricordava ancora il tavolo ingombro, con il cesto delle mele verdi circondato da un agitato oceano di carta: appunti, disegni, relazioni. Un mare magnum in cui perdersi. Ma a lei non sarebbe capitato.
Si guard intorno ancora una volta. Libri accatastati ovunque, papiri di carta, tele arrotolate, post-it appesi. Prov ad accendere il computer.
Arriv alla schermata dove immettere il nome utente e la password. Non esit a digitare "g.adorni" come username. Il problema era la password, alfanumerica.
Si prese qualche minuto di riflessione, per rianimare i suoi lontani ricordi. Inutile scomodare la sua defunta madre o compleanni o anniversari. Meglio essere pragmatici.
Suo padre sicuramente aveva scelto una combinazione difficile, quanto meno nel numero.
Leonardo... certamente Leonardo, che altro se no? E la cifra era... l'anno di nascita, il 1452. No, troppo facile. Oppure la morte... No, non era quella... Era... ovvio, 1482, il suo arrivo a Milano.
Compose la scritta: Leonardo 1482.
Accesso consentito al primo colpo. Un'immagine dell'Ultima Cena comparve sul desktop con un'infinit di icone sovrapposte. Molti erano documenti Word.
Sorrise soddisfatta, i suoi occhi brillavano esultanti.
Il vertice riepilogativo con la Pollini era stato piuttosto veloce.
Ardig usc dal Tribunale poco dopo le 11.
Milano era scaldata da un bel sole primaverile. Sugli alberi risaltavano le foglie appena spuntate, con il loro verde intenso.
Ancora una volta opt per rinunciare alla macchina e farsela a piedi di buon passo. Attravers piazza Tricolore e da l si incammin risalendo proprio via Pisacane.
Transit davanti alla saracinesca abbassata della New Art Gallery e qualche minuto pi tardi intravide il portone dell'elegante stabile di via Morgagni dove risiedeva il gallerista ucciso.
Domenico Anaclerio stava spazzando l'ingresso con una vecchia scopa di saggina e alla vista del poliziotto trasal.
"Dobbiamo parlare", lo inform il capo della Omicidi, saltando i convenevoli.
L'uomo annu remissivo. Lo invit a entrare nel suo gabbiotto, una stanzetta claustrofobica di quattro metri per tre: un vecchio divano, il ripiano per un piccolo televisore, un tavolo con due sedie, un mini-angolo cottura. Una porticina si spalancava su uno squallido e microscopico bagno, dotato solo di lavandino e di un wc che in un passato ormai remoto dovevano aver vissuto tempi migliori.
Con un singolo sguardo il commissario abbracci l'intero perimetro di quell'angusto spazio.
"Non abito qui", lo precedette il custode, intuendo i suoi pensieri.
"Meglio per lei."
"Non  un granch, vero? Pensi, da ventiquattro anni passo pi tempo qui che a casa mia."
"Dove abita?"
"Alla Bovisa, davanti alla stazione."
La Bovisa... uno degli ultimi resti della vecchia Milano: edifici fatiscenti, preda di immigrati asiatici e nordafricani.
" sposato?"
"No, vivo con mia sorella. Non si  sposata nemmeno lei."
Improvvisamente guard Anaclerio sotto una luce diversa. Non era pi il portinaio impiccione che trascorre le sue inutili giornate spiando gli inquilini dello stabile dove lavora. Vide un uomo ingrigito da un lavoro noioso e ripetitivo, sicuramente mal pagato, che aveva consumato quasi tutta la sua esistenza tra quattro pareti spoglie, spiando con invidia gli altri, i benestanti condomini di via Morgagni con le loro vite intriganti e ricche, non scialbe come la sua da portinaio pugliese con il fisico gracile e un riporto demod su un'espressione spenta.
Istintivamente gli fece pena, eppure decise di non partire con i modi soft.
"Deve raccontarmi un po' di cose", gli annunci con tono duro. Voleva metterlo con le spalle al muro, per evitare che tergiversasse o, peggio ancora, facesse il reticente.
"A disposizione."
Alla fine Rebecca si arrese. Spense il computer e si accasci sulla sedia, sconfortata, svuotata di ogni energia.
La sua mano sfior una cartelletta bianca collocata sotto la tastiera.
L'apr. Cartine stradali scaricate da Internet, con percorsi evidenziati. E poi fotocopie, pagine di un vecchio volume a giudicare dal carattere: una storia dei monasteri cistercensi nel territorio lombardo. Cominci a leggere.
"Posso fumare?", chiese Ardig.
"Certamente", acconsent remissivo Anaclerio.
L'interrogatorio poteva iniziare.
"Qualche giorno fa, quando sono venuto con il mio collega e le abbiamo chiesto di De Rosa, lei mi ha risposto con una domanda: Ha combinato qualcosa?. Perch?"
"Era un modo di dire. Sa come sono i giovani al giorno d'oggi..."
Non complet la frase. Si rese conto che il commissario che aveva di fronte doveva avere pressappoco l'et del gallerista assassinato.
"Cio, volevo dire..."
"Lasci perdere, Anaclerio. Senta, giochiamo a carte scoperte e risparmiamo del tempo.  meglio per entrambi, no?"
Il portinaio fece un cenno di assenso.
"Vuole un caff?"
"Perch no? Volentieri, la ringrazio."
Mentre il custode armeggiava con la caffettiera, Ardig prosegu.
"Sappiamo gi molto sul povero De Rosa. Sappiamo che aveva un tenore di vita elevato e dispendioso, che usava droghe, che amava le belle donne... e che una di loro veniva spesso qui, anche a dormire."
L'uomo accese il fornello e punt i suoi occhi inespressivi sul commissario. Nella luce sghemba del bugigattolo risaltavano la magrezza del suo volto, la pancetta a pera e la pelle rugosa con una barba ruvida di due giorni: il ritratto di un umile, che ha poco da dire e preferisce guardare e ascoltare, scoprendo e immagazzinando i segreti altrui.
"Cosa vuole sapere?"
"Tanto per cominciare, chi era la donna che veniva qui. Lei la conoscer, no?"
"Conoscerla non proprio. Una bella donna. Una signora. Di mezza et. Alta, elegante, sempre molto curata."
Ardig incass la notizia in silenzio, mascherando la sorpresa. Era chiaro che il portinaio non stava parlando della ragazza che aveva lasciato un perizoma e un assortimento vario di indumenti in un cassetto chiuso a chiave all'interno della camera da letto. Ma era la mora o la rossa?
Lo fece proseguire.
"Veniva un paio di sere alla settimana. Quasi sempre il marted e il gioved."
"Come fa a ricordarsi tutto cos bene?"
"La signora veniva sempre verso le 19, quando c'era il Tg3. Io qui chiudo alle 19,30. Lei lo sapeva, arrivava prima, ritirava le chiavi e saliva in casa del signor De Rosa."
"E ogni tanto le lasciava una mancia, scommetto?"
"S, qualche volta capitava. Una donna gentile, una vera signora."
"Dunque questa donna non aveva le chiavi dell'appartamento?"
"No, il signor De Rosa me le consegnava prima di andare in negozio, il giorno stesso. Era sempre lo stesso mazzo, con un portachiavi a forma di moneta da cento lire."
Risultava tra gli oggetti ritrovati nell'appartamento del gallerista.
La misteriosa signora, quindi, aveva restituito le chiavi a De Rosa prima che questo incappasse nel suo aguzzino. Nel dubbio chiese conferma esplicita al testimone.
"Pertanto la donna restituiva il mazzo al padrone di casa ogni volta che si vedevano..."
"Credo di s", rispose, versando il caff bollente nelle tazzine.
"Un'altra cosa: la signora si fermava a dormire qui?"
"No, penso di no. E sa perch? Io al mattino sono qui gi alle 7, spesso anche un poco prima, e non l'ho mai vista uscire."
"Come veniva qui? In macchina?"
"In taxi, lo faceva fermare qui davanti al portone."
"Ovviamente lei non ricorda il nome e il cognome di questa signora?"
"Non si  mai presentata e io non le ho mai fatto domande. In precedenza l'avevo vista diverse volte in compagnia del signor De Rosa. Poi un giorno lui mi ha consegnato le chiavi e mi ha detto che sarebbe passata una sua amica a ritirarle e sarebbe salita. Senza dirmi nome e cognome. E quella sera  venuta questa signora. E da allora ha iniziato a fare cos."
"Si ricorda quando  iniziata questa frequentazione?"
"Non so di preciso. Da parecchio... Direi un anno."
Purtroppo non avevano ancora recuperato il telefonino del gallerista, ma dai tabulati dell'utenza fissa del negozio di via Pisacane avrebbero potuto risalire al numero di questa misteriosa donna.
A meno che De Rosa davvero avesse due sim e la signora in questione lo contattasse sul secondo numero.
"C'era solo questa donna a far visita a De Rosa?"
"No, nei due anni in cui ha abitato qui ne ho viste tante, di donne che salivano."
"Giovani?"
"No, non tanto... cio, alcune s, altre no. Anzi. Erano quelle meno giovani le pi... le pi..."
"Quelle che frequentava di pi?"
"Proprio cos."
"Per una pi giovane c'era, no? La aiuto io. Tacchi alti, abitini aderenti..."
"La signorina Melissa."
"Allora la conosce..."
"E la conosco s..."
"Anche a lei dava le chiavi dell'appartamento?"
"No, a lei no."
"E si fermava a dormire qui?"
"Non ne sono sicuro. Veniva qui nel fine settimana. Io la vedevo il sabato mattina, quando usciva tardi, tipo alle undici. Andava fuori e tornava. Ma aveva delle chiavi sue e a me non chiedeva nulla."
"E in settimana?"
"Mai vista."
A scaldare il letto dell'aitante gallerista erano dunque pi donne, ma principalmente due: Melissa nei fine settimana e la pi matura donna di classe nei giorni infrasettimanali.
Una doppia vita in piena regola.
Ecco spiegato il motivo della scelta di chiudere a chiave dentro a un cassetto gli abiti e l'intimo di Melissa: per impedire alla misteriosa donna matura di scoprirli durante una delle sue frequenti visite. Astuto. Di sicuro questa Melissa lo spalleggiava, visto che accettava di nascondere i passaggi della sua presenza per non far ingelosire l'altra. Se aveva ben compreso il quadro, Melissa era il dilettevole, l'altra l'utile.
"Mi descriva meglio questa Melissa, per cortesia."
"Mora, capelli lunghi neri, atletica, bella..."
Con la mano, ondeggiando, simul la silhouette della donna, disegnando un arco perfetto per il fondoschiena.
Ecco chi era la mora che lasciava i capelli nel letto e sul Cayenne.
"Mi ha detto che era una molto appariscente..."
"S, con le unghie lunghe, rosse, tacchi alti, sempre elegante, come se andasse in discoteca o a una festa."
"Torniamo alla donna pi matura. Mi pu descrivere meglio anche lei?"
"Una donna bella, alta, elegante. Di quelle con la pelliccia, i profumi raffinati, la borsa di Valentino."
"Quanti anni potrebbe avere?"
"Beh, non so... Direi sui cinquanta. Forse un po' meno."
Troppo generico.
"Non pu dirmi qualcosa in pi?"
"Era rossa, di capelli..."
Ed ecco la rossa che cercavano.
"...E con un po' di puntini sulla faccia."
Simul la pigmentazione del volto.
"Vuole dire delle efelidi?"
"E che sono?"
"Le lentiggini. Tipiche delle persone con i capelli rossi."
"Ecco, s, quelli. E gli occhi erano chiari, forse verdi."
"Le mander un mio agente per stilare un identikit."
"Per non so se..."
"Anaclerio! La vedeva due volte alla settimana, da mesi. Non mi tiri fuori che non se la ricorda, altrimenti proseguiamo questa chiacchierata in Questura. Chiaro?"
L'uomo chin il capo, remissivo.
"Va bene."
"Meglio cos. Voltiamo pagina. Si ricorda quando De Rosa  stato pestato?"
"S, me lo ricordo, mi ha spiegato che aveva litigato con due ragazzi per una precedenza non data. E quelli lo avevano menato. Lo avevano ridotto male, era tutto viola."
"Non ricorda nient'altro?"
"No, no."
"De Rosa era spaventato negli ultimi tempi?"
"Boh... spaventato non direi. Era nervoso, sempre di fretta, non salutava nemmeno. Per spaventato no, non mi sembrava."
"Si sar chiesto perch lo hanno pestato con tale violenza. No?"
"Lui aveva detto che aveva attraversato la strada..."
"Cazzo, Anaclerio. La verit, voglio la verit, non le panzane. Lei sta qui tutto il giorno, vede tutto e tutti. Conciano per le feste un suo inquilino e lei non si fa qualche domanda? Guardi che io indago a fondo e se scopro che mi ha preso per il culo torno qui..."
"Non si scaldi, dottore. Forse... non so..."
"Cosa? Parli per favore."
"De Rosa giocava ai cavalli..."
"Come fa a saperlo?"
"Dottore,  stato lei a chiedermi... s, insomma... aveva spesso quei giornalini che si distribuiscono all'ippodromo, e poi me ne aveva parlato lui qualche volta..."
"E le aveva confessato che giocava? Magari che puntava forte?"
"Erano solo discorsi cos. Mi aveva detto che andava all'ippodromo e che si vincevano soldi facili e se volevo puntare anch'io... per con il mio stipendio..."
"E che altro le diceva?"
"Niente, lo giuro."
"Non giuri, non serve. Senta... Lo ha visto qualche volta con un amico? Uno bello, robusto, elegante?"
"No, mai con un maschio. Sempre con donne."
Questa volta aveva risposto sicuro, senza esitazioni.
Proseguirono la conversazione per altri dieci minuti e alla fine Ardig si convinse: aveva cavato tutte le informazioni possibili al portinaio. Decise di rientrare in commissariato.
"Federico? Disturbo?"
Fatic a riconoscerla per via della voce concitata.
"Ah... ciao, Rebecca. No, non mi disturbi. Dimmi."
"Sono stata a Brera, nell'ufficio di pap. Avrei bisogno di vederti quando hai un minuto."
In sottofondo sentiva rumori di traffico.
"Se vuoi anche subito. Non sono molto lontano, sto andando in redazione."
"Hai tempo per un panino?"
"Va bene."
"Dove?"
"Sai dov' piazza San Marco? Esci dall'Accademia e giri a destra. Vedi subito la basilica."
"OK, tra quanto?"
"Quindici minuti."
"A tra poco."
Il cameriere appoggi il vassoio sul tavolo, servendo un tramezzino al tonno alla ragazza in jeans e maglietta nera, un panino al prosciutto e un'insalata mista con mais e pomodori all'uomo che l'accompagnava e pareva ignorarla: aveva occhi soltanto per il fascicolo che teneva appoggiato sul bordo del tavolino.
Il professor Adorni, stando ai fogli contenuti in quel dossier, aveva raccolto abbondante materiale sull'abbazia di Santa Maria Vergine di Desenzano del Garda, un complesso cistercense situato a pochi chilometri dal celebre comune gardesano.
L'occhio attento del reporter s'impadron dei particolari importanti. Il complesso, formato dal convento, da una chiesa, un chiostro, un cimitero e un annesso minuscolo borgo rurale sorto intorno alle mura monastiche, era stato edificato intorno all'XI secolo e ristrutturato successivamente dai governanti spagnoli nel XVI secolo. Una storia analoga a quella del monastero di Santo Spirito di Concorezzo.
Si accorse che Rebecca lo osservava con un'espressione impaziente, quasi fosse in attesa di un responso medico. Torn a concentrarsi sulla lettura, ignorandone lo sguardo.
Agli appunti si alternavano dei fogli, fotocopie di libri o stampate da siti specializzati. Sembrava che tutti ruotassero intorno a un problema: la contaminazione dell'eresia catara avvenuta nell'area del Garda fra il XIII e il XV secolo.
Federico aveva gi sentito, proprio dalla bocca di Rebecca nel loro precedente incontro al Bar Magenta, che Desenzano era stata una delle principale sedi dei catari operanti nell'attuale territorio lombardo. Continu a scorrere le segnalazioni annotate da Adorni, il quale aveva evidenziato un passo dove si ricordava che, tra i personaggi celebri che avevano scelto di chiudere serenamente la propria vita nella quiete garantita dalle possenti mura dell'abbazia di Santa Maria Vergine, c'era anche il "novelliere" Matteo Bandello.
Scocc un'occhiata alla ragazza.
"Suppongo avrai fatto qualche ricerca su questo Bandello. No?"
"Poeta e scrittore cinquecentesco. Ha prodotto un canzoniere in stile petrarchesco e una collana di novelle che pare siano state apprezzate anche da Shakespeare, che le aveva lette in una traduzione francese e addirittura le utilizz come spunto per alcuni suoi capolavori. Credo di aver capito quale interesse poteva nutrire mio padre per la sua figura."
"E quale sarebbe?"
"Da ragazzino Bandello fu un giovane seminarista al convento di Santa Maria delle Grazie proprio nel periodo intorno al 1495, ovvero quando Leonardo lavorava nel refettorio al suo capolavoro, l'Ultima Cena."
"E un giovane seminarista poteva assistere al lavoro di un grande artista come Leonardo?", replic Malerba perplesso.
"Bandello non era un seminarista qualunque: era il nipote del priore del convento. Evidentemente aveva il permesso e il privilegio di assistere ai lavori del pittore insieme allo zio."
"Uhm... Potrebbe essere."
Torn a scorrere tra le righe. A fianco del nome di Bandello il professor Adorni aveva vergato dei numeri romani.
LVII.
Malerba resuscit le sue reminiscenze di cultura latina.
"Allora, la L  un cento, giusto?"
"No,  un cinquanta."
"E quindi fa 57. E questi numeri... potrebbe trattarsi di un passo, di un capitolo. Quali opere hai detto che ha scritto questo Bandello?"
"Un canzoniere, delle odi e una raccolta di novelle. Tuttavia..."
"Tuttavia?"
"Ho gi controllato su Internet: vennero pubblicate quattro raccolte di Novelle di Bandello, le prime tre mentre era in vita e una quarta postuma. Le Novelle avevano effettivamente una numerazione romana."
"Appunto, come quella indicata da tuo padre."
"Il problema  che ogni raccolta era formata da 12 novelle. In tutto ne sono state pubblicate solo 48. E infatti l'ultima  contrassegnata come IIL."
"Acc... mi sembrava troppo facile."
Termin il succo di pompelmo.
Riprese i fogli del professor Adorni: mappe stradali scaricate da Google, riguardanti proprio la zona di Desenzano.
"Tuo padre  stato anche in questo convento, giusto?"
"Deduco di s."
"Scusa, ma aveva la patente?"
"No, non pi. Forse era andato in taxi o con un autista. O qualcuno lo accompagnava..."
Il cronista si stropicci gli occhi.
"Questo Bandello era un religioso, no?"
"Non proprio. Ha lasciato l'ordine dei domenicani intorno ai 30 anni, per poi condurre una vita mondana e trasferirsi in Francia, dove ha prodotto la maggior parte delle sue opere."
"D'accordo, per ha trascorso i suoi ultimi anni di vita in quel monastero, no? E sappiamo che alcune sue novelle sono state pubblicate postume. Magari direttamente dai priori dell'abbazia che lo ospitavano..."
"S,  plausibile", conferm la ragazza.
"E allora possiamo supporre che avesse scritto altre novelle oltre a quelle pubblicate oppure un diario della sua vita o qualcosa del genere. E che Adorni si sia recato in quel convento alla ricerca di questi scritti. Qui viene specificato che l'abbazia di Santa Maria Vergine ospita una biblioteca contenente libri risalenti al tardo Medioevo."
"Hai ragione... Il tuo capo, quel Brigante, non scherzava quando ha detto che hai un bel cervello da investigatore", gli rispose Rebecca manifestando una sincera ammirazione.
"Che sviolinata! Cosa ti serve?"
"Federico, perch non mi accompagni in quel convento? Hanno anche un'ala adibita a foresteria per ospitare turisti. Potremmo andare l per un paio di giorni e ficcanasare tra gli scaffali della biblioteca", gli propose, lanciandogli uno sguardo penetrante e diretto.
Una sensazione strana lo pervase. Era un misto di emozione e vanit, condensato nel compiacimento per la consapevolezza di aver fatto colpo su una donna attraente e particolare.
Assapor con un edonismo tutto maschile questa sensazione, facendola galleggiare per qualche secondo, prima di lasciare spazio alla razionalit e a quella lealt che, in ogni caso, lo aveva sempre contraddistinto nei rapporti personali e sentimentali.
"Rebecca, sono fidanzato. E dubito che la mia Lucrezia apprezzerebbe..."
La ragazza esplose in una risata.
"Cos'hai capito? Non volevo mica attentare alle tue virt..."
Il cronista arross imbarazzato.
"Senti, io voglio andare fino in fondo in questa vicenda. Ci andr da sola, con o senza di te, perch lo devo a mio padre, alla sua memoria... per il tuo aiuto mi servirebbe moltissimo. E prometto che non ti salter addosso... E poi il tuo editore, se ho ben capito, ci tiene molto..."
"Scusami, non volevo..."
"Tranquillo, ho capito. Hai fatto bene a mettere le cose in chiaro fin dall'inizio. Servir per lavorare nel giusto clima. Peccato, per, non incontro spesso uomini interessanti come te."
Non raccolse l'invitante allusione.
"Ebbene: ci stai?"
"Beh, devo chiedere a Brigante se mi concede un paio di giorni liberi per staccarmi. Sai, in redazione  un momentaccio."
C'era quel gallerista assassinato, De Rosa, e poi il cadavere carbonizzato rimasto ancora senza un nome: insomma, materiale per ottimi articoli che a malincuore avrebbe ceduto ai colleghi o peggio ancora alla concorrenza. Tergivers qualche istante.
"Ascolta, ti assicuro che pap non era un sognatore. Aveva messo le mani su qualcosa di importante."
"OK, OK. Ne parlo con Brigante. In fin dei conti sono loro i primi a essere interessati al lavoro che stava svolgendo tuo padre."
"Come restiamo?"
"Ti aggiorno nel tardo pomeriggio, ora scappo in redazione."
Pinton e Santoni erano gi schierati nei loro rispettivi posti: l'ispettore trevigiano sulla poltroncina di sinistra, lo spezzino su quella di destra, come da consolidata tradizione.
Ardig li aggiorn sul resoconto fornito dal portiere del palazzo di via Morgagni, poi lasci la parola a Santoni.
"Abbiamo la documentazione bancaria. De Rosa era intestatario di due conti correnti, entrambi presso la filiale Unicredit di Porta Venezia. Il primo era quello relativo alla galleria, con partita Iva eccetera, l'altro quello a uso privato."
Fin qui tutto regolare.
L'ispettore ligure riprese: "Sul conto privato ci sono 12mila e 500 euro tra liquidi e investimenti semestrali in titoli di Stato, su quello aziendale ci sono circa 6mila euro."
"In tutto meno di 20mila euro. Non mi pare una gran cifra per uno che ha una galleria d'arte in via Pisacane", comment perplesso Ardig.
"E infatti ci stavo arrivando: ci sono delle anomalie. Ho chiesto al direttore della filiale di aiutarmi a capire: dai movimenti risulta che De Rosa aveva una contabilit clandestina. Non registrava fiscalmente diversi movimenti, sia in entrata che in uscita."
"Spiegati meglio", lo incalz il capo della Omicidi.
"Per farti un esempio, questo pagava circa tremila euro al mese solo di affitti tra appartamento di via Morgagni e locali della pinacoteca. Lo scorso anno ha rinnovato l'arredamento del negozio spendendo 43mila euro, quindi ha restaurato il seminterrato, con lavori idraulici, pavimentazione e via dicendo, sborsandone altri 28mila. Sempre lo scorso anno ha comprato il Porsche Cayenne Turbo..."
Si gir verso Pinton, che intervenne prontamente: "E nella dichiarazione dei redditi sono state allegate le ricevute fiscali per i lavori di restauro per i mobili e anche per l'acquisto del Cayenne, regolarmente pagato alla concessionaria, per un importo di 92mila euro."
"Eppure - riprese Santoni - in quel periodo l'unico bonifico  stato quello effettuato dal padre, cui ti aveva accennato anche il fratello. E bastava giusto per coprire l'acquisto del Cayenne."
"OK, ma l'attivit commerciale del negozio?"
"No, non ci siamo. Le entrate per le vendite dei quadri avevano un importo modesto, meno di 35mila euro. Non bastavano nemmeno per gli affitti, figuriamoci per l'arredamento rinnovato e i lavori di restauro."
"Avr pagato in contanti", concluse laconico Ardig, prima di osservare: "Resta da capire dove si sia procurato tanto contante".
"Dalle scommesse sui cavalli cui hai accennato? O dai soldini che gli sganciavano le sue donnine...", ipotizz Santoni.
Il cellulare inizi a squillare: ancora quello 02293... Rifiut nuovamente la chiamata.
"Dubito che un gigol guadagni cos bene..."
"Se le giocate sono legali ci sono comunque delle ricevute e dal suo modello unico non risultano allegate", puntualizz Pinton.
"Invece le scommesse clandestine si pagano in contanti, in nero", grugn il commissario. "Studiatevi bene queste carte. Dobbiamo approfondire. Tu prima mi dicevi dei quadri venduti..."
"Una decina in tutto, quasi tutti di scarso valore, uno 4800, uno 3900, uno 4300..."
"Chi sono gli acquirenti?"
"Dei privati e alcune societ. Ecco la lista."
Tra le persone fisiche spiccavano i nomi di tre donne. Alessandra Liverani, Claudia De Carli e Monica Zermian.
"Facciamo in questo modo. Tu, Massimo, continua a studiarti queste carte. Tu, Marco, invece, mi trovi tutto su queste tre signore, incluse delle foto. Un'ultima cosa: nessuna novit dal profilo Facebook di De Rosa?"
"No - rispose Pinton - nessuno degli amici che ha messo la sua foto corrisponde allo sconosciuto dell'immagine estiva. Poi ci sono centinaia di utenti che non hanno messo la foto. Potrebbe essere uno di loro, per, come comprenderai, non abbiamo modo di verificarlo."
"OK, lasciamo perdere questa cazzata di Facebook."
"Permesso accordato. Ho tre giorni liberi, gioved incluso."
"Perfetto - rispose trionfante Rebecca - cerco il numero del monastero di Santa Maria Vergine e prenoto due stanze. Anzi, due celle!"
Malerba fece un lungo sospiro. Adesso arrivava la parte pi difficile: spiegare a Lucrezia che sarebbe andato sul Garda con una donna giovane e comunque attraente. Certo, in un convento e mica in un hotel quattro stelle, e ovviamente solo per ragioni professionali. Facile a dirsi...
Si rassegn, componendo il numero di telefono dello studio legale dove lavorava la splendida e suscettibile avvocatessa Romeo, colei che aveva conquistato il suo cuore.
Ancora quel numero: 02293... Un'ossessione.
Rispose soltanto per togliersi di torno quel fastidio.
"Eccomi", esord con voce poco incoraggiante.
"Commissario, buonasera... mi perdoni, non vorrei importunarla in un momento sbagliato."
" tutto il giorno che mi importuna. Si pu sapere cosa vuole?"
"Mi scusi ancora, sono il dottor Milesi, della clinica veterinaria..."
Un flash illumin la sua mente concentrata sul lavoro.
"Il cane,  vero! Mi perdoni", si rammaric con il tono pi cordiale possibile.
"Nessun problema. Sono latore di buone notizie. Frog nel complesso sta abbastanza bene."
"Quindi la pedata che lo ha colpito nel fianco non ha causato lesioni?"
"Fortunatamente no. Ha patito un forte trauma che ha generato un'ampia ecchimosi. In ogni caso non ci sono fratture o lesioni interne. I problemi, invece, sono altri."
"Quali?"
"Intanto l'animale, come avr gi intuito,  quasi non vedente."
" cieco?"
"Purtroppo le retine sono coperte da due spesse cataratte che non sono rimuovibili chirurgicamente. O meglio, lo sarebbero a fronte di un intervento rischioso e complesso che tenderei a sconsigliare."
"Non avevo avuto l'impressione che fosse cieco."
"Non lo  totalmente. Intravede le sagome e la luce. Non molto, ma pu anche bastare per un cane ben accudito da un padrone premuroso."
Non colse l'allusione del medico e si inform ulteriormente.
"Ci sono altri problemi?"
"Non patologici. Complessivamente Frog presenta segni di denutrizione e disidratazione. Ed  letteralmente infestato da parassiti. Se lei  d'accordo..."
"Dica."
"Le propongo di lasciarci l'animale per un po', almeno per tre giorni. Cos potremo applicargli una flebo per rinforzarlo con sali minerali e vitamine e nel frattempo eliminare parassiti e vermi. Poi potr riportarselo a casa gi per il fine settimana."
"Riportarlo a casa? Non  mica il mio cane!"
"Scusi, commissario, pensavamo che..."
"Non lo pensi neppure. Non potrei mai occuparmene con il mio lavoro."
"Quindi cosa intende fare? Se posso domandarglielo..."
"Le rispondo con sincerit. Non ne ho la pi pallida idea. Come funziona in questi casi? Suppongo ci siano delle strutture pubbliche disponibili ad accogliere animali cos vecchi e malati."
"Guardi che Frog non  affatto vecchio. La dentatura  quella di un animale giovane, al massimo avr quattro anni."
Quattro anni? Incredibile, riteneva ne avesse il triplo.
"Va bene, ci sar pure una struttura in grado di..."
"Ci sono i canili, tuttavia un animale in condizioni cos delicate non durerebbe molto. Oppure ci sono le pensioni dove per  necessario pagare un canone mensile di mantenimento per l'animale. Oppure pu rivolgersi a qualche associazione di volontari che gestiscono strutture analoghe."
Ci mancava pure questa. Una buona azione si stava traducendo in una rogna. Non aveva n tempo n voglia per cercare una sistemazione per quel cane.
"Senta, sar franco. Ho tanto di quel lavoro da sbrigare che il mio ultimo pensiero in questo momento  sistemare questo cane. L'ho salvato, l'ho portato da voi, pagher le cure necessarie, ma non posso e non voglio..."
"Commissario, cosa devo dirle? Proviamo noi a contattare qualche associazione che potrebbe trovare una famiglia che abbia voglia di dare affetto e attenzione a Frog. Se la nostra ricerca non dovesse andare a buon fine, per, il cane dovr riprenderselo lei."
"La ringrazio. Mi faccia poi sapere quanto vi devo."
"Un momento, commissario, voglio essere chiaro... Nelle prossime 72 ore ospiteremo il cane per prestargli le necessarie cure. Solo per tre giorni. Non abbiamo lo spazio per tenere qui Frog. L'aiuteremo a trovargli una sistemazione, ma..."
Sbuff mentre si accendeva una sigaretta.
"E quanto tempo vi occorrerebbe?"
"Dipende da quanta fortuna avremo. Magari solo qualche giorno."
"Uff... e va bene. Fatemi sapere quando dovr venire a prendere il cane."
Imprec sottovoce e archivi la questione.
Lucrezia era bellissima quella sera. Aveva appena lavato i capelli e si era infilata un abitino estivo, rosso, con dei disegni floreali chiari a macularlo.
Usc dal portone con il consueto passo deciso, facendo ondeggiare la chioma.
Federico la rimirava estasiato, come quella sera di quasi due anni prima quando erano usciti per la prima volta. Decise di posticipare l'amaro calice.
Attraversarono la citt e si spostarono sui Navigli. La temperatura era gradevole, il sole appena calato.
Imboccarono l'Alzaia del Naviglio Grande. Trattandosi di un luned sera non c'erano le bancarelle degli ambulanti che esponevano bigiotteria, manufatti etnici o cianfrusaglie di vario genere. Arrivarono fino in fondo, poi risalirono dall'altra sponda, rientrando verso la Darsena.
Si appoggiarono al parapetto per osservare la distesa d'acqua scura rotta solo dal transito di un "trenino" di paperotti, tutti ordinatamente in fila l'uno dietro l'altro.
"Perch hai insistito per uscire stasera?", domand lei con piglio indagatore.
"Niente, cos... avevo solo voglia di vederti."
"Malerba! Non mi prendere in giro."
Brutto segno. Quando lo chiamava per cognome significava che la "leonessa" si preparava ad azzannarlo.
"No.  che... volevo dirti una cosa. Per non vorrei che fraintendessi..."
"Sentiamo, cosa devi farti perdonare? Avanti", lo incalz lei, ora molto pi pressante.
Prese un bel respiro.
Ottone si strusciava per avere la sua razione notturna di croccantini.
Federico meccanicamente gli riemp la ciotola, quindi mise sul fornello un pentolino di acqua calda per farsi una camomilla.
Ne aveva bisogno. La cena saltata, il tragitto da un capo all'altro di Milano in un silenzio orribile e un "buon divertimento", amaro e ironico, sibilato da Lucrezia mentre scendeva dall'auto e si avviava verso il portone. Non sempre l'onest paga, rifletteva il reporter.
A volte un'innocua e leggera bugia  preferibile a una pesante verit, difficile da inghiottire.
Avrebbe dovuto tacere. Ormai la frittata era fatta. Sorb la camomilla e and a sdraiarsi, ma non riusciva a prendere sonno. Fu tentato di mandare un sms a Lucrezia, ma conoscendola comprese che avrebbe soltanto peggiorato la situazione. Doveva aspettare che la rabbia sbollisse.
Tutto questo per colpa dell'editore e di Brigante, pens.
Il destino era davvero perfido. Rebecca era quanto di pi lontano ci fosse dall'idea di donna sensuale e conturbante. Un fascio di ossa in jeans e scarpe da tennis, magari lesbica, pure, visto il look...
Poteva capitare soltanto a lui.
Litigare con la fidanzata per una trasferta di lavoro con la donna meno eccitante che ci fosse a Milano...
Come diceva Freak Antoni? La fortuna sar anche stata cieca, ma la sfiga ci vedeva benissimo e lo aveva guardato proprio bene.
Si addorment consolato da questa infantile riflessione.
...
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...
7. Milano, marted 3 maggio 2011.
...
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...
Dall'uscita autostradale di Desenzano occorreva percorrere una decina di chilometri di strade comunali per raggiungere il monastero di Santa Maria Vergine. Malerba guidava con gli occhi fissi al navigatore, incerto a ogni bivio. S'inoltr in una zona boschiva, un cartello indicava il monastero a due chilometri. Deviarono su una strada sterrata e leggermente sconnessa, curve strette in mezzo ad abeti e cipressi.
Giunsero a uno spiazzo in fondo al quale si ergevano le spesse mura in laterizio dell'abbazia. Erano mura solide e imponenti, ermetica protezione della quiete dei monaci, rifugio di segreti custoditi da secoli.
Posteggiarono l'auto vicino alla cinta, in un tratto erboso, e furono accolti dal silenzio, interrotto solo dai rumori del bosco e da rintocchi metallici. Qualcuno, dall'altra parte della cinta, stava battendo dei colpi con un attrezzo pesante.
Issarono le borse a tracolla portandosi davanti all'imponente portone d'ingresso in legno. Tirarono la corda sistemata sul lato destro: un campanaccio inizi a suonare dall'altro lato del portone.
Qualche istante dopo, cigolando, il portone si apr.
Un monaco, vestito con un saio bianco e i sandali francescani ai piedi, li accolse sorridente, presentandosi come padre Giosu e invitandoli ad accedere in quel mondo cos lontano da quello da cui provenivano.
La chiesa, in stile gotico, era priva del campanile tradizionale, rimpiazzato da una robusta torre campanaria: a un profano come Malerba ricordava il monastero di Santo Spirito di Concorezzo, dove era stato appena due giorni prima.
Mentre attraversavano un cortile interno in lastricato, sulla sinistra notarono alcuni piccoli edifici in mattoni. La proverbiale curiosit del giornalista venne immediatamente captata dal religioso che li precedeva.
"Sono le nostre officine. Ci lavorano i nostri fratelli che hanno avuto in dono dal Signore l'arte di saper ricavare dai metalli e dal legno tutti quegli oggetti senza i quali la nostra vita di ogni giorno sarebbe pi difficile", spieg con un tono di voce leggero.
"In pratica sono fabbri o falegnami", sintetizz il cronista, con poco tatto.
"Il Signore dona a ciascuno di noi uno o pi talenti. Tocca a noi individuarli e perfezionarli per poi metterli a disposizione della nostra piccola comunit", ribad serafico il monaco.
"E il suo talento, padre, quale sarebbe?", domand, questa volta con tono pi cortese, il reporter.
"Umilmente cerco di raccogliere dalla natura tutti quei doni che ci offre, per aiutare e proteggere la nostra salute o per allietare la nostra esistenza."
Un erborista, ragion Federico, gi stanco di quello stile ampolloso.
Il cellulare trill segnalando un sms e padre Giosu lo fulmin con lo sguardo.
"Mi scusi, spengo subito."
"La ringrazio."
Aggirarono l'abbazia portandosi sulla destra, dove si apriva un porticato di forma quadrata, con al centro una piccola fontana rotonda. Il priore dell'abbazia venne ad accoglierli. Non dovevano esserci altri ospiti, del resto non c'erano altre macchine nello spiazzo esterno.
Il monaco erborista indic il superiore.
"Il nostro abate, padre Ottavio."
Riassumeva l'iconografia classica del priore di un convento: barba bianca, rughe marcate sulla fronte alta, occhi buoni, espressione rassicurante.
Li salut con una decisa stretta di mano, gettando un'occhiata al bagaglio che avevano appoggiato sul pavimento.
"Siate i benvenuti. Intendete trascorrere un periodo all'interno della nostra piccola comunit?"
"Vorremmo godere della vostra ospitalit per qualche giorno", conferm Rebecca.
Gli sguardi dei due monaci si fecero indagatori.
"Siete marito e moglie?", domand l'anziano priore.
Questa volta fu Malerba a intervenire, precedendo la sua accompagnatrice.
"No, padre. E non siamo neppure fidanzati. Siamo qui per ragioni esclusivamente professionali. E non intendiamo assolutamente giacere in promiscuit", concluse, provando a imitare la parlata del luogo.
"Capisco. E cosa vi porta a bussare alla nostra porta, se posso domandarvelo?"
"Sono un giornalista, mi chiamo Federico Malerba. E la signorina  Rebecca Adorni, figlia di un docente universitario che dovrebbe essere stato vostro ospite in un recente passato."
Il volto del priore ebbe un piccolo sussulto, quasi impercettibile, che l'occhio attento del reporter riusc comunque a cogliere.
"Conosco il professor Adorni molto bene. Abbiamo spesso goduto della sua compagnia.  stato lui a indirizzarvi qui?"
"Il professore - comunic Federico evitando inutili giri di parole -  stato ritrovato senza vita una settimana fa"
L'espressione del religioso si fece grave, come se un dolore acuto attanagliasse le sue vecchie ossa. Si avvicin a Rebecca posandole dolcemente una mano sulla spalla.
"Pregher per l'anima di suo padre."
"La ringrazio", tagli corto lei, quasi stizzita. Una reazione che non sfugg a padre Ottavio, che li invit a sedersi.
"Accomodatevi e raccontatemi tutto."
Davanti a due bicchieri d'acqua fresca, raccolta dal pozzo interno all'abbazia, il cronista e la restauratrice aggiornarono l'anziano monaco sulla fine, per certi versi ancora inspiegabile, del professor Adorni, sull'irreperibilit del suo manoscritto e sugli appunti trovati sulla scrivania del suo studio nell'Accademia di Brera.
"Il professore ha trascorso molte ore all'interno della nostra biblioteca", li inform l'abate al termine del racconto.
" quello che immaginavo", rispose la donna, prima di domandare: "Ha idea di che volumi stesse consultando?".
"Il nostro bibliotecario, padre Battista, potr sicuramente esservi d'ausilio. Suppongo che ora vorrete riposare, per ritemprarvi dalle fatiche del lungo e faticoso viaggio che vi siete sobbarcati."
Malerba trattenne a fatica un sorriso. Il vecchio religioso non doveva avere molta dimestichezza con gli spostamenti automobilistici. Avevano sul groppone un'ora e mezza di auto, non una giornata passata in corriera o a dorso di mulo...
Tuttavia ringrazi e si fece docilmente condurre verso le cellette che un altro monaco, padre Sergio, assegn loro.
Per raggiungere l'ala riservata agli ospiti laici attraversarono il chiostro interno, di forma rettangolare, circondato da un porticato a volte alte, con aiuole disegnate geometricamente e la solita fontana circolare a dominare il centro del cortile. Oltrepassato il chiostro girarono verso la parte posteriore dell'abbazia.
Le cellette riservate agli ospiti si affacciavano sul grande orto dove una decina di monaci lavoravano alacremente.
Padre Sergio indic a Rebecca la prima porta, l'apr con una grossa chiave in ferro che lasci inserita nella toppa e fece segno alla giovane di accomodarsi. Malerba domin a fatica la curiosit e non li segu.
Alcuni istanti dopo il frate usc, facendo segno al reporter di seguirlo: percorsero l'intero porticato fino all'ultima porta.
"Ci sono altri ospiti?"
"No, siete gli unici. Al momento."
Questa volta Malerba sorrise: aveva contato sei porte e a lui era stata assegnata quella pi lontana da Rebecca. Evidentemente il priore non si fidava troppo delle sue parole caste.
Se fosse stata l, Lucrezia avrebbe apprezzato: la celletta era pi ampia di quanto avrebbe immaginato, almeno cinque metri per quattro, forse anche qualcosa in pi. Di certo era pi grande della stanza da letto di casa sua.
Il letto era rivolto verso sud. Sulla parete di destra c'era una finestra chiusa con un'imposta. Le spalanc. La vista era magnifica, abbracciava un panorama selvaggio e incontaminato: boschi fittissimi ricoprivano integralmente le basse colline ondulate che circondavano il monastero. Si appoggi al davanzale rilassandosi, cullato dal cinguettio degli uccelli e dai rumori della natura.
Inizi a disfare i bagagli guardandosi intorno. Non c'erano prese di corrente. Non avrebbe potuto alimentare il cellulare e il palmare. Osservando meglio si rese conto che non c'erano nemmeno interruttori. In compenso c'erano diverse candele. Bentornati nel Medioevo!
Sbuff, gettandosi sul letto. Sobbalz dolorosamente. Il materasso era stretto e duro, il cuscino sembrava di pietra. Imprec mentalmente, cercando di rilassarsi. Pesanti travi a vista dominavano il soffitto, molto alto. Sulle pareti mensole zeppe di libri. Vite di santi, libri di teologia.
Per fortuna, per conciliare il sonno, si era portato un buon giallo.
Sent bussare alla porta.
"Sono Rebecca."
"Entra,  aperto."
La porta si apr solo parzialmente, il volto della giovane fece capolino dalla fessura. Anche nella penombra i suoi occhi brillavano di una luce intensa, come se un fuoco interiore la animasse.
"Meglio di no, non vorrei che i monaci mi vedessero."
"Ah, giusto."
"Andiamo in biblioteca?", sugger la ragazza.
"Siamo qui per questo."
Prese un blocco per gli appunti e la segu lungo il porticato.
Vincenzo De Rosa aveva preso alloggio al Mercure, un hotel che si affacciava davanti ai Bastioni di Porta Venezia.
Ardig parcheggi poco distante e arriv alla reception, dove il suo interlocutore lo stava gi attendendo.
Si incontrarono nella hall dell'albergo, insolitamente vuota, ordinarono due caff al ginseng e iniziarono a parlare.
Il giovane avvocato newyorchese sembrava concretamente interessato a collaborare con la Polizia. Appariva sincero, quasi disarmante, quando spiegava che, per lui, il fratello era diventato un perfetto sconosciuto.
"Ci sentivamo poco. Avevamo caratteri diversi. E non solo i caratteri. Lui si sentiva italiano, io pi americano", cominci a spiegare, ripetendo considerazioni gi esternate nel loro ultimo incontro in commissariato.
"Quando l'ha sentito l'ultima volta?"
"Alcune settimane fa. Mi ha chiesto dei riferimenti legislativi, ma la legislazione italiana non  la nostra, OK? Allora io spiegato - prosegu con il suo italiano americanizzato alla Dan Peterson degli anni Ottanta - lui che doveva cercare sul web."
"Che tipo di norme gli interessavano?"
"Roba di quadri, esportazioni... Per il suo lavoro."
Parlottarono a lungo, ma quando Ardig prov a capire meglio il fratello e le sue frequentazioni, Vincenzo De Rosa si rivel una specie di muro di gomma.
"I don't know... I don't remember..."
Allora si gioc l'ultima carta, bluffando come al solito.
"Abbiamo scoperto che suo fratello frequentava l'ippodromo e giocava forte sulle corse di cavalli."
"I can't believe it! Raffaele puntava ai cavalli?"
" stupito?"
"Non so... maybe... it's possible. I remember it, puntava sulle scommesse sportive, sulle partite."
"Giocava anche a New York?"
"Pochi dollari. Solo pochi dollari."
Troppo vago.
"A noi risulta pure che suo fratello qui a Milano frequentasse donne non giovani. Diverse donne non giovani. Ne era al corrente?"
"Cosa intende dire, commissario?"
"Esattamente quello che le ho detto."
"Sta insinuando che mio fratello era un... come dite voi italiani?"
"Gigol, si dice gigol. E non ho insinuato nulla. Le ho soltanto chiesto se le risultasse un'intensa frequentazione di donne mature da parte di suo fratello. Tutto qui, senza voler fare insinuazioni."
"OK. Understood... No, non ne sapevo nulla."
Si arrese. O De Rosa non sapeva nulla o non voleva dire nulla.
Nonostante fosse pi vicino alla sessantina che alla cinquantina, a giudicare dalle rughe che solcavano gli occhi e dai capelli bianchi che rendevano la sua tonsura simile a un'aureola, padre Battista, il bibliotecario, mostrava vigore e agilit da ventenne. Spostava agevolmente la pesante scala in legno che utilizzava per arrampicarsi sugli imponenti scaffali murali stipati di tomi e volumi di vario genere, e s'inerpicava sui pioli con l'agilit di un ragazzino.
La biblioteca era situata sul retro dell'abbazia, le finestre, rivolte a nord, non erano esposte al sole: all'interno l'ambiente era umido, tanto che dopo pochi minuti Federico e Rebecca erano dovuti rientrare nelle rispettive celle per recuperare un pullover.
Padre Battista invece, con i piedi nudi e i classici sandali francescani, sembrava immune anche ai rigori di una primavera che stentava a decollare. Aveva mani grosse, da agricoltore, una faccia da luna piena e un vocione baritonale. Non dava certo l'idea del classico topo di biblioteca, che in genere viene raffigurato come gobbetto, magro e diafano.
Eppure s'intuiva che di quei volumi tracimanti dai pesanti scaffali conosceva vita, morte e miracoli. Scoprirono che era stato in ottimi rapporti con il professor Adorni, per cui fu lieto di aiutare la figlia nella sua ricerca, fornendo loro indicazioni preziose per risparmiare tempo e fatica.
Trascin la scala a pioli verso uno scaffale e si iss fin quasi in cima, andando a prelevare a colpo sicuro un vecchio volume scuro, ridiscese e lo appoggi sul tavolone di legno pi vicino alla parete.
Non c'era un titolo sulla copertina di pelle ruvida, quasi cuoio.
"Ecco su cosa si consumava gli occhi suo padre."
"Di cosa tratta?", domand Rebecca.
"Tante cose. Rispondervi non  facile. Si tratta di Chronacae, una sorta di diario tenuto dai vari priori che si sono alternati alla guida della nostra comunit nel corso dei secoli."
Il reporter e la restauratrice osservarono stupiti e preoccupati il ponderoso volume, un tomo di almeno mille pagine.
"Posso?", domand ansiosa Rebecca, quasi strappando il libro dalle mani del frate. Prese a sfogliarlo con una foga famelica. Sbianc dopo aver girato poche pagine.
Erano zeppe di righe, vergate con varie calligrafie minute e scolorite, in un linguaggio ovviamente incomprensibile per loro, che mescolava la vulgata locale cinque o seicentesca con una sorta di latino anch'esso volgarizzato modificatosi nel corso dei decenni.
"Non siamo glottologi, non ne ricaveremo nulla", si disper la ragazza, il cui umore era diventato improvvisamente cupo.
Il religioso sorrise senza parlare.
Rebecca prosegu sconfortata mentre scorreva le pagine.
"Niente, non possiamo tradurre queste pagine. E poi senza un riferimento ci impiegheremmo anni", comment sconsolata.
Gli occhi brillavano nuovamente, pareva sul punto di piangere.
Padre Battista continu a osservarli, silente.
"Tra l'altro non mi risulta che nemmeno pap fosse cos erudito in latino. Mi domando come abbia fatto..."
La mano del religioso si alz per interromperla.
"Bisogna avere fede, figliola. E non lasciar mai prevalere lo sconforto."
Malerba cominci a intuire.
"Padre, per noi  molto importante poter proseguire la ricerca del professor Adorni. Ritiene di poterci aiutare?", lo incalz Federico.
"L'ho gi fatto. E infatti vi ho spiegato che il professore si  consumato gli occhi su queste pagine. Era questo l'oggetto della sua ricerca", rispose pacificamente. Prese a girare le pagine con studiata lentezza dei movimenti.
"Vedete, in queste pagine c' la nostra storia. E non mi riferisco soltanto alla storia di questa umile casa di Dio."
"Gli appunti contenuti in questa raccolta a quale periodo storico risalgono?"
"Coprono circa un secolo e mezzo, a cavallo tra il XV e il XVI secolo dopo Cristo, e sono stati riportati da una decina di abati. Raccontano la vita del nostro monastero, quella dei nostri ospiti e gli avvenimenti che accadevano fuori da queste mura e che in qualche modo riguardavano anche la nostra comunit."
Un patrimonio storico incredibile. Uno di quei tanti tesori occulti di cui l'Italia  piena. Un oggetto prezioso, da custodire e preservare.
Rebecca ammirava affascinata le pagine ingiallite. Federico intu il suo stato d'animo: immaginava, probabilmente, il suo amato genitore intento a leggerle e a prendere appunti.
Le fece compassione, ancora una volta. E ancora una volta la ammir per la tenacia che l'animava, per la determinazione capace di farle mettere in secondo piano il lutto che si portava dentro.
A distoglierlo da quei ragionamenti fu padre Battista, che stava ancora in piedi di fronte a loro. Si rese conto della necessit di sbilanciarsi per ottenere l'aiuto del frate bibliotecario.
"Presumiamo che il professor Adorni fosse alla ricerca di alcuni scritti appartenenti a Matteo Bandello, morto in questo luogo sacro intorno al 1560."
Il religioso li scrut perplesso.
"Siete certi che fosse questo l'oggetto della ricerca del professore?"
"Presumiamo di s. Non ve ne aveva parlato?", sond curioso Federico.
"No, anzi, avevo inteso che le ricerche del professore riguardassero un periodo antecedente a quello in cui sarebbe avvenuto il decesso di Bandello."
"E quale sarebbe?"
"Il decennio intercorrente tra il 1520 e il 1530. Il periodo in cui fu pi dura e spietata la repressione nei confronti dei catari. Molti dei quali, come saprete, trovarono riparo e salvezza proprio all'interno di queste mura."
"Forse tra questi rifugiati c'era lo stesso Bandello", azzard il cronista.
"No, assolutamente no. Lui no. Conosco bene la vita e la storia di Bandello, che in quegli anni era in Francia, lontano dall'agone. Scelse questa dimora per l'ultima tappa del suo cammino terreno e giunse qui soltanto intorno al 1560 per l'appunto."
Rebecca scocc un'occhiata perplessa prima al religioso e quindi a Malerba.
"E cos mio padre non stava cercando informazioni su Bandello?"
"Da quel che mi risulta no. In realt ho avuto poche occasioni per confrontarmi al riguardo con il professor Adorni, che preferiva muoversi autonomamente, pur nel massimo rispetto delle nostre regole."
"Eppure poco fa lei ci ha rivelato di averlo aiutato...", lo interruppe il reporter.
"E lo confermo. Il professore, pur non entrando nei particolari, mi aveva accennato a una figura che attirava il suo interesse: Andrea Salimbeni."
"L'allievo prediletto di Cesare da Sesto?", sbott stupita Rebecca.
"Complimenti per la preparazione."
" il mio lavoro."
"Questo Cesare da Sesto - intervenne Malerba - non era un allievo di Leonardo?"
"Proprio cos. Rilevo che anche lei  piuttosto preparato in materia."
"Mi sopravvaluta", tagli corto il cronista che, in realt, conosceva Cesare da Sesto, come moltissimi milanesi, per una ragione tanto semplice quanto banale: la sua effigie era stata scolpita insieme a quella di altri tre artisti della scuola leonardesca sotto l'enorme statua dedicata al Genio che dominava piazza della Scala.
"Se ho ben capito - riprese il cronista - il professor Adorni stava svolgendo delle ricerche su questo Salimbeni. Le risulta che anche lui abbia terminato i suoi giorni tra queste mura?"
"Non posso escluderlo ma neppure confermarlo. Effettivamente nelle nostre Chronacae viene menzionato tra gli ospiti che transitarono nel nostro monastero. In quanto alla sua sepoltura tenderei a escluderlo. Tuttavia dovrei consultare i registri del nostro cimitero."
I due ospiti si guardarono preoccupati.
"Non occorre tanto", lo rassicur Rebecca.
Padre Battista sorrise e colse l'attimo per congedarsi.
"Ho diverse incombenze ad attendermi. Se avete bisogno mi troverete nella saletta adiacente."
Lasciarono uscire il frate prima di confrontarsi. L'espressione corrucciata della ragazza parlava da sola.
"Non ti convince?"
"Per niente."
"E perch? In fin dei conti tuo padre concentrava i suoi studi sul periodo milanese di Leonardo e questo Salimbeni era un suo discepolo. Non trovo nulla di anomalo."
"Intanto - ribatt accigliata Rebecca - Andrea Salimbeni da Salerno non  stato un allievo di Leonardo.  nato sul finire del Quattrocento e suppongo che abbia preso il pennello in mano quando l'artista toscano aveva gi lasciato Milano da anni per trasferirsi in Francia.  stato un allievo di Cesare da Sesto, non di Leonardo. C' una bella differenza, mi pare. Inoltre  stato un artista decisamente minore, uno dei tanti pittori che hanno trovato ospitalit nelle corti dei potenti senza lasciare alcuna traccia significativa del loro passaggio."
"Allora possiamo supporre che il professore abbia voluto compiere un approfondimento anche su questo Salimbeni, sebbene l'oggetto principale della sua ricerca dovesse essere per l'appunto il Bandello."
"Bene, siamo d'accordo. Pertanto focalizziamoci su Bandello."
"Perfetto. Da dove cominciamo?"
La ragazza sfior alcune pagine del tomo lasciato sul tavolo da padre Battista.
"Direi di lasciar perdere questo volume. Non capiremmo un'acca di questo latino medievale."
"E quindi?"
"Bandello scriveva in volgare. E sappiamo che all'appello manca una sua collana di novelle."
Sforzando i muscoli del collo Malerba si protese in un movimento rotatorio a 180 gradi, per cercare di abbracciare con lo sguardo l'intero perimetro della biblioteca.
"Cos a naso in questa biblioteca ci saranno trenta o quarantamila volumi. Come diavolo facciamo a individuarlo?"
"I monaci sono meticolosi nel loro lavoro - lo rassicur Rebecca - e penso abbiano catalogato i libri in ordine cronologico oppure in ordine alfabetico."
Si avvicinarono agli imponenti scaffali.
Due giovani morti, massacrati di botte, torturati e carbonizzati. Entrambi con un corpo tonico, muscoli allenati e denti curati. Il primo restava ancora uno sconosciuto, anche se forse avevano stampato il suo volto sorridente in una foto scattata chiss dove, durante chiss quale soggiorno, in chiss quale localit marittima su chiss quale terrazza o belvedere.
Il secondo continuava a sorridere, bello e strafottente, nelle foto esposte sulla pubblica vetrina del suo profilo Facebook che ancora nessuno aveva chiuso.
Ormai comunque aveva pochi dubbi: il corpo dato alle fiamme e gettato come un rifiuto in quel boschetto in periferia doveva essere quello dell'amico, o forse persino collega, di De Rosa. Un altro gigol? Magari anche lui con la passione per le scommesse ippiche?
Torturati e uccisi quasi alla stessa ora. Tutto combaciava.
Eppure non riusciva ancora a inquadrare il movente che potesse spiegare due delitti cos efferati, plateali, cruenti.
Gli sembravano delitti esemplari, dimostrativi. Ma lo scempio e la crudelt con cui avevano strappato quelle due giovani vite a chi dovevano essere di monito? Degli scommettitori? No, in quell'ambiente certe regole sono fin troppo chiare. Altri giovani accompagnatori? O le loro clienti?
Doveva ripartire da queste ultime. Le donne. Per esempio quelle tre signore che avevano speso cifre importanti per comprare le croste esposte sulle pareti della New Art Gallery.
Pinton aveva lavorato alacremente per redigere un loro profilo. Dispose i tre fascicoli sulla scrivania, affiancati: delle donne dicevano poco o nulla, ma almeno ora sapevano che nessuna di loro era rossa naturale, con le efelidi e gli occhi chiari, e nemmeno mora e giovane.
Le fototessera, recuperate dagli archivi della Questura, dove erano state conservate in occasione del rinnovo dei passaporti, o scaricate da Internet, parlavano chiaro.
Monica Zermian, nata a Padova nel 1959, commercialista, titolare di uno studio, nubile e senza figli, era castana con occhi castani. Doveva essere la classica donna con una vita incentrata solo sul lavoro. Sul sito Internet del suo studio avevano trovato alcune sue foto: pantaloni e giacca, look rigorosamente professionale.
Dalla New Art Gallery aveva acquistato a gennaio un dipinto intitolato Alba metallica di Mick Kendall, del valore di 4800 euro.
Pass al secondo incartamento.
Un altro dipinto di questo Kendall, intitolato Inverno viola, era stato acquistato per 4300 euro a ottobre da Alessandra Liverani, nata a Lodi nel 1961, coniugata nel 1989 con il chirurgo plastico Piergiorgio Tommasi, due figli adolescenti, separata dal 2003. Di professione casalinga, domiciliata in via Tintoretto, nell'elegante quartiere dell'ex Fiera Campionaria.
Avevano una valanga di sue foto scaricate dal profilo Facebook: bionda ossigenata, seno palesemente rifatto, zigomi tirati, tacchi alti, trucco marcato, patita dell'abbronzatura, unghie che sembravano artigli, muscoli curati in palestra, una chiara passione per il mare e per le mete esotiche con le spiagge bianche disseminate di palme, a giudicare dalla sua photogallery.
Nemmeno Claudia De Carli, nata a Milano, sempre nel 1961, rispondeva alla descrizione di Anaclerio.
Aveva acquistato a dicembre, poco prima di Natale, un dipinto intitolato Visioni, di Rob Gaines, al prezzo di 3900 euro.
Lei s era mora e con occhi neri, peccato non fosse trentenne: anche lei separata, senza figli, proprietaria di un negozio di abbigliamento in corso Vercelli.
Tre donne, incensurate, tutte signore della Milano bene che il sabato sera va a cena da Bice o a far la spesa da Peck se preferisce attovagliarsi tra le mura domestiche, che d'inverno si ritrova a Cortina e d'estate a Forte dei Marmi o a Camogli.
"Contattiamole senza perdere tempo. Ma muoviamoci con tatto e discrezione, altrimenti la Pollini ci scotenna. Intesi?"
L'ispettore Pinton annu.
Ci stavano perdendo la vista. I rivestimenti dei libri, quasi tutti in pelle o cuoio, erano scoloriti dall'usura, dall'umidit e dal tempo. Impiegarono pi di tre ore prima di individuare il tomo che cercavano.
Arrampicata su una scala a pioli, in precario equilibrio, era stata Rebecca a scovare le Novellae di Matteo Bandello.
Facendosi aiutare dal giornalista, che teneva ferma la scala, afferr il corposo volume passandolo al reporter che l'appoggi sul tavolo.
"Speriamo non sia scritto in latino."
"Ancora? No, guarda,  in volgare", lo tranquillizz Rebecca iniziando a girare le pagine del tomo, leggendo ad alta voce le prime righe di quella di apertura.
Io, gi molti anni sono, cominciai a scriver alcune novelle, spinto dai comandamenti de la sempre acerba ed onorata memoria, la vertuosa signora Ippolita Sforza, consorte de l'umanissimo signor Alessandro Bentivoglio, che Dio abbia in gloria. E mentre che quella visse, ancor che ad altri fossero alcune di loro dedicate, tutte nondimeno a lei le presentava...
Iniziarono a cercare la numerazione delle singole novelle.
Rebecca prese a sfogliare con un ritmo sempre pi frenetico, fino a quando non giunse al punto desiderato, contraddistinto dall'incipit LVII.
"Eccola."
Indic il titulus sottostante: Il Bandello a la molto illustre e vertuosa eroina la Signora Ginevra Rangona e Gonzaga.
Ricominci a leggere ad alta voce.
Esser sempre stata la vert in ogni secolo ed appo tutte le genti d'ogni parte del mondo in grandissima stima, e i vertuosi uomini cos ne la dottrina de le lingue come de la filosofia e in ogni altra arte eccellenti esser stati da' grandissimi prencipi e da le bene institute republiche sempre onorati, tenuti cari, essaltati e largamente premiati, tanto per le memorie che se n'hanno e per quello che tutto il d si vede  chiaro che di prova alcuna non ha bisogno. Erano in Milano al tempo di Lodovico Sforza Vesconte duca di Milano alcuni gentiluomini nel monastero de le Grazie dei frati di san Domenico, e nel refettorio cheti se ne stavano a contemplar il miracoloso e famosissimo cenacolo di Cristo con i suoi discepoli che alora l'eccellente pittore Lionardo Vinci fiorentino dipingeva...
Fece una pausa per lasciare assorbire al compagno di ricerca le emozioni generate dalla scoperta.
"Tuo padre aveva ragione, Bandello assisteva davvero al lavoro di Leonardo."
La restauratrice riprese a leggere.
"Dove eravamo arrivati, aspetta... ah s, ecco qui."
...l'eccellente pittore Lionardo Vinci fiorentino dipingeva; il quale aveva molto caro che ciascuno veggendo le sue pitture, liberamente dicesse sovra quelle il suo parere. Soleva anco spesso, ed io pi volte l'ho veduto e considerato, andar la matina a buon'ora e montar sul ponte, perch il cenacolo  alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro d che non v'averebbe messa mano, e tuttavia dimorava talora una e due ore del giorno, e solamente contemplava, considerava, ed essaminando tra s, le sue figure giudicava.
Malerba la interruppe.
"Ti rendi conto? Questo Bandello spiega nei dettagli il modo in cui il Genio lavorava. A volte dipingeva ininterrottamente dal mattino alla sera e altre volte non toccava il pennello per diversi giorni. Dai, vai avanti."
L'ho anco veduto secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava, partirsi da mezzo giorno, quando il sole  in lione, da Corte vecchia ove quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Grazie, ed asceso sul ponte pigliar il pennello ed una o due pennellate dar ad una di quelle figure, e di subito partirsi e andar altrove con messer GiovanGiacomo.
Rifiat prima di riprendere la lettura.
E l'ho veduto anco donare a messer GiovanGiacomo, il quale solea ritrarre in guisa di una bella giovinetta per via di sua cotanta bellezza, in ricompensa di tale incomodo che il fatto non gli succedeva secondo il suo disio, il disegno suo che principiava a pigliar la qualit ch'ello voleva...
Rimasero basiti per qualche istante.
La novella proseguiva.
Il reporter la incit: "Arriviamo fino in fondo".
"OK aspetta che trovo la riga. Ecco..."
Era in quei d alloggiato ne le Grazie il cardinal Gurcense il vecchio, il quale si abbatt ad entrar in refettorio per veder il detto cenacolo, in quel tempo che i sovradetti gentiluomini v'erano adunati. Come Lionardo vide il cardinale, se ne venne gi a fargli riverenza, e fu da quello graziosamente raccolto e grandemente festeggiato. Si ragion quivi di molte cose ed in particolare de l'eccellenza de la pittura, desiderando alcuni che si potessero veder di quelle pitture antiche che tanto dai buoni scrittori sono celebrate, per poter far giudicio se i pittori del tempo nostro si ponno agli antichi agguagliare. Domand il cardinale che salario dal duca il pittore avesse. Li fu da Lionardo risposto che d'ordinario aveva di pensione duo mila ducati, senza i doni ed i presenti che tutto il d liberalissimamente il duca gli faceva. Parve gran cosa questa al cardinale, e partito dal cenacolo a le sue camere se ne ritorn. Lionardo alora a quei gentiluomini che quivi erano, per dimostrare che gli eccellenti pittori sempre furono onorati, narr una bella istorietta a cotal proposito. Io che era presente al suo ragionamento, quella annotai ne la mente mia, ed avendola sempre tenuta ne la memoria, quando mi posi a scriver le novelle, quella anco scrissi. Ora facendo la scelta d'esse mie novelle ed essendomi venuta questa a le mani, ho voluto che sotto il vostro valoroso nome sia veduta e letta. Il perch quella vi dono e al vostro nome dedico e consacro in testimonio de la mia servit verso voi e de le molte cortesie vostre a me, la vostra merc, usate. State sana.
Terminata la lettura Rebecca si lasci andare a un lungo sospiro.
Federico avidamente volt la pagina, per guardare la successiva novella, Fra Filippo Lippi fiorentino pittore  preso da' mori e fatto schiavo.
Scosse la testa deluso.
"Questo non c'entra niente con Leonardo."
Osserv Rebecca. Sembrava in trance, continuava a tenere gli occhi fissi sul libro senza per guardarlo.
Tornarono alla Novella LVII e rilessero le due pagine di volgare fino a impararle quasi a memoria.
Alla fine si abbandonarono sulle sedie, quasi svuotati di ogni energia fisica e mentale. Per qualche minuto rimasero in silenzio, rincorrendo ognuno i propri pensieri.
"A cosa pensi?", lo riscosse lei.
Torn a scorrere tra le righe.
"A questa frase... il quale solea ritrarre in guisa di una bella giovinetta per via di sua cotanta bellezza..."
Si gratt una guancia.
"Non capisco. Non pu riferirsi all'Ultima Cena. Non sono presenti figure femminili, ci sono soltanto Ges e gli apostoli", osserv il giornalista.
"A meno che... pensaci bene", lo stuzzic lei.
Ovvio. San Giovanni, la figura posta vicino alla spalla destra di Ges: una figura efebica, dolce, quasi femminea.
Fior di autorevoli studiosi nel corso degli anni si erano cimentati nelle pi ardite teorie sul soggetto dipinto dal Genio al fianco di Cristo, ben prima che lo scrittore statunitense Dan Brown, con il suo celebre best seller Il Codice da Vinci, arrivasse a sostenere l'ipotesi che in realt il San Giovanni ritratto dall'artista fiorentino altri non fosse che Maria Maddalena, la sposa terrena del Messia secondo un'interpretazione discutibile dei Vangeli apocrifi.
"Prendendo per buono quello che scrive Bandello - prosegu il reporter - significherebbe che Leonardo utilizzava quest'uomo, messer GiovanGiacomo, al posto di una modella di sesso femminile. Questo chiuderebbe definitivamente le polemiche e le discussioni su cosa abbia voluto dipingere Leonardo: per lui San Giovanni era un maschio e per questo utilizzava un modello maschile."
"Devi andare oltre l'apparenza. Leggi bene in guisa di una bella giovinetta per via di sua cotanta bellezza. Secondo il Bandello, stando alle sue parole, Leonardo voleva dipingere una figura che avesse fattezze femminili, un San Giovanni che avesse sembianze di una giovane donna e per questo utilizzava questo GiovanGiacomo, che immagino fosse per l'appunto un giovane dai lineamenti delicati."
Malerba si gratt nuovamente la guancia.
"Ho letto qualche anno fa un articolo di uno studioso che sosteneva che per dipingere il suo San Giovanni con fattezze cos femminili Leonardo avesse ritratto una giovane ragazza, se ben ricordo la figlia della donna ritratta nella Dama con l'ermellino."
" una teoria che ha trovato ampio credito tra gli studiosi - conferm Rebecca, - sono in tanti a sostenere che Leonardo dopo aver ritratto la nobildonna Cecilia Crivelli per la Dama con l'ermellino abbia poi scelto la figlia Elena, che doveva avere pressappoco 14 o 15 anni, per il suo San Giovanni da collocare alla destra di Ges. Qualche anno fa un bravo scrittore spagnolo, Javier Sierra, ha incentrato un libro intorno a questa vicenda, amplificando cos la fama della ricostruzione comunque avallata anche da autorevoli studiosi".
"Ovvero che per dipingere l'evangelista sarebbe stata utilizzata questa ragazzina, la figlia della Crivelli, come modella?"
"Non soltanto lei, ovviamente. Leonardo girava per le strade di Milano scrutando i volti dei milanesi in cerca di potenziali modelli per ritrarre i suoi discepoli."
"Modelli maschili."
"Non  detto. Un'autorevole storica leonardesca, Vittoria Haziel, recentemente ha ricordato come tra gli appunti dell'artista ci sia una menzione riguardante una tale Giovannina viso fantastico sta a Santa Caterina allo spedale. In molti presumono che questa Giovannina fosse una malata o un'infermiera che il Genio era intenzionato a utilizzare quale modello per il suo San Giovanni."
Malerba soffi, quasi per liberare il respiro che tratteneva.
"Accidenti. Pensa che ero convinto che l'idea che San Giovanni fosse una figura femminile fosse stata una trovata di Dan Brown; invece mi pare di capire che quasi tutti gli studiosi concordino sull'ipotesi che Leonardo abbia volutamente scelto una donna per raffigurare le sembianze del discepolo prediletto da Ges."
"Si  sempre ritenuto - aggiunse Rebecca - che Leonardo abbia voluto dare tratti femminili al suo San Giovanni, affiancandolo a Cristo, per simboleggiare la dualit maschio-femmina che secondo molte concezioni filosofiche e persino religiose sarebbe alla base di tutto."
"Tutto cosa?"
"L'universo, il mondo che ci circonda. Riflettici. L'uomo e la donna, identici e antitetici, simmetrici e opposti, perfetti soltanto quando si uniscono. Ricordi la frase della Bibbia: Maschio e Femmina Dio li cre? Sono messi sullo stesso piano, appaiati. Come due piatti di una bilancia perfetta."
"Era una teoria di Platone, no? E Leonardo era un cultore di Platone, giusto?"
"Qualcuno sostiene che Leonardo abbia ritratto l'apostolo Simone, il primo da destra, con le sembianze di Platone. Il punto per non  questo. Il principio della dualit uomodonna  alla base di numerose teorie elaborate nel corso dei secoli, non soltanto nel campo religioso e in quello filosofico, ma anche nell'astronomia, nella fisica e nelle scienze."
Federico guard ammirato la figlia del defunto Adorni. Esponeva le sue teorie con enfasi e passione, senza il tono saccente da maestrina, trasmettendo un calore e una convinzione coinvolgenti.
"Maschio e femmina - prosegu Rebecca - come la destra e la sinistra, se non ci fosse una non potrebbe esserci l'altra, come l'alto e il basso, il caldo e il freddo, il Sole e la Luna. Una dualit continua. Del resto pensa alle nostre braccia o alle nostre gambe. Sono due e se ne manca una siamo incompleti, menomati."
Cominci a comprendere il significato di quelle parole: in fin dei conti gli era capitato qualche volta di sentire elettricisti o meccanici parlare di maschio e femmina per i diversi tipi di prese.
"Sai che hai ragione? Non ci avevo mai fatto caso. I poli uguali e opposti nei campi elettromagnetici, la luce e il buio, l'acqua e il fuoco."
"Esatto. Per questo finora gran parte della dottrina leonardesca ha convenuto sull'ipotesi che per realizzare il San Giovanni del Cenacolo l'artista fiorentino avesse utilizzato una giovane modella. Una teoria che invece Bandello smonterebbe con il suo scritto, tanto pi che nelle sue Novellae non viene fatta menzione di una giovane in compagnia di Leonardo durante il suo lavoro nel refettorio di Santa Maria delle Grazie."
"Ecco perch tuo padre  venuto qui. Non per Andrea Salimbeni, ma per questa Novella."
"Hai ragione. Potrebbe essere questa la scoperta sensazionale compiuta da pap. Lo scoop che si preparava a rendere pubblico con il suo libro."
Il sole stava calando, nella biblioteca si stava facendo buio.
Per l'ennesima volta rilessero la Novella LVII, soffermandosi su un passaggio preciso.
L'ho anco veduto secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava, partirsi da mezzo giorno, quando il sole  in lione, da Corte vecchia ove quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Grazie, ed asceso sul ponte pigliar il pennello ed una o due pennellate dar ad una di quelle figure, e di subito partirsi e andar altrove con messer GiovanGiacomo.
"Se ho ben interpretato - sottoline Federico - significa che questo GiovanGiacomo era una persona molto vicina al Genio, non soltanto un modello che utilizzava, ma qualcosa in pi. Un amico o forse..."
"Un giovane amante?"
"Perch no? D'altronde tuo padre era uno dei pi accaniti assertori dell'omosessualit di Leonardo. Se davvero era solito circondarsi di giovani discepoli e se questo Giovan-Giacomo era realmente cos bello e femmineo da sembrare una giovane donzella..."
"Non so..."
"Non poteva essere un suo allievo?", butt l sempre pi convinto il giornalista.
"Lo escluderei. Tutti gli allievi di Leonardo sono stati ampiamente citati dagli storici e dai commentatori dell'epoca. Indubbiamente dovevano essercene anche altri, che hanno avuto meno gloria artistica e sono passati inosservati, tuttavia escluderei che fossero cos a contatto con il maestro", rispose tranciante Rebecca prima di allungare la mano verso la sua borsa di pelle, contenente libri e appunti.
"Sapendo di dover effettuare una ricerca su Leonardo mi sono preparata adeguatamente", esclam mentre estraeva dalla borsa un fascicolo di plastica. "Guarda qui,  un estratto delle Vite de' pi eccellenti pittori, scultori e architetti di Giorgio Vasari."
Prima di leggere Malerba not il riferimento, tomo ottavo, pagina 378.
Questa gloria deesi principalmente a Lionardo da Vinci per la scuola qui introdotta sotto gli auspici di Ludovico il Moro; dalla quale uscirono valenti Professori come Cesare da Sesto, Andrea Salaino, Marco D'Oggiono, Francesco Melzi, Antonio Boltraffio, Bernardino Luvino, e Pietro Riccio.
Non erano nomi sconosciuti. Conosceva Bernardino Luini: molte delle sue opere erano esposte alla Pinacoteca di Brera. E conosceva Cesare da Sesto, Andrea Salaino, Antonio Boltraffio e Marco d'Oggiono sempre per la solita vecchia storia: le loro effigi sono scolpite nel basamento della statua dedicata a Leonardo che troneggia in piazza della Scala.
Marco d'Oggiono e la sua Pala dei tre Arcangeli, poi, li conosceva ormai a memoria per via dell'indagine condotta due anni prima sui delitti riconducibili alla vicenda degli Angeli di Lucifero.
E a rifletterci bene conosceva anche Francesco Melzi, un altro artista presente con le sue opere nella Pinacoteca di Brera.
"Questa lista - riprese la Adorni - ovviamente non  completa. Lo stesso Andrea Solari  stato un allievo di Leonardo. E poi ci sono gli allievi degli allievi."
"Come quell'Andrea Salimbeni."
"Appunto."
Faceva sempre pi buio. Decisero di sospendere il lavoro e rientrarono nelle rispettive celle, per darsi una rinfrescata prima di cena. Avevano deciso di rispettare l'ospitalit offerta dai monaci e di dividere la mensa insieme a loro.
Tornato in stanza Malerba si gett di slancio sul letto, picchiando di nuovo sul materasso duro. Si sdrai, gli occhi rivolti alle travi di legno, la mente all'inseguimento di un dettaglio pronto a sfuggire nel dedalo labirintico delle contorte parole di Bandello.
Senza quasi accorgersene si ritrov a ripetere a bassa voce: "E l'ho veduto anco donare a messer GiovanGiacomo, il quale solea ritrarre in guisa di una bella giovinetta per via di sua cotanta bellezza, in ricompensa di tale incomodo che il fatto non gli succedeva secondo il suo disio, il disegno suo che principiava a pigliar la qualit ch'ello voleva...".
Prov a scandire ogni singolo passaggio, finch la stanchezza della giornata si fece sentire.
Uno scampanio lo risvegli: erano attesi nel refettorio.
Infil sopra la camicia un maglione nero, di lana, e pass a bussare alla porta di Rebecca.
L'agente Sinato, inviato da Anaclerio per sottoporgli le foto delle tre donne che avevano acquistato dipinti dalla New Art Gallery, era stato sintetico.
Il portiere del condominio di via Morgagni aveva confermato: almeno due di quelle signore, la De Carli e la Liverani, erano transitate davanti alla sua guardiola in compagnia del De Rosa. Sulla Zermian non era sicuro e aveva preferito non sbilanciarsi. Poteva bastare.
Ardig afferr il telefono per contattare il commissario Franco Garella, a capo della sezione Buoncostume della Squadra Mobile della Questura di Milano.
Viso struccato, acqua e sapone, scarpe basse, jeans e maglione di lana anche lei. La figlia di Adorni pareva davvero a suo agio cos, lontanissima dalle donne costruite, artefatte e tiratissime che popolavano Milano.
Si avviarono verso il refettorio attraversando il chiostro.
Padre Sergio, il religioso che qualche ora prima li aveva condotti alle loro cellette, li attendeva sorridente alla fine del porticato.
"Seguitemi."
Entrarono in una sala con i muri in pietra. Una decina di tavoloni di legno massiccio, con panche rettangolari, erano disposti simmetricamente su due file. I monaci erano tutti seduti, diligentemente, al proprio posto.
Due robusti frati passavano tra i tavoli distribuendo una pagnotta e versando nei piatti una minestra raccolta da un pentolone fumante disposto su un carrello.
Federico si guard intorno, perplesso. Non aveva idea di come funzionasse la vita all'interno di un monastero e si stup vedendo che i religiosi parlavano fitto fitto tra di loro, godendosi appieno, anche con qualche piccola risata innocente, quel momento di relax al termine di una giornata lunga e semplice, scandita dai ritmi del lavoro a cui erano adibiti e della preghiera a cui si erano votati.
Prima di consumare la cena l'abate pronunci una veloce benedizione. Padre Battista, con un cenno della mano, li invit a unirsi al suo tavolo, dove sedevano altri due monaci, entrambi corpulenti e dall'aria sana, simili a montanari. Si presentarono come padre Paolo e padre Giulio.
Nel piatto era gi stata versata la zuppa, di un colore marrone, molto densa. Non c'era pasta o riso, soltanto verdure che affioravano galleggiando nel piatto.
Malerba, affamato, affond il cucchiaio e lo riemp. Un sapore molto intenso e semplice invase la sua bocca.
Padre Giulio sorrise nel vedere la sua aria compiaciuta.
"Buona, vero?"
"Squisita", comment con sincerit il cronista.
"Fagioli, carote, patate, fave, ceci e cipolle", elenc il frate con orgoglio.
"Come avrete compreso - intervenne padre Battista - padre Giulio  uno dei fratelli che si occupa del nostro orto da cui provengono questi doni del Signore."
Mangiarono di gusto, intingendo la pagnotta nella minestra, e accompagnarono la frugale cena con del vino rosso, altra produzione doc dell'abbazia.
A completamento del pasto della frutta fresca, mele e pere colte sempre dai tanti alberi disseminati nel perimetro monasteriale.
Terminata la cena i monaci si spostarono nel chiostro, per scambiare ancora qualche parola. Poi, intorno alle 21, quasi tutti i religiosi si ritirarono nel dormitorio. Federico e Rebecca rimasero seduti su una panca davanti alla fontana. Nell'abbazia era calato un silenzio rilassante, rotto soltanto dai rumori del bosco circostante, in particolare dal ritmico frinire delle cicale. L'illuminazione fioca rendeva ancora pi luminose le stelle che si stagliavano nel cielo nerissimo e limpido.
"A cosa pensi?", chiese lei a bruciapelo.
"Al cielo. Al fatto che non lo guardo mai. Che non mi fermo mai ad ammirare tutto quello che ho intorno. Le stelle, la luna..."
Rimasero zitti per qualche istante.
"E tu? A cosa pensi?"
"A mio padre. Qualche mese fa, magari, c'era lui seduto qui al nostro posto, a vedere questo stesso cielo. E forse era euforico dopo aver letto quel passo delle novelle di Bandello."
La ferita, rifletteva il giornalista, era ancora fresca e doveva far male parecchio.
"Ti manca?"
"Certo che mi manca! Anche se mancare non  il termine giusto. Non ci vedevamo tanto, negli ultimi tempi, e al telefono ci sentivamo poco. Per non era solo quello. Era il fatto di sapere che c'era, che mi pensava. Sai, mio padre era un uomo buono, giusto, appassionato del suo lavoro, uno che aveva fede, che metteva in pratica, anche con rinunce pesanti, le idee cui aveva aderito."
"Non meritava di morire cos", rispose meccanicamente Malerba.
"Nessuno merita di morire. E comunque lo ha scelto lui."
"No, scusa, non volevo dire..."
"Lascia stare. Ho capito."
Fino a quel momento non avevano mai parlato della tragica fine del genitore. Ma forse Rebecca avrebbe voluto aprirsi con lui. Magari le avrebbe fatto bene sfogarsi. Decise di tentare.
"Sei arrabbiata con lui? Nel senso... andarsene cos..."
"Ci credi se ti dico di no? Sono arrabbiata con me, perch non ho capito nulla. Non ho capito quanto fosse solo, quanto fosse stanco di questo mondo. Ecco,  questo che credo lo abbia spinto a mollare: era stanco di un mondo dove si sentiva un pesce fuor d'acqua, da troppi anni. Forse da quando se ne era andata mia madre."
Senza rendersene conto entr a gamba tesa.
"C' una cosa che non mi quadra. Secondo il mio editore tuo padre era concentratissimo sul suo libro, era entusiasta, ci credeva... e allora perch suicidarsi adesso? Voglio dire..."
Rebecca lo fulmin con gli occhi.
"Cosa stai dicendo? Che doveva aspettare e suicidarsi tra qualche mese? Dopo aver dato alle stampe il libro e averne fatto vendere un bel po' di copie al tuo editore?"
Il tono di voce era salito notevolmente.
"No, no, non intendevo dire questo. Era solo per dire che aveva un obiettivo vicino, un obiettivo cui teneva, tutto qui."
La ragazza replic pi pacata: "Queste cose non le programmi, altrimenti la paura ti blocca. Deve aver agito d'impulso, in un momento di particolare sconforto. Non lo ha programmato".
"E allora vedi che non potevi farci nulla? Se vi sentivate poco non avevi elementi per intuirlo. E chi sceglie di farla finita non sempre manda segnali agli altri..."
"Per io avrei dovuto intuire che c'era qualcosa che non andava. E questo non me lo perdono. Perci l'unica cosa che ora mi resta da fare, e non pensare che sia una banalit,  portare a termine la sua ricerca, costi quel che costi."
"E tua madre?"
" qui vicino, dietro quelle colline. Riposa nel suo amato lago."
"Il Garda, deduco."
"Gi, il Garda, la sua Sirmione, le Grotte di Catullo... quante stronzate.  mancata molti anni fa, quando ero una ragazzina che non capiva tante cose, per non ho voglia di parlarne, scusami."
Il cronista cambi immediatamente argomento.
"Se tuo padre... se c' qualcosa oltre la vita... se adesso ti sta guardando, sar orgoglioso di te, del fatto che potresti essere proprio tu a completare la sua ricerca."
"Non  detto che ci riuscir... senza i suoi consigli, senza le sue intuizioni, non so se sar all'altezza."
"Cosa dici? Mi sembri una forza della natura."
"Esagerato, mi sopravvaluti..."
I loro occhi, nel buio, si intercettarono per un lungo attimo. Un attimo pericoloso.
Federico distolse lo sguardo, Rebecca si alz, fronteggiandolo. Sorrise leggermente.
"Grazie."
"E di cosa?"
"Mi hai accompagnato fin qui, mi affianchi in questa assurda ricerca, mi conforti. Sei un uomo prezioso, un uomo raro da trovare."
"Addirittura? Adesso sei tu che mi sopravvaluti."
Un lieve imbarazzo corse tra loro.
"La tua fidanzata  una donna fortunata."
"No, sono fortunato io a stare con lei, credimi."
"Non ne sarei cos tanto sicura..."
Doveva togliersi dall'impaccio.
"Comincia a fare fresco, andiamo a dormire?"
"Va bene."
Camminarono a passi lenti verso il porticato posteriore dove c'erano le cellette a loro riservate.
Una nuvola oscur le stelle. Gli occhi di Malerba si riempirono del cielo nero, ma una luce improvvisa rischiar i suoi pensieri, illuminando un dettaglio che, da almeno un'ora, cercava di mettere a fuoco.
"Rebecca, sto ripensando alle parole di Bandello."
"A quale passaggio ti riferisci?"
"Quando scrive: E l'ho veduto anco donare a messer GiovanGiacomo. Per poi concludere: Il disegno suo che principiava a pigliar la qualit ch'ello voleva."
"E allora?"
"Prova a seguirmi. L'Ultima Cena  un dipinto murale. Lo stesso Bandello nei suoi scritti racconta che Leonardo lavorava su un ponteggio se ho ben capito."
"Ovviamente, come facevano tutti gli artisti impegnati nella decorazione di pareti, soffitti o muri di chiese o palazzi. Chiaro, si arrampicavano su impalcature alte alcuni metri."
"Benissimo; per, prima di iniziare a dipingere materialmente la parete con il pennello, dovevano elaborare uno schizzo a cui poi ispirarsi, una specie di canovaccio, no?"
"Logicamente,  una cosa scontata."
"Appunto. E perci ragiona, cosa avrebbe donato Leonardo a questo GiovanGiacomo?"
"Beh, Bandello parla di un disegno suo..."
"S, ma quale disegno?"
"Il disegno... quello... beh, suppongo... Tu dici che...?"
"Non lo dico io, lo dice Bandello. Lo schizzo dell'Ultima Cena, forse addirittura una delle ultime versioni elaborate da Leonardo prima di iniziare a dipingere la parete del refettorio di Santa Maria delle Grazie, perch c' scritto che iniziava ad avere la qualit ricercata e ambita dal Genio. Che ne pensi?"
"Che vaneggi, figurati... il bozzetto preparatorio dell'Ultima Cena regalato a questo emerito sconosciuto, questo GiovanGiacomo."
Rebecca improvvisamente scoppi a ridere, quasi istericamente.
"Federico, sei proprio un sognatore."
"Veramente sono ancora sveglio. Assonnato, ma sveglio."
"Hai ragione, si  fatto tardi. Dai, dormiamoci sopra."
Si salutarono con un bacio sulla guancia rinchiudendosi nelle rispettive celle.
Niente da fare. Anche l'ultimo tentativo era fallito.
Patruno si confermava come il pi ottuso dei magistrati con cui avesse mai avuto a che fare.
L'incontro finale con il magistrato si era concluso con l'ennesima fumata nera. Non gli era stata concessa alcuna autorizzazione a sviluppare ulteriori indagini sul caso Adorni.
L'assenza di impronte di terzi nella camera da letto del docente rinvenuto morto impediva di percorrere le direzioni investigative che conducevano a un suicidio assistito o a un caso di eutanasia, rendendo inappellabile il verdetto del pm pugliese. Archiviazione.
Eppure quei filamenti di pelle nera...
Per smaltire la rabbia Ardig aveva accettato l'invito a cena di Santoni. Una bistecca alla Collina Pistoiese, una trattoria toscana all'angolo di piazza Sant'Alessandro. Divorata la "chianina", dopo aver fatto scivolare il secondo bicchiere di Chianti Gallo Nero, il commissario aveva ritrovato il dono della parola. E quello dell'elucubrazione.
"Al diavolo Adorni. Che riposi in pace", sibil a bassa voce.
Santoni si vers dell'altro vino, prima di ribattere.
"Certo  strano... un docente settantenne, che fa vita monacale, muore nel suo letto, con il suo pigiama, con un Vangelo appoggiato sul viso: un suicidio degno di uno che vuole attirare l'attenzione su di s, non certo passare inosservato. E quei filamenti neri... persi da un guanto di pelle,  ovvio, no? E quell'imbecille di Patruno..."
"Basta, basta. Non pensiamoci pi. Da ora concentriamoci solo sul gallerista e su quell'altro carbonizzato. Stiamo anche facendo dei passi avanti, se poi riuscissimo a identificarlo..."
"E se il morto - lo interruppe Santoni - non fosse il ragazzo fotografato con De Rosa? Pensaci bene, alla fine  solo una supposizione, come tante altre."
Non aveva torto e Ardig fu costretto ad ammetterlo.
L'ennesimo tarlo inizi a scavare, e non smise di trivellare nemmeno quando il commissario rincas e si gett sul letto ancora vestito.
...
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8. Desenzano del Garda, mercoled 4 maggio 2011.
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Il canto degli uccelli appollaiati sugli alberi che circondavano l'abbazia. Poi lo scampanio. Infine il vociare dei frati che, incuranti del pungente freddo del mattino, salutavano allegri una nuova giornata di lavoro e di preghiera.
Senza nemmeno guardare che ora fosse, Malerba decise di alzarsi. Nonostante il materasso duro e il letto, corto e stretto per il suo metro e 85, aveva beneficiato di un sonno intenso e ristoratore.
L'isolamento dell'abbazia, la cena con prodotti naturali, il contatto con la natura e l'ambiente ovattato gli avevano trasmesso quella serenit che a Milano, in mezzo al traffico, i telefonini, lo stress e le agende fitte di impegni, sembrava un miraggio.
Si lav alla meglio con l'acqua fredda, si infil il maglione di lana e si avvi verso il refettorio. Non prov neppure a bussare alla porta di Rebecca: certamente stava ancora dormendo.
I frati, impegnati a dissodare il terreno umido, lo salutarono calorosamente mentre attraversava il portico.
Entrato nel grande stanzone dove i religiosi consumavano i loro frugali pasti, scopr con sorpresa che Rebecca lo aveva preceduto: stava sorseggiando una scodella di latte in compagnia di padre Battista.
Il monaco addetto alle cucine gli port una fetta dell'ottima crostata alle prugne preparata dagli stessi religiosi e del pane con marmellata, sempre di prugne, chiedendogli poi cosa desiderasse da bere.
Si fece servire una tazza di caff e si avvent sulla crostata.
La figlia di Adorni e il frate stavano discorrendo di pittori rinascimentali e opere con soggetti sacri. Consum il dolce in silenzio, ascoltandoli. Soltanto in quel momento si ricord di guardare l'orologio. Le 6,55.
L'alba per un giornalista abituato ad alzarsi sempre dopo le nove.
Diplomazia e tatto non erano mai state le sue doti migliori, tuttavia, almeno questa volta, si era imposto di muoversi con i guanti. Vellutati.
Cos, al posto di convocare le tre donne in commissariato, aveva deciso di far loro visita personalmente. Previo appuntamento telefonico.
Aveva scelto di tenere per ultima la Zermian, su cui il portiere Anaclerio aveva preferito nicchiare, alla maniera "ponziopilatesca": non era sicuro di averla mai vista e non voleva sbilanciarsi come invece era stato costretto a fare, suo malgrado, con le altre due, ovvero la De Carli e la Liverani. Su di loro il custode non aveva avuto tentennamenti: ricordava bene di averle notate in compagnia di Raffaele De Rosa.
Alle nove del mattino il marciapiede di corso Vercelli, su cui si affacciavano le vetrine dei pi rinomati negozi milanesi, era insolitamente poco affollato.
In quei palazzi sontuosi non c'erano molti uffici e quel tratto era scarsamente frequentato dagli studenti: logico che a quell'ora ci fosse poca gente, nonostante gli esercizi commerciali fossero gi aperti.
All'interno intravedeva commesse impegnate a sistemare la merce esposta sugli scaffali. Individu il negozio di abbigliamento ed entr a colpo sicuro. Nessun cliente, come previsto. Ad accoglierlo venne una ragazza sui 25 anni.
Pantaloni neri aderenti sul fondoschiena, una maglietta girocollo nera, faccia annoiata e atteggiamento finto cordiale palesemente costruito.
"Buongiorno, la posso aiutare?"
"Ho un appuntamento con la titolare", rispose secco, senza neppure presentarsi.
"Sono qui, si accomodi."
Una tenda si apr dal retro, spinta da una mano magra, con le dita lunghe e affusolate che terminavano in unghie laccate di scuro. Anche Claudia De Carli vestiva di nero, anche lei in pantaloni lunghi e maglione leggero, aderente, modellato su un fisico asciutto. Una donna piacente, che dimostrava con naturalezza di aver oltrepassato la soglia dei quarantacinque gi da qualche calendario.
Capelli mossi, occhi saettanti, da gazza ladra intenta a scrutare il terreno in cerca di qualche moneta da afferrare con il becco.
"Posso offrirle un caff? Del bar, non della macchinetta."
"Se lo ordina al bar preferisco una spremuta."
"Come vuole. Allora la imiter."
Fece cenno alla commessa, che aveva ascoltato tutto e si mosse senza rispondere.
Si accomodarono in un microufficio ricavato nel retro.
Dietro la scrivania era appeso un quadro che Ardig, dal basso degli abissi della sua vertiginosa ignoranza artistica, avrebbe potuto scambiare per un foglio schizzato da un pazzo rinchiuso in un manicomio criminale.
Righe dei colori pi vivaci si inseguivano, intersecandosi in un vortice che andava a formare improbabili figure di esseri umani e oggetti di dubbia interpretazione, su uno sfondo blu che tendeva al viola.
"Non le piace?", domand la donna, osservando l'inevitabile smorfia modellata dai lineamenti del poliziotto.
"Preferisco il classico, la pittura rinascimentale per intenderci."
"E chi sarebbe il suo preferito, se posso domandarlo?"
Poteva sparare uno dei soliti nomi nazionalpopolari: Leonardo, Raffaello, Michelangelo o Caravaggio. Prefer invece partire con il piede giusto e impressionare l'interlocutrice.
"Marco d'Oggiono e, come dipinto, la sua Pala dei tre Arcangeli."
"Ah, complimenti, ha gusti raffinati", lo lusing la donna, ignorando quale assurda storia avesse portato il giovane poliziotto a fare la conoscenza di quel quadro cinquecentesco esposto nella Pinacoteca di Brera.
Intanto la commessa era rientrata con i due bicchieri di spremuta. Li appoggi sul tavolo e si ecliss silenziosamente.
" qui per Raffaele, vero?", domand senza ulteriori preamboli la De Carli.
"Quello  Visioni di Rob Gaines, giusto?", ribatt Ardig, intenzionato a conservare il controllo della palla.
La smorfia, questa volta, si dipinse sul fondotinta che ricopriva il volto della titolare della boutique.
"Cosa vuole sapere, commissario?"
"In che rapporti era con la vittima?"
La parola vittima rimbomb pesantemente nella stanza.
"Vittima... proprio come nei film. Quando ho letto sul giornale cos'era successo a Raffaele ho subito preventivato - utilizz proprio questo termine avvocatesco - che sareste venuti a cercarmi. Il commissario che mi interroga magari mi domander anche se ho un alibi,  cos?"
"No. E questo non  un film."
"Le spiace se accendo una sigaretta?"
"No, anzi, ne fumo una anch'io."
Aspirarono qualche boccata. Poi finalmente la De Carli apr bocca.
"Lo conoscevo, lo frequentavo..."
"Avevate una storia?"
Una mezza risata amara le sfugg dalla bocca, leggermente truccata.
"Andavamo a letto... ogni tanto."
Un'altra lunga boccata.
"So cosa star pensando. Raffaele era bello, aveva sedici anni meno della sottoscritta..."
"Senta, non sono qui n per giudicarla n per farle il predicozzo. Sto cercando di capire perch un uomo  stato barbaramente ucciso. E ogni elemento, anche il pi piccolo e all'apparenza insignificante, pu aiutarmi a capire, ad avvicinarmi alla verit."
La donna annu. Sembrava rasserenata.
"Mi racconti tutto dall'inizio, per favore. Come vi eravate conosciuti, che tipo di relazione avevate. Ogni quanto vi vedevate."
"Ci siamo conosciuti un anno e mezzo fa. A un vernissage organizzato proprio nella sua galleria. Nel sotterraneo, ha presente?"
Certo che lo aveva presente, il cadavere bruciato di De Rosa lo avevano rinvenuto proprio l. Ovviamente questo particolare non era stato divulgato e la De Carli pareva ignorarlo sinceramente.
"In seguito ci siamo incontrati in occasione di altri eventi mondani. Diverse volte. Io lo... come dire... con gli occhi, lo provocavo, sperando di farmi notare. E una sera, finalmente, mi ha abbordato e mi ha invitato a cena.  stato perfetto: gentile, romantico, premuroso, dolce. Mi ha portato a casa sua e abbiamo fatto l'amore. Ed  stato divino."
Divino, anche in questo caso ricorse a un termine inatteso. Ardig se lo stamp in mente.
"E dopo?"
La sigaretta si era consumata. La De Carli tir una boccata dal mozzicone ancora fumante.
"E dopo  sparito. Rispondeva a monosillabi alle mie telefonate, non aveva mai tempo. Insomma, si faceva desiderare, finch, un giorno, ha detto che s, potevamo rivederci, per..."
Sembrava non trovare le parole per continuare.
"Le ha chiesto dei soldi."
La donna accus il colpo arrossendo.
"Mettiamola cos... Non proprio esplicitamente. Mi ha spiegato che doveva fare degli investimenti, che era a corto di contante, che era un periodo difficile... Cos abbiamo iniziato a vederci ogni tanto. Una volta al mese. Cenavamo da lui e poi facevamo l'amore. Era stupendo."
Prima divino, ora stupendo. Le brillavano gli occhi mentre raccontava. Istintivamente prov compassione per quella donna. Ingenua e sola.
Forse illusa, forse cinica, forse approfittatrice.
In ogni caso affond la lama nel petto.
"Quanto lo pagava?" Il viso si imporpor. Pi vergogna che rabbia.
"Non funzionava cos. Non ero una prostituta. Non gli pagavo le singole prestazioni sessuali o la serata di compagnia. Non gli lasciavo l'assegno sul cuscino. Gli ho dato millecinquecento euro, in contanti, in una busta, dopo un incontro, perch mi aveva confessato di avere difficolt economiche e urgenze impellenti. E poi altri mille in un successivo incontro, un mese dopo. L'ho fatto per aiutarlo. Come si fa tra amici, no? Se uno ha bisogno di una mano l'altro lo aiuta."
"E il quadro?"
"Mi ha proposto di comprarlo dopo l'estate. Ho intuito che era un modo elegante per non chiedermi soldi. Mi ha detto che costava intorno ai 5000 e che mi avrebbe fatto uno sconto notevole, pi di 1000 euro."
Probabilmente quella crosta valeva poche centinaia di euro. Le idee iniziavano a schiarirsi.
"Ha pagato una cifra comunque importante."
"Ne valeva la pena."
Non si capiva se il riferimento era al quadro o alla compagnia di De Rosa.
"Quando vi siete visti l'ultima volta?"
"A inizio marzo. Speravo di rivederlo due settimane fa. Gli avevo anche mandato alcuni sms e mi aveva risposto spiegandomi che sarebbe andato negli Stati Uniti e ci saremmo sentiti al suo ritorno, a fine maggio."
Peccato non avere il telefonino di De Rosa per poter trovare conferma a quelle parole.
Non voleva umiliare ulteriormente quella donna. Eppure non aveva alternative.
"De Rosa frequentava altre donne. Magari con lei si era confidato. Non aveva qualcuna, come dire, fissa?"
Questa volta la risata, amarissima, esplose sonante, riempiendo l'ambiente fino a saturarlo.
"Sicuramente aveva altre donne, per con me non si sarebbe mai confidato."
"Per timore di una sua gelosia?"
"Per rispetto nei miei confronti. Per buon gusto. E per riservatezza. De Rosa era un uomo attento, sensibile e accorto." Una sfilza di aggettivi che neanche sullo Zingarelli... Poteva bastare. Si alz allungando la mano verso la proprietaria della boutique.
"Questa chiacchierata rester tra noi, non dubiti. E probabilmente non mi far mai pi vedere, non si preoccupi."
"Non mi ha neppure chiesto se avevo un alibi per quel giorno."
"Lo ha?"
"Non so nemmeno di quale giorno si tratti. Se  domenica no, non ho un alibi. Ero a casa da sola. Sola come sempre."
"Quasi una confessione - prov a ironizzare Ardig - fossero tutti come lei quelli che interrogo... Stia serena. Arrivederci."
Uscendo lo colse un pensiero quasi cattivo.
"Domenica scorsa era Pasqua. Magari un alibi l'ha per davvero..."
La donna si incup.
"Per me  stata una domenica come tutte le altre."
Per tutta la mattina si erano consumati gli occhi sul novelliere di Bandello. Niente. L'ex seminarista del convento di Santa Maria delle Grazie non aveva dedicato nemmeno una riga a Leonardo dopo quanto scritto nella Novella LVII. La loro ricerca era a un punto morto.
L'aria rarefatta e umida della biblioteca li stava intontendo. Malerba sent il bisogno di prendere una boccata d'aria fresca. Usc in cortile, attravers il chiostro e raggiunse la portineria. Si lasci alle spalle le possenti mura in pietra e si mise a passeggiare nello spiazzo antistante l'abbazia.
Ne approfitt per accendere il cellulare. Gli sms accumulati invasero la memoria esaurendola. Nessuno di Lucrezia. Se l'aspettava. Gli ultimi tre erano di Brigante. Il solito crescendo rossiniano.
"Hanno ucciso una donna a Brescia. Fai un salto."
"Allora? Hai letto l'sms? Fatti sentire. Ti mando anche un fotografo."
"Dove cazzo sei? Ti cerco da un'ora. Chiamami."
Sbuff e compose il numero.
"Malerba! Finalmente..."
Anche lui, come la "leonessa", lo chiamava per cognome quando il cielo era zeppo di nubi nerissime, gonfie e pronte a esplodere.
"Rebecca..."
La ragazza si gir sfilandosi lentamente gli occhiali.
"Rogne?"
"Abbastanza... Mi ha chiamato il giornale. Un omicidio a Brescia. Non posso sottrarmi. Dovrei tornare per l'ora di cena."
"Capisco. Vai tranquillo, io resto qui e continuo la ricerca."
"OK, a dopo."
"Buon lavoro."
"Anche a te."
Il successivo appuntamento, con la seconda delle tre "grazie", anzi delle tre femmes fatales di De Rosa, era stato fissato per pranzo presso l'Harbour Club, un esclusivo centro fitness nella zona di San Siro.
Il custode, all'entrata del parcheggio riservato ai soci, sollev la sbarra d'accesso con un po' di ritrosia. Non sempre un distintivo della Polizia di Stato basta per spalancare tutte le porte, filosofeggi distrattamente tra s il capo della Omicidi, osservando la serie di coup e berline scintillanti che incontrava nel parcheggio esterno. Lotus, Corvette, persino una Vyper, oltre alle immancabili Bmw cabrio, Mercedes Slk e ai vari fuoristrada, dove si inerpicavano a fatica donne alte meno di un metro e sessanta.
Moll la sua Alfa 159 di servizio in uno dei pochi posti liberi non riservati agli associati e si infil nella hall, dove lo accolse una hostess premurosa e gentile.
"Ho un appuntamento con la signora Liverani, mi chiamo Ardig."
Evit di qualificarsi come poliziotto.
Precauzione inutile: il sorvegliante del parcheggio doveva avere gi avvertito la reception del suo arrivo.
Lo fecero accomodare nei divanetti disseminati nell'open space d'ingresso. Mentre attendeva si guard intorno. Un'infinit di cartelli, degni di una trafficata rotatoria stradale, indirizzavano i soci o i visitatori verso le varie aree: piscine, palestre, campi da tennis, campi da squash, campi da calcetto, il campo da golf.
Qualche istante dopo Alessandra Liverani si materializz da una porta laterale. Bella non era. Vistosa e provocante s, con quelle labbra a canotto, gli zigomi piallati, la pelle di porcellana tanto tirata da impedire ogni singolo movimento ai muscoli facciali, un volto assolutamente privo di identit e di naturalezza.
Al primo impatto si poteva scambiare anche per uno dei tanti transessuali sudamericani, i cosiddetti "travoni", che battono la sera nelle strade intorno a via Melchiorre Gioia e via Pola.
Sotto la canottiera premeva un seno prepotente, che pareva gonfiato con aria compressa: spalle e braccia muscolose e pompate, addome piatto e culo marmoreo.
No, pi che un trans sembrava il perfetto prototipo della Milf, uno dei personaggi cult in cui si cimentano le esplosive pornostar californiane ovvero la donna "matura", bionda, tutta culo e tette siliconate, che in vestaglietta e sandali seduce il giardiniere muscoloso, l'idraulico aitante o pi spesso l'amichetto del figlio, secondo il pi banale dei copioni.
Nel complesso era una contraddizione vivente: un corpo degno di Atalanta, la splendida e terribile guerriera mitologica, che faceva a cazzotti con un viso tanto levigato da sfiorare il ridicolo, il tutto contraddetto dalla pelle del collo, dove evidentemente la chirurgia plastica non poteva intervenire, a tradire le 50 primavere consumate da quella indomita creatura femminile che si ostinava a voler arginare l'avanzata del tempo.
Si presentarono con una stretta di mano decisa, prima di incamminarsi verso il ristorante del club.
"Era mai stato qui?"
"No."
"Mi segua, le mostro il centro, cos magari si iscrive anche lei."
Con il suo stipendio da poliziotto difficilmente si sarebbe potuto permettere un salasso di quel genere.
Tuttavia prefer non contraddire quella donna. Sicuramente decisa quanto viziata.
Gironzolarono per corridoi, incrociando probabili manager, imprenditori e liberi professionisti: qualcuno in giacca e cravatta si dirigeva negli spogliatoi, altri in polo sportiva e bermuda si recavano nelle palestre o nei campi dove erano attesi per una partita.
L'ambiente era elegante, moderno, rilassante.
In qualche modo gli sembrava di veder rivivere i fasti delle splendide terme della Roma imperiale, dove i patrizi si ritrovavano dopo una giornata al foro, per rilassarsi con i bagni caldi e con gli esercizi per tonificare il fisico.
Dopo un ampio giro l'improvvisata "Cicerone" lo condusse nella sala del ristorante.
"Sono reduce da mezz'ora di spinning e da venti minuti di sculpture-step. Sono affamata", annunci la Liverani.
Diedero un'occhiata rapida al men e ordinarono due branzini ai ferri, accompagnati da un piatto di verdure miste per la donna e da una porzione di pomodorini per il poliziotto. Nei bicchieri solo acqua naturale.
Soltanto quando il cameriere li serv cominciarono ad affrontare il nocciolo della questione. Questa volta, dopo averla assecondata per oltre mezz'ora, scelse di spingere sul gas.
"Avr saputo della morte di Raffaele De Rosa."
"Ovviamente."
"Da alcune verifiche effettuate ho appreso che lei e il gallerista avevate una frequentazione."
"Oddio, frequentazione  una parola grossa. L'ho incrociato alcune volte nei soliti appuntamenti pubblici. Un'inaugurazione, un aperitivo, le solite cose. Niente di pi."
Ingurgit una fetta di branzino condita con olio e sale prima di smentirla. Con un bluff vecchio come il mondo, ma efficace.
"Veramente dalle registrazioni delle telecamere posizionate davanti al portone del palazzo di via Morgagni risulta che lei si  recata diverse volte proprio a casa della vittima."
Non gli risultava che ci fosse alcuna telecamera di fronte all'edificio, per l'escamotage era servito.
La donna trasal, sbiancando, nonostante l'abbronzatura pesante che le camuffava i connotati.
"Non ha nulla da temere. Questo non  un interrogatorio. Sto soltanto cercando di costruire un profilo della vittima. Tutto qui. Forse  meglio essere sinceri. Non crede?"
La cinquantenne si pul le labbra carnose con il tovagliolo.
"Era un amico."
"Intimo?"
Tergivers, giocherellando con la forchetta con alcune fave verdi.
"Ispettore..."
"Commissario."
"Mi scusi, ha ragione... Commissario, sono una madre di famiglia. Ho due figli che vanno al liceo..."
Le parole da madre affettuosa e preoccupata per i suoi ragazzi stonavano, uscendo dalla bocca rifatta di quella donna tutta silicone e scollature.
Comunque aveva deciso di usare il fioretto e non la sciabola, per cui sollev la mano per anticiparla.
"Questa nostra chiacchierata rester tra me e lei, non tema."
"Bene, confido nella sua parola."
"Partiamo dall'inizio. Come vi siete conosciuti, quando avete iniziato a frequentarvi..."
Stava ripetendo il copione gi recitato due ore prima con la De Carli. Accomodante, comprensivo, tentando di frenare un'invadenza morbosa e un'irruenza spontanea.
"Me lo ha presentato un'amica. Per caso. Mi ha spiegato che era proprietario di una galleria d'arte moderna e cos sono andata a fargli visita. Ero interessata a comprare un quadro da appendere in salotto. A quel punto mi ha invitato a cena. Ci siamo piaciuti e abbiamo cominciato a vederci, senza alcun impegno reciproco."
Non usava parole come " stato gentile e romantico" oppure "abbiamo fatto l'amore", come aveva fatto la De Carli con il suo tono sognante, intriso di rimpianti e sentimenti.
Questa donna era diversa, pi pragmatica e concreta: quella con De Rosa era stata una relazione come tante, tra una donna pi matura e un uomo pi giovane. E di certo non avrebbe mai ammesso di aver pagato per usufruire della sua compagnia.
Decise di girare intorno all'argomento.
"Dagli estratti finanziari in nostro possesso risulta che lei ha acquistato un dipinto per una cifra consistente."
"Trova? Un Kendall per 4000 euro? Mi pare una cifra congrua al valore di questo artista emergente, che sta diventando sempre pi quotato nel mercato statunitense."
Aveva calpestato una mina. Prima di addentrarsi in una simile discussione avrebbe dovuto accertarsi del valore di mercato delle opere di questo imbrattatele. Catalogava troppo frettolosamente i dipinti venduti da De Rosa come croste senza valore.
La Liverani non era la De Carli: forse anche lei pagava il suo obolo economico all'aitante gallerista salernitano, ma non sarebbe mai riuscito a cavarle una parola. Ora ne era sicuro. Fu costretto a deviare.
"Mi pare di desumere, se posso essere sintetico, che quella tra lei e De Rosa fosse soltanto una relazione... definiamola occasionale?"
"Pi o meno. Ognuno aveva la sua vita privata."
"De Rosa aveva altre donne..."
Non era una domanda. E infatti la Liverani non rispose.
"Sappiamo che frequentava altre donne, abbiamo anche i loro nominativi."
"Le ripeto, era una relazione occasionale. Raffaele non sapeva neppure dove abitavo o come si chiamano i miei figli."
Discorso chiaro. Sesso e basta.
Terminarono i branzini e i contorni in un clima di tensione. Mentalmente cominci a prepararsi all'incontro successivo.
Monica Zermian lo avrebbe ricevuto verso le 16, nel suo studio in via Turati.
Seduto su una panca della sala stampa della Questura di Brescia, con il pc appoggiato sulle gambe, Malerba guardava in cagnesco l'immancabile Moroni. Il navigato collega del "Giorno" aveva appena finito di dettare il suo articolo. Temeva avesse raccolto informazioni e notizie pi dettagliate delle sue.
Per la verit il caso era abbastanza banale. Un uomo di 55 anni, un autotrasportatore, aveva accoltellato nella notte la moglie, una polacca di 34 anni, che aveva manifestato l'intenzione di abbandonarlo dopo avergli spremuto il conto corrente. Un classico dei nostri tempi. Il vecchio adagio "moglie e buoi dei paesi tuoi" era stato mandato in pensione dalla globalizzazione e dall'allargamento delle frontiere.
L'invasione delle donne dell'Est aveva fatto saltare le regole. Molti uomini, soprattutto in et matura, magari desiderosi di ripartire da zero dopo una separazione, oppure i classici scapoloni che con il passare degli anni cominciavano a volere una persona con cui dividere la fase pi in salita della vita di ogni essere umano, preferivano scegliersi una compagna di vent'anni di meno, con poche pretese, almeno all'inizio, e una docilit al limite della sottomissione, tipica di chi arriva da una realt disciplinata in maniera ferrea, povera e arretrata, come l'Est europeo, e si trova poi catapultata in una specie di Paese di Bengodi.
All'inizio funzionava davvero. Poi dopo qualche anno le cose inevitabilmente cambiavano. Le ragazze imparavano l'italiano, imparavano a conoscere l'Italia, imparavano ad apprezzare tutto quanto di buono pu offrire lo Stivale e intanto perdevano quella motivazione economica, quella "fame" disperata che le aveva spinte ad accettare un uomo per cui provavano poco o nulla se non simpatia e, al limite, gratitudine.
E cos, una volta messa al riparo la famiglia inviandole i soldi necessari per campare a lungo nel Paese d'origine, cominciavano a guardarsi intorno e a vedere la casetta ben arredata e confortevole dove si erano sistemate come una prigione opprimente. Una prigione dorata, ma pur sempre una prigione. E allora iniziavano a smaniare per aprire la gabbietta e spiccare il volo.
Nella maggior parte dei casi, per fortuna, si arrivava a una banale separazione, in alcune drammatiche eccezioni finiva in tragedia.
Come in questo caso. Non c'era molto da aggiungere. Un assassino improvvisato trovato in stato di choc su una panchina poco lontano dall'abitazione. La porta di casa rimasta aperta. Macchie di sangue persino sul pianerottolo e sulle scale. E i vicini, gi insospettiti dalle urla dei due coniugi che litigavano, che avvertono la Polizia. E quel cadavere ancora in cucina, dove era stramazzata sotto i primi fendenti, in un lago di sangue. Il coltello appoggiato sul lavello, sporco delle impronte digitali del colpevole.
Non serviva nemmeno la confessione del responsabile. Le manette erano scattate e l'omicida era gi stato portato in carcere.
Aveva raccolto qualche dichiarazione del commissario Mercuri, il capo della Mobile bresciana, e aveva chiuso il pezzo. Sessanta righe in tutto.
Era pronto per tornare al monastero di Santa Maria Vergine.
Lo studio di Monica Zermian era nello stabile attiguo a quello dove aveva sede il Milan. Sul marciapiede era assiepata una piccola folla di cronisti sportivi che armeggiavano con taccuini, macchine fotografiche e telecamere. Doveva esserci in programma una conferenza stampa o una riunione all'interno degli uffici del club rossonero, ormai prossimo a laurearsi campione d'Italia per la diciottesima volta.
Per fortuna nessuno dei cronisti appostati lo conosceva, per cui entr indisturbato nella scala opposta e sal al terzo piano.
Si accomod in un open space modernissimo.
Due segretarie rispondevano al telefono, circondate da scrivanie bianche, collocate una di fronte all'altra. Alle loro spalle scaffali zeppi di fascicoli, con tanto di etichette riconoscitive.
Ardig prese un bicchiere di carta e lo riemp con l'acqua del boccione. L'attesa fu brevissima. La titolare comparve un minuto dopo.
Tailleur nero gessato con righine: poco trucco, capelli abbastanza corti, un caschetto lungo fino alle spalle, di un color castano in tinta con gli occhi nocciola.
Si trasferirono nel suo ufficio, dove Alba Metallica di Kendall campeggiava dietro la scrivania.
Un altro obbrobrio, a dir poco osceno, con figure abbozzate in tonalit che spaziavano dall'argento al grigio polvere, si stagliavano davanti a un cielo multicolore intersecato da colonne di fumo scuro e da pseudo-volatili, pi simili ai preistorici pterodattili, anche loro permeati di un'inquietante parvenza metallica.
Fiss volutamente lo sguardo sul dipinto.
"Un astrattista emergente americano, Mick Kendall."
"Uno dei pupilli di Raffaele De Rosa. Ne ho visto uno simile qualche ora fa", bluff il commissario mentendo. In realt non aveva visto Inverno viola, il dipinto acquistato dalla Liverani.
Per, almeno, accorciava i preamboli, anticipando alla commercialista di essere gi a conoscenza di molte cose sul gallerista ucciso e sulle sue intense frequentazioni femminili.
"Suppongo sappia gi quanto l'ho pagato", rilev la commercialista sfoggiando un pizzico di precisione professionale.
"Infatti."
La donna sospir rassegnata, forse imbarazzata.
"Quando ho appreso che De Rosa era morto in circostanze misteriose e violente ho ipotizzato che sareste risaliti fino a me", comment.
Era seccata e preoccupata. Quasi infastidita.
Ardig la osservava, curioso: in quella strana giornata si era trovato a interrogare informalmente tre donne agli antipodi tra di loro, tutte disponibili e per nulla reticenti nell'ammettere di aver bazzicato intimamente il gallerista salernitano.
Anche la Zermian, infatti: "Lo vedevo da circa un anno. All'inizio ci frequentavamo anche in pubblico. Diciamo che mi faceva da accompagnatore occasionale. Al ristorante, alle mostre, siamo andati anche alla Scala insieme. Lo ammetto senza difficolt, perch tanto non ho nulla da nascondere".
E perch tanto sai che lo avremmo scoperto facilmente, ragion il commissario, che ad ogni modo apprezzava lo spirito collaborativo della donna che aveva di fronte.
"Poi abbiamo diradato le uscite... pubbliche, se possiamo definirle cos, e ci siamo limitati agli incontri privati."
Traduzione per i maggiorenni: scopavamo e basta.
"A casa sua o di De Rosa?"
"A casa mia. Vivo da sola, non devo rispondere a nessuno, e con i vicini non ho praticamente rapporti. E in ogni caso non mi interessano i pettegolezzi altrui. E non mi andava di essere cacciata a notte fonda dal letto di un ragazzino che poteva quasi essere mio figlio. Preferivo essere io a metterlo alla porta", concluse con tono drastico.
Ecco perch il portinaio, Anaclerio, non l'aveva riconosciuta.
" molto diretta."
"Ripeto, non ho nulla da nascondere."
"Bene, allora le far una domanda ancora pi diretta: lei pagava De Rosa per usufruire della sua compagnia?"
Vide le dita che si irrigidivano, i polpastrelli che si appiattivano sul legno del tavolo.
"Potrei non risponderle, non sono obbligata."
"Verissimo. E le confesso che non avrei nemmeno gli strumenti per appurarlo. Almeno non in questa fase iniziale delle indagini. Tuttavia mi aspetto una collaborazione da parte sua. Una collaborazione spontanea."
"E perch dovrei?"
"Per fugare ogni dubbio sul nascere. Per non avere scheletri nell'armadio che potrebbero poi insospettirci e costringerci a indagare, ad approfondire, a ficcare il naso. Su tutto, anche qui nel suo ufficio, nei suoi schedari..."
Suonava come una minaccia, neppure troppo velata.
Chiss quali segreti contabili contenevano tutti quei dossier sugli scaffali. Ai suoi rispettabili e facoltosi clienti non avrebbe fatto piacere sapere che la loro fidata e riservata commercialista era oggetto di un'indagine penale. Che magari avrebbe persino portato a una perquisizione dello studio.
"De Rosa - attacc la donna - a suo modo era un gentiluomo. Inizialmente non mi ha chiesto soldi. Poi mi ha accennato ad alcune difficolt finanziarie, inducendomi a offrirgli del denaro. A titolo di liberalit, se vogliamo di amicizia o di affetto."
"E lei ha accettato. Perch?"
"Per convenienza. Per avere un uomo che non invadesse la mia sfera privata, che non violasse i miei spazi. Che non mi domandasse nulla, che si limitasse a soddisfare i miei desideri. De Rosa era perfetto. E tutto sommato non costava poi moltissimo."
"Quanto?"
"Alcune migliaia di euro... ogni tanto."
"Oltre al Kendall..."
Rispose come si attendeva.
"Un modo elegante per non dover chiedere dei contanti."
"Altre donne hanno comprato quadri analoghi."
" un suggerimento che gli avevo offerto proprio io. Tanto lui le opere di Kendall non le pagava. Lui e l'artista erano amici di vecchia data...", ridacchi, allusiva.
Il cerchio quadrava, questa testimonianza collimava perfettamente con quelle della De Carli e della Liverani.
Anche se, forse, in questo caso poteva fare un passo avanti.
"Aveva dato altri suggerimenti a De Rosa?"
"In che senso?"
"Sto parlando di denaro. Magari un consiglio per investire tutti questi soldi che riceveva."
Questa volta l'interlocutrice si irrigid.
"Non parlavamo molto di queste cose. Anzi, non ne parlavamo proprio. Quando esco dall'ufficio stacco la spina..."
"Secondo me, invece, ne parlavate."
"Commissario, sono stata sincera."
"Finora lo  stata. Continui ad esserlo. Lo sia fino in fondo."
"Posso soltanto aggiungere una cosa: De Rosa aveva dei problemi. Finanziari, intendo. Anche seri."
"Debiti?", chiese esplicitamente Ardig.
"Non me lo ha mai rivelato, per ritengo di s."
Poteva essere vero. E se realmente fosse stato un giocatore accanito di cavalli come ventilato dal portinaio Anaclerio?
Questo avrebbe potuto spiegare anche il misterioso pestaggio.
"Sa che De Rosa era stato aggredito e picchiato a febbraio?"
"S, lo avevo incontrato qualche giorno dopo. Era davvero malconcio. Mi aveva raccontato di aver avuto un litigio per strada con due teppisti."
"Non si era insospettita?"
"Un po'. Per Raffaele non era n mio figlio n mio fratello."
"N il suo uomo", concluse, velenoso, Ardig.
"Appunto."
Fine delle trasmissioni. Non c'era molto altro da aggiungere.
Aveva fatto un altro buco nell'acqua.
Erano le venti passate da poco quando il giovane capo della Omicidi si decise a calare la saracinesca su un'altra giornata di alti e bassi.
Pi bassi che alti. Dalle tre donne interrogate non aveva ricavato nulla di significativo, e la misteriosa Melissa evocata da Anaclerio rimaneva una chimera: nessuna traccia su Internet, nessun indizio negli effetti personali rinvenuti nell'appartamento di via Morgagni.
Prima di andare a casa fece un'ultima telefonata al responsabile della Buoncostume, Franco Garella.
"Che ti serve, Ardig?"
Il tono del saluto era un po' brusco.
Prefer essere sincero per non irritarlo: Garella era un po' orso, per sapeva giocare di squadra.
"Sai quel De Rosa? Il gallerista su cui sto indagando?"
"Come no? Quello di via Pisacane. Ma  vero che hanno arrostito anche lui come l'altro?"
" cos, per tienitelo per te,  un'informazione riservata e se arriva alle orecchie dei giornalisti..."
"Per chi mi hai preso? Spiffera tutto, dai..."
"Sospetto che questo De Rosa fosse un gigol."
"Bel mestiere, beato lui."
"Proprio beato: guarda che fine ha fatto..."
"Va beh, in ogni caso ho gi capito perch vieni a bussare alla porta del vecchio Garella."
"Bravo, indovinato. Devo risalire alle potenziali clienti di questo accompagnatore. Da dove comincio?"
"Da Internet. Ormai gli incontri avvengono quasi tutti online. Trovi tutto: pervertiti, scambisti, transessuali, omosessuali, pedofili. Ci mancano solo preti e suore." Calc l'ultima frase accompagnandola da una risata volgare.
"C' un problemino: non abbiamo n il computer n il telefonino della vittima."
"State messi bene. E allora le incontrava di persona. Le adescava nelle palestre o nei beauty center. Al mattino quei posti sono pieni di signore che si annoiano e hanno i bollori."
"Mmm... no. Ne dubito. Il morto aveva la sala pesi nella propria abitazione e poi gestiva un negozio durante il giorno."
"E che cazzo, non te ne va bene una... e mo' non ti resta che bazzicare i locali giusti."
"Dammi una dritta."
"Quando una donna sola e con un buon portafoglio cerca compagnia di un certo livello, insomma un uomo elegante e non un ragazzetto che abbia solo due muscoli sotto la maglietta, va a bere una cosa al Serendipity, un locale in via Tortona. Dietro a Porta Genova."
Via Tortona. La via dove abitava da bambino.
L'indomani avrebbe organizzato la visita in questo locale per signore.
Ringrazi Garella, spense il computer e usc.
Mentre scendeva le scale sent vibrare il cellulare: la clinica veterinaria. Durante la giornata lo avevano contattato pi volte senza riuscire a raggiungerlo.
"Commissario, la disturbo?"
"No, sono ancora in ufficio, mi dica."
"Scusi l'ora e scusi l'urgenza. Abbiamo alcune emergenze, dovremmo liberare dello spazio. Pu venire a prendersi Frog?"
"Adesso?"
"Sarebbe preferibile."
Non sapeva cosa rispondere.
"Potete tenerlo fino a sabato?
"No, non abbiamo lo spazio."
Alla fine si arrese.
"Uff... va bene. Arrivo."
Il suo pelo era stato accuratamente pulito e pettinato, ma Frog decrepito era e decrepito era rimasto: gli occhi velati da due pesanti cataratte grigie; la carcassa scheletrica e spelacchiata; le zampe incerte e adesso anche una vistosa benda che gli copriva parte del corpo all'altezza delle costole.
"Ecco qui Frog, quasi in perfetta forma", esclam soddisfatto il veterinario.
Una smorfia di disappunto si dipinse sul volto del poliziotto.
"L'animale chiaramente  ancora sottopeso, ma le flebo di sali minerali e vitamine cui lo abbiamo sottoposto hanno gi dato ottimi risultati. Ora servono soltanto affetto, riposo e nutrimento adeguato."
"Sabato o domenica lo porter in montagna dai miei genitori. Potr stare nel verde, con l'aria buona, e verr accudito."
"Un'ottima soluzione."
Decise di riprovare.
"Non potete tenermelo ancora un paio di giorni?"
"Non possiamo proprio."
"Uff... cosa mangia?"
Il dottore gli allung un sacchetto voluminoso.
"Secco e umido, qui c' tutto l'occorrente."
Poi gli pass delle pillole.
"Sono vitamine e antiossidanti, gliele spezzi nella pappa. Una a ogni pasto, tre volte al giorno."
"E gli occhi?"
"La cataratta  molto spessa ed  sconsigliabile un intervento chirurgico per rimuoverla."
Agit una mano davanti al cane, che mosse il muso seguendo il movimento.
"Vede? Le ombre le rileva.  gi abbastanza per lui. Mi raccomando: affetto e riposo."
Il medico gli porse il guinzaglio. Il cane esit titubante.
"Forza Frog, andiamo."
Fece accomodare la scheletrica bestiola nel sedile posteriore della 159 di servizio e punt verso viale Abruzzi.
"Sono stata tutto il giorno in biblioteca. Ho consultato le Chronacae e altri tomi, quasi tutti in latino."
"E come hai fatto a tradurli?"
"Padre Battista mi ha aiutato."
Erano seduti su una panca in legno sotto il portico della foresteria, in mezzo al frinire delle cicale e allo stormire delle foglie.
"Scoperto qualcosa?"
"Quell'Andrea Salimbeni, ricordi? L'allievo minore di Leonardo..."
"Quello su cui si era intestardito tuo padre."
"Proprio lui.  stato qui, ospite, per diversi mesi, tra il 1522 e il 1523. Secondo l'abate dell'epoca era in fuga e qui trov rifugio."
"Da cosa scappava?"
"Non c' scritto. Forse aveva guai con la giustizia. Per insieme a padre Battista, consultando alcuni volumi, ci siamo fatti un'altra idea."
"Spara."
"Intanto pare che questo Salimbeni, stando alle Chronacae, all'epoca del suo soggiorno in questo convento avesse circa quarant'anni, fosse un uomo di bell'aspetto e arrivasse da un lungo periodo trascorso in Francia, a Parigi precisamente."
"E allora?"
"Come ti avevo gi detto, Salimbeni era pi giovane, era nato intorno al 1500, dunque nel 1522 non poteva essere un quarantenne. E questa non  un'incongruenza da poco."
"Uhm..."
"Aspetta, non ho ancora finito. Pare che prima di recarsi a Parigi avesse soggiornato a Concorezzo."
"Era un cataro?", si stup il giornalista.
"Come quasi tutti i discepoli di Leonardo e come quasi tutti i loro vari allievi", sottoline la ragazza.
"Questo rafforzerebbe la tesi sostenuta da tuo padre, ovvero che il Genio fosse salito a Milano per avvicinarsi all'eresia catara che gli Sforza, in qualche modo, tolleravano e proteggevano."
"E infatti quando nel 1499 Milano fin nelle mani dei francesi guidati da Luigi XII, Leonardo, persa la protezione degli Sforza, abbandon la citt e fece ritorno a Firenze", conferm Rebecca.
"Un momento, poi non emigr in Francia?"
"Nel 1508, quasi dieci anni dopo. E prima aveva comunque fatto ritorno a Milano."
"Frena - borbott il giornalista - non ti seguo. I francesi non diedero vita all'ennesima sanguinosa crociata contro i catari per accontentare il papa che li aveva appoggiati nella guerra contro gli Sforza?"
"Non fu una vera e propria crociata. I catari ormai erano una piccola enclave. Quelli di Concorezzo vennero catturati e messi al rogo come eretici, gli altri si dispersero. Era come spegnere una candela giunta al lumicino."
"Va bene, ma perch Leonardo, in teoria un cataro, aveva scelto proprio Parigi? Perch si era infilato nella tana del lupo?"
"Intanto, come ti ho gi spiegato, erano passati quasi dieci anni e i catari erano stati cancellati. E poi Leonardo era Leonardo, il genio poliedrico cui tutto poteva essere concesso o perdonato. Dai milanesi come dai francesi."
Malerba inizi a fare dei calcoli.
"In che anno sarebbe stato qui quel presunto Salimbeni?"
"Te l'ho gi detto. Tra il 1522 e il 1523."
"E Leonardo quando  stato a Parigi?"
"Tra il 1508 e il 1519, quando  deceduto. In mezzo per aveva effettuato molti viaggi, a Milano, Roma e in giro per la Francia."
"Pertanto possiamo dedurre che questo Salimbeni, o chiunque fosse vista la discrepanza di et, abbia seguito il Genio nei suoi anni parigini?"
"Prove non ce ne sono. Gli storici dell'epoca ricordano che Leonardo negli ultimi anni avesse intorno a s una limitata cerchia di persone formata dai suoi allievi prediletti, il Melzi e il Salaino, e dal servitore personale Batista de Vilanis. E infatti  a loro tre che lasci i suoi averi: alcune terre a Milano e a Firenze, libri, documenti e disegni vari. Un grande patrimonio, peraltro andato quasi tutto disperso chiss dove."
"E di questo Salimbeni non c' traccia?"
"Assolutamente no.  ignoto al Vasari, al Lomazzo, al Moriggia e a tutti gli altri storici dell'epoca. Come ti ho gi raccontato non era un discepolo di Leonardo, bens di un suo allievo, Cesare da Sesto. E non risultano suoi dipinti celebri."
"Mi sa che stiamo soltanto perdendo tempo dietro a questo Salimbeni. Tuo padre aveva eseguito ricerche su di lui per completare la sua ricostruzione sull'adesione di Leonardo all'eresia catara. Tutto qui. Si pu sapere perch ti interessa tanto?"
"Perch sulle Chronacae  menzionato un ultimo appunto su di lui: pare che nel suo fagotto ospitasse molti disegni e molti schizzi e che si vantasse con i monaci di averli avuti da Leonardo in persona."
Il reporter soppes quanto ascoltato.
"Intendi dire schizzi del Codex Atlanticus?"
"Questo non  specificato. Ma poteva trattarsi anche di altri disegni di Leonardo, no?"
"Stai correndo troppo con la fantasia. E poi che fine avrebbero fatto?"
"Se li sar portati via quando lasci il monastero."
"E dov'era diretto?"
"Ai monaci disse che andava a Milano, dov'era proprietario di terreni di valore. Pare addirittura una vigna."
"Cosa pensi di fare ora?", cambi discorso il cronista.
"Non so, qui mi pare che abbiamo finito."
"Concordo."
"Preferisco tornare a Milano. Partiamo domani mattina?"
"Aggiudicato. E la ricerca su Bandello?"
"Andr avanti. Domani stesso mi recher all'Ente Raccolta Vinciana."
"Cosa diavolo ?"
" il centro dove sono radunati e conservati i testi e le ricerche condotte in questi cinque secoli sulla vita e sulle opere di Leonardo. Un grande archivio incentrato sul Genio."
"A Milano?", domand scettico Federico, che ignorava l'esistenza di una simile biblioteca in citt.
"Si trova al Castello Sforzesco, ci sono stata alcune volte con mio padre. Lui trascorreva interi pomeriggi in quell'archivio."
Restarono a chiacchierare ancora per qualche minuto. L'aria si era fatta fredda e le cicale si erano zittite. Rebecca rabbrivid. Avvicin la sua spalla a quella di Federico, che arross.
"Andiamo a dormire?", propose con tono brusco, per togliersi da una situazione che rischiava di diventare imbarazzante.
La figlia di Adorni non batt ciglio.
"Volentieri, sono stanca."
Si salutarono con un bacio sulla guancia... canonico.
Rientrato nella sua cella, Federico si infil rapidamente il pigiama e si gett sotto la coperta. Dalle imposte filtrava comunque un po' di luce, tanto che intravedeva il tetto con le travi a vista.
Prima di addormentarsi pens alla sua Lucrezia. Quanto avrebbe voluto averla vicino in quel momento...
...
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...
9. Milano, gioved 5 maggio 2011.
...
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...
Nelle orecchie aveva ancora le voci affettate delle tre donne interrogate il giorno prima, e nelle narici il loro profumo. Tre interrogatori inutili. Nella mente risuonava una domanda: duplice omicidio passionale?
Mai aveva sentito di due gigol uccisi in un modo cos terrificante, e poi che lo sconosciuto di Cascina Monlu fosse un accompagnatore per signore era tutto da dimostrare...
Termin di radersi, accatast la solita montagnetta di biancheria e indumenti sporchi e ci appoggi sopra un post-it indirizzato alla donna delle pulizie, che sarebbe venuta in mattinata come ogni gioved.
Con poche righe l'avvertiva della presenza dell'insolito ospite temporaneo. Doveva rassettare il piccolo appartamento, lavare e stirare i vestiti, ignorando l'angolo dove aveva stipato quelle vecchie coperte. Si ricord che doveva trovare un'analoga sistemazione per l'ufficio, per fortuna disponeva di un'altra vecchia coperta, l'ultima. L'afferr e and a recuperare il disastrato quadrupede.
Appena entrato in commissariato Ardig fulmin con lo sguardo il piantone di turno, che lo stava squadrando stupito, sal le scale deserte e port il cane nel suo ufficio.
Piazz la coperta vicino alla finestra e il decrepito bastardino and ad accovacciarvisi istintivamente: dopo pochi istanti era gi piombato in un sonno catatonico.
Doveva ammetterlo: non dava alcun fastidio. Un soprammobile.
Torn a concentrarsi sul da farsi: il Serendipity, ecco la priorit della giornata.
Convoc Pinton. L'ispettore trevigiano nella serata precedente si era gi confrontato con i colleghi della Mobile.
Appena entrato il sottoposto gett un'occhiata eloquente al cane, sdraiato vicino alla finestra.
"E quello?", butt l.
"Lasciamo perdere. Un randagio che ho tolto dalle grinfie di un balordo. La classica buona azione che mi si  ritorta contro. In attesa di sistemazione lo tengo io per qualche giorno."
Il giovane poliziotto sorrise.
Il capo della Omicidi torn alle questioni da bipedi: "Parlato con la Buoncostume e la Narcotici?".
"Yes. Secondo i loro resoconti il Serendipity  un locale a posto. Il titolare  incensurato e lo sono anche i dipendenti, tranne il barman, un ex buttafuori che ha piccoli precedenti per violenza e lesioni."
"Di bamba ne gira?"
Pinton allarg le braccia.
"Come in tutti i locali. Siamo a Milano. Quella poi  zona bazzicata da modelle. Ci sono molti studi di fotografi e..."
"Marco, ci sono cresciuto, in via Tortona!"
"Scusa, capo, me n'ero scordato."
"Comunque, tornando al Serendipity, non  un posto dove i pusher fanno affari d'oro, preferiscono altri locali. Proprio per via della tipologia particolare di clientela."
"Donne mature, no?"
"Prevalentemente. Sai come vanno le mode, no? Comincia a girare la voce che un locale ha una certa fama e la gente si adegua."
"Poi magari scopri che la voce l'ha messa in giro il proprietario per aumentare gli affari", comment, serafico, il superiore.
"Pu darsi. A ogni modo, stando alla Buoncostume, nel locale non succede nulla. Si beve, si balla intorno ai tavoli, si ascolta musica. Nient'altro."
"E gli uomini che vanno l per farsi rimorchiare?"
" questo il punto. Non  come con le escort di lusso.  molto difficile distinguere tra un uomo che cerca avventure e sesso e uno che invece si offre a pagamento. Se vedi uscire un bel ragazzo con una signora matura ma comunque affascinante, quanto meno passabile, non puoi mica stabilire se  un gigol o meno. A tanti uomini piacciono le donne pi grandi... anche perch i gusti sono soggettivi, no?"
Il discorso non faceva una grinza, e calzava a pennello con la sua situazione. Lui, una certa 42-43enne, molto attraente, se la sarebbe portata a letto molto volentieri. Scacci quel pensiero.
Garella, nella telefonata della sera precedente, gli aveva tracciato un quadro sintetico quanto inappuntabile. Quello della prostituzione maschile, sia rivolta a una clientela femminile che omosessuale, era un settore in espansione, anche se tuttora di nicchia, dove non girava troppo grano, a differenza che nel campo femminile e in quello dei transessuali, in sempre maggiore boom: per questa ragione, trattandosi di un tipo di business poco lucrativo, non si erano ancora inserite le solite organizzazioni malavitose dell'Est che si contendevano invece il racket del mercato sessuale rivolto a un target maschile.
I cosiddetti gigol o "accompagnatori per signore", gli aveva spiegato, in genere lavoravano autonomamente, al limite si appoggiavano a una sorta di impresario, un'agenzia che procurava loro potenziali clienti. Ma il metodo pi utilizzato per allargare il giro, nell'era di Internet, era rappresentato proprio dalla miriade di siti specializzati in incontri di tutti i generi, dall'amicizia fino al sesso, oppure le ancora non tramontate inserzioni sui quotidiani.
E poi, per l'appunto, c'erano i locali. Come il Serendipity.
"Dovremo fare una visita a questo locale."
Pinton annu, senza fare commenti.
"Mi accennavi al barman, l'unico con precedenti..."
L'ispettore estrasse un foglio dal fascicolo che aveva appoggiato sulla poltroncina a fianco.
"Ecco qui: Francesco Licata. Nato a Milano nel 1978, milanese di origini siciliane,  stato in hotel - ammicc, utilizzando un gergo da mala, riferendosi al carcere - per qualche mese, con l'accusa di sfruttamento della prostituzione, spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti e associazione a delinquere. Ti ricordi quell'inchiesta del 2006 su quel giro di prostitute di lusso a domicilio che gravitavano intorno a quel locale chiuso dalla Buoncostume in zona Bullona?"
Ricordava vagamente quei fatti. Un gruppetto di trentenni intraprendenti aveva messo su un disco pub con esclusivo priv nel retro riservato ai soli soci: una clientela selezionata cui offrivano la compagnia di giovani prostitute, quasi tutte dell'Est, con tanto di catalogo da cui sceglierle.
Tutto era filato liscio per oltre un anno fino a quando una delle ragazze, durante un festino con alcuni manager cinquantenni, si era sentita male dopo aver assunto cocaina nella suite di un esclusivo albergo del centro, dove si erano trasferiti dopo la serata al disco pub: i clienti erano entrati nel panico e avevano avvertito il 118 senza neppure cercare di far sparire le tracce di quanto accaduto.
L'indagine era stata fulminea e aveva portato all'arresto di una dozzina di persone, tra cui questo Licata.
"Cosa sappiamo di lui?"
"Ho gi sentito i colleghi della Digos - prosegu soddisfatto l'ispettore - e stando alle loro ricostruzioni pare sia il classico idiota, o furbetto, a seconda dei punti di vista. Uno che ha iniziato come buttafuori, poi  passato dietro il bancone come barman e a un certo punto si  improvvisato imprenditore, con altri soci improvvisati quanto lui. Quando hanno cominciato a imbarcare acqua, o meglio debiti su debiti, sono stati avvicinati da qualcuno, pi furbo e sgamato di loro, che gli ha proposto di entrare nel dorato mondo del business della prostituzione di lusso. Per un po'  andata bene, finch non  successo il patatrac."
"E ovviamente questo abile manovratore  rimasto dietro le quinte?", domand Ardig, ben conoscendo la risposta scontata.
"Ovviamente. I ragazzi erano i titolari del locale, erano loro a metterci la faccia e i soldi con le ragazze, erano loro a trattare con i clienti. E sono stati loro a pagarne le conseguenze penalmente."
"E non hanno detto una parola?"
"Assolutamente no."
Discorso chiaro: la paura di un'eventuale rappresaglia da parte dell'organizzazione criminale che li aveva messi in mezzo aveva prevalso sulla prospettiva di andare incontro a una condanna a qualche anno di reclusione.
"Come  andato a finire il processo?"
"Hanno patteggiato. E in mezzo c' stato anche l'indulto del 2006, che ha sottratto due anni e mezzo di pena per tutti questi reati. Se la sono cavata con poco: condanne inferiori ai cinque anni."
"Insomma non hanno fatto un giorno di galera."
"Qualche mese tra San Vittore, Bollate e Opera."
"Non dovrebbe essere un osso duro", comment Ardig, osservando la faccia bufalesca del barista. "Stasera andiamo in vita. Dobbiamo vestirci bene", annunci.
"Come ci organizziamo?", chiese il vice.
Mentalmente cominci a scorrere, come in un casting, le fattezze della sua squadra. Sanna era una specie di macchietta con la sua parlata da pastore del Gennargentu, Scalise era decisamente brutto, Sinato pure, Pasini uno che alle dieci di sera cascava dal sonno.
Larini era pi attraente e sveglio, volendo anche simpatico, favorito dal suo accento da tortellino e lambrusco.
Zanella non era male, ma era rigido con un soldatino di piombo e poco loquace... e nel rimorchio la parlantina conta eccome.
In quella primeggiava Santoni, che per faccia tosta e battuta sempre pronta non era secondo a nessuno: dal collo in gi se la cavava, salendo pagava dazio a un nasone degno di Cyrano, comunque andava arruolato per forza.
E poi, ovviamente, c'era Pinton. Lo squadr con taglio professionale: fisico atletico, occhi chiari e visino angelico. Con un bel completo lui s che avrebbe fatto un figurone. Miele per le orsacchiotte.
"Facciamo cos. Io vado con Santoni a bermi qualcosa al bancone e mi lavoro Licata. Con i miei metodi. Tu, Larini e Zanella vi mettete in tiro e vi buttate nella mischia, cercate di abbordare qualche donna e vi fingete amici del povero De Rosa. E vediamo cosa ne tiriamo fuori."
A quel punto convoc anche Santoni, che naturalmente fu entusiasta del programma serale.
"Ragazzi, conto su di voi: fatele parlare. Dobbiamo risalire a quella cazzo di donna matura con capelli rossi naturali, efelidi e occhi verdi."
"OK, capo."
"Un'altra cosa... Cerchiamo di capire se De Rosa andava da solo o accompagnato da qualcuno. Magari un amico. Un altro bel ragazzo come lui."
"Lo sconosciuto carbonizzato che abbiamo trovato a Cascina Monlu?", domand Santoni.
"Chiaro. Sai che non credo alle coincidenze. Ricordi - prosegu il commissario - l'identikit tracciato dal medico legale? Un uomo giovane, con una bella dentatura curata, muscoli tonici. Una descrizione fisica che combacia con quella del gallerista. Ci aggiungi che sono stati uccisi nello stesso modo. Mi pare abbastanza, no?"
I due ispettori annuirono. La riunione era sciolta.
Inizi a leggere alcuni rapporti. Per oltre un'ora non sollev la testa dal tavolo. Si alz per stiracchiarsi e fu allora che scorse un movimento con la coda dell'occhio. Non si era ancora abituato alla novit, e neppure voleva abituarsi.
Frog, con movimenti faticosi, fece per issarsi dall'improvvisata cuccia che aveva allestito nell'angolo sotto la finestra.
Un giaciglio morbido e caldo per il quadrupede magro e claudicante. Uno schiaffo alla sobriet dell'ufficio e all'immagine austera dell'istituzione che dirigeva. Un cane spelacchiato e quasi cieco, sdraiato su una montagna di stracci: degno di un barbone accampato in stazione.
"Se ti vede il questore ci manda entrambi al canile, tu a prenderci alloggio e io a fare il custode", borbott rivolto al disastrato animale prima di mandarsi al diavolo da solo.
Non doveva parlare al cane: non era il suo padrone e non lo sarebbe mai stato. Fine della storia.
Non vedeva l'ora di salire in Valtellina, dai suoi genitori. Questione di giorni e se ne sarebbe sbarazzato. Definitivamente. Non sarebbe diventato lo zimbello della Mobile. Doveva solo augurarsi che nessuno dei suoi uomini si facesse sfuggire una parola, altrimenti sai le risate di tutti.
Intanto la bestiola si era issata sulle gambe malferme. Scodinzolava, con il corpo scosso dai soliti singulti.
Guard l'orologio. Due passi avrebbero fatto bene anche a lui. Prese il guinzaglio, il sacchetto e la palettina. Scesero in cortile e incrociarono l'agente Zanella, solitamente composto e impassibile, che non riusc a trattenere un sorriso beffardo.
"Vuoi fare i turni di domenica da qui a fine anno?", gli sibil.
"No, capo."
"E allora fai sparire quel sorrisetto ironico", lo gel.
Si incammin per le strette viuzze del centro storico diretto verso piazza Borromeo, dove c'erano alcune aiuole.
Il pomeriggio trascorse veloce tra una riunione e l'altra.
Verso le 15 Ardig si rec nuovamente in tribunale, per aggiornare il sostituto procuratore Deborah Pollini sugli interrogatori informali avuti il giorno precedente con la De Carli, la Liverani e la Zermian e l'intenzione di fare una visita al Serendipity quella sera stessa.
Intorno a questi due delitti si era creato un clima d'insolita indifferenza. Milano - la sua opinione pubblica, i suoi tanti giornali, persino i suoi invadenti e logorroici politici di centrodestra e centrosinistra - pareva disinteressata all'atroce destino riservato a uno sconosciuto e a un giovane gallerista campano.
Erano tutti distratti dalla campagna elettorale, ormai entrata nella sua fase pi rovente. Peraltro la mancanza di pressione, mediatica e politica, consentiva di lavorare con maggiore serenit e influiva anche sull'umore della Pollini, stranamente attendista.
Rientrato in ufficio fu accolto da una piacevole sorpresa.
La richiesta inoltrata al ministero degli Interni diversi mesi prima per ottenere un rimpiazzo per l'ispettore Velluti, passato alla Squadra Mobile di Brindisi l'estate precedente, aveva avuto buon fine. Il migliore possibile.
Davanti a lui, impeccabile nel suo completo scuro, sedeva l'ispettore capo Andrea Farris: un armadio oltre il metro e novanta con le spalle enormi e i capelli scuri rasati quasi a zero sopra una testa ovale segnata dalla mascella prominente. Farris, che aveva l'espressione di uno con cui  bene non prendersi eccessiva confidenza, secondo la scheda di servizio era toscano di Carrara, anche se il cognome richiamava origini sarde. Classe 1974, ex par nella Folgore e militare di carriera con all'attivo missioni nei Balcani, era entrato in Polizia una volta congedato dall'Esercito, quando ormai era sulla trentina: un iter atipico per un poliziotto. Aveva maturato esperienze nelle Questure di Livorno, Firenze e Perugia ed era stato trasferito a Milano su sua esplicita richiesta.
Il nuovo venuto esib modi sbrigativi e una stretta di mano vigorosa.
"Come mai hai scelto Milano come destinazione?"
"Ero stufo dell'aria di provincia, signor commissario."
Tipo abbottonato e di modi spicci.
"Lascia stare il signore. E il lei. Qui ci diamo tutti del tu, rispettiamo le formalit soltanto quando siamo in presenza di esterni. Tutto chiaro?"
"Chiarissimo."
L'accento toscano si intuiva appena.
"Ti sei gi sistemato?"
"S, sono operativo da adesso."
Poche parole e idee chiare: l'approccio era quello giusto.
Lasciarono le auto in via Savona e si avviarono in due gruppi distinti.
Ardig, accompagnato da Santoni, si present davanti al Serendipity intorno alle 22, mentre Pinton e Larini gironzolarono nei paraggi, materializzandosi mezz'ora pi tardi.
Il locale era all'angolo tra via Tortona e una traversa laterale, cinque vetrate oscurate da pesanti drappeggi rossi. All'ingresso un'insegna illuminata da una luce scura mostrava la scritta Serendipity, stilizzata in un corsivo gotizzato, caratteri rosso intenso su un fondo chiaro tendente al rosa.
Un elegante buttafuori, rasato e munito di auricolare, smistava il traffico all'entrata eseguendo una rigorosa selezione limitata solo agli uomini: non si poteva entrare senza indossare la giacca, le scarpe da tennis erano bandite, non si accettavano gruppi superiori alle tre unit. L'ultima parola spettava per insindacabilmente al buttafuori, che decideva in base a personalissimi canoni di valutazione estetica.
Per il gentil sesso l'ingresso era ovviamente libero, senz'altra limitazione se non il conseguimento della maggiore et.
Prima di avvicinarsi Ardig e Santoni restarono a una distanza prudente di una decina di metri: si fumarono un paio di sigarette, studiando la situazione.
L'et femminile era effettivamente superiore alla media degli altri locali: a naso non videro entrare nessuna ragazza con un'et stimabile sotto i trentacinque anni. In compenso notarono diverse donne almeno quarantacinquenni, se non oltre. Erano tutte molto curate, n troppo belle n eccessivamente volgari. Tacchi di altezza media, scollature discrete.
Il commissario ripens alle tre donne interrogate il giorno precedente: la De Carli, la titolare del negozio d'abbigliamento di corso Vercelli, raffinata e romantica, non era tipo da mettersi a sgomitare per conquistare un giovane uomo.
Nemmeno la Liverani, la siliconata tutta palestra, centri estetici e chirurgo plastico, sarebbe scesa in competizione con quelle donne standardizzate e poco appariscenti: al massimo avrebbe affrontato delle ventenni o trentenni direttamente nelle discoteche "in" di corso Como oppure sfidandole in topless a Milano Marittima.
E la Zermian?
S, forse la pragmatica commercialista senza fronzoli avrebbe tentato la sorte in un locale "da acchiappo", pur senza spenderci troppo impegno.
Videro un paio di giovanotti, aitanti, respinti senza troppi complimenti.
Santoni sorrise, notando la scena. Ardig intu i suoi pensieri.
"Tranquillo, non ho intenzione di spaccargli il muso."
Due anni prima, durante una visita in un night gestito da un malavitoso russo, Ardig aveva approfittato dell'arroganza di un bodyguard per sfogare la rabbia che gli montava dentro per un'indagine che pareva arenata.
Aveva spaccato il labbro al malcapitato utilizzando il calcio della pistola d'ordinanza, poi lo aveva fatto ammanettare dai suoi uomini senza troppi riguardi.
Un mezzo abuso di potere, a vederla bene, anche se il russo colpito non era certo il tipo che poteva sporgere denuncia. Un atto di spavalderia che gli si era ritorto contro pesantemente: qualche settimana dopo il buttafuori lo aveva riconosciuto mentre passeggiava tranquillamente insieme all'amico Malerba e aveva chiamato un socio per aiutarlo; li avevano pedinati e al momento opportuno gli erano saltati addosso per mettere a segno una dura ritorsione.
Il capo della Omicidi se l'era cavata con un'incredibile fortuna: era riuscito a ferire l'aggressore con i cocci di una bottiglia raccolta sul marciapiede e il suo tesserino identificativo rivestito di cuoio, rinforzato dal distintivo del ministero dell'Interno, appoggiato nella tasca della camicia all'altezza del petto aveva fatto da provvidenziale scudo a una coltellata rifilata dall'avversario altrimenti letale.
A pagare il conto di quella sua spacconata era stato il povero Malerba, uscito con le costole incrinate per via di un calcione beccato in pieno petto dall'altro aggressore, poi fuggito. Una lezione che ad Ardig era servita. O almeno lo sperava.
Ardig e Santoni esibivano entrambi una bella giacca nera, camicia bianca d'ordinanza e jeans stirati. Il buttafuori li squadr.
Profumati d'acqua di colonia, barba appena fatta e faccia da bel tenebroso incazzato il primo, sorriso da schiaffi il secondo: non erano Brad Pitt e George Clooney, ma avevano entrambi un fisico tonico e davano la sensazione di due tipi tosti, in grado di suscitare interessi femminili. Potevano andare bene per l'esigente clientela che gremiva l'interno del locale. Il Caronte del Serendipity alz la corda e allung loro il pass per l'ingresso, borbottando un "buona serata".
L'ambiente era pi ampio di quanto si attendesse. Le pareti erano tinteggiate di bordeaux e trasmettevano un'idea di intimit e di calore. Lampadari sfarzosi, in cristallo, pendevano dal soffitto, emanando una luce soffusa.
Sul lato posteriore era collocato il bancone dietro al quale tre baristi preparavano i cocktail: alle loro spalle luccicava uno sfondo a specchiera con ripiani zeppi di bottiglie di ogni genere, dal rhum al whisky, dagli amari ai brandy. Su mensole in legno riverniciato con un ricercato rosa maculato di nero si affollavano libri, riviste datate e oggetti vintage, del genere tostapane anni Settanta. Vari scaffali altrettanto carichi di chincaglieria spezzavano l'open space in varie nicchie, dove erano ospitati divani per due o quattro persone, inframezzati da tavolini illuminati da candele inserite in boccette di cristallo.
Sulla sinistra, circondata da divanetti, si apriva una piccola pista da ballo di forma circolare, davanti alla postazione dove un deejay in giacca armeggiava alla consolle: repertorio house, alternato a pezzi classici stile Elton John e condito con i pi moderni Michael Bubl o Mario Biondi.
A lato del bancone un corridoio con una rassegna di busti bianchi sormontati da pesanti tendaggi nel solito stile leopardato conduceva alle toilette, dove continuavano a entrare e uscire donzelle alle prese con i "pit stop" per sistemare il trucco.
Davanti al bancone c'erano due sgabelli liberi: se li accaparrarono e ordinarono due whisky doppio malto con ghiaccio. Li serv un giovanotto non tanto alto, fisico massiccio da rugbista, collo taurino decorato da una catenina argentata, tatuaggi sul petto e sui polsi.
Non fecero nemmeno in tempo a brindare che la vicina di sgabello del commissario attacc bottone.
"Non vi ho mai visto qui", esord, con voce morbida, una bionda alla Mara Venier dal viso simpatico. Gli occhi verdi erano belli, ma ammiccavano su una faccia che da un pezzo aveva superato i quaranta. La maglietta leggera svelava qualche chilo di troppo sui fianchi e sull'addome, la scollatura generosa esaltava un seno prepotente.
" la prima volta che veniamo."
"Infatti, ti ho notato subito", rispose insinuante ad Ardig, che scocc un'occhiata eloquente al suo vice, che lev il bicchiere per un ulteriore brindisi e si allontan. Poco dopo aveva agganciato l'unica donna sola nei paraggi e ci stava chiacchierando.
Una mano, unghie laccate di rosso acceso, si protese.
"Morena."
Che fare? Decise di bluffare, improvvisando al volo.
"Piacere, Federico."
"Bel nome..."
"Grazie."
Non era esperto di abbordaggi e non bazzicava locali da una quindicina d'anni. Doveva improvvisare anche su questo. Prov a buttarsi, gettando una prolungata occhiata alla profonda scollatura, e lei se ne compiacque, addolcendosi in un mezzo sorriso e togliendolo dall'impaccio.
"Sei di Milano anche tu?"
"S, pensa che abitavo proprio nel palazzo qui di fronte da ragazzino."
"Dai, che coincidenza. E ora? Dove vivi?"
"In viale Abruzzi", ment, parzialmente.
"Sembri un ragazzo di gusto. Chiss che bella casa hai."
Rischi di scoppiarle a ridere in faccia, facendosi andare di traverso il whisky. Se Morena avesse visto le lampadine appese solo con il filo, senza il lampadario, che pendevano dal soffitto scrostato, le pareti nude senza uno straccio di quadro o di mensola a ornarle, il frigo perennemente vuoto o il televisore appoggiato su una pericolante pila di guide del telefono... per tacer di Frog, che in quel momento era affidato alle cure del piantone notturno del commissariato.
"Non sopravvalutarmi.  la classica casa di un single sempre indaffarato."
"Una vera tana...", osserv lei, maliziosa.
Sorrise senza rispondere, ma lei incalzava.
"Che lavoro fai?"
"Il giornalista."
"Wow. Dove lavori? Al Corriere?"
"Magari, no... sono alla Voce Lombarda. Hai presente?"
"Pi o meno. E di cosa ti occupi?"
"Di cronaca nera. Soprattutto di omicidi."
"Caspita... complimenti. Di sicuro non ti annoi."
"Assolutamente no. Non mi annoio mai, io", si vant, sfoggiando una sicurezza spavalda.
"Beato te."
"Tu che fai di bello?"
"Di bello, nulla. Sono segretaria in una multinazionale, in zona Lorenteggio."
"Beh... sar interessante."
"No, no. Direi proprio di no. Tutto il giorno inchiodata a una scrivania, tra telefonate, fax e fotocopiatrice con capi isterici e colleghi petulanti."
La radiograf. Un'altra donna sola, come la De Carli o la Zermian. O magari sola non lo era affatto, magari aveva figli, un marito...
Inizi a tastare il terreno.
"Sei sola, qui?"
"Solissima."
"E nella vita?"
Un altro sorriso, velato da un'ombra malinconica.
"Sempre sola." Sbuff. "Come dice il detto? Meglio soli che male accompagnati."
Era in vena di chiacchiere. Doveva approfittarne.
"Fa caldo qui dentro. Ti vanno due passi?"
"Volentieri."
Prima di uscire lanci un'occhiata in giro.
Santoni stava broccolando beatamente con una bionda pi appariscente che graziosa: stava lavorando o si stava divertendo?
Zanella era sparito, Pinton e Larini erano seduti a un tavolino, pietrificati come due statue di gesso.
Osserv Morena: doveva conquistarsi la sua fiducia e provare a strapparle pi informazioni possibile. Uscirono e si incamminarono per via Tortona, diretti verso il vecchio ponte in ferro che collega la via alla stazione di Porta Genova e di l ai Navigli.
Per qualche minuto parlarono di lui. Via Tortona evocava i ricordi della sua infanzia e adolescenza, quando viveva con i suoi al sesto piano di uno di quegli edifici e dal balcone vedeva i binari dello snodo ferroviario.
Fu abile nell'inventarsi una storiella riciclata dalla vita e dai racconti dell'amico Malerba, una storiella credibile: perch aveva scelto di diventare giornalista, gli inizi della carriera, alcuni casi che aveva seguito, qualche scoop...
"Domani cerco i tuoi articoli su Internet. Come ti chiami di cognome?"
"Malerba."
Si compliment con se stesso. Come bugiardo non era niente male. Il suo amico cronista non avrebbe avuto nulla da eccepire. Gli stava facendo una grande pubblicit.
Mentre percorrevano via Vigevano, diretti verso la Darsena fra locali affollati di universitari, l'inerzia della conversazione scivol su Morena, che non aspettava altro. Apr i rubinetti interiori.
Un matrimonio da giovane, due aborti e poi la beffa di non poter pi avere figli, la routine di un rapporto che si logora in una quotidianit grigia, i banali e insolubili problemi di una coppia che via via smette di andare d'accordo e di sopportarsi, quindi una separazione difficile, alimenti non passati e una vita che si sgretola pezzo per pezzo.
Ora abitava da sola, in un monolocale in affitto nel vicino quartiere popolare del Giambellino, tirando avanti con un lavoro senza stimoli e una grande solitudine. Non cercava una notte di sesso con un bel ragazzo. Voleva affetto e compagnia.
Ardig comprese di aver compiuto un errore madornale. Una donna come questa, sensibile e sofferente, non meritava di essere presa in giro. Come poteva rimediare?
Salirono sul ponte che unisce le due sponde del Naviglio Grande.
Tre metri sotto di loro scorrevano, lente, le acque scure, su cui si riflettevano le luci. Un'immagine suggestiva e romantica. Lo intu con un secondo di ritardo. Un secondo fatale, perch Morena si era gi stretta intorno al suo braccio destro.
Imprec mentalmente. Non aveva alternative. La scost con garbo.
"Scusami", disse lei, con aria mogia.
"Scusami tu."
"Non volevo..."
La ferm levando una mano.
"Non scusarti. Sono io che sono uno stronzo. Con la S maiuscola."
Lei lo guard con aria interdetta.
"Cosa dici? Non hai fatto nulla di cui devi scusarti."
Abbass lo sguardo, vergognandosi: non sapeva proprio da che parte cominciare. Prese un respiro lungo.
"Non mi chiamo Federico Malerba."
La donna non replic nulla, limitandosi a squadrarlo con espressione perplessa.
"E non sono un giornalista."
Tir fuori dalla tasca il tesserino identificativo.
"Sei un poliziotto?"
"Vicequestore aggiunto Bruno Ardig."
"Ma perch?"
"Ragioni di servizio. Sto indagando. Quello che mi accompagnava al Serendipity non  un amico.  un collega."
Per qualche secondo Morena non pronunci una sillaba. Masticava amaro, eppure la stava prendendo meno peggio di quanto aveva preventivato. O temuto.
"Mi hai raccontato un sacco di balle. Che ingenua sono stata."
Accett il suo livore senza reagire. Scesero dal ponte e infilarono una traversa per rientrare verso la stazione di Porta Genova. La temperatura si era abbassata bruscamente: la donna si stringeva per scaldarsi. Doveva tentare il tutto per tutto. Non solo per ragioni professionali.
"Ti chiedo scusa."
Nessuna risposta.
"Sul serio, mi spiace."
"Hai da offrirmi una sigaretta?"
Afferr al volo il pacchetto e l'accendino.
Un paio di tiri e Morena assunse un'aria meno incazzata.
"OK, scuse accettate. Almeno spiegami perch hai messo su tutta 'sta manfrina."
Ardig la fiss dritto negli occhi.
"Sto lavorando su un omicidio. La vittima bazzicava al Serendipity da quel che sappiamo."
" quel giovane antiquario, vero?"
Il capo della Omicidi si illumin, improvvisamente.
"Lo conoscevi?"
"Di vista. L'avevo notato qualche volta nel locale e ho riconosciuto la sua foto sui giornali in questi giorni."
Alla fine di un lungo giro, tortuoso in tutti i sensi, stava raggiungendo il traguardo prefissato.
"Ti va un'altra sigaretta?", propose con tono gentile.
La donna acconsent.
Fumarono in silenzio per qualche istante.
"Posso contare sul tuo riserbo assoluto?"
Un altro cenno di assenso.
"Questo De Rosa oltre che gallerista era anche un gigol.
E aveva un bel giro di donne."
"Con il senno di poi... Lo immaginavo. Era proprio un bel tipo. Elegante, macho, raffinato. Vero, proprio il prototipo del gigol."
"Cos'altro sai di lui?"
"Non molto. Non lo conoscevo. Non sapevo neppure che fosse un antiquario. L'ho scoperto dai giornali."
"Conosci qualche donna che lo frequentava?"
"No. Non ho fatto amicizia con nessuna ragazza. Non vengo qui in cerca di amiche. Questo... come si chiamava?"
"De Rosa."
"Ecco, questo De Rosa l'avevo notato, al bancone, ma non mi ero mai avvicinata. Troppo bello, troppo perfetto. Si capiva che era uno da una notte e via. E io cerco altro, come avrai intuito."
Arross per la stoccata, ripensando a quanto era successo poco prima sui Navigli. Attraversarono il ponte sulla ferrovia e scesero in via Tortona.
Poche decine di metri li separavano dal locale e dal termine della loro chiacchierata. Rivolse uno sguardo intenso alla donna, che intu al volo la tacita richiesta.
"Parla con Francesco, il barman. Lui lo conosceva sicuramente. Li vedevo spesso che chiacchieravano. Dovevano essere amici."
Obiettivo centrato: aveva saputo quello che voleva.
"Francesco sarebbe quella specie di pitbull al bancone?"
"Proprio lui."
Arrivarono davanti all'entrata e Morena gli allung la mano.
"Ciao poliziotto, buona fortuna."
Si allontan verso l'altro lato del marciapiede.
"Anche a te. E scusami ancora."
Rientr frastornato, furibondo con se stesso per quanto era stato maldestro.
Adocchi i suoi uomini. Santoni era al bancone, questa volta conversava con due donne, sorseggiando un drink multicolore. Pinton era su un divano, anche lui stava sorbendo una bibita con una ragazza sui 35 anni. Ridevano. Larini invece era tutto solo, con la schiena appoggiata a uno scaffale.
Punt verso Santoni, che gli fece un cenno con il capo.
Le due donne vedendolo avvicinarsi gli sorrisero. Si presentarono al volo. La musica in sottofondo e il rumore del vociare dei presenti rendevano difficile la conversazione, non riusc a captare nemmeno i nomi delle due donne. Erano entrambe castane, sulla quarantina: una pi alta e formosa, l'altra pi magra. Chiacchierarono per dieci minuti, parlando del pi e del meno, intanto lui studiava il barman: un tipo insignificante, muscoloso ma sovrappeso, con gli occhi bovini e la fronte imperlata di sudore.
Una ventina di minuti pi tardi salutarono le due donne e se ne andarono abbandonando nel locale Pinton e Larini, ormai ostaggi della compagnia femminile.
Appena usciti si scambiarono il resoconto di quanto scoperto.
"De Rosa era un habitu del locale. Non sono per riuscito ad appurare se girasse o meno con un amico, nessuna delle donne con cui ho chiacchierato se ne ricordava o ci aveva fatto caso", sintetizz l'ispettore spezzino.
"E della nostra rossa con gli occhi chiari?"
"Nessuna traccia concreta."
Allarg le braccia sconsolato.
"Forse una traccia da seguire l'abbiamo."
"Quale?", domand Santoni.
"Licata, il barista. Quella tizia con cui sono uscito mi ha confermato che era pappa e ciccia con il nostro defunto gallerista."
"Lo convochiamo domani e lo spremiamo?", sugger Santoni.
Ardig si ferm a guardare l'orologio. Stava per scoccare la mezzanotte, l'ora dei fantasmi e delle streghe.
"La notte  ancora giovane."
"Vuoi tornare dentro?"
"No. Verso che ora chiude il Serendipity abitualmente?"
"Intorno all'una."
"E a Licata, presumibilmente, servir almeno una mezz'ora per sistemare il bar. Giusto?"
Santoni lo guard con un'espressione di sconforto.
"Ho capito, si fa tardi..."
"Hai di meglio da fare?"
"Figurati. E poi vuoi che mi perda la compagnia di un bel maschione come te?"
"Spiacente, non sei il mio tipo."
"Me ne far una ragione. Piuttosto, il barman mi sembra un panzer. Peser almeno un quintale quell'arnese, non penserai di ribaltarlo?", obiett Santoni.
"Dici? A me sembra un idiota coperto da uno strato di grasso. Scommettiamo che lo smonto in due minuti?"
Erano quasi le due quando Licata usc dal Serendipity. Il locale aveva la saracinesca semiabbassata e il barista ci pass sotto, piegandosi goffamente. Quindi si incammin in direzione di via Savona, che scorreva parallela a circa duecento metri.
I due poliziotti si erano divisi. Santoni pedinava il pregiudicato, mentre Ardig allung il passo tagliando da una traversa, via Voghera, per compiere il giro opposto e intercettarlo.
Arrivarono da direzioni opposte e a momenti non cozzarono l'uno contro l'altro all'angolo tra via Savona, da dove proveniva il barista, e via Montevideo, da dove sbucava il capo della Omicidi.
Il sospetto lanci un'occhiata preoccupata al giovane commissario.
Alle due di notte, in una strada deserta, quel volto dai lineamenti decisi e quegli occhi neri, quasi ardenti, fissi su di lui non promettevano nulla di buono.
Istintivamente scart per portarsi sul lato opposto del marciapiede. Gir la testa e soltanto in quel momento scorse l'altro uomo in arrivo alle sue spalle. Erano l per lui e non aveva alcuna possibilit di scappare.
Si blocc in mezzo alla strada, con il volto pietrificato in un'espressione terrorizzata.
Il capo della Omicidi non perse tempo.
"Licata!"
L'uomo pareva una statua di gesso sul punto di frantumarsi in mille pezzi.
"Che volete? Chi vi manda?"
La seconda domanda non sfugg ai due poliziotti, che ne approfittarono avvicinandosi, senza qualificarsi, con aria minacciosa. Stavano riuscendo in un bluff che non avevano nemmeno preparato.
Il barman si agit ulteriormente, dalla sua bocca, per, non usc una parola. Come se fosse paralizzato.
Ardig sorrise, con aria cattiva: "Indovina chi ci manda...".
Un gruppetto di giovani svolt l'angolo di via Solari, a qualche metro di distanza, proprio in quell'istante. Schiamazzavano allegramente, dovevano essere universitari.
Licata colse l'attimo di esitazione dei due uomini, distratti dal sopraggiungere del gruppetto di ragazzetti, per divincolarsi e mettersi a correre proprio in direzione di via Solari, una strada importante, con ristoranti, bar e locali e con un discreto traffico: nonostante l'ora tarda qualcuno in giro ci sarebbe stato di sicuro.
La reazione del pregiudicato li aveva sorpresi ma i chili di troppo, per loro fortuna, lo zavorravano.
Con un rapido scatto Ardig gli fu sotto nell'arco di una decina di metri, proprio al fatidico angolo con via Solari. Senza troppi riguardi effettu un placcaggio perfetto, facendolo ruzzolare fragorosamente sull'asfalto, con un tonfo che fece vibrare il marciapiede.
Licata url aiuto e i ragazzini, sbigottiti dalla scena, tornarono sui loro passi per soccorrere l'aggredito.
Addio fattore sorpresa, la frittata era fatta. Santoni fu costretto a estrarre il tesserino e qualificarsi.
I giovanotti non chiesero spiegazioni e si allontanarono, sfogandosi in sapidi commenti. Il pregiudicato stava riacquistando colore. E vigoria.
Nonostante la corsa e la fragorosa caduta pareva rivitalizzato, anzi, ringalluzzito. Con due poliziotti poteva ben far valere i suoi diritti!
"Chi cazzo siete? Come vi permettete di aggredirmi in questo modo?"
"Bene, vedo che hai ritrovato la parola. Vicequestore Bruno Ardig, lui  l'ispettore Santoni."
"Tanto piacere. E allora?"
"E allora vogliamo scambiare due parole con te."
"Fatemi vedere il mandato, altrimenti andate al diavolo."
Ardig scatt come una molla, afferr il barman per il bavero della camicia e lo spinse contro il muro facendolo sbattere pesantemente con la schiena, prima di rifilargli una ginocchiata sulla coscia, giusto come assaggino...
L'uomo si pieg in una smorfia di dolore.
"Imbecille, datti una regolata. Qui non sei in un commissariato e non c' nessun legale a difenderti. Nessuno ci vede e nessuno ci sente. Chiaro?", gli url a pochi centimetri di distanza dal naso.
La botta dolorosa contro il muro, la fitta alla gamba e il tono minaccioso nelle parole del commissario rabbonirono Licata di colpo.
"Cosa volete?", piagnucol arrendevole.
Aveva qualcosa da nascondere, di sicuro, e tutto sembrava fuorch un duro, nonostante la stazza.
"Che dici? Lo perquisiamo? Magari troviamo qualche pasticca. O qualche polverina?", ammicc il responsabile della Omicidi rivolgendosi a Santoni.
"Sar eucaliptolo. Non ne vale la pena", gli rispose di rimando il vice, stando al gioco.
"Perch, invece, non facciamo due chiacchiere?"
Quello del poliziotto era un invito chiaro. Con il solito patto tacito: tu rispondi alle nostre domande e poi te ne vai per la tua strada.
"Che vi serve?"
"Raffaele De Rosa."
Per un secondo Licata fu visibilmente tentato di rispondere che non lo conosceva. Poi si rese conto che i due uomini lo stavano sorvegliando da ore, magari da giorni.
"Veniva ogni tanto da noi. Era un cliente abituale."
"E un tuo amico, no?"
"Amico  esagerato. Era un conoscente. Lo vedevo qui al bar. Niente di pi. Sono rimasto sconvolto quando ho letto sul giornale cosa gli era successo."
"Secondo te chi aveva interesse a farlo fuori?"
L'uomo tergivers qualche istante, come se avesse un rospo in gola e fosse indeciso sul da farsi: inghiottirlo o sputarlo?
Soffi fuori l'aria.
"De Rosa giocava forte. Nelle bische, nelle corse clandestine."
Quadrava con quanto riferito da Anaclerio.
"E vinceva?"
"Non so, non credo. In quei posti i soldi non li fai, li perdi... Secondo me aveva problemi di soldi."
"Te ne aveva parlato?"
"No, non esplicitamente, non eravamo in confidenza. Per le voci corrono... s, insomma, era una voce che girava e mi era arrivata all'orecchio. E in quegli ambienti se non paghi i debiti... per erano solo voci."
"Nient'altro?"
"No, non so altro, per davvero", sbuff Licata.
Ardig lo fulmin con lo sguardo.
"Certo che sai altro. O parli o ti faccio passare una montagna di guai che neppure te lo immagini."
"Va bene, va bene... all'ippodromo, cercate l... Era fissato con i cavalli... Davvero non so altro. E poi quella  gente che non scherza..."
"De Rosa aveva un collega, un socio, un amico, qualcuno che magari lo affiancava con le donne?"
"In che senso?"
"Hai capito in che senso... una spalla per rimorchiare."
"No, no, quelli lavorano da soli. Una donna mica si fa scopare da due uomini contemporaneamente. Quello succede solo nei film porno."
I due poliziotti si guardarono con espressione eloquente.
Una traccia da seguire, in ogni caso, adesso l'avevano.
"Sparisci. E a non rivederci."
"Ci conto, addio per sempre."
Tornarono verso la macchina. Erano quasi le tre.
...
.
...
10. Milano, venerd 6 maggio 2011.
...
.
...
Il sonno, questo sconosciuto. Per fortuna Ardig era abituato a dormire poco, molto poco. Alla fine quattro ore gli bastavano. Quattro misere ore.
Eppure quella notte non erano state neanche quattro. E nemmeno tre. E neppure due...
Dopo essersi congedato da Santoni era dovuto ripassare dal commissariato per riprendersi Frog che aveva parcheggiato dal piantone notturno.
Era rincasato alle 4,30 dopo aver attraversato una Milano stranamente animata. Frotte di ragazzetti nostrani e un cospicuo numero di extracomunitari, equipaggiati di secchi, spazzoloni e colla, stavano affiggendo manifesti elettorali su ogni spazio espositivo libero, in una vera e propria guerra tra bande di attacchini.
La citt si preparava ad andare alle urne: Letizia Moratti, il sindaco uscente di centrodestra, avrebbe affrontato, con i favori del pronostico, Giuliano Pisapia, candidato espressione del centrosinistra, e alcuni outsider minori, al termine di una campagna elettorale a dir poco rovente, dove spesso dalle parole si era passati anche ai fatti, con tanto di botte tra i sostenitori dei due principali candidati.
Sbuff mentre parcheggiava. Milano, la sua Milano, sembrava ignorare che due giovani vite spezzate chiedevano giustizia e che un'altra vita, meno giovane, si era interrotta senza un apparente e plausibile motivo.
La politica, con la sua virulenza agonistica, aveva fagocitato la cronaca nera.
Si butt sul letto ancora vestito, tanto era stanco. Eppure stentava a prendere sonno: troppi pensieri a tenerlo sveglio.
La delusione stampata sul volto di Morena, una donna stanca di essere illusa, le luci soffuse del Serendipity, l'atteggiamento viscido, prima aggressivo, poi remissivo, di quel colosso senza neuroni, quel Francesco Licata. Uno che proprio non lo convinceva. Proprio per niente.
Con gli occhi fissi al soffitto ricapitolava le mosse successive.
Quanto avrebbe pagato per riuscire a identificare la misteriosa donna dai capelli rossi e gli occhi verdi. Chiss, forse cos avrebbero individuato il bandolo della matassa: un omicidio passionale? S, no, forse...
La vendetta di un marito cornuto su un gigol appariva improbabile. Pi realistica l'ipotesi che la donna, gelosa e possessiva, lo avesse voluto punire. Magari aveva scoperto della relazione del gallerista con la fantomatica Melissa. No, no, lo avrebbe ucciso lei direttamente, magari con una pistola o con una coltellata.
Invece quello era stato massacrato di botte, torturato e bruciato, la lezione per chi ha tirato troppo la corda finendo per spezzarla... come uno che non ha pagato i suoi debiti.
Perch lo stesso trattamento era stato riservato anche al malcapitato di Cascina Monlu? Un marito cornuto pu uccidere un gigol, mica due...
E un creditore pu far fuori un debitore, mica due...
Troppi pensieri. Tanto valeva alzarsi. Scrut la sveglia: le 6,20.
And a tirare gi dalla cuccia, uno scatolone riempito con una coperta di lana, il claudicante Frog, trascinandolo in una lunga passeggiata.
L'aria fredda e umida della primissima mattina, le strade di Milano illuminate dalla luce artificiale dei lampioni, il rumore caratteristico dei furgoni della nettezza urbana intenti nelle operazioni di pulizia dei marciapiedi: c'erano tutte le condizioni ideali per far viaggiare a mille il cervello.
Camminarono a un'andatura speditissima, in poco pi di venti minuti coprirono la distanza che separa piazza Piola da piazzale Susa. Il cane aveva il respiro affannoso e sembrava, stremato. Lo fissava con i suoi occhi spenti. Aveva chiesto troppo a quello scheletro a quattro zampe. Raggiunsero una panchina e l'animale si accucci, distrutto. Cominci ad accarezzarlo.
Per la prima volta si rese conto di provare qualcosa di simile all'affetto per quel povero meticcio, provato fisicamente eppure felice e scodinzolante per le poche attenzioni che stava ricevendo.
Sorrise. A pensarci bene erano le prime carezze che gli faceva.
"Tranquillo, non ti faccio camminare fino a casa."
Prese il cellulare e chiam un taxi.
Il conducente non voleva far salire Frog, ma il tesserino da poliziotto sventolato sotto il naso fu sufficiente per fargli cambiare opinione.
Un'ora di riposo, una ciotola d'acqua e un'intera scatoletta di bocconcini al pollo rimisero in sesto la bestiola.
Alle otto erano gi in ufficio. Usc in corridoio per un caff. La stanza degli ispettori, a sorpresa, era gi illuminata.
Si affacci alla porta. Farris era alla scrivania.
"Buongiorno, vedo che sei mattiniero."
"Buongiorno, commissario."
L'ispettore toscano stava esaminando alcuni dossier.
"Stavo documentandomi sul caso De Rosa. Ieri ho letto i rapporti sul quello dello sconosciuto di Cascina Monl."
"Monlu, non Monl... Ti va un caff?"
"Volentieri, anche se  il secondo."
Davanti alla macchinetta lo aggiorn sulla spedizione notturna al Serendipity e la chiacchierata con Licata.
"Tra un'oretta facciamo una riunione con gli altri."
Gettarono nel cestino i bicchierini di carta.
"Perfetto, ho giusto il tempo di terminare la lettura del rapporto."
"Ti lascio andare. A proposito: come sei messo con Milano? Strade? Locali?"
"Un po' la conosco. E poi in genere imparo in fretta a muovermi nelle nuove citt."
"Ottimo. A dopo."
Attese ancora un'ora, rielaborando i dettagli e leggendo i quotidiani.
Alle 9,20 convoc la squadra al completo. Pinton si present con delle occhiaie che non promettevano nulla di buono, Santoni sbadigliava a pi non posso. La giornata prevedeva controlli sull'ippodromo e sull'ambiente delle corse e delle scommesse: serviva l'aiuto della Digos.
Una volta congedati gli uomini Ardig prese il telefono. De Piccoli rispose dopo un'infinita serie di squilli.
"Scusami, ti disturbo?"
"No, anzi, volevo chiamarti proprio io", replic l'altro.
"Come mai?", domand Ardig.
"Stavo per chiudere la relazione sull'ispezione nella galleria d'arte di via Pisacane e inviartela."
"Anticipamela al telefono, se puoi."
"Salto i dettagli?", chiese, con fare divertito, il responsabile della Squadra Scientifica, ben consapevole dell'idiosincrasia del capo della Omicidi per i particolari tecnici delle analisi scientifiche o autoptiche.
"Ovviamente."
"Il carbonizzato di Cascina Monlu  passato da quella taverna. Abbiamo riscontrato diversi suoi campioni di DNA."
"Sangue?"
"No, sangue no. Forse del sudore su una sedia, forse della saliva, del muco nasale dopo aver starnutito. Abbiamo isolato molti campioni."
"Altro da segnalare?"
"Niente di niente. Nello sgabuzzino del seminterrato non c' altro, non c' un bel nulla che ti possa servire. O meglio, c' un'infinit di impronte sovrapposte e illeggibili..."
"Se ho ben capito, in quella sala si tenevano presentazioni e vernissage..."
"Infatti. Centinaia di persone avranno poggiato i loro polpastrelli sulle pareti, sulle maniglie e sulle sedie. Nessuna di quelle che abbiamo isolato, per, appartiene a un pregiudicato. Ma finch non abbiamo un profilo genetico con cui compararli non servono a niente."
"OK, OK. Qualcos'altro da segnalare?"
"No, direi di no."
"E sull'estintore?"
"Nulla. Chi lo ha maneggiato ha preso le sue precauzioni."
"Insomma non avete cavato un ragno dal buco", sbott, deluso, il commissario.
"Non  colpa nostra se gli assassini stanno attenti a indossare i guanti quando uccidono o quando spengono un incendio con l'estintore", rispose stizzito il responsabile della Scientifica.
"Scusami, non intendevo..."
"Tranquillo, Bruno. Non mi sono mica offeso."
"Meno male. Grazie di tutto", concluse.
"Figurati. E in bocca al lupo. Hai una bella gatta da pelare."
"Temo di s."
La seconda telefonata fu per Invernizzi, in Questura.
"A che punto siamo con le utenze di De Rosa?"
"Forse qualcosa di interessante c'."
"Riesci a venire qui in commissariato?"
"Dammi una ventina di minuti."
"Ti aspetto."
Sulla colonna di sinistra c'erano i numeri di telefono, su quella di destra la durata delle chiamate: pochi cellulari, molti fissi, quasi tutti con prefisso 02.
Con un pennarello rosso Invernizzi aveva cerchiato un'utenza precisa e una serie di chiamate, un paio delle quali molto lunghe.
"Vedi,  questo numero: 02-2853..."
Ardig e Farris strizzarono gli occhi.
Mercoled 20, alle 16,24, da quell'utenza era partita una chiamata durata la bellezza di 41 minuti e 29 secondi sul numero fisso della New Art Gallery.
Successivamente lo stesso numero aveva effettuato altre due chiamate, una brevissima, di appena 52 secondi, alle 18,16 e l'altra pi lunga, alle 19,29, durata questa volta 26 minuti e 38 secondi.
Il giorno successivo altre due chiamate. La prima alle 10,33, durata 24 minuti e 23 secondi, la successiva a breve distanza, alle 11,26, per una conversazione di 21 minuti e 57 secondi.
Il commissario fece due rapidi conti: circa 115 minuti, quasi due ore.
Cosa avranno avuto da dirsi il titolare di questa utenza e De Rosa?
"Scommetto che l'utenza appartiene a una gentil donzella", ipotizz il commissario, gi pronto a tracciare un identikit della misteriosa interlocutrice: cinquantenne, alta, elegante, capelli rossi e occhi verdi.
"Scommessa persa. L'intestatario  un tale Ambrogio Radice, residente in piazzale Susa, al numero civico 22."
Piazzale Susa... per uno strano scherzo del destino, meno di tre ore prima si trovava proprio in quella piazza, seduto su una panchina con Frog accucciato ai suoi piedi.
La "signora in rosso" poteva essere la moglie di questo Radice, valut.
"Altre chiamate interessanti?"
"No, cio, non proprio... nel senso - farfugli Invernizzi - che tra mercoled e gioved dalla linea del negozio sono partite diverse chiamate a uno spedizioniere che ha il magazzino proprio nella zona del CAMM."
Ovvero a due passi dalla Cascina Monlu dove avevano rinvenuto il cadavere carbonizzato.
In questo caso, per, poteva trattarsi realmente di una coincidenza, considerando l'enormit di capannoni e depositi ubicati in quell'area.
"Va beh, suppongo si trattasse di normali spedizioni di quadri."
In quel momento si ricord di un particolare.
"Tra i documenti trovati nel Cayenne del gallerista - ramment il commissario - c'era una bolla di spedizione di quadri. Fattela dare da Pinton e fai un salto da questo vettore, meglio non trascurare nulla".
Rebecca Adorni, su invito dell'avvocato di famiglia, aveva deciso di recarsi, di primissima mattina, al Commissariato Centro Storico, sede della sezione Omicidi della Squadra Mobile della Questura di Milano.
Aveva trascorso la giornata precedente rinchiusa all'interno dell'Ente Raccolta Vinciana, il pi importante centro di studi vinciani al mondo, situato all'interno del Castello Sforzesco, dove si potevano consultare oltre 5000 volumi dedicati al Genio fiorentino, alla sua vita e a tutti coloro che ne avevano in qualche modo fatto parte: pittori, inventori, scienziati, militari, religiosi, mercanti, oltre ai potenti.
Si era letteralmente consumata gli occhi su quei libri e alla fine, esausta, si era trascinata in albergo per andare a letto presto e recuperare le energie drenate dalla ricerca.
Quella mattina, carica e motivata, varc il portone di Palazzo Castani poco dopo le nove. Raggiunse il piantone in portineria e domand del commissario Ardig, sentendosi rispondere che il responsabile della Omicidi era impegnato. Domand allora di poter incontrare un suo collaboratore.
Dieci minuti pi tardi era nell'ufficio dell'ispettore Massimo Santoni, che aveva gi incrociato velocemente due settimane prima in una rapida chiacchierata dopo le esequie del padre.
Il poliziotto, con un'aria distrutta e la barba sfatta, sbadigliava senza ritegno.
Esauriti i convenevoli gli consegn un documento che il suo legale aveva gi inoltrato alcuni giorni prima al magistrato competente. Si trattava di una richiesta per poter avere copie delle liste dei movimenti bancari e dei documenti fiscali e amministrativi del defunto, necessari per poter avviare le pratiche testamentarie in mancanza di precise disposizioni scritte lasciate dal defunto.
Una prassi normale in casi di morte improvvisa: infatti gi da alcuni giorni proprio lo stesso Santoni, su disposizione del pm Nicola Patruno, aveva fatto predisporre un fascicolo con la documentazione richiesta.
Il tempo di prendere un caff e l'agente Sinato arriv con la cartelletta.
Nell'attesa scambiarono due chiacchiere informali.
La simpatia e la loquacit dell'assonnato ispettore ligure, che giustific le sue occhiaie spiegando che aveva tirato l'alba per ragioni di servizio, ben disposero la giovane restauratrice, la quale accett di rispondere anche ad alcune domande canoniche sulla complessa figura paterna, sul suo carattere ombroso, sulla scelta di condurre un'esistenza ritirata, quasi da eremita, spezzata soltanto dalle lezioni universitarie, sul suo stile di vita quasi ascetico e via dicendo. Parlottarono per altri cinque minuti, poi la figlia di Adorni raccolse la sua cartellina e salut.
Santoni si appost alla finestra per osservarla.
La vide attraversare piazza San Sepolcro con passo spedito e il cellulare incollato all'orecchio. Un bel culo, un bel figurino, peccato fosse poco femminile.
Sbadigli e usc in corridoio per recarsi alla macchinetta del caff.
In quel momento incroci altri due "relitti": il primo era Frog, con la sua andatura incerta. Il secondo era l'ombra del vicequestore aggiunto Bruno Ardig.
Erano reduci dalla "pisciatina" di met mattina.
"Che faccia..."
"Vedessi la tua."
Santoni gli offr un caff espresso.
"Quando te ne sbarazzi?", lo provoc, indicando lo sgangherato animale.
"Presto. Appena posso vado dai miei, a Tirano, e lo rifilo a loro."
"Peccato, eravate una bella coppia", lo canzon il vice.
Era troppo cotto per replicare. Fece per andarsene.
"Poco fa  passata la figlia di Adorni, quella pi grande, quella che lavora agli Uffizi a Firenze".
"Come mai?"
"Doveva ritirare la documentazione fiscale del padre. Sai gli scontrini, le ricevute, la posta? Quelle robe l..."
"Solite formalit amministrative. Altro?"
"Nada de nada. Mi ha confermato che il padre aveva una personalit complessa, ombrosa, un po' paranoico e un po' ipocondriaco. Insomma, tutte le premesse caratteriali per uccidersi con un veleno in gola e un Vangelo sul viso."
"Tutti d'accordo, a quanto pare.  stato un suicidio e non se ne parla pi. Vado in ufficio, ci vediamo dopo con gli altri."
Verso le 11 fecero capolino alla sua porta Farris, Santoni, Pinton e Zanella.
Il giovane ispettore trevigiano aveva un aspetto terrificante: lo sguardo spento e le occhiaie scavate e violacee lo facevano assomigliare a uno tossico in crisi di astinenza. La voce era cavernosa.
"Capo, novit interessante."
Sent la canonica scossa di adrenalina che lo sferzava.
"Racconta."
Pinton diede di gomito a Zanella che spieg con il consueto gergo da verbale: "Questa mattina sono stato prima dal portiere dello stabile di via Morgagni insieme al disegnatore della Questura, che ha tracciato un identikit della donna descritta dal custode. In seguito mi sono recato in via Pisacane, come mi era stato ordinato".
Pi che un poliziotto l'agente scelto Enrico Zanella, brianzolo doc, trentacinque anni, da una dozzina in servizio nelle varie Questure lombarde, sembrava un carabiniere. O addirittura un militare. Impettito, preciso, disciplinato. Attento, ma privo della minima iniziativa. Il perfetto esecutore di ordini.
"Ho interrogato alcuni negozianti."
Una smorfia si dipinse sul volto di Ardig.
Se erano tutti collaborativi come quell'antipatico antiquario che aveva il negozio a fianco della New Art Gallery non c'era da essere molto speranzosi.
"...Ho mostrato loro il disegno della sconosciuta e alcuni di loro l'hanno riconosciuta. Pare che si recasse spesso nella galleria d'arte. Non soltanto, la signora Daniela Lavagna asserisce di aver assistito pochi giorni fa a un violento diverbio tra il defunto De Rosa e la suddetta donna ritratta nell'identikit."
Aveva buttato l la notizia raccolta con la massima inespressivit possibile, come se si trattasse di un mero e disdicevole pettegolezzo che non doveva neppure riguardarli.
"Cosa? Una testimone ha visto la rossa che litigava con De Rosa?", strabuzz gli occhi Ardig.
Pinton scosse la testa divertito.
Zanella, impassibile, concluse: "Proprio cos, commissario, il diverbio sarebbe collocabile all'inizio dell'ultima settimana di marzo o alla prima di aprile, approssimativamente un marted o un mercoled, in orario tardo pomeridiano".
"Dove la trovo questa Lavagna?"
" la proprietaria del negozio di antiquariato sito al numero civico 12, proprio di fronte alla New Art Gallery."
Il capo della Omicidi scatt fulmineo, come una molla.
"Marco, vieni con me, andiamo a sentirla."
Uscendo si gir verso Zanella.
"Bravo Enrico, ottimo lavoro."
Prima di imboccare la porta si ricord di quanto scoperto da Invernizzi.
Era arrivato il momento di iniziare a rodare il nuovo acquisto.
"Farris, tu e Santoni parlate con Invernizzi, fatevi spiegare di un certo Radice e andate a tastargli il polso."
Malerba stava trascorrendo un noioso pomeriggio in redazione.
Dalla trasferta a Desenzano era tornato senza uno straccio di elemento per un nuovo articolo e Brigante, logicamente, non era stato affatto contento. Lo salvava da uno "shampoo" soltanto il fatto che aveva lavorato con la figlia di Adorni e in quell'anomala fase il reperimento del manoscritto del defunto professore rappresentava per l'editore la massima priorit. Gli pagava lo stipendio non per trovare notizie e piazzare scoop dalle colonne della "Voce Lombarda" ma per ingegnarsi ad aiutare Rebecca Adorni a ritrovare, per non dire concludere, l'opera dello scomparso padre.
Nell'attesa avrebbero continuato a centellinare sibilline anticipazioni per far venire l'acquolina in bocca ai potenziali lettori del capolavoro postumo adorniano.
Una telefonata lo distolse da quei pensieri: Andrea Vigan, il giovane corrispondente per la zona di Monza e dintorni.
"Maestro!"
Il tono era ilare e leggero. Vigan, come tanti giovani smaniosi di mettersi in luce ed essere assunti in pianta stabile nell'organico redazionale, vedeva in Malerba un punto di riferimento. All'anagrafe li separavano una dozzina di anni, ma Malerba godeva dello status di "inviato" e Vigan era solo un precario, un co.co.co. senza diritti e soli doveri, senza ferie, malattie, straordinari o tredicesima, uno da sfruttare senza riguardi, tanto se non gli andava bene cos fuori c'era la fila di gente che aspirava a prendere il suo posto. Era simpatico e sveglio, dotato di iniziativa, avrebbe potuto trasformarsi in un ottimo cronista appena acquisita la necessaria esperienza e malizia professionale.
L'egocentrico e un po' infantile Federico era lusingato dal sentirsi chiamare "modello" o "maestro" da un giovane, quindi stava volentieri al gioco.
"O giovane virgulto Vigan, che nuove ci porti dalla laboriosa Monza, belle o brutte?", si prest, scherzosamente, il cronista.
"Dipende, per Brigante non saranno belle, per umanamente..."
Malerba si rallegr: al ragazzo aveva affidato il compito di monitorare, con costanti telefonate e visite all'ospedale San Gerardo, le condizioni di salute di padre Giacomo, il bibliotecario gravemente ferito dai balordi che avevano tentato una rapina nel monastero cistercense di Santa Maria Vergine, a Concorezzo, sei giorni prima.
Il religioso, quella mattina, era stato portato via con la massima urgenza e versava in condizioni critiche. Tuttavia se Vigan era cos ilare significava che il monaco era ancora in vita, per fortuna sua.
Il corrispondente brianzolo prosegu: "Poco fa il primario del San Gerardo ha sciolto la prognosi e ha spiegato che padre Giacomo non  pi in pericolo di vita. Rimarr sedato, in coma farmacologico, ancora per circa 72 ore, dopo di che provvederanno a risvegliarlo gradatamente. La buona notizia  che ritengono non abbia subito danni cerebrali o neurologici permanenti o irreversibili".
Una buona notizia davvero: forse il bibliotecario aveva potuto vedere in volto i rapinatori prima di essere colpito. Ne poteva uscire un buon articolo, certo, non con lo stesso risalto che avrebbe avuto se il frate fosse morto! Queste sono le ciniche regole del giornalismo, sintetizzabili nella massima "una notizia  una brutta notizia", rivisitata da Brigante in "se non c' il sangue non c' notizia".
"Che faccio? Trenta righe?", domand apprensivo lo scalpitante Vigan.
"Fanne anche una cinquantina. Lo piazzo di spalla. Metti anche un aggiornamento delle indagini", sugger Federico.
"Veramente non ci sono novit nelle indagini", rettific con ingenua franchezza il giovanotto.
"Sveglia, Andrea! Scrivi qualche stronzata, tipo i carabinieri battono ogni pista e non  escluso che possa esserci qualche testimone. Qualcosa che non sia smentibile, chiaramente."
"Capito, un po' di fumo... senza arrosto."
"Meglio tardi che mai. Comunque se qualcuno  cos folle da affermare che tu sei il nuovo Malerba allora stiamo freschi... ne hai di omogeneizzati e pappette da mangiare per crescere. E adesso fila a scrivere, lattante", lo rimbrott bonariamente Federico.
"Volo. E grazie per la dritta, maestro."
Torn a concentrarsi sul suo articolo. Altro che fumo senza arrosto. Stava costruendo un pastone di aria fritta, in cui condensava lo stato delle indagini sui due casi aperti, quello del cadavere carbonizzato e quello del delitto De Rosa. Come tutti i giornalisti, Malerba ignorava che il giovane gallerista salernitano era stato torturato e arso, con lo stesso feroce trattamento riservato allo sconosciuto di Cascina Monlu. Senza questo macabro dettaglio non poteva collegare con certezza i due omicidi.
Erano piombati in via Pisacane come due furie, mollando la macchina di servizio sul marciapiede, con una noncuranza che rasentava il menefreghismo o addirittura l'abuso di potere: il troppo sonno arretrato impediva loro di curarsi di simili aspetti secondari.
Entrarono nel negozio spalancando la porta, senza neppure salutare. Per fortuna non c'erano clienti in quel momento.
La proprietaria non fece nemmeno in tempo ad alzarsi per accoglierli.
"Polizia!"
Mostr il distintivo.
"Vicequestore Bruno Ardig. Lui  l'ispettore Marco Pinton."
"Prego, accomodatevi. Sono Daniela Lavagna."
Accettarono l'invito, sedendosi su due morbide poltroncine classiche. Il contatto con lo schienale di velluto, imbottito di stoffa, produsse un effetto calmante sull'impetuoso capo della Omicidi, che riacquist la lucidit e l'educazione.
"Scusi per l'irruenza."
"Nessun problema. Ho un figlio della vostra et. Capisco la frenesia di voi giovani. Sempre di fretta."
In realt la signora non doveva avere ancora sessant'anni, e il figlio presumibilmente doveva averne meno di trenta: li aveva scambiati per due ragazzini, due poliziotti alla prima indagine.
"Sappiamo che ha gi parlato poco fa con il nostro collega."
"S, un giovane, molto educato." Come dire, non un cafone come voi due... Bella frecciata, come darle torto?
"Ecco, vorremmo che ci raccontasse dettagliatamente del presunto diverbio avvenuto tra il titolare della New Art Gallery e questa signora - estrasse la copia dell'identikit della misteriosa rossa con gli occhi verdi - a cui lei avrebbe assistito."
"Altro che presunto diverbio... Una scenata in piena regola. Con insulti e strilli. Roba da chiamare voi della Polizia, creda a me."
"Aspetti, cortesemente, pu partire dall'inizio? Intanto, lei aveva gi notato questa donna?"
L'antiquaria si alz.
"Volete bere qualcosa?"
"Volentieri, grazie."
And nel retro e torn con due bicchieri e un cartoccio in tetrapak di succo tropicale.
Allung i bicchieri ai due giovani poliziotti e li riemp fino quasi all'orlo di un liquido denso e coloratissimo: un rosso rubino innaturale, effetto di chiss quale mix di coloranti e conservanti. Sorbirono qualche sorsata, studiando la donna.
Pantaloni color sabbia, pullover verde a bottoni: al collo un foulard a tinte vivaci. Di corporatura robusta, capelli pettinati all'indietro, le guance piene. Dava l'idea di essere la classica donna di mondo, educata e raffinata, eppure al contempo semplice.
"Questa affascinante signora l'avevo gi notata pi volte. Capirete: capelli rossi cos belli e fluenti, una figura slanciata, raffinata, con stile. E andava sempre da De Rosa, mai in altri negozi."
"A proposito, De Rosa che tipo era?"
"Bel giovane, anche lui elegante, sempre ben vestito, educato, salutava con grandi sorrisi. Quel suo accento strano, un po' napoletano e un po' british, era cos gradevole. Ah, povero ragazzo, che orrenda fine. In che brutto mondo viviamo."
"Torniamo alla signora in questione, per cortesia", la incalz Ardig.
"Come vi dicevo, veniva spesso a trovare De Rosa."
"Signora Lavagna, perdoni se le faccio questa domanda. Posso immaginare che lei detesti occuparsi dei fatti privati altrui, per... le vostre vetrine sono proprio una di fronte all'altra", la prese alla larga il commissario.
La donna sorrise, con un po' di civetteria tipicamente femminile.
"Cosa vuole farmi dire?"
"Aveva l'impressione che tra la signora e il giovane De Rosa ci fosse qualcosa?"
"Che birbantello che ..."
"Per noi  importante saperlo. Per l'indagine che stiamo conducendo."
"Non li ho mai visti in atteggiamenti intimi... per s,  l'impressione che avevo maturato. Certe cose, una donna della mia et le capisce. Non so se mi spiego."
" stata chiarissima. E il diverbio?"
"Sar stato intorno alla fine di marzo o gi di l. Di marted o mercoled. Era tardi, era gi buio. Stavo sistemando la vetrina e casualmente ero proprio l. Insomma, era come vedere il... il Grande Fratello, ecco. Tutto in diretta, davanti ai miei occhi. Soltanto non potevo sentirli."
"E cosa ha visto?"
"La signora era arrivata con il taxi. Devono aver cominciato a discutere perch c'era un cliente che si  immediatamente defilato. Li vedevo gesticolare, si capiva che litigavano. A un certo punto lei deve avergli anche dato uno schiaffo, ma c'era uno di quegli scaffali che mi ostruivano la visuale."
"Poi cosa  accaduto?"
"Hanno litigato ancora un po'. Quindi lei  uscita. Piangeva e il trucco scuro le era colato sotto gli occhi. Poi si  allontanata a piedi verso piazza 8 Novembre."
"Un'ultima domanda: c'erano altre donne che venivano abitualmente nella galleria di De Rosa?"
"Dottore, ne venivano cos tante. Questa mi era rimasta impressa perch era di una bellezza cos particolare."
"E una ragazza giovane? Mora? Mediterranea? Tacchi alti e abiti firmati?"
"Non so, forse... mi pare di ricordarmi una ragazza cos, per non ne sono tanto sicura."
"Signora Lavagna,  stata gentilissima. Grazie e scusi ancora per i modi e per il disturbo", la ringrazi Ardig.
"E grazie anche per l'ottimo succo", aggiunse Pinton.
Risaliti in macchina fecero il punto della situazione.
"Vado ad aggiornare il magistrato", spieg il commissario all'ispettore.
Si fece lasciare davanti al Tribunale. Oltrepass la porta laterale di via Freguglia e si avvi verso gli ascensori.
La rete, come sempre, aveva fornito quasi tutte le risposte ai loro quesiti: Ambrogio Radice era un nome noto a molti, a Milano.
Milanese, 75 anni, celibe, senza figli, una giovinezza in seminario prima di rinunciare al sacerdozio optando per una vita laica, un luminoso passato da pittore di buon livello, un'esperienza fugace da assessore cittadino alla Cultura sotto le insegne della Democrazia Cristiana, a inizio anni Ottanta. Radice era stato un artista stimato nella cerchia elitaria degli intellettuali meneghini, poi aveva imboccato la via di un'oscura vecchiaia, nell'ombra, per sua scelta lontano da tutto e da tutti. Mai nessuna denuncia a suo carico.
Parcheggiarono la macchina e individuarono subito il numero civico 22. Lo stabile era molto elegante: un lungo tappeto rosso, srotolato fino al portone d'ingresso; un rampicante sempreverde attorcigliato come le spire di un serpente al sostegno impiantato nel basamento; uno specchio d'annata e cassette della posta di legno buono con targhette d'ottone lucido.
Al piano rialzato la gabbietta del portiere: dietro il vetro stava un uomo sulla sessantina, occhiali scivolati quasi sulla punta del naso, colletto allentato, "Settimana enigmistica" in una mano e una bic rosicchiata nella sommit nell'altra.
Appena li vide il custode si rialz prontamente, ricomponendosi all'istante. Sembrava un'autista dell'Atm: completo blu intenso, cravatta intonata, camicia celeste. Un'espressione paciosa si dipinse su un faccione pieno.
"Buongiorno, desiderate?"
L'accento era marcatamente milanese.
"Siamo ispettori di Polizia", si qualific Santoni, guardandosi intorno.
Un ascensore che aveva visto scorrere parecchi decenni - e si sperava altrettante manutenzioni - li attendeva a pochi metri.
Prima di presentarsi alla porta di Radice preferivano cautelarsi.
"Possiamo parlare un minuto in via riservata?", domand, cortese, Santoni.
L'uomo ebbe un leggero sussulto.
"Oh la Madonna, non so... non vorrei..."
"Tranquillo, ci occorrono un paio di informazioni."
"Se posso... se gh?"
"Intanto il signor Radice  in casa oppure  fuori?"
Il custode assunse un'aria stupita.
"Per la verit non vedo il professor Radice da diversi giorni."
"Quanti?"
"Eh, non so, parecchi. Una decina, forse anche di pi."
Scese alcuni gradini avvicinandosi alla cassetta delle lettere.
"Vedete,  stracolma. Qui tra un po' collassa tutto."
I due poliziotti si allarmarono. Non era ancora tempo di vacanze.
Che questo Radice avesse gi preso il volo?
"Mi pare di capire che il signor... anzi il professor Radice non l'ha informata di una sua partenza, magari per una vacanza."
"Vacanza? Ma va l... No, assolutamente no. Ne sono sicuro."
"E come fa a essere cos sicuro?", intervenne Farris.
"Beh, il Radice in casa ha uno di quegli acquari... che sembra l'Acquario Civico."
"E quando se ne va le chiede di badare ai pesci?", aggiunse Farris.
"Figuriamoci, il professor Radice non si allontana mai da casa... tra l'altro ha anche problemi di schiena, per cui..."
"Senta, signor...?"
"Binaghi, sono il Piero Binaghi."
"Ecco, Binaghi, sia pi chiaro perch non stiamo capendo nulla. Forza, avanti."
"No, non c' molto da spiegare. Ogni tanto il professore mi chiama su da lui e io gli cambio l'acqua dei pesci.  sempre gentile, sa cosa mi dice ogni volta? Uel, Pierino, me rincress ma m a sun minga bun de f 'sti laur chi."
I due ispettori tosco-liguri intuirono a fatica il senso dell'espressione dialettale.
"E poi mi lascia sempre la mancetta. Proprio un brav'uomo."
"Ogni quanto gli fa 'sto servizio?"
"Boh, ogni due settimane pi o meno... sono tre acquari..."
"E dall'ultima volta quanto tempo  passato?"
"Oh bella. U... sono proprio un paio di settimane o anche tre, di sicuro prima di Pasqua."
Tutti i campanelli d'allarme dei due ispettori iniziarono a suonare simultaneamente.
"A che piano abita?"
"Al quarto."
"Ci aspetti qui."
Nonostante il caldo iniziasse a farsi sentire salirono ugualmente le scale a piedi. Il pianerottolo era pulito e silenzioso. Una pianta vicino alla porta dell'ascensore, tappeti uguali davanti alle due porte. Quella di Radice era sulla destra.
Suonarono. Nessuna risposta. Riprovarono. Ancora silenzio.
Dall'interno non giungeva alcun rumore.
Ridiscesero da Binaghi.
" proprio sicuro che il professor Radice non sia in vacanza?"
"Scherza? Non guida, ha problemi alla schiena, ha l'acquario... E dove vuole che vada?"
Farris e Santoni si scambiarono un tacito sguardo d'intesa. Il secondo prese il telefonino e compose il numero di Ardig.
Il commissario stava per bussare alla porta della Pollini quando avvert la vibrazione del telefonino.
"Massimo, eccomi."
"Bruno, scusami... c' qualcosa che non quadra."
"Dimmi."
Il commissario rimase immobile, con la schiena appoggiata contro il muro, mentre il vice relazionava. Fece due calcoli istantanei. La Pollini poteva aspettare.
"Arrivo tra dieci minuti, aspettatemi."
"Ha una copia di chiavi di scorta?"
"Veramente, io mica lo so se..."
"Binaghi, non ci faccia perdere tempo. Non siamo dei ladri."
Il custode tergivers un istante.
L'espressione minacciosa del giovane commissario bast a far crollare le sue ultime resistenze.
"Purch non ci vada di mezzo io..."
"Stia sereno.  una nostra iniziativa."
Non avevano nessun mandato a parargli il culo. Agivano di loro iniziativa, violando le regole. Ormai era un'abitudine per Ardig.
D'altronde la Pollini, scrupolosa al limite della pedanteria, non avrebbe mai emesso un regolare decreto di perquisizione e certo non potevano aspettare una settimana o gi di l per muoversi.
La chiave entr docilmente nella serratura, facendola scattare dopo due giri in senso antiorario.
Appena entrati un forte odore di marcio invest le loro narici.
"Cazzo..."
Le tapparelle del salotto erano sollevate, l'appartamento era invaso dalla luce naturale del sole milanese di maggio.
La scia del fetore li indirizz, a colpo sicuro, verso la camera da letto. Li attendeva il replay di una scena vista dieci giorni prima in via Massena: un corpo senza vita, disteso sul letto, un cadavere in piena putrefazione, con la pelle gonfia e scura, le mani intrecciate. E vicino al collo, sul lato destro, un libro nero, caduto sul bordo.
Nessuno comment. Nessuno prov a toccare nulla. Non avevano i guanti, perci potevano affidarsi soltanto agli occhi. Poche erano le differenze rispetto alla morte di Adorni.
Il morto, presumibilmente il professor Radice, era rimasto con gli occhi aperti; non indossava un comodo pigiama casalingo bens il vestito buono: completo scuro, camicia chiara, cravatta, scarpe nere.
La sua statura era fuori dal comune, almeno un metro e novanta a giudicare dalla lunghezza delle gambe; magro anche lui, un po' meno scheletrico di Adorni, per comunque magrissimo.
Sul comodino un bicchiere vuoto, sporco, mostrava un alone biancastro. Sotto la bocca, rimasta spalancata, sul mento e sul collo era colato un rivolo, sempre biancastro, di bava e saliva seccata.
Al collo del cadavere la solita corda nera, cui era agganciata una Tau blu.
"Chiamate la Scientifica, io avverto la Pollini."
Un'ora dopo De Piccoli stava osservando il cadavere.
"Tutto come l'altra volta", borbottava perplesso. "E doveva essersi appoggiato in faccia anche il Vangelo, soltanto che gli spasmi e le convulsioni lo hanno fatto scivolare", concluse il responsabile della Scientifica.
Nessun segno di effrazione nelle serrature, nessuna traccia di violenza sul corpo o di lotta nella stanza.
"Chiss se troverai anche questa volta quei fili neri", lo distolse Ardig.
"Dottore, guardi qui... erano sul balcone."
Un agente brandiva una bacinella, di quelle utilizzate per fare il bucato: all'interno, puzzolenti e putrescenti, c'erano dei pesci, almeno una trentina. Erano pesci d'acquario, un tempo dai colori vivaci e insoliti, alcuni di un giallo quasi fosforescente, anche se ormai erano sbiaditi.
"Ha voluto portarli con s, anche nel suo ultimo viaggio", sbott disgustato Ardig.
Scocc un'occhiata al medico legale: Brasca stava ancora tastando il corpo.
"Timing?", gli chiese.
"La stanza  calda e umida, per cui - bofonchi Brasca -  gi in fase di putrefazione nera. Direi intorno ai 12-13 giorni, forse 15."
"Pi o meno quando  deceduto anche Adorni. E nel bicchiere..."
"Stesso odore, stesso tipo di alone bianco... A naso anticipo che si tratta sempre di tetrodotossina."
La dottoressa Pollini sopraggiunse alle loro spalle. Per qualche istante si fece ragguagliare, senza interromperli, evitando di osservare il cadavere steso sul letto.
Poi pronunci la fatidica domanda: "Chi lo ha scoperto?".
Tutti gli sguardi dei presenti puntarono su Ardig.
"Siamo stati noi. O meglio, sono stato io."
Il magistrato lo fulmin.
"Ho bisogno di conferire in privato con lei", sibil, gelida.
"Come vuole, se  d'accordo andiamo sul balcone cos possiamo fumare una sigaretta in santa pace."
In realt pi che una sigaretta avrebbero dovuto fumare un calumet della pace, ragionava il commissario predisponendosi a fronteggiare la valanga di critiche che il sostituto procuratore stava per scaricargli addosso.
Dal terrazzo si apriva una splendida visuale panoramica di piazzale Susa e di viale Argonne.
"Come avete fatto a entrare?"
Il tono iniziava a salire dei primi decibel.
"Mi sono fatto aprire dal portinaio."
"Commissario, lei si rende conto... questa  violazione di domicilio. Quale autorizzazione aveva per entrare in una propriet privata? Ci sono delle regole e chi rappresenta un'istituzione, come lei, deve essere il primo a rispettarle o quanto meno dovrebbe..."
Avrebbe potuto riepilogare l'accaduto, ovvero quanto rivelato dal custode, la posta accumulata, tutti indizi che li avevano indotti a prendere quella decisione. Prefer, invece, mirare al nocciolo della questione.
"Dottoressa, quell'uomo  morto come Adorni. Stesso rituale, stesso crocefisso blu, stesso veleno. Stessa collocazione del decesso. Se ne rende conto?"
"Non si tratta di un'indagine di mia competenza, ma del sostituto procuratore Nicola Patruno e lei lo sa benissimo, pertanto la invito a non..."
Sollev una mano per interromperla.
"Quell'uomo, Radice, ha trascorso quasi due ore al telefono con De Rosa il giorno prima che il gallerista venisse massacrato. Comprende perch eravamo qui?"
L'espressione del magistrato mut improvvisamente.
"La avverto, dottor Ardig, non accetter pi di coprire nessun suo abuso. Se far un altro colpo di testa come questo far rapporto ai suoi superiori. C' una procedura e lei  tenuto a rispettarla. Sono stata chiara?" sillab la Pollini con un finto tono autoritario.
Se voleva intimorirlo non ci stava riuscendo, era la prima a capirlo.
"Faccia come crede, se intende fare rapporto  libera di farlo. Nel frattempo io vado avanti con il mio lavoro."
Si accese una sigaretta e si appoggi alla ringhiera. La nuvoletta di fumo si disperse insieme allo smog in ascesa da piazzale Susa.
Dopo lo sfogo la Pollini sembrava pi serena, come se si fosse tolta un peso.
"E adesso? Come intende procedere?"
Facendo mea culpa. Ecco cosa avrebbe voluto risponderle. Quel cadavere in giacca e cravatta a coprire un corpo in piena decomposizione rappresentava una certificazione di fallimento: avevano sprecato due settimane di indagini, sbagliato metodo, sbagliato direzione, sbagliato tutto.
La scomparsa "dolce" di Adorni e quella terribile di De Rosa in qualche modo parevano essere collegate.
E da l dovevano ripartire.
Anche la Pollini si appoggi alla ringhiera, flettendo il busto sulla sporgenza. Ardig non pot fare a meno di indugiare con lo sguardo sui due enormi seni che pendevano, strizzando la camicia.
Era davvero bella. Soprattutto sexy.
Il tailleur scuro aderente, le scarpe dcollets e quella spruzzata di profumo francese. Erotica.
"Mi spiace per poco fa. Solo... anche lei deve comprendere che..."
"Va bene dottoressa, nessun problema. Voltiamo pagina."
"Ho saputo che era passato in Tribunale. Aveva bisogno di parlarmi?"
Soltanto in quel momento si ricord della chiacchierata con la signora Lavagna.
"Dovevo aggiornarla su alcuni sviluppi nell'indagine su De Rosa."
La Pollini si sfil gli occhiali con un movimento lento e ostentato, mostrando stanchezza emotiva pi che fisica.
"Dottor Ardig, mi perdoni.  stata una giornata lunga e poi questo nuovo cadavere. Non  un bello spettacolo. Sono nauseata da tutti questi poveretti."
"Ho capito, passo domani da lei e facciamo il punto della situazione. Non era niente di urgente."
"No, per carit... mi ha frainteso."
La voce si fece sottilissima. E tagliente.
"Volevo solo proporle... Se per lei non fosse un problema..."
Il responsabile della Omicidi la fiss enigmatico.
"Se le andasse di proseguire questa conversazione tra un paio d'ore. Magari a cena. Se non ha da fare..."
Prima la tempesta, poi l'arcobaleno.
"Non si faccia scrupoli, se ha gi assunto altri impegni..."
"No, no, nessun impegno. Accetto volentieri. Dove ci troviamo?"
"La aspetto in ufficio. Deduco che lei, qui, ne avr ancora per un paio d'ore. Facciamo verso le venti e trenta?"
"Perfetto. A dopo."
Faticava a ricordarsi, a memoria, l'ultima volta in cui era uscito a cena con una donna. Probabilmente era stato nel 2000 o nel 2001. Le Twin Towers erano ancora in piedi, il papa era ancora Giovanni Paolo II, si pagava ancora con le lire, il wi-fi era una chimera e l'Inter non vinceva mai, ma proprio mai.
Torn a casa intorno alle 19,30, in tempo per farsi una doccia e darsi una sistemata. Port Frog a fare pip, poi lo salut, lasciandolo sdraiato sulla solita pila di coperte.
Prese la 159 di servizio e punt verso il Tribunale.
Il traffico era ancora sostenuto.
Osserv il telefonino: un'infinit di chiamate perse. Giornalisti. Maledetti rompiscatole. E il solito immancabile Malerba in cima alla lista.
Riflett un secondo. Tutto sommato...
Digit il suo numero, Federico rispose al primo squillo.
"Finalmente, Bruno,  tutto il giorno che ti cerco per..."
"Lo so, lo so. Abbiamo trovato un corpo senza vita, quello del professor Ambrogio Radice."
"Ucciso come?"
"Nessun omicidio. Si  suicidato."
"Anche lui? Stai scherzando?"
"Ho mai scherzato su queste cose?"
"E che razza di storia  questa? Lo sai chi era Radice? Un ex pittore, un esperto d'arte. Esattamente come Adorni."
"E allora?"
"Come allora? Due settantenni amanti della pittura che si suicidano a distanza di dieci giorni?"
"A Milano ogni anno si suicidano almeno una ventina di persone. Non  cos insolito. No?", osserv sarcastico il capo della Omicidi.
"Mi pare evidente che questi si conoscevano, magari erano anche amici. Stessa passione per la pittura, erano coetanei..."
"E con questo? Non sono mica morti insieme. No?"
In realt le cose erano andate pressappoco cos, per Malerba ignorava della tetrodotossina, del Vangelo di San Giovanni, della Tau blu e della quasi contemporaneit nella presunta ora del decesso dei due anziani.
"Che pasticcio. E io cosa scrivo?"
"Quello che ti pare. Guarda che si tratta davvero di un suicidio.  la pura e semplice verit... Forse erano entrambi depressi e soli ed essendo amici possono essersi influenzati a vicenda nell'estrema decisione di farla finita."
"Assurdo... va bene, mi inventer qualcosa. Tanto sono gi usciti i primi coccodrilli sull'Ansa. Questo Radice era stato un artista stimato negli anni Settanta. Piuttosto, hai novit sul caso De Rosa o su quello del carbonizzato?"
"Zero su zero. E comunque non ti direi nulla. Al massimo lo direi a Moroni del Giorno."
Risero entrambi di gusto.
"Battute a parte, niente. N su De Rosa n sull'altro e finch non lo identifichiamo... A questo punto  evidente che si tratta di un extracomunitario."
"Non hai detto che  un bianco?", obiett il cronista.
"E perch, i canadesi o gli australiani non sono extracomunitari?"
"Uhm...  vero."
"Piuttosto, ascolta... mi serve un tuo consiglio."
"Mio?"
"Tuo. Non stupirti. Devo portare fuori a cena una persona. Sai indicarmi un buon ristorante? Elegante, dove non ci sia troppo casino e si riesca a parlare."
"Devi uscire a cena con una donna?"
Una grassa risata accompagn la constatazione.
"A parte il fatto che sono affari miei, comunque... e se anche fosse? Non sono mica votato alla castit, no?"
"E chi sarebbe la fortunata?"
"Fede, hai un posto da consigliarmi o no?"
"Calma, non ti incazzare. Fammi riflettere... posto elegante, discreto... Portala alla Taverna dei Golosi.  in corso Sempione, all'inizio dell'area pedonale. Trovi parcheggio facilmente."
" carino e discreto?"
"Fidati, pareti in muratura, candele sui tavoli, bottiglie d'annata. E dopo aver cenato potete fare due passi all'Arco della Pace."
"Mi hai convinto."
"OK, poi mi aggiornerai su come  andata. La cena intendo, non l'intera serata."
"Va bene."
"Buona cena e mi raccomando: il coltello si impugna con la destra e niente gomiti sul tavolo. E non bere a canna dalla bottiglia."
"Ringrazio monsignor Giovanni Della Casa e il suo Galateo per i preziosi e indispensabili consigli."
"Dovere, del resto lo stile non si compra. Come diceva Tot: signori si nasce e modestamente io lo nacqui!"
Finirono di sfottersi e si salutarono. La grigia e voluminosa sagoma del Palazzo di Giustizia si materializz davanti a lui.
Le prime gocce di pioggia avevano cominciato a ticchettare sul parabrezza. Nell'Alfa 159 non c'era nemmeno un ombrello.
Non occorreva a lui, gli serviva per il magistrato.
Stava rimuginando su come recuperarlo quando all'uscita laterale di via Freguglia scorse la figura sinuosa di Deborah Pollini.
Armeggiava con un piccolo ombrellino a scatto, di quelli che le donne portano sempre nelle borse. Indossava il tailleur scuro che le aveva visto addosso nel pomeriggio, la camicia invece era argentata e non bianca come quella che le avvolgeva il seno mentre stavano discutendo, qualche ora prima, sul terrazzo affacciato su piazzale Susa.
Evidentemente disponeva di un piccolo ricambio in ufficio.
Si era sistemata il trucco e appariva ancora pi autoritaria e sensuale.
Lo salut frettolosamente e si infil in macchina per ripararsi dall'acqua.
Pareva nuovamente incupita, come sul balcone di Radice.
"Dove andiamo?"
"Se non ha nulla in contrario suggerirei la Taverna dei Golosi, vicino all'Arco della Pace."
"Perfetto."
Ingran la marcia e partirono, in un silenzio opprimente. Lei guardava distrattamente fuori dal finestrino la Milano by night ingrigita dalla pioggia martellante: poca gente in giro, i riflessi delle luci anabbaglianti delle macchine, qualche passante incappucciato o riparato sotto l'ombrello.
Doveva sbloccare lo stallo e prese l'iniziativa.
"Oggi non avevamo alternative, dovevamo entrare in quell'appartamento e toglierci il dubbio altrimenti..."
"Delle alternative, volendo, ci sono sempre. Se uno vuole cercarle..."
Quanto la faceva lunga. In quei momenti avrebbe voluto inchiodare, aprire lo sportello, farla scendere e mollarla l, sotto la pioggia.
"Dottoressa, perch non abbassiamo gli scudi?"
L'avvenente magistrato lo osserv da dietro le lenti. La montatura rigida degli occhiali, in carbonio plastico nero, la rendeva ancora pi interessante. E seducente.
"Mi sta proponendo una tregua?"
"Se non fosse cos non staremmo andando a cena, non le pare?"
"E tregua sia", sussurr.
Infilarono una traversa, via Peschiera, mollarono l'auto e si avviarono a piedi verso il ristorante. L'ombrellino era troppo piccolo per ripararli entrambi. Ardig afferr un quotidiano vecchio di qualche giorno, abbandonato nel sedile posteriore, utilizzandolo come una sorta di riparo improvvisato, il che le strapp un sorriso.
L'atmosfera calda e avvolgente della rinomata taverna, le luci delle candele che fluttuavano negli obl, il calore trasmesso da un ottimo calice di Rosso di Montalcino e i crostini tipici toscani contribuirono a sciogliere la Pollini.
Non conversarono moltissimo. Entrambi erano imprigionati da corazze inaccessibili dall'esterno, casseforti blindate dentro cui custodire caratteri chiusi, votati alla solitudine. Affrontarono solo temi da lavoro, spaziando dalle varie ipotesi sul possibile movente del delitto De Rosa, con tanto di sintetico resoconto della spedizione notturna al Serendipity e della conseguente notte in bianco, fino alla chiacchierata con l'antiquaria di via Pisacane, la signora Lavagna.
Ogni tanto Ardig gettava un'occhiata discreta alla forma dei capezzoli tondi e puntuti, compressi sotto la camicetta.
La Pollini, compiaciuta, fingeva di non accorgersene, come del resto era abituata a fare ogni singolo momento della giornata, quando incrociava lo sguardo di qualsiasi maschio. Alla fine tutti guardavano sempre l, anche se facevano finta di ignorarlo e puntare lo sguardo altrove...
Spazzolarono due filetti cotti con l'aceto balsamico, due porzioni di patate al forno e infine una squisita fetta di torta di mele, accompagnata da un bicchiere di Passito di Pantelleria.
Erano quasi le 23 quando Ardig si rese conto che la precedente notte insonne gli stava presentando il conto. Un paio di malcelati sbadigli e anche la Pollini ne prese atto.
"Andiamo?"
Pagarono il conto e uscirono. La pioggia era cessata. Camminarono fino all'Arco della Pace. C'erano centinaia di giovani, come accade puntualmente nel fine settimana, quasi tutti ammassati sui gradini della piazza a forma di anfiteatro. Giovanissimi, molti minorenni.
Il capo della Omicidi li scrutava come se stesse vedendo dei venusiani.
Ombelichi traforati da piercing in bella evidenza, orecchini d'ordinanza, sandali con tacco e tatuaggi sul girovita per le femmine, scarpe da tennis slacciate e mutande che sbucavano dai jeans per i maschi, bottiglie di birra in una mano, sigaretta nell'altra.
Passando vicino a un gruppetto percep una zaffata di erba. Non era in servizio. E non era n il padre n lo zio di quegli sbarbatelli. Anche se avrebbe infilato volentieri un paio di manette ai polsi dei pusher, magari dopo avergli assestato qualche calcio nel culo.
In qualche modo la Pollini percep i suoi pensieri.
"Li ignori, ci penseranno i suoi colleghi della Narcotici."
"Fatica sprecata. Il giorno dopo ricomincerebbero in un'altra zona. Qui almeno  tutto sorvegliato."
Si inoltrarono sotto lo splendido complesso architettonico voluto da Napoleone nel 1807 e completato qualche decennio dopo dagli austriaci.
I marmi bianchi, puliti, quasi lucidati, scintillavano riflettendo la luce dei locali circostanti.
Rimasero qualche secondo a osservare il profilo imponente del Castello Sforzesco che si stagliava sullo sfondo scuro.
"Mi spiace per il nostro alterco di oggi."
Le parole le uscirono spontanee.
"Anche a me."
Le dita si sfiorarono. Per un solo istante.
Un istante solo, interminabile.
Dentro le corazze pulsavano emozioni e desideri. Shakerati e compressi in una miscela esplosiva.
Si sfiorarono ancora, prima di ritirarsi improvvisamente.
"Meglio se rientriamo", sugger il commissario.
"Ha ragione,  tardi."
Il brusio del vociare dei ragazzi faceva da colonna sonora, a compensazione del loro ovattato silenzio protettivo.
Le corazze si erano richiuse.
Stava anche riprendendo a gocciolare. Recuperarono la 159.
"Dove la porto?"
Soltanto in quel momento realizz di non sapere dove abitasse.
"In Crocetta, davanti al teatro Carcano."
A due passi dal Tribunale.
"Se ha bisogno domani passi da me in ufficio."
Avrebbe lavorato anche di sabato mattina. Un bel gesto.
"La ringrazio, mi spiace disturbarla di sabato."
"Risolvere questa inchiesta viene prima di tutto."
Arrivarono in Crocetta in un baleno.
Il commissario scese per aprirle la portiera.
Il tempo di aggirare l'auto e il magistrato era gi uscito.
Un sorriso fugace.
"Buonanotte."
"Anche a lei."
Attravers la strada, infil la chiave e il pesante portone di un palazzo ottocentesco la inghiott.
Ardig torn alla macchina e ripart senza fretta.
Frog lo aspettava a casa per la passeggiatina serale, in cerca di un albero di suo gradimento da innaffiare di pip.
...
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...
11. Milano, domenica 8 maggio 2011.
...
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...
Appelli al voto, comizi, banchetti e gazebo dove si distribuivano volantini e "santini" dei candidati al consiglio comunale o ai consigli di zona: Milano era divorata dalla febbre elettorale.
Una settimana al voto e la citt sembrava spaccata in due. Guelfi contro Ghibellini. Difficile capire chi fossero gli uni e chi gli altri.
Ardig arriv presto in commissariato, roso dall'insoddisfazione. Avevano trascorso l'intera giornata di sabato chiusi in ufficio, a ricostruire il profilo dell'ultimo morto.
"Ambrogio Radice, apprezzato pittore paesaggista, capace di attingere elementi raffigurativi dall'astrattismo e dal futurismo, mescolati a componenti post rinascimentali." Cos lo ricordavano, sui quotidiani milanesi, illustri critici d'arte. Si tessevano le sue lodi postume: artista controcorrente, carattere bisbetico, ex seminarista, silenzioso, poco incline alle pubbliche relazioni, allergico a qualunque tipo di adulazione... un "cerbero" che amava solo la pittura... Assomigliava fin troppo ad Adorni.
All'anagrafe Radice lo precedeva di pochi anni, era del 1936, e la loro conoscenza risaliva agli anni Sessanta: stesse pulsioni emotive, identico sentire per il solito Leonardo. Radice era persino diventato famoso negli ambienti artistici per il vezzo bizzarro di andare in piazza della Scala a parlare con il Genio e i suoi discepoli, scolpiti nel magnifico complesso statuario realizzato a fine Ottocento da Pietro Magni. Un mezzo matto, insomma, come Adorni, e vegano come lui. La testimonianza del portiere e quella inconfutabile del suo frigorifero collimavano, e l'autopsia lo ribadiva. Quei due, Adorni e Radice, avevano condiviso tutto, vergando l'ultima pagina delle loro esistenze terrene in egual maniera: con la tetrodotossina a far calare il sipario, dopo che i loro corpi erano stati messi a dura prova da un lungo digiuno, dodici giorni per Adorni, una settimana per Radice.
Pure il resto coincideva: il Vangelo, le mani intrecciate, la croce francescana blu... due vecchi fanatici, due visionari, due invasati.
Le figlie di Adorni, interpellate telefonicamente, avevano confermato che i due si conoscevano, tuttavia non erano state in grado di dire se la loro frequentazione potesse essere elevata al rango di amicizia. Eppure dai tabulati telefonici delle rispettive utenze fisse risultavano radi e brevi contatti.
Ma che cosa c'entravano due uomini del genere con un giovane e attraente gallerista amante del gioco, indebitato, cocainomane, pronto a concedersi a donne pi mature in cambio di un assegno, un gigol insomma?
Qualcosa gli sfuggiva. Il collegamento tra De Rosa e Radice doveva essere l, sotto i loro occhi, nei loro dossier, nel materiale che raccontava le loro vite e dal quale non avevano ancora cavato nulla d'interessante.
Il telefono dell'ufficio squill. Il questore lo attendeva per un colloquio: una richiesta insolita, la domenica mattina. Sotto i toni pacati e le frasi rassicuranti, il messaggio era duro e preciso: troppi morti! Indagine disastrosa, una macchia per le istituzioni, e in piena campagna elettorale, quando tutti sventolano il tema della sicurezza! Invertire la rotta, e produrre risultati concreti, subito!
Insomma, lass volevano tintinnio di manette, e presto. Un bell'arresto, una bella conferenza stampa...
Ardig come al solito era stato franco, assumendosi ogni responsabilit.
L'inchiesta su De Rosa e quella sul cadavere di Cascina Monlu avrebbero richiesto tempi lunghi, per via della mancanza assoluta di testimoni, moventi e sospettati.
E poi c'erano i misteriosi suicidi di Adorni e Radice, casi scomodi. In realt il caso Adorni era gi stato archiviato e non aveva dubbi sul fatto che anche quello di Radice sarebbe stato chiuso in tempi rapidissimi, visto che la titolarit dell'indagine era passata nelle mani di quel genio del pm Patruno.
In ogni caso, alla fine, era riuscito a cavarsela con le solite rassicurazioni: massimo impegno di tutti i suoi uomini e totale e incondizionata collaborazione con il magistrato inquirente.
In pratica soltanto la promessa che avrebbe fatto il suo dovere fino in fondo. Ovvero quello che lui e i suoi uomini facevano ogni giorno, con passione e impegno, pur tra mille difficolt, senza badare a orari, turni, riposi saltati e straordinari spesso non retribuiti. Nessuno di loro, lui per primo, si sarebbe risparmiato. Che bisogno c'era di garantirlo al suo superiore?
Rientr in commissariato per le 11, trovando uffici pieni e sottoposti indaffarati. Farris fu il primo a bussare alla sua porta.
All'ultimo arrivato nella squadra aveva affidato il compito di appurare se un sospetto assurdo, che aveva iniziato a incalzarlo, potesse avere un qualche fondamento: i suicidi di Adorni e Radice potevano avere una comune matrice religiosa o esoterica?
Il ciclopico ispettore capo carrarese si present appoggiando due sacchetti trasparenti di nylon sulla scrivania.
Il contenuto, esaminato con l'occhio del profano, pareva assolutamente identico. Due croci francescane, della stessa forma, dello stesso disegno, delle stesse dimensioni, apparentemente dello stesso peso e dello stesso materiale, riverniciate con lo stesso colore: un blu notte intenso.
"La Scientifica le ha scannerizzate. Scolpite in legno d'olivo, smaltate integralmente con vernice in poliesteri priva di feniletilene o stirolo, pigmentata con coloranti di tonalit blu. Per fartela breve: stesso materiale, stesso colorante", enunci Farris.
"Ergo stessa provenienza", sanc Ardig.
Convoc anche Santoni, gi presente in commissariato. Lo aggiorn, continuando a giocherellare con i due sacchetti che ospitavano le Tau rinvenute al collo dei due settantenni.
"A questo punto dobbiamo scoprire il significato di questa croce e anche di quel Vangelo piazzato sulla faccia", osserv Santoni.
"Concordo - convenne Ardig - sembrano due suicidi fotocopia: lo stesso copione, forse un rituale misterioso, che inizia con il digiuno, come se i due uomini volessero in qualche modo prepararsi adeguatamente all'appuntamento con la morte."
Farris riprese la parola: "Non sar semplice, ho gi fatto alcune ricerche in rete. Intanto la Tau ha molteplici significati religiosi, filosofici, fisici, alchemici, persino astronomici.  un simbolo utilizzato non solo dalla religione cristiana e da quella ebraica ma in molti altri ambienti, dall'esoterismo alla massoneria".
"E quindi?", lo stuzzic Santoni.
"Ritengo - replic in tono asciutto il nuovo acquisto della Squadra Omicidi - che nessuno di noi abbia le competenze e le conoscenze necessarie nei campi che ho elencato prima per poter attribuire il giusto significato a questi oggetti e a tutto il rituale."
"Temo che Farris abbia ragione - intervenne il commissario, -  inutile perdere tempo dietro a piste che potrebbero rivelarsi sbagliate. Queste Tau blu potrebbero appartenere a una confraternita, a una loggia, a una setta. Dobbiamo trovare un esperto. Come abbiamo fatto due anni fa, quando brancolavamo nel buio nell'indagine sugli Angeli di Lucifero."
Ardig e Santoni si scambiarono un'occhiata complice, il solo ricordo del "demonologo", l'enigmatico e ambiguo Dario Vanner, li fece inquietare.
"Proprio per questo - prosegu Farris - ho ritenuto opportuno accorciare i tempi e ho iniziato a prendere alcune informazioni, ricorrendo a Internet."
"E hai trovato chi farebbe al caso nostro?"
"S, commissario. credo di aver individuato la persona giusta. Si tratta di un docente che insegna alla Facolt Teologica dell'Italia Settentrionale."
"Che sarebbe...?", chiese Ardig.
"Se ho ben capito si tratta dell'universit ufficiale della Chiesa Cattolica.  la sede centrale degli Istituti di Scienze Religiose per tutto il Nord, dalla Liguria fino al Friuli."
"Mai sentita, confesso la mia ignoranza - alz le mani, in segno di mea culpa, il commissario, prima di domandare: "Dove si trova? All'Universit Cattolica?".
"No, la sede dell'istituto  ubicata nei chiostri della basilica di San Simpliciano."
Ardig tracci mentalmente una mappa del quartiere di Brera. Ricordava che diversi immobili in quell'elegante dedalo di viuzze appartenevano alla Curia.
"Chi sarebbe questo professore?"
" un religioso. Si chiama padre Feodar Shekfer."
"Tedesco?"
"No,  ungherese. Su Wikipedia ci sono parecchie informazioni su di lui.  un personaggio molto discusso."
Allung un foglio al superiore.
Nato a Debrecen nel 1954, da padre magiaro e madre cecoslovacca, studi in teologia e filosofia svolti nel seminario dell'Arcivescovato di Budapest, esperienze nelle Universit teologiche di Praga e di Varsavia; poi, dopo il crollo del muro di Berlino, l'arrivo a Roma, nel 1992, nel centro studi della Santa Sede, su espressa richiesta del pontefice. Shekfer era autore di numerose pubblicazioni; dopo aver insegnato a Vienna tra il 1996 e il 2001 era rientrato in Vaticano per qualche anno, per poi essere trasferito a Milano nel 2004.
"Cosa sappiamo di lui?"
"Non molto di pi. Ho chiesto a un collega di Roma che ha lavorato anche nel commissariato della Santa Sede. Pare sia un poliglotta che parla una decina di lingue,  uno studioso di fama illustre: conosciuto e apprezzato, per le sue pubblicazioni, anche negli Stati Uniti. Ho visto anche filmati di sue conferenze su YouTube: non sembra affatto un religioso. E da quel che ho capito deve aver avuto frizioni con le alte sfere vaticane per alcuni suoi scritti. Voci, pettegolezzi, nulla di pi. Comunque  stato spedito a Milano in tutta fretta e da allora pare non abbia mai pi messo piede a Roma."
Il commissario alz una mano per fermarlo.
"Bel soggettino, manca poco che lo scomunichino... OK, ne sappiamo abbastanza. Devo parlargli il prima possibile."
"Oggi  domenica, l'Istituto  chiuso", rilev Farris.
"Non importa. Chiamate la Curia, scomodate chi volete, per fissatemi un appuntamento per domani mattina. Non abbiamo un minuto da perdere."
Con un'espressione perplessa Santoni lo scrut in obliquo.
"Che sia la pista giusta?"
"Non so. Sperem", fece di rimando il commissario.
Santoni piomb in ufficio verso le 14,30, armato di tramezzino al tonno, bottiglietta d'acqua e una cartelletta. Il tramezzino restava a prudente distanza dalla bocca.
"Mangia pure, sei autorizzato a parlare con la bocca piena", lo esort il capo della Omicidi.
Con un solo morso Santoni ne fece sparire pi della met.
"Torno adesso dalla Scientifica. Tra un po' metto una brandina nei loro laboratori e mi sistemo l, cos risparmio l'affitto..."
"Guarda che nei laboratori mica ci puoi portare tutte le donne che rimorchi la sera...", lo sfott il commissario, poi torn serio: "News?".
"Mah, nessuna impronta esterna nell'appartamento di piazzale Susa. Le impronte rilevate sono soltanto sue. Per anche questa volta sono stati rinvenuti filamenti di tessuto nero. Insomma, qualcuno potrebbe aver maneggiato il corpo e gli oggetti rilevati con due guanti neri. Ma  solo una supposizione."
"Gi, solo una supposizione. E del veleno che dicono? La solita tetrodotossina?"
"La stessa, assunta in dose altissima. Decesso immediato."
I laboratori della Scientifica non offrivano quindi nessuno spunto per far progredire l'indagine. Restava un'ultima speranza: l'indomani, luned, alla riapertura degli istituti bancari avrebbero effettuato i tradizionali controlli patrimoniali su Radice. Ci sperava poco.
Intanto i condomini dell'ex pittore, sentiti da Larini e Zanella, avevano confermato quanto anticipato dal portiere Binaghi: Radice era un uomo solo, senza famiglia, senza fratelli o parenti prossimi, solitario, scontroso, burbero, rinchiuso in un mondo suo e da un paio d'anni limitato anche nei movimenti da una serie di problemi alla schiena.
Il negozio di ortofrutta, situato proprio all'angolo tra piazzale Susa e viale Campania, lo riforniva ogni due giorni, a domicilio, del poco che gli occorreva per riempire la pancia.
Non aveva una macchina, non aveva telefonino o computer, la pittura era la sua unica valvola di sfogo, e l'unico lusso che si era concesso negli ultimi anni erano i tre acquari dotati di un sofisticato congegno meccanico per il riciclo e per l'ossigenazione dell'acqua. Un negozio per animali, situato nell'adiacente corso Plebisciti, riforniva l'anziano cliente a domicilio, una volta al mese, del mangime e delle sostanze depurative necessarie per mantenere il variopinto mondo acquatico che aveva impiantato nel salotto.
In casa, nella libreria, avevano rinvenuto tonnellate di testi sulle dottrine pi disparate, dallo stoicismo alle vite dei Santi, e poi naturalmente libri sull'arte, rinascimentale soprattutto. Non era solo un artista, ma un appassionato di filosofia, storia e religione. Una mente eclettica... Non c'era altro. Doveva riflettere.
Afferr con un gesto nervoso il guinzaglio. Frog, dietro le sue cataratte grigie, lo scrutava enigmaticamente.
"Muoviti, facciamo una passeggiata."
Il cane si alz con il solito tremolio, scodinzolando timidamente. Stavano imparando a conoscersi.
Prese per via Meravigli, costeggiando i marmi bianchi e squadrati della monumentale piazza degli Affari, dove ha sede la Borsa, devi in via San Giovanni sul Muro e risal nella centralissima via Dante, l'isola pedonale per eccellenza, teatro delle passeggiate dei turisti e dei milanesi.
Come sempre camminare permetteva al suo cervello di ingranare a pieno regime, come un diesel finalmente scaldato e pronto a carburare al massimo delle potenzialit.
Nella stanza dell'Hotel King c'era un elegante ripiano in legno intarsiato.
La mano morbida di un artigiano di inizio Novecento aveva cesellato con perfezione assoluta la superficie lignea di quel mobiletto.
Rebecca Adorni, per, non era nell'opportuna disposizione d'animo per godersi appieno quel piccolo capolavoro di falegnameria.
Aveva disseminato il pannello di fogli e foglietti. Per la verit erano quasi tutti scontrini fiscali, emessi dalla pi varia tipologia di esercizi commerciali: bar, ristoranti, panetterie, persino distributori di carburante, oltre a ticket dei parchimetri urbani e a fatture di caselli autostradali. Un'assurdit, perch la patente di guida del padre era scaduta da oltre un decennio e tra l'altro non possedeva alcuna automobile.
Eppure, e quegli scontrini lo confermavano, negli ultimi mesi di vita si era spostato in macchina, e da persona precisa e pignola quale era, al limite della maniacalit, aveva conservato tutte le ordinarie ricevute fiscali accumulate durante questi tragitti.
La busta ritirata dalle mani dell'assonnato ispettore Santoni presso il commissariato di piazza San Sepolcro si stava rivelando una piccola miniera d'oro, regalando inconfutabili testimonianze cartacee di spostamenti e orari che avevano segnato gli ultimi mesi dell'intensa e ambigua vita di suo padre.
Da una serie di riscontri incrociati era riuscita a evidenziare una sorta di triangolo sbilenco, che racchiudeva i territori delle province di Brescia, Mantova e Verona, in particolare la zona del Lago di Garda e del fiume Mincio.
Rebecca conosceva bene quei luoghi, che evocavano in lei echi intimi, ormai lontani e sfocati dal trascorrere degli anni. Erano ricordi dolci degli anni felici con sua madre ancora in salute, ma presto un dolore rabbioso sal alla superficie.
Altri tempi. Passato remoto. Il passato prossimo invece era l, nero su bianco: attraverso una lunga scia cartacea a certificare che, tra la met di gennaio e la fine di marzo, Giancarlo Adorni aveva trascorso molte delle sue giornate, e forse delle sue notti, a Desenzano, Manerbio, Valeggio sul Mincio, Peschiera del Garda, Darfo Boario, Solferino.
Rebecca stava puntigliosamente ricostruendo la traccia dei passaggi di suo padre. E si chiedeva perch.
In alcuni di questi comuni avevano la residenza esperti d'arte o storici, oppure avevano sede esposizioni o mostre, temporanee o permanenti, di opere di pittura. Alcune di quelle localit erano citt d'arte, castelli, chiese, palazzi nobiliari... Luoghi storici, affrescati dai pi grandi pittori rinascimentali, da Andrea Mantegna a Giulio Romano.
A Darfo e a Solferino, lo ricordava, c'erano alcuni collezionisti con cui suo padre intratteneva rapporti amichevoli da molti anni. Nei pressi di Desenzano sorgeva l'abbazia cistercense dove era stata con Malerba pochi giorni prima.
Un particolare, per, l'aveva colpita fin dalla sera precedente, mentre distrattamente sfogliava gli scontrini e le fatture, la ricevuta di una trattoria di Valeggio sul Mincio: due coperti, due piatti di tortelli alla zucca, due insalate e un'acqua minerale, per un totale di 43 euro, emessa alle ore 22,46 di gioved 24 febbraio.
Era stato come un flash, che l'aveva incoraggiata a cominciare a frugare avidamente. Di nuovo Valeggio. Ed ecco un'altra cena, sempre per due, con identico men, per un importo di 42 euro, il gioved successivo, il 3 marzo. Il giorno seguente, venerd 4 marzo, alle ore 10,22, una ricevuta per un'erogazione di 48 euro di benzina presso un distributore sempre a Valeggio sul Mincio.
E infine un'altra trasferta a Valeggio sul Mincio, questa volta antecedente, datata 16 gennaio, con scontrino emesso alle 23,19: anche in questo caso una cena con il solito men vegetariano, i soliti tortelli dolci alla zucca, la solita insalata, la solita acqua.
Riordin gli scontrini e le ricevute. E un senso di vertigine la colse.
Si distese sul letto, gli occhi incollati al bianco immacolato del soffitto. Quel nome le rimbombava in testa: Valeggio sul Mincio.
Si alz per fumare una sigaretta.
Valeggio, ecco la prossima tappa del suo viaggio.
Scost la tenda per gettare un'occhiata fuori dalla finestra. Due piani sotto, in via Meravigli, regnava un silenzio insolito per il caotico centro di Milano. La grande metropoli si godeva il riposo del primo pomeriggio di una domenica primaverile, soltanto il transito sporadico di qualche auto rompeva la quiete.
Si stropicci gli occhi e torn a studiare gli scontrini per un'altra ora. Verso le 15, prima di gettarsi sul letto, prese il cellulare.
Chiam Malerba. Una serie infinita di squilli senza risposta. Trattenne un moto di stizza. Poi digit un sms.
"Ho trovato una traccia. Aiutami a seguirla. Ho bisogno di te."
Un'altra domenica noiosa in redazione: Malerba si era separato dal telefonino, dimenticandolo appoggiato sulla scrivania, ed era andato a conferire con Brigante.
Al rientro in ufficio not immediatamente l'espressione corrucciata di Borroni.
"Fede, cavolo... quando vai in giro portati dietro il cellulare. Continuava a squillare, nemmeno fossimo in un call center", si lament il collega.
Prefer non replicare, altrimenti sarebbe stato costretto a rinfacciargli quanto lo infastidiva il tanfo emesso dai suoi pestilenziali sigari toscani o quanto lo deprimessero le conversazioni telefoniche tra Guido e le sue misteriose interlocutrici femminili.
Illumin il display. Una collezione di chiamate perse, tutte provenienti da Rebecca Adorni.
Bizzarro. L'aveva cercata per due giorni per avere qualche ragguaglio sul legame tra suo padre e l'altro suicida, e lei niente: segreteria telefonica. E adesso...
La chiam, controvoglia.
"Finalmente!", esord lei seccata.
Da che pulpito, dopo due giorni con il cellulare spento...
"Scusa, ero in Conclave."
"Dov'eri?"
"Volevo dire che ero in riunione. Lo chiamiamo Conclave perch siamo barricati dentro, senza telefonini..."
"OK", tagli corto la primogenita del professor Adorni, con tono ancora pi brusco.
"Piuttosto, dove eri sparita tu? Sono due giorni che ti cerco e non ti fai sentire", ribatt, altrettanto piccato.
"Sono stata a Firenze. Dovevo sbrigare alcune faccende che avevo in arretrato. E il telefonino aveva la batteria scarica. E tu?"
"Ho lavorato, ieri hanno trovato un altro morto. Mi sa che era un amico di tuo padre, un pittore..."
"Mi ha gi avvertito la Polizia. Effettivamente lui e mio padre si conoscevano da anni. Amici... francamente non so."
Intu che Rebecca era poco propensa ad approfondire l'argomento, per cui la assecond deviando verso un'altra direzione.
"Cosa ti serve?", chiese.
"Te l'ho gi scritto nell'sms. Ho una nuova traccia da seguire. E devo fare una ricerca."
Federico titub per qualche istante.
"Devo farla con te la ricerca", specific lei, ancora pi incalzante.
"Quando?", domand, poco convinto.
"Subito, adesso", rispose.
"Va beh... sono al giornale. Vieni qui."
"Il tempo di vestirmi e arrivo."
Venti minuti dopo Rebecca era in ufficio, con le solite scarpe basse. Per sopra i jeans aderenti il maglioncino nero lasciava scoperto maliziosamente un lembo di pelle, appena sopra la fatidica "vita bassa".
Le present al volo Borroni, che la vivisezion con attenzione e concluse tra s: non male, per troppo acqua e sapone, perch la zazzera nera lucente e il trucco assente la facevano sin troppo sbarazzina e androgina. Con un abito femminile e dei tacchi adeguati sarebbe stata un bello spettacolo, valut lo scaltro cronista.
Per sottrarla allo sguardo inquisitore del collega, Malerba la trascin davanti alla macchinetta del caff; voleva farsi spiegare il motivo di tanta concitazione. La ragazza fu sintetica ed esauriente: lo aggiorn sul colloquio avuto con Santoni qualche giorno prima e su quanto risultava dalle ricevute collezionate dal padre negli ultimi mesi.
Tornarono in ufficio e ripresero a esaminare gli scontrini. Il professor Adorni doveva essere un uomo di una meticolosit irritante, rifletteva il reporter, disordinato e sbadato per natura. Aveva conservato persino i ticket dei parchimetri urbani. Ma chi diavolo li conserva oggi? E a cosa servono poi?
Molti erano stati emessi a Valeggio sul Mincio, una citt d'arte medievale situata a cavallo tra le province di Mantova e Verona.
Altri scontrini, molti altri, erano stati emessi a Vimercate, nel cuore della Brianza, a Darfo e a Manerbio, nel bresciano.
"Avete parenti o conoscenti in queste zone?", domand Malerba, ignorando volutamente lo sguardo impiccione di Borroni, che ascoltava la conversazione.
"Buio pesto", lo deluse Rebecca.
Federico non voleva regalare a Borroni la soddisfazione di potersi infilare nella sua inchiesta, carpendo preziose informazioni. Cos prese al volo una decisione.
"Andiamo."
Afferr Rebecca per un braccio e l'accompagn nell'ufficio di Brigante.
Il caporedattore era solo, per fortuna.
"Beppe, posso?"
Entrarono.
"La signorina  la figlia del professor Adorni."
L'esperto capo cronista si alz per presentarsi.
Conversarono qualche minuto, poi Malerba cal l'asso.
"Dobbiamo fare una ricerca riservata. Possiamo utilizzare l'archivio?"
"Ci mancherebbe. Vai pure."
Scesero un piano di scale. Quello che chiamavano "archivio" era soltanto una grande stanza, in cui l'odore di muffa cartacea emanato dalle collane annuali dove erano conservati tutti i quotidiani pubblicati in ogni singolo anno si sovrapponeva a quello della polvere accumulata sui faldoni che gremivano gli imponenti scaffali.
"Aspettami qui", spieg a Rebecca indicandole una scrivania, poi scomparve nuovamente sulle scale. Rientr un paio di minuti dopo con un pc portatile. Poco dopo navigavano in rete.
"Cosa cerchiamo? Bandello? Leonardo?"
"Direi anche Andrea Salimbeni", aggiunse Rebecca, con entusiasmo contagioso.
Digitarono le parole Bandello, Leonardo e Salimbeni su Google abbinandole prima a Manerbio e poi a Darfo.
Come previsto si aprirono centinaia di link.
La parola Leonardo riconduceva a convegni culturali, iniziative di studiosi, presentazioni di libri e via dicendo. Esaminarono capillarmente ogni richiamo, senza trovare nulla di significativo.
"Proviamo con Vimercate?", sugger il reporter.
"No, no. Non serve, meglio Valeggio", lo zitt lei con tono inspiegabilmente reciso.
Colpito e affondato! Il primo link evidenziato connetteva a una pagina online del sito di un monastero.
"Guarda qui, il convento di Santa Rita. C' scritto - esclam il reporter - che ospita un'Ultima Cena attribuita ad Andrea Solari..."
La ragazza quasi gli strapp il mouse, cominciando a scorrere l'articolo. Un altro tassello combaciava: l'abbazia cistercense era stata eretta nel XIII secolo da Stefano Confalonieri da Agliate.
Federico si sorprese: " quel Confalonieri di cui mi hai parlato la prima volta che ci siamo incontrati?".
"Proprio lui, sepolto nell'attuale convento di Concorezzo. I due monasteri sono stati eretti dall'allora capo dei catari. Capisci?"
"Valeggio allora non era una terra dei veneti?", obiett Malerba.
"Infatti, Confalonieri avr sconfinato in cerca di riparo."
Proseguirono la lettura. Braccati dagli inquisitori sguinzagliati contro di loro da papa Alessandro IV, gli eretici catari guidati da Confalonieri avevano trovato scampo nelle terre della Repubblica Serenissima. Successivamente erano comunque stati catturati e imprigionati, salvo poi essere liberati alcuni anni dopo grazie all'intercessione dell'arcivescovo milanese Ottone Visconti, anche lui sospettato di essere un cataro.
Il monastero di Concorezzo, quello di Desenzano e ora quello di Valeggio sul Mincio: tutti conventi cistercensi, tutti ubicati in zone dove i catari avevano avuto un forte radicamento nei tre secoli a cavallo tra il 1200 e il 1500.
"Dobbiamo andare a Valeggio, in quel convento. Se mio padre  stato l pi volte doveva avere le sue buone ragioni..."
Quello di Rebecca pi che un suggerimento suonava come un ordine.
"Prima servono altre verifiche. Intanto chi era Andrea Solari?"
Il nome a Malerba suonava familiare: la via dedicata a Solari a Milano  un'importante arteria che dalla zona circostante i Navigli conduce alla circonvallazione ovest. Fino a quel momento, per, aveva sempre pensato che Solari fosse un patriota o un politico, non un artista.
" stato un allievo di Leonardo, seppure non uno dei pi intimi", rispose immediatamente Rebecca.
"In che senso?"
"Frequentava il suo Cenacolo all'Arengario, senza far parte della sua cerchia pi ristretta. Non come Melzi, d'Oggiono, Luini e gli altri pi celebri, per intenderci.  stato un artista importante e ha lavorato a lungo per i dogi della Serenissima e per i francesi durante il loro dominio milanese a partire dal 1499, dopo la caduta di Ludovico il Moro."
"Un momento... sappiamo che tuo padre stava svolgendo delle ricerche su quell'Andrea Salimbeni, il discepolo di Cesare da Sesto. Mentre adesso spunta fuori questo Andrea Solari..."
"Capisco dove vuoi arrivare. Stesso nome, Andrea, un cognome che inizia per S..."
"Proprio cos. Non potrebbe trattarsi di... non un errore, un'omonimia che possa confondere... voglio dire..."
"Che mio padre abbia seguito una traccia poco chiara o abbia fatto confusione tra i due? No, lo escludo. L'hai visto quanto era preciso pap."
"L'errore potrebbe averlo commesso non tuo padre, bens il Vasari o qualche altro cronista dell'epoca. Magari anche gli stessi monaci. Se questo Solari era uno della cerchia leonardesca...", osserv Malerba.
"Uhm, s...  possibile, tuttavia per Solari le cose stanno diversamente. Intanto non era un ragazzino come gli altri. A memoria ti dico che  nato intorno al 1470 ed  rimasto a lungo a Venezia perch aveva un fratello pi grande, Cristoforo, che lavorava come architetto e scultore per i dogi veneziani."
"Allora non poteva essere anche lui uno di quelli... s, insomma, quei giovanotti che tanto piacevano a Leonardo. In fin dei conti tuo padre alludeva proprio a questa sua propensione..."
"Da quel che ricordo Solari  arrivato a Milano soltanto verso la fine del Quattrocento, perci ai tempi della sua frequentazione del Cenacolo leonardiano aveva quasi raggiunto i trent'anni. In quei secoli rappresentavano un'et avanzata per un uomo. Per essere chiari: era un adulto."
"Insomma era troppo vecchio per poter interessare a Leonardo", sintetizz rozzamente il giornalista.
"Frena, frena. Intorno all'omosessualit di Leonardo c' una gran nebbia. Secondo le fonti storiche, l'omosessualit del Genio in qualche modo sconfinava in una specie di paternit deviata, mirava pi alle giovani menti dei suoi discepoli, che non ai loro corpi acerbi."
"Amore omosessuale platonico, quasi da genitore, insomma... niente pedofilia?"
"Pi o meno. Leonardo riversava sui suoi discepoli prediletti, come Melzi, Salaino o d'Oggiono, un amore difficile da catalogare: li formava come artisti, trasmettendo loro la sua arte, e al contempo anche come intelletti eclettici, stimolandoli con il suo ingegno, rendendoli partecipi della sua sterminata voglia di conoscere e sperimentare, dall'ingegneria militare fino all'astronomia passando per la medicina e la musica."
"Questo non esclude che potesse intrattenere anche un rapporto fisico con alcuni di questi giovani allievi prediletti. Anche la scoperta del sesso e dei piaceri carnali dovrebbe essere contemplata all'interno di un percorso di crescita e di formazione, sia come uomini che come artisti", obiett Federico.
"Non possiamo escluderlo, hai ragione. Tuttavia neppure affermarlo con sicurezza. Leonardo predicava uno stile di vita consono al credo dei catari, basato sull'astensione dai piaceri prettamente materiali, inclusi quelli sessuali. Si dice che conducesse una vita quasi ascetica, rifiutando di contaminarsi non soltanto con il sesso, ma anche con il vino, con la carne, oppure con le sostanze allucinogene che circolavano gi allora, come il loto o l'oppio." Parve poi che Rebecca si arrestasse, come se avesse azzardato troppo, e concluse: "...sbaglio o stiamo divagando?".
"Forse no. In fin dei conti tuo padre stava lavorando a un libro in cui spiegava come l'omosessualit dell'uomo Leonardo avesse influenzato la sfera produttiva del Leonardo artista."
La giovane donna annu.
"Se si era messo alla ricerca di informazioni su Salimbeni doveva essere per questo motivo, no?"
"Non soltanto per questo, dimentichi gli scritti del Bandello. L'omosessualit di Leonardo e la sua adesione al catarismo erano soltanto il punto di partenza di una ricerca che aveva portato mio padre verso altre destinazioni, stando a quanto scoperto nelle novelle di Bandello."
Il ragionamento di Rebecca era inappuntabile. E questo poteva giustificare l'interessamento del professor Adorni per un monastero che ospitava un'opera attribuibile a un allievo del Genio quale Andrea Solari. Una copia dell'Ultima Cena per di pi, proprio l'opera citata da Bandello nei suoi scritti.
Non aveva alternative: Valeggio lo attendeva.
Fece un lungo respiro e decise, guardando Rebecca negli occhi.
"Hai vinto un romantico viaggio nell'abbazia di Santa Rita a Valeggio sul Mincio in compagnia del famoso giornalista Federico Malerba."
"Addirittura famoso... piuttosto affascinante", ammicc lei. "Quando partiamo?"
"Domani. Vado subito a farmi dare un permesso dai capoccia."
"Bene, andiamo domani. E stasera... che fai?"
La domanda rest nell'aria, a galleggiare sospesa per qualche secondo.
Poi la ragazza prosegu, civettuola.
"Non mi piace cenare da sola e poi Milano  deprimente. Perch non mi fai compagnia? Sempre che la tua fidanzata non sia troppo gelosa..."
"Stasera finisco tardi, non sar libero prima delle 23."
"Nessun problema, sono una nottambula."
"Domani mattina dobbiamo svegliarci presto, Valeggio  lontano."
"Federico, non farti pregare. Per favore... Non vivo un bel momento, l'unico genitore che mi era rimasto ha scelto di andarsene senza nemmeno lasciarmi una riga e ho bisogno di un amico con cui sfogarmi. E tu sei l'unico amico che ho qui a Milano."
Avvert un senso di colpa, una fitta fastidiosa che gli stringeva lo stomaco. Ma si arrese.
"Se  cos... va bene. Ci troviamo qui, in piazza Cavour, sotto la redazione, alle 22,30-22,45, OK?"
"Andata. E ti prometto che non faremo tardi." Lei sembrava trionfante, e faceva fatica a nasconderlo.
Alle 22,50 Malerba salut il portiere e varc il portone del Palazzo dell'Informazione. In teoria Rebecca doveva essere l fuori ad aspettarlo gi da una ventina di minuti.
Oltrepassando le porte automatiche squadr l'ampio spazio di fronte all'entrata in cerca delle scarpe basse e del golfino nero che per la giovane restauratrice fiorentina sembravano rappresentare una sorta di divisa d'ordinanza.
La sua retina proiett invece l'immagine di una donna sensuale e provocante, con stivali neri lucidissimi dal tacco a stiletto, gonna di pelle nera sopra il ginocchio, molto aderente e perfetta per esaltare un culo da copertina di "Vogue"; sopra un top viola scuro e un giubbetto estivo, anche quello nero e di pelle.
Se non fosse stato per i capelli cortissimi, neri e lucenti, avrebbe faticato a riconoscere Rebecca. Invece del "maschiaccio" spartano, della ragazza acqua e sapone, si trovava a fronteggiare una femmina - e che femmina! - con una bellezza aggressiva, quasi ferina, esaltata dal trucco scuro intorno al nero delle sue pupille: una moderna strega sexy, avvolta in una scia di profumo intenso.
Lo accolse con un insolito sorriso abbagliante.
"Che metamorfosi, sei... sei bellissima", balbett a malapena lo stupito reporter.
"Ti piaccio?", chiese lei spudoratamente.
"Moltissimo", ripet, sincero. Era inebetito.
Lei lo prese sotto il braccio e lo invit a incamminarsi.
Malerba non riusc a fare a meno di occhieggiare verso quel lato B da paura: avvert una scarica da 360 volt, una botta di testosterone lo travolse. Era la classica vampa di calore, desiderio ed eccitazione che blocca l'ossigenazione del cervello alla stragrande maggioranza degli uomini.
Passarono sotto la storica porta ad arco in pietra che immette in via Manzoni e iniziarono a percorrere l'elegante strada che conduce verso il salotto buono dei milanesi: piazza della Scala, la Galleria e piazza del Duomo. Per qualche minuto non parlarono. Ognuno rincorreva i suoi pensieri.
Federico, avvertendo sempre pi forte la stretta intorno al braccio destro, non poteva fare a meno di domandarsi dove lo stesse trascinando.
Finora aveva fatto fatica a inquadrare i sentimenti di Rebecca: ammirazione, complicit, stima, simpatia... Se lui fosse stato single la partita avrebbe potuto spostarsi su un altro terreno e la ragazza avrebbe potuto giocare all'attacco, assaltandolo frontalmente.
La realt, per, era diversa, perch fin dall'inizio lui aveva frapposto tra di loro il suo amore per Lucrezia, i suoi sentimenti forti, solidissimi, quasi un muro invalicabile. L'aveva scoraggiata, insomma, o quasi...
Rebecca proseguiva l'assedio e il muro vacillava.
"A cosa pensi?"
"A nulla... al lavoro, al mio capo, le solite cose..."
"Per essere un giornalista non sei un buon bugiardo..."
"E da quando leggi nei pensieri altrui?"
"Da un po'... e poi con te  facile. I tuoi occhi, la tua voce, la tua gestualit. Non hai barriere emotive: tutto quello che ti passa per la mente traspare immediatamente. Senza filtri. Come un bambino."
"OK, sentiamo: a cosa penso?"
"Ti stai facendo un film mentale. Con la pi banale delle trame possibili: lui, lei e l'altra. E la sottoscritta  nel ruolo dell'altra. Un ruolo ingrato, che detesto."
"E come finirebbe questo film?"
"Con lui che alla fine molla lei e si mette con l'altra: a quel punto i due fanno l'amore pazzamente, si amano, sfornano due splendidi bambini e invecchiano insieme, felici e contenti. Oppure con lui che si concede per una notte, vanno nell'hotel di lei, scopano come ricci e il mattino dopo si lasciano tutto alle spalle e riprendono la loro ricerca in giro per monasteri. Ti ispira di pi?"
Malerba si blocc di colpo. Bianco in viso.
Lei lo osserv con uno sguardo carico.
Avrebbe voluto dirle di s, correre in quell'hotel e strapparle la maledetta gonna di pelle.
Vacill pericolosamente per un secondo: d'un tratto l'immagine di Lucrezia piomb a offuscargli la vista, il santo che appare, e il miracolo, il terremoto che cessa...
Indietreggi di un nulla, ma si stacc. Rebecca reag prontamente.
"Stavo scherzando!", lo rassicur.
"Davvero?"
"No, ma  quello che vuoi sentirti dire, no? Ci ho provato, tutto qui: speravo di indurti in tentazione e invece... Certo sei un bel tipo, una ragazza sola ti chiede di venire a letto con lei e l'indomani amici come prima come se nulla fosse..."
Indic il suo fondoschiena, ridacchiando con ironia: "Deduco non ti interessi la merce, ne prendo atto".
Poi si fece seria: "Scusami, non volevo imbarazzarti. Fede, so cosa provi per Lucrezia. Quando ne parli ti brillano gli occhi. Sei innamorato, di un amore vero, un amore che pochi uomini sanno ancora provare. Vuoi che sia onesta fino in fondo?".
Annu meccanicamente.
"La invidio, Lucrezia, la invidio moltissimo. E pur non conoscendola non sai quanto mi sta su quel coso che avete solo voi maschietti. Era da tanto che non mi sentivo cos attratta da un uomo. Tuttavia ho troppo rispetto per te e non vorrei mai scombussolarti la vita. E poi non sono quel tipo di donna che sogna la famiglia del Mulino Bianco, con un cane e dei marmocchi a girare per casa."
Osserv il volto pallido del cronista.
"Dai, scusami ancora... Tutto a posto?"
Annu nuovamente, come un automa animato da movimenti meccanici.
"Bene, adesso che  tutto chiarito portami a mangiare una bella bistecca alla milanese."
Finalmente Malerba riprese fiato e colorito. E sbott: "Cotoletta, non bistecca. Le bistecche ve le mangiate a Firenze, qui si mangia l'uregia d'elefant...".
Per evitare malintesi aveva optato per la Cotoletteria di corso Garibaldi. Niente luci soffuse e candele sui tavoli, un ambiente unico, ben illuminato, con tavoli ravvicinati e un elevato brusio di fondo della clientela che offriva ben poca intimit.
Era l'ideale per una piacevole serata in compagnia, tra amici o colleghi, per scambiare quattro chiacchiere e rilassarsi, decisamente meno indicato per un incontro romantico. La scelta del ristorante rappresentava un chiaro messaggio lanciato alla tentatrice. Lei sembr prenderne atto e si rifece sbranando famelicamente un'orecchia d'elefante con rucola e pomodorini di Pachino per contorno.
Cenarono in silenzio. Federico fece attenzione a non guardarla, al contrario se la divorarono con gli occhi un gruppetto di post yuppies, cinquantenni con cravatte allentate e maniche rimboccate, che si fecero venire il torcicollo per radiografare il posteriore della ragazza quando si alz sinuosa per raccogliere la borsetta caduta sul pavimento.
Pag ovviamente Federico, ancora in trance. Uscirono e fecero due passi per i vicoli di Brera, prima di avviarsi verso piazza Cairoli e da l fare rientro verso via Meravigli.
Davanti al portone dell'hotel King Malerba si ferm. Non sapeva come salutarla. Ci pens Rebecca: si alz sulla punta dei piedi e gli scocc un bacio in fronte, stampandogli le sue labbra come un tatuaggio e mollandolo poi l, fermo sul marciapiede, immobile come uno stoccafisso e rosso come un adolescente.
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12. Milano, luned 9 maggio 2011.
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La luce che filtrava dalle persiane lo punzecchiava gi da un po'. Per una decina di minuti si fece cullare in un morbido dormiveglia, poi i volti violacei e gonfi di Adorni e Radice, quello deformato e annerito di De Rosa e quello totalmente irriconoscibile del cadavere carbonizzato, irruppero prepotenti nel suo privatissimo palcoscenico onirico, svegliandolo.
Ardig si dest a molla e sollev le tapparelle. Il sole invase la casa, infondendo energia e ottimismo. Frog sollev il muso, scodinzolando.
Il cane lo fissava con i suoi occhi spenti. Prese la ciotola di plastica e apr una scatoletta di bocconcini. L'animale divor il cibo con la solita voracit.
Per un'inspiegabile osmosi il commissario non pot fare a meno di pensare a Malerba: chiss, magari anche l'amico giornalista, in quell'istante, era intento a versare i croccantini al pestifero Ottone.
Torn alla realt: a quell'ora Malerba doveva ronfare della grossa.
Afferr pantaloncini e maglietta e cominci a prepararsi per la sgambata mattutina: sette-otto chilometri sull'asfalto duro della circonvallazione esterna, poi una volta a casa il pavimento freddo a massaggiare la sua schiena per la seduta di addominali. Qualche "ripetuta" di flessioni e alla fine si sarebbe conquistato una doccia tiepida, rigenerante, prima di concedersi un caff e un pacchetto di Pavesini rubati al piantone la sera precedente.
Arriv in commissariato dopo le 8,30. Con una carezza salut Frog, gi accovacciato sul suo cumulo di coperte, e usc nuovamente.
Farris e Pinton lo stavano attendendo in cortile. Si avviarono di buon passo. Risalirono verso la piazza della Borsa. Manager e broker entravano e uscivano da quel formicaio, impugnando smartphone, tablet e valigette. Passarono da via Negri, quindi imboccarono via Dante e da l via San Tomaso, una di quelle traverse nascoste dove non passa nessuno.
Aggirarono Brera transitando da corso Garibaldi e deviarono verso piazza Paolo VI: di fronte a loro i giardinetti e la monumentale basilica di San Simpliciano.
In fondo alla piazzetta c'era la libreria teologica.
Cominciarono a risalire per via Ancona, costeggiando le spesse mura dell'istituto religioso; sull'altro lato della strada eleganti condomini esclusivi erano immersi nel verde e nel silenzio.
Dopo un centinaio di metri sbucarono in via dei Chiostri, una stradina senza uscita.
Su un austero cancello in ferro, dipinto di anonimo grigio industriale, spiccava un'insegna altrettanto anonima in stampatello: ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE DI MILANO.
Suonarono e il cancello scatt automaticamente un secondo dopo.
Un uomo sulla quarantina, occhiali e ampia stempiatura, in abiti laici, venne ad accoglierli. Parve un poco allarmato alla vista dei tre uomini dall'aria decisa.
"Siete i signori della Polizia?"
Ardig sorrise, rivolgendosi ironico ai sottoposti.
"Sar meglio non illuderci di poter fare una carriera come infiltrati: lo abbiamo tatuato in fronte, che siamo dei piedipiatti."
I due ispettori risero in maniera contenuta, l'uomo, non cogliendo l'ironia della considerazione, rimase pietrificato.
"Scusate, non intendevo... solo che...", balbett, indeciso.
"Nessun problema, siamo davvero poliziotti", lo rassicur il commissario, estraendo il tesserino del ministero degli Interni.
"Mi avevano avvisato. L'appuntamento con padre Feodar."
Li condusse in un'austera sala d'aspetto.
Alcune poltroncine di un colore tendente al verde bottiglia, rigide, una pianta in un angolo, sui tavolini riviste della Diocesi e l'immancabile "Famiglia Cristiana". Attesero per qualche istante.
Un rumore di passi li avvert dell'arrivo di padre Feodar. Il teologo si materializz da un corridoio laterale. Era piccolo di statura, appena sopra il metro e sessanta, e aveva un fisico asciutto. I lineamenti del viso, tirati in un'espressione severa, avevano un che di cattivo, cos come lo sguardo acuto dei suoi occhi neri. Una marcata somiglianza, fatte le dovute proporzioni, con Hannibal Lecter, il serial killer cannibale, personaggio magistralmente interpretato da Anthony Hopkins, una ventina di anni prima, nel Silenzio degli innocenti.
Davvero somigliante, tranne per gli occhi: quelli di Hopkins-Lecter erano di un celeste intenso, come quello di un cielo terso, quelli del religioso davanti a loro erano scuri come il buio.
Li squadr da cima a fondo, poi disse, con voce misurata: "Attendevo un solo poliziotto, non un'intera squadra. Devo forse preoccuparmi?".
Parlava un italiano perfetto ma con un accento duro, che tradiva la sua origine di europeo dell'Est.
"Sono il vicequestore aggiunto Bruno Ardig, responsabile della sezione Omicidi della Squadra Mobile della Questura di Milano. E loro - present i suoi angeli custodi - sono gli ispettori Andrea Farris e Marco Pinton."
"Benvenuti nella nostra universit. Seguitemi."
Attraversarono un lungo corridoio dalle pareti spoglie, ornato solo di crocefissi metallici, intravedendo dalle finestre lo splendido chiostro interno, quindi salirono una rampa di scale e raggiunsero il primo piano.
L'ufficio di Shekfer era ubicato proprio in fondo all'ala. Non era molto grande: cinque metri per sei, una normalissima stanza.
L'unica finestra, alle spalle della scrivania, spalancava una luminosa visuale sui giardinetti di piazza Paolo VI, dove erano transitati poco prima. Le altre tre pareti erano soffocate da scaffali-biblioteca stracolmi di libri. Il colore dominante delle copertine era il marrone, con venature nere o dorate. La scrivania dello studioso era stranamente in perfetto ordine, sgombra di appunti o quaderni.
"Sono a vostra disposizione. Vi ascolto", annunci dopo averli invitati a prendere posto sulle sedie di legno.
Ardig si schiar la voce.
"Intanto premetto che ho voluto farmi accompagnare dai miei vice in modo che anche loro possano ben comprendere ogni singolo passaggio, per noi oscuro. Siamo alle prese con un'indagine dai contorni ancora nebulosi, ma dagli ultimi avvenimenti siamo portati a credere che la sua vasta conoscenza potr venirci in soccorso."
" per il professor Adorni e per Radice che siete qui?"
Solo grammaticalmente era una domanda, suonava in realt come una constatazione. Anticipava il giovane commissario, come un anziano professore che si diverte a togliere la risposta dalla bocca di un allievo che vorrebbe mostrarsi preparato.
Ardig non raccolse la sfida, non era il momento per prove di forza.
"Complimenti, padre Shekfer. Se tutti i miei interlocutori fossero dotati della sua perspicacia il mio lavoro sarebbe pi semplice."
"Oppure pi complesso... Ci ha mai pensato? E in ogni caso lasci stare i cognomi. Mi chiami padre Feodar, come fanno tutti i miei studenti."
Lui, per, non era uno studente. N intendeva farsi trattare come tale. Prefer soprassedere lasciando l'iniziativa al religioso.
"Non stupitevi. Mi tengo aggiornato su quanto accade fuori da queste mura. Anche se nella maggior parte dei casi si tratta di notizie orribili, che non vorremmo mai udire. Quando ho appreso di queste morti ravvicinate sono rimasto a dir poco turbato."
Le voci correvano veloci e la Curia aveva buone orecchie.
"Turbato  un'espressione forte", lo stuzzic il commissario.
"Dipende, due autorevoli intelletti che decidono di andarsene da questo mondo terreno in un cos breve lasso temporale non possono essere un fatto casuale. Suppongo siate qui proprio per questo", disse.
Ardig lo sapeva, l'esperienza di due anni prima con il criminologo torinese esperto in satanismo, l'ambiguo Dario Vanner, lo aveva vaccinato: quando ti addentri nei meandri pi profondi del lato oscuro degli uomini non puoi fidarti di nessuno, nemmeno di chi ha una croce appesa sul petto.
Eppure erano l proprio per quello.
"Padre Feodar, non intendo farle perdere del tempo prezioso. Abbiamo scelto di ricorrere al suo ausilio per avere delle delucidazioni che potrebbero rivelarsi fondamentali per individuare il percorso investigativo da privilegiare."
"A vostra disposizione, prego."
Il commissario sospir mentre infilava la mano nella tasca della giacca. Un secondo dopo appoggiava con delicatezza i due sacchetti di plastica trasparenti sulla scrivania.
Padre Shekfer trasal.
Il viaggio era stato pi breve del previsto. La rombante Alfa 147 di Malerba si era divorata i centocinquanta chilometri in meno di un'ora e mezzo.
Il tragitto autostradale era servito per stilare una sorta di riepilogo degli spostamenti del professor Adorni nell'ultimo mese di vita.
Rebecca aveva consumato la notte e gli occhi sulle ricevute e sugli scontrini disseminati dal padre in Lombardia; si era fatta stampare dal portiere dell'hotel King una cartina del territorio lombardo e aveva segnato con evidenziatore fucsia i posti dov'era passato Adorni.
Sembrava animata da un fuoco interiore, a Federico l'aveva spiegato cos: "Mio padre ha dedicato un'intera vita alla pittura, alla sua storia. Devo completare io questa sua ricerca. Sarebbe orgoglioso di me. Non so se puoi capirmi".
No, Federico non poteva capirla, almeno non fino in fondo. Per suo padre la brillante carriera giornalistica che aveva intrapreso rappresentava soltanto un banale ripiego a una ben pi remunerata attivit da farmacista, a cui aveva scelto sciaguratamente di rinunciare.
Poteva solo intuire quale spinta interiore animasse Rebecca, ma sentiva di doverla aiutare.
Il teologo ora era una maschera di cera.
Continuava a palpare il sacchetto con le Tau blu.
"Incredibile", sibil a bassa voce.
Sollev la busta trasparente per esporla alla luce e ne fiss il contenuto come se stesse assistendo a un inspiegabile prodigio della natura.
"Incredibile, davvero incredibile..." ripeteva, perso in un suo viaggio mentale.
"Non ne aveva mai viste? Voglio dire... non aveva mai visto delle Tau blu finora?", domand Farris.
"No, e nemmeno ipotizzavo di poterle vedere. E addirittura toccare."
In realt, chiunque poteva maneggiare un simile oggetto: le Tau si possono reperire in qualunque convento o basilica dove ci sia un angolo che vende souvenir, oppure nelle piazze adiacenti a luoghi sacri, come piazza del Duomo. E per dipingere con la tonalit blu notte una croce francescana bastava una banale bomboletta spray, pochi euro in qualsiasi colorificio.
La reazione sgomenta del teologo raccontava una storia diversa: quel blu nascondeva un significato cos inquietante da sconvolgerlo.
"Padre, ci aiuti a capire."
"Sapete cosa simboleggia la Tau?"
"Dovrebbe trattarsi di una versione alterata della croce tradizionale", rispose, dubbioso, Ardig.
"Forse  meglio partire dall'inizio. Dovete sapere che la vera croce, intesa come strumento di uccisione e di tortura, quella utilizzata dai sumeri, dai fenici e successivamente dai romani, aveva proprio questa forma, a T, ed era composta da due elementi, ovvero lo stipes, per capirci il palo verticale che si impiantava sul luogo destinato alle esecuzioni, e il patibulum, ovvero il braccio orizzontale, che invece veniva legato sopra la schiena. Era questa la croce utilizzata dai romani per punire i criminali o gli schiavi ribelli: era questa, per esempio, la croce che Crasso utilizz per far inchiodare sulla via Appia pi di 6000 schiavi che avevano aderito alla rivolta innescata da Spartaco, lasciandoli poi esposti, con i corpi putrescenti, a marcire per giorni, perch quell'orribile spettacolo fosse di monito ai cittadini ma soprattutto agli altri schiavi."
Prese fiato e si gir verso la parete per indicare il tradizionale crocefisso.
"Lo stipes e il patibulum andavano cos a formare per l'appunto una T, diversa dalla versione che l'iconografia classica ci ha tramandato, la cosiddetta croce latina, con l'aggiunta del braccio superiore, che ci porta ad avere una croce formata da quattro braccia con un tronco verticale che si estende sopra l'incrocio delle due perpendicolari."
I due ispettori vergavano appunti.
Lo studioso aggiunse: " presumibile che il braccio superiore sia stato aggiunto dagli iconografi cristiani, per adattare la croce e permetterle di ospitare nella sua sommit anche la scritta I.N.R.I., menzionata nei Vangeli canonici".
"Quindi  la Tau il vero simbolo della crocifissione di Ges e quindi della Cristianit?", lo interruppe Ardig.
"La Tau simboleggia il Signum Dei, il segno di Dio."
Gli sguardi interrogativi dei poliziotti lo fermarono.
"Va bene, andiamo con ordine. Tau  la diciannovesima e ultima lettera dell'alfabeto greco, la nostra T per intenderci, l'unica lettera che ci risulta essere stata presente in tutti gli antichi alfabeti e linguaggi, dall'antico ebraico all'aramaico, dal latino ovviamente al greco, oltre che in tutte le altre lingue semitiche e indoeuropee. La Tau  un simbolo pagano, arcaico, di straordinaria importanza. La troviamo nell'antico Egitto, dove era denominata Ankh: era la cosiddetta croce della vita, una croce ansata che in molte raffigurazioni compare in mano alle divinit in quanto dispensatrici di vita. Tau  anche il geroglifico che significa vita. Questa croce della vita apparteneva anche al saggio Dio Thot, il Dio della Conoscenza, della parola creatrice, della scrittura e del calcolo, il dio dal corpo umano e la testa di ibis. Troviamo la Tau anche nella mano dell'oscuro e perfido dio Seth, il dio del male e delle armi. Capite quindi che la Tau  un simbolo antecedente alla tradizione ebraica."
Farris lo interruppe.
"La Tau  presente nei Vangeli, almeno in quello di San Giovanni, se ben ricordo. Ed  menzionata anche nell'Antico Testamento, o no?"
Padre Shekfer si schiar la voce: "Et vidi alterum angelum ascendentem ab ortu solis, habentem signum Dei vivi. Significa: un Angelo proveniente dall'Oriente segner gli Eletti con questo Sigillo.  un passo dell'Apocalisse di San Giovanni, il libro della rivelazione, che chiude il Nuovo Testamento. Anche se non viene espressamente indicato quale sia il segno di Dio, la dottrina prevalente ritiene che si tratti proprio della Tau. E sempre dall'Apocalisse di Giovanni apprendiamo che Cristo pronunci questa frase: Io sono l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine. A chi ha sete io dar dalla fonte dell'acqua della vita. Comprendete? L'Alfa e l'Omega. La prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco".
"Come dire l'inizio e la fine", comment Ardig, che si figurava il Vangelo di San Giovanni appoggiato sui volti di Adorni e Radice per il loro ultimo viaggio senza ritorno.
"Infatti. L'Omega simboleggia la conclusione di tutta l'Opera Divina, e un'analoga rappresentazione la riscontriamo nell'ultima lettera dell'alfabeto ebraico, il Tw. Nell'Antico Testamento il profeta Ezechiele scrive: Il Signore disse: passa in mezzo alla citt, in mezzo a Gerusalemme e segna con il Tw sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per le malvagit che vengono commesse. Percorrete la citt dietro di lui e colpite senza piet. Ma quelli che portano il Tw sulla fronte, quelli non toccateli. Il segno Tw tracciato sulla fronte degli uomini rappresenta la salvezza, il simbolo di riconoscimento e di protezione divina, lo stesso segno di cui ci parla San Giovanni nell'Apocalisse. Il segno della salvezza, della salute, ma anche della conoscenza. Signum salutis. Signum dei. E infatti nella Cristianit  il simbolo associato al martirio di Cristo sulla croce, la vera croce, a forma di T. Nel 1215, durante il IV Concilio, papa Innocenzo III conferm che la Tau era la vera Croce prima che vi venisse apposto il Titulus, ovvero il cartello con la scritta I.N.R.I., indicante il capo d'imputazione del Messia."
Ardig era affascinato da quella lezione, ma la sua mente da investigatore cerc immediatamente di convogliare le nozioni sulla concreta realt dell'indagine. Allung la mano verso il sacchetto dei reperti e sventol una Tau blu: "Se ho ben capito la Tau, simboleggiando la croce su cui si  sacrificato Ges, rappresenta il dolore patito da Cristo e al contempo la salvezza dell'anima che ha donato agli uomini con la sua morte sul Golgota: un monito, e un impegno".
Il religioso afferr l'altra Tau appoggiata sul tavolo.
"S. Proprio cos, un impegno. Anche lo stesso papa Innocenzo III ricorrendo alle parole prima citate del profeta Ezechiele esortava i credenti a plasmare le loro vite sull'insegnamento di Dio: Uno porta sulla fronte la Tau se manifesta in tutta la sua condotta lo splendore della Croce. Siate dunque campioni della Tau e della Croce! Dio ci riconoscer dalla Tau impresso sulle nostre fronti. La Tau  un simbolo di riconoscimento, d'appartenenza per chi interpreta la vita e la fede secondo un certo modello."
"Come quello dei francescani?", chiese Pinton.
"Come quello. Umile, povero, dedito ai bisogni degli altri. E infatti ai giorni nostri siamo portati ad abbinare la Tau a San Francesco. Che tra l'altro partecip ai lavori del IV Concilio Lateranense."
A quel punto padre Feodar si alz, dirigendosi deciso verso uno degli scaffali. Inforc gli occhiali scorrendo i titoli e afferr un libro dalla mensola pi alta.
"Eccolo, la Legenda Maior, di San Bonaventura da Bagnoregio, un pensatore e teologo che in realt  entrato nei francescani quando il loro fondatore era gi scomparso da alcuni anni, ma che lavor a stretto contatto con un altro illustre francescano, pi vecchio di lui di una ventina di anni, Fra Tommaso da Celano, che invece fu uno dei fedelissimi di San Francesco e per questo, su incarico di papa Gregorio IX, scrisse la prima biografia del Santo d'Assisi. Ecco, sentite cosa scriveva San Bonaventura: E in realt il Santo nutriva una grande venerazione ed affetto per il segno della Tau, lo raccomandava spesso nel parlare e lo scriveva di propria mano sotto le lettere che inviava, come se la sua missione consistesse, secondo il detto del profeta, nel segnare la Tau sulla fronte degli uomini che gemono e piangono convertendosi sinceramente a Cristo. E nei territori intorno all'Umbria, nelle attuali zone di Arezzo, Rieti e Viterbo, ci sono conventi o monasteri dove si trovano inconfutabili passaggi di San Francesco: affreschi, incisioni, scritti, e in ognuno di essi  impressa la Tau. Quello che San Francesco ripeteva ossessivamente ai suoi seguaci era che nessuno si pu salvare se non  segnato dalla Tau, perch la Tau  la Croce e soltanto attraverso Cristo e la Croce ci pu essere la Redenzione.  quanto afferma San Giovanni nell'Apocalisse quando parla del Signum Dei, di un Segno tracciato da un Angelo venuto dall'Oriente che indicher coloro che si salveranno."
Padre Shekfer ora era un fiume in piena.
"La particolare devozione di San Francesco alla Tau sembra fosse originata dall'ammirazione che il Santo d'Assisi aveva sviluppato per l'ordine ospitaliero di Sant'Antonio Abate, che si dedicava a lenire le sofferenze dei malati afflitti da malattie terribili e ripugnanti quali la peste e la lebbra. Come ben sapete, infatti, la conversione di Francesco, da giovane rampollo agiato a umile e povero frate,  iniziata proprio quando ha scelto di spogliarsi degli abiti ricchi e dei beni terreni della sua famiglia per prendersi cura dei lebbrosi e degli appestati, ovvero dei reietti della societ dell'epoca. Gli scritti di Fra Tommaso da Celano e l'opera di San Bonaventura ci confermano come il Santo abbia trovato ricovero e ospitalit in diverse circostanze, quando si trovava a Roma, presso il Lebbrosario dell'ordine ospitaliero di Sant'Antonio Abate."
Il teologo sospir, un sospiro prolungato, profondo e liberatorio, come quello di chi, dopo un lungo cammino, ha raggiunto l'agognata meta.
In un secondo Ardig realizz dove lo aveva condotto l'arzigogolato ragionamento abilmente condotto dal religioso.
"Il fuoco di Sant'Antonio!", esclam ad alta voce pensando alle fiamme che avevano divorato i corpi di due giovani uccisi con inaudita crudelt.
"Un altro simbolo, il fuoco. Come la Tau. E se avrete ancora qualche minuto di pazienza terminer la mia spiegazione", lo rimbrott padre Shekfer.
"Ha ragione, prosegua pure", concesse il capo della Omicidi.
"Vede commissario, lei, pur saltando qualche passaggio,  arrivato all'epilogo: Sant'Antonio Abate. Sapete qualcosa sulla sua figura?"
Nessuno di loro rispose. Sapevano che nella tradizione popolare Sant'Antonio  legato alla guarigione di alcuni mali della pelle che causano prurito, e che nell'iconografia tradizionale viene spesso raffigurato in compagnia di un maialino: troppo poco per cimentarsi in una contesa dialettica con l'enigmatico teologo ungherese, meglio sorbirsi un'altra lezione.
"Secondo le agiografie Sant'Antonio era un cristiano egiziano, vissuto tra il III e il IV secolo. In un certo senso  stato un precursore di San Francesco: anche lui era nato in una famiglia agiata e scelse di spogliarsi di tutti i beni materiali per condurre un'esistenza poverissima, coperto soltanto di pelli e nutrendosi dei prodotti della terra. Per molti anni Antonio si isol dal mondo seguendo la disciplina ferrea degli anacoreti, per rimanere solo con se stesso e con la preghiera, nel tentativo di sconfiggere il demonio che lo tormentava interiormente."
"Demonio?", domand il capo della Omicidi.
"Il demonio che ci accompagna in ogni momento della giornata. Con la povert, la solitudine e la preghiera Antonio voleva purificarsi e liberare il suo corpo: dal demonio, dalle tentazioni, dal peccato. Per riuscirci and a rinchiudersi sul Mar Rosso, all'interno di una fortezza romana abbandonata, dove rimase solo per oltre vent'anni, fino a quando molti altri cristiani scelsero spontaneamente di emulare il suo stile di vita ascetico: sfondarono le mura della fortezza e si unirono ad Antonio, che da quel momento decise di dedicare la parte rimanente della sua vita a curare le sofferenze e i dolori, a liberare dal male e dal demonio, a purificare insomma. Nacquero cos le prime comunit monastiche, guidate per l'appunto da Antonio detto l'Abate; vennero eretti i primi monasteri. Di seguito nacque l'ordine degli antoniani. Sappiamo tutto questo perch uno dei pi stretti collaboratori di Antonio - Atanasio, vescovo di Alessandria - nel 357 scrisse la Vita S. Antonii, ricchissima di particolari."
Il teologo prese fiato e Ardig trov uno spiraglio per interrompere il fiume di parole.
"Padre, aspetti... Sant'Antonio, stando agli scritti che ha citato, era un curatore dei mali della carne o di quelli dell'anima? Per intenderci: era un erborista o un esorcista?"
"Il male  sempre lo stesso, solo che si presenta sotto varie forme", filosofeggi lo studioso.
"Per - intervenne Farris - nel Medioevo i morbi e le deformazioni per il popolo superstizioso erano opera del demonio, che si manifestava attraverso quelle piaghe. O addirittura delle punizioni per empi o peccatori."
"Era anche un modo, per la Chiesa, di vincolare i credenti. La paura e la superstizione rafforzano la fede", rincar la dose Ardig.
Feodar Shekfer li fulmin con lo sguardo, ma stava fronteggiando tre uomini adulti, ufficiali di Polizia e non studentelli.
"Fatemi proseguire, per cortesia" sibil. "Antonio guariva i mali, liberando le anime dal demonio. Secondo la leggenda il Santo scese fino all'inferno, sfidando la collera delle fiamme, per salvare alcune anime. Per questo la figura di Sant'Antonio, il Santo che combatte il fuoco e lo sconfigge,  stata poi abbinata al fuoco e coloro che hanno a che fare con il fuoco, e con il bruciore, vengono posti sotto la sua protezione. Il cosiddetto fuoco di Sant'Antonio era un morbo che provocava bruciori alla pelle, da eritemi come l'ergotismo, causato da un fungo parassita delle graminacee, e l'herpes zoster, provocato dal virus varicella-zoster."
"Subito dopo l'Epifania, qui al Nord si celebra una festa per Sant'Antonio, che culmina proprio con i fal, no?", rilev Pinton.
"Esattamente. La notte del 17 gennaio, nel giorno in cui si festeggia Sant'Antonio Abate, si appiccano roghi a delle fascine, nelle campagne, per festeggiare appunto questo Santo, considerato anche il patrono degli animali domestici. Si tratta di una tradizione contadina, rafforzata dal fatto che l'ordine degli antoniani aveva ottenuto il permesso dal pontefice di allevare suini all'interno dei centri abitati, in quanto il loro grasso veniva poi utilizzato per preparare emollienti da spalmare sulle piaghe degli ammalati colpiti proprio dal fuoco di Sant'Antonio, in modo da sigillarle e impedire alla pelle il contatto con l'aria o altri veicoli di infezione. Ecco perch troviamo l'immagine del Santo con il maialino ai piedi. Come vedete, al centro di tutto c' sempre il fuoco, che Sant'Antonio ha sfidato scendendo all'inferno e uscendone immune."
Il religioso si ferm: pausa a effetto, perch poi prese una delle Tau blu.
"Il fuoco... e le Tau, ovviamente."
"Perch?", chiesero in coro i tre poliziotti.
"Perch il simbolo dell'ordine degli antoniani erano le Tau."
Il consueto brivido gelido, che si insinuava viscido sotto pelle e risaliva dalla zona lombare fino al collo, percorrendo l'intera spina dorsale, attravers Ardig come una scarica elettrica.
"Tau di colore blu?"
"Spiacente - scosse la testa con consumata teatralit il teologo - si trattava inizialmente di Tau rosse. Come quelle che molti crociati drappeggiavano sulle loro pettorine. Nel corso dei secoli gli antoniani hanno edificato numerosi ospitali, dove si prendevano cura dei lebbrosi e degli appestati, luoghi di cura con annessi conventi. In ognuno di loro, anche qui in Italia, troviamo impressi nella roccia delle Tau."
"Ha detto inizialmente... E in seguito?"
"Intorno all'XI secolo i gruppi di antoniani cominciarono a diffondersi anche in Europa, in particolare in Francia. Il primo vero hospitium degli antoniani fu eretto intorno al 1088, vicino alla cittadina francese di Arles, per opera di un nobile, tale Gaston de Valloire: in seguito alla guarigione del figlio da uno dei morbi riconducibili al fuoco di Sant'Antonio, per riconoscenza verso i curatori egli fece erigere un luogo di cura e fond una confraternita votata all'assistenza dei pellegrini e dei malati. Qualche anno dopo, nel 1095, l'ordine degli antoniani venne ufficialmente riconosciuto da papa Urbano II, durante i lavori del Concilio di Clermont-Ferrand. Un secolo pi tardi, nel 1218, il suo riconoscimento fu confermato con bolla papale da Onorio III. Cos gli antoniani e i loro hospitales si diffusero in tutta l'Europa mediterranea, con la divisa tradizionale: cappa nera come quella dei benedettini, una croce Tau era diventata azzurra incisa sulla parte sinistra."
"Tau azzurre, come queste?", domand speranzoso Ardig.
"No, queste sono blu. La differenza cromatica  evidente, e non casuale. Ma per il momento non posso aggiungere altro."
Capolinea. Il sermone era concluso. Ma non per Ardig.
"Poco fa, quando le abbiamo mostrato queste Tau di colore blu, lei  trasalito. Aggiungerei visibilmente."
" stata una visione decisamente inattesa", rispose pacato il teologo.
"Questo lo abbiamo notato. Vorrei per capire la ragione del suo stupore", lo incalz il commissario.
" una storia lunga."
"Abbiamo dimostrato di saper ascoltare. E di essere pazienti. Le ricordo che stiamo conducendo un'indagine penale."
Questa volta il poliziotto aveva utilizzato un tono pi duro.
"Comprendo benissimo la delicatezza della situazione, commissario. Tuttavia - concluse il religioso - vi prego di concedermi qualche ora di pausa, per poter studiare alcuni documenti. Non ero preparato alle novit che mi avete sottoposto."
Ancora una volta soppes le Tau, come se quel blu emanasse un qualche potere.
"Padre, siamo costretti a insistere...", forz Ardig.
"Dottore, mi ascolti. Da quando ho visto queste Tau un terribile sospetto grava sul mio cuore. Eppure prima di esternarvi questi miei timori ho il dovere di documentarmi e fugare una serie di dubbi, anche nel vostro interesse, per non incorrere in errori che potrebbero complicare il corso delle vostre indagini."
"Uff... e quanto le occorrerebbe?", concesse l'investigatore.
Lo studioso ungherese consult l'orologio.
"Sono quasi le 13. Suggerirei di rivederci intorno alle 18."
I tre poliziotti si guardarono delusi. Facendo buon viso a cattivo gioco accettarono la richiesta del teologo e lo salutarono. Attraversarono i sobri corridoi della Facolt di Teologia, muti. Rientrarono in commissariato, ancora imprigionati in un silenzio glaciale.
Dall'uscita di Peschiera del Garda avevano imboccato una strada provinciale. Una decina di chilometri dopo intravidero in lontananza, su un'altura, la sagoma inconfondibile delle torri del castello scaligero del XIII secolo, che sovrasta il borgo di Valeggio sul Mincio con tutta la sua imponenza. Osservarono incantati il panorama; un cartello dava l'indicazione per il convento di Santa Rita. Svoltarono quindi in una strada secondaria e superarono alcuni piccoli caseggiati prima di inoltrarsi in un'area boschiva.
Le mura del monastero spuntarono dietro una curva. La struttura dell'abbazia era simile a quella dei due conventi che Malerba aveva visitato a Concorezzo e Desenzano: un perimetro rettangolare, all'interno un cortile di ciottoli che immetteva in un'area porticata, con l'abbazia al centro, i due chiostri laterali e sul retro lo spazio dedicato all'orto e alle costruzioni secondarie adibite a foresterie.
Parcheggiarono l'auto nello spiazzo deserto di fronte al muro di cinta. Il portone d'ingresso era aperto, lo varcarono titubanti.
Un monaco in et non verdissima venne loro incontro con un'espressione bonaria: "Lieto di vedere due belle facce giovani. Prego, accomodatevi".
Le borse che portavano a tracolla li presentavano come una coppia intenzionata a pernottare nelle celle riservate agli ospiti. Il religioso li condusse nella foresteria.
Un altro monaco ancora pi anziano, sulla settantina, li accolse con una vigorosa stretta di mano.
"Sono padre Savino, priore di questa piccola comunit. Benvenuti tra noi. Cosa vi porta qui?"
Memore della precedente esperienza a Desenzano, il cronista volle subito fugare ogni dubbio sulla loro presenza.
"Ragioni di lavoro. Mi chiamo Federico Malerba, sono un giornalista, e la signorina che mi accompagna  la professoressa Rebecca Adorni, una restauratrice della Galleria degli Uffizi di Firenze."
Padre Savino, come tutti i religiosi che avevano scelto di isolarsi dal mondo esterno, non era abituato a dissimulare le proprie emozioni. Sentendo il cognome di Rebecca cambi improvvisamente espressione e umore.
"Ha detto Adorni?"
"Esattamente. Vedo che questo nome le suona familiare. Suppongo che abbia avuto modo di conoscere il povero professor Adorni", rispose senza esitazioni il giornalista. Il monaco si era fatto prima severo, quasi infastidito, e poi sorpreso.
"Dalle vostre parole...", esit il priore.
Rebecca lo tolse dall'impaccio.
"Mio padre  morto." Non aggiunse suicida, rimanendo sul vago.
"Capisco, ne sono profondamente addolorato", si limit a commentare il priore.
Nemmeno un gesto di conforto, una pacca, una carezza, come invece aveva fatto padre Ottavio, l'abate di Desenzano, nella medesima circostanza qualche giorno prima.
"Padre Savino, sappiamo - riprese Malerba con tono asciutto - che il professore  stato ospite qui, sotto il vostro tetto, anche in tempi recenti."
L'espressione del priore ora era tesa, come se le parole pronunciate dal reporter gli provocassero un fastidio, quasi un dolore.
Tuttavia il cronista prosegu.
"Siamo impegnati in una ricerca complessa, che ci costringe a ricostruire passo dopo passo tutta l'attivit del professor Adorni nelle sue ultime settimane di vita. Immaginiamo che svolgesse un'attivit di studio anche tra queste vostre sacre mura. Confidiamo possiate aiutarci..."
"Non vedo come", lo interruppe bruscamente il religioso.
"Vorremmo capire quale fosse l'oggetto della ricerca del professore", ribatt Malerba.
"Il professor Adorni desiderava soltanto consultare alcuni libri ospitati presso la nostra biblioteca", sibil gelido padre Savino. Il priore non faceva nulla per celare l'irritazione e il desiderio di troncare il prima possibile quell'indesiderata conversazione. Del sorriso caldo e sincero con cui li aveva accolti qualche minuto prima non era rimasta alcuna traccia.
Stupefatto per la levata di scudi, Malerba prefer non insistere.
"Non volevamo arrecarle un cos grande disturbo - reag con un tono in cui si mescolavano sprezzo e ironia - in ogni caso se ci concede il permesso di ficcanasare nella vostra biblioteca ve ne saremo grati."
Ficcanasare, scelse volutamente quel vocabolo, che presupponeva invadenza e morbosa curiosit.
"Permesso accordato", lo assecond il religioso, con una freddezza che ormai rasentava il gelo. "Padre Alberto, il nostro bibliotecario, vi accompagner nella vostra ricerca. Lo mander immediatamente a chiamare. Nel frattempo vi consiglio di visitare il nostro chiostro."
Cortesemente li aveva messi alla porta.
Raggiunsero il chiostro in silenzio e soltanto quando furono certi che non ci fossero orecchie indiscrete all'ascolto si sfogarono.
"Deve averlo morso una tarantola", sbott Rebecca, inviperita.
"Francamente fatico a crederci. Alla faccia dell'ospitalit che dovrebbe contraddistinguere i monaci..."
Il rumore sordo dei calzari francescani li azzitt.
Nonostante il rigore di una primavera che tardava a sbocciare padre Alberto, un uomo anch'egli sulla sessantina, stempiato e magro, sembrava a suo agio con il saio a maniche larghe e i sandali portati senza calze. Senza perdersi in eccessivi convenevoli li guid nella biblioteca, decisamente pi piccola rispetto a quella dell'abbazia di Desenzano del Garda.
"Padre Alberto, ha idea di quali opere potrebbe aver consultato..."
Il frate scosse la testa vigorosamente, senza proferire parola, quindi and ad accomodarsi a un tavolo, raccolse due tomi da uno scaffale vicino e si immerse nella lettura.
"Se avete bisogno io sono qui, come potete vedere."
Non sembrava un invito ad approfittare della sua collaborazione, quanto un monito: attenti a cosa fate, perch vi terr d'occhio. Pi che alla lettura dei volumi che aveva davanti, il religioso sembrava intento a sorvegliarli.
Sopra la coperta Frog lo aspettava con il suo sguardo spento.
Il commissario, a dir poco di pessimo umore, convoc la squadra, mancava solo Santoni, di riposo quel giorno, e riassunse a beneficio dei suoi collaboratori quanto stava emergendo dal colloquio con padre Shekfer.
"Domande?", chiese alla fine con tono stanco.
Nessuno rispose.
"OK, novit?"
"Una."
A chiedere la parola era stato l'agente scelto Alessandro Larini, vicino ai 35 anni, originario di Fornovo, nel parmense, da tre anni in servizio alla Mobile di Milano. Preciso sul lavoro, simpatico, sapeva farsi benvolere da tutti, agevolato anche dal suo accattivante accento emiliano.
Aveva legato molto con Santoni: si favoleggiava di loro ciclopiche mangiate in alcune trattorie del piacentino, tra salumi doc e fiaschi di lambrusco.
Fisicamente prestante, attento all'abbigliamento, abbondanti razioni di gel sui capelli, il classico "vitellone" di provincia, tipico prodotto della Bassa: ad attenderlo sulle colline parmigiane aveva un'eterna fidanzata, figura leggendaria mostrata in foto pi volte a tutto il commissariato, anche se nessuno aveva mai avuto il piacere di conoscerla personalmente.
"Sentiamo."
"Qualche aggiornamento sul Radice. Abbiamo effettuato le verifiche sulla sua situazione patrimoniale. Era proprietario di due immobili, l'appartamento dove viveva e un altro in via Castel Morrone. Sul conto aveva poco pi di 40.000 euro, quasi tutti vincolati in buoni risparmio. Tenete conto che Radice come pittore ha avuto fortune alterne, per alcuni dei suoi quadri negli anni Ottanta hanno raggiunto buone quotazioni di mercato. Ho trovato un ritaglio del Corriere del 1984 che parlava di una sua tela battuta all'asta per 162 milioni dell'epoca."
"E allora?"
"Beh... mi sono stupito vedendo che non aveva poi molto sul conto. Ho voluto approfondire e la sorpresa  stata scoprire che il Radice aveva disposto un bonifico a cadenza trimestrale, per una somma corrispondente a 1800 euro, avente come destinatario un ordine cavalleresco. E la sua pensione mensile era di poco inferiore ai 900 euro, non avendo versato grandi contributi previdenziali: non era mai stato un lavoratore dipendente..."
"Frena - lo interruppe Ardig - mi stai dicendo che Radice aveva una sola fonte di reddito, ovvero la pensione, praticamente una minima, e la girava quasi in toto a un ordine cavalleresco?"
"Pi o meno: se ho fatto bene i conti - conferm Larini - quello che gli restava gli bastava giusto per comprarsi la verdura e il necessario per gli acquari, senza dover intaccare il gruzzoletto che aveva vincolato in buoni fruttiferi."
"E che ordine cavalleresco sarebbe?"
"L'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, avente sede in via San Barnaba, praticamente dietro al Tribunale", rispose zelante Larini.
"Mmm - borbott il capo della Omicidi - ho presente dove si trova,  un edificio in muratura, con il giardino intorno, davanti al parcheggio posteriore del Palazzo di Giustizia."
"Cosa sappiamo di quest'ordine?", domand Farris.
Un foglio spunt dalla cartelletta di Larini. " un organo di diretta emanazione della Santa Sede, in pratica un'associazione pubblica che vive delle oblazioni dei fedeli e dei suoi cavalieri. Dobbiamo andare a sentirli?", chiese speranzoso l'agente.
Un ente nell'orbita del Vaticano. Dovevano muoversi con i piedi di piombo.
"No, per ora no. Meglio aspettare."
Un'espressione delusa si stamp sul volto di Larini.
"Altro? Dai vicini abbiamo saputo nulla?"
Questa volta a rispondere fu Sanna.
"Il ritratto che ci hanno fatto di Radice  davvero lo stesso di Adorni. Taciturno, riservato, usciva poco, si faceva portare la spesa a casa, per le pulizie lo aiutava una signora, una pensionata che abita in viale Romagna. Non siamo ancora riusciti a sentirla, purtroppo."
"Dubito ne caverete molto, comunque andate avanti..."
Il passato di Radice e la sua libreria parlavano da soli: un ex religioso che aveva anteposto l'amore per la pittura a un'esistenza dedicata al Signore. Aveva studiato tanto, votandosi alla solitudine, forse anche a un celibato autoimposto, finendo per isolarsi dal mondo esterno. A ben vedere c'erano anche in questo caso tutte le premesse per un suicidio: depressione, mancanza di affetti, stanchezza eccetera.
"Ottimo lavoro", comment il commissario rivolgendosi a Larini e Sanna. Sciolse la riunione. Tanto valeva andare a mangiarsi un panino, sperando che intanto padre Shekfer si schiarisse le idee...
Per un paio d'ore, monitorati dallo sguardo vigile del custode dei segreti di quel luogo di cultura, fede e storia, Federico e Rebecca spulciarono senza un preciso ordine di lettura tomi su tomi, cercando informazioni su Matteo Bandello, Andrea Solari, Andrea Salimbeni e ovviamente Leonardo. La ricerca si rivel infruttuosa.
L'unica annotazione interessante era contenuta nel registro dove i priori nel corso dei secoli avevano annotato gli eventi pi importanti della vita dell'abbazia. Sul finire del 1499 Leonardo, durante il breve periodo trascorso a Mantova sotto l'ala protettrice dei Gonzaga, era venuto a fare visita al monastero di Santa Rita in diverse occasioni, accompagnato, come si leggeva in un latino volgarizzato, vergato con una calligrafia minuta, dal suo discepolo preferito.
Restarono per diversi minuti con gli occhi incollati su quelle righe confuse e ingiallite dal tempo e dall'umidit, nel tentativo di decifrare correttamente quelle poche lettere vergate cinque secoli prima: Solai.
" lui! Solari", esclam la ragazza.
Tutto combaciava. E del resto Rebecca, durante il tragitto, lo aveva catechizzato sulla storia dell'abbazia di Valeggio, le cui pareti erano state affrescate proprio dalla dolce mano di Andrea Solari nei primi anni del Cinquecento oltre che da quella altrettanto attenta di Giulio Romano.
"Ne sei sicura? La r non si vede affatto. Non pu essere Salimbeni? O  troppo corto?"
"Potrebbe anche essere un diminutivo, un Salimbeni accorciato, ma il punto  un altro: nel 1499 Salimbeni non era ancora nato, o al massimo poteva avere un anno o due. Non abbiamo notizie precise sulla sua data di nascita, ma come ti ho gi detto ha operato come artista a partire dal 1520 ed era un allievo di Cesare da Sesto, che  nato nel 1477."
"Allora si tratta del Solari. Non sei stata proprio tu a spiegarmi che ha lavorato per i Gonzaga e che ha affrescato l'abbazia di questo convento? Tutto torna, hai ragione."
"Alla buon'ora", tagli corto Rebecca. "Usciamo di qui?"
Tornarono nel chiostro e Rebecca ne approfitt per accendersi una sigaretta. Aspir avide boccate consumandola rapidamente.
"Ti va di andare in chiesa a vedere gli affreschi?", propose il cronista.
Il giro nell'abbazia dur una ventina di minuti, durante i quali visionarono diverse opere. L'Ultima Cena era collocata in una nicchia. A un occhio profano come quello del cronista sembrava una fotocopia quasi perfetta di quella del Cenacolo di Santa Maria delle Grazie.
Stava per farlo notare all'amica quando colse la sua espressione tesa, come se la visione di quell'opera le provocasse un fastidio interiore. Decise di non dire nulla.
Riemersero poco dopo. Erano le 14 appena scoccate.
"Fame?", domand Federico.
"No, per niente."
"Io invece s", sospir deluso.
"Perch non chiedi ai monaci di darti qualcosa? In fin dei conti almeno un tozzo di pane a un povero pellegrino affamato non dovrebbero negarlo, no?", ironizz, con tono caustico.
"Quasi quasi..."
"Dai, vattene a mangiare."
"E tu?"
"Finisco la sigaretta e rientro in biblioteca, cos continuo a spulciare tra i tomi. Anche se temo che la nostra ricerca sia completa. Eravamo venuti qui per Solari e abbiamo trovato la conferma del fatto che  stato qui quasi trent'anni prima di eseguire gli affreschi del 1525. E per di pi con Leonardo... comunque, perch non tenti di parlare con uno dei monaci? Forse in qualche modo la presenza di una donna li imbarazza. Magari tra voi maschietti..."
"Mah, intanto vediamo se riesco a rimediare qualche cosa da mettere sotto i denti; per quanto riguarda le informazioni non sono cos ottimista."
Si separarono.
La ragazza rientr in biblioteca dove, con ritrovata e inattesa energia, riprese la sua ricerca, sempre sotto l'occhio attento di padre Alberto.
Il refettorio era vuoto, i religiosi avevano gi pranzato da pi di due ore e i tavoli in legno, di forma rettangolare, erano stati tutti ripuliti. Federico prov allora a dirigersi verso le cucine. Un frate pi giovane degli altri, intorno alla quarantina, lo incroci in corridoio. Sfoggiando un sorriso incoraggiante Federico lo abbord.
"Suppongo di essermi smarrito, padre."
"Dove era diretto?"
"Verso le cucine. Mi chiedevo se avevate qualcosa di commestibile da darmi."
"Mi segua."
Attraversarono un altro corridoio e raggiunsero le cucine. Su un grande tavolo in formica erano accatastate verdure, soprattutto legumi, e alcune ceste.
" per la zuppa che i nostri fratelli addetti alla cucina ci prepareranno per stasera", osserv il frate, prima di presentarsi. "Sono padre Massimo."
"Piacere, Federico Malerba."
"Lei  un giornalista..."
"Vedo che la mia fama mi precede."
"La vanit  un peccato", lo rimbrott, sorridendo, il religioso.
"Faccio ammenda. Per la verit al momento mi interessa pi la mia fame che la mia fama", prov a rimediare il cronista, con un maldestro gioco di parole.
Padre Massimo present l'ospite ai due monaci addetti alla cucina. Erano impegnati a lavare alcuni grossi tegami. Malerba not dei pomodori in un cesto e delle forme di pane appoggiate su un ripiano.
"Se mi offrite un pezzo di pane e un pomodoro io sono a posto."
Sorpresi dall'intraprendenza del reporter, i due religiosi annuirono con espressione bonaria. Uno dei due appoggi un piatto, recuper due spesse fette di pane e quattro pomodori, quindi allung un coltello al giornalista, che intu il messaggio. Arrangiati da solo.
Senza perdersi d'animo Federico affett i pomodori in piccoli pezzi, li distribu equamente sulle due fette di pane, quindi prese del sale e dell'olio e cond. Divor le due bruschette con rapidit famelica.
I religiosi, anche loro abbastanza giovani, commentarono con espressione ilare l'appetito dell'ospite. Involontariamente era riuscito a creare un clima di cordialit. Comprese che i monaci, costretti dal loro voto alla reclusione, seppur non rigidissima, sarebbero stati contenti di scambiare qualche parola con un laico.
Part con un pretesto, l'elogio della qualit dei pomodori e delle verdure che vedeva disseminate sul tavolo, per avviare la conversazione. Scopr con una certa sorpresa che i due monaci addetti alla cucina, padre Filippo e padre Giuliano, erano entrambi del milanese, rispettivamente di Magenta e di Melegnano, ed erano quasi suoi coetanei. Sotto il saio pesante e dietro quelle barbe ispide si celavano due uomini come lui, con la stessa voglia di ridere e di rapportarsi con i propri simili.
La chiacchierata prosegu per quasi mezz'ora, spaziando dal calcio al traffico milanese, fino a quando volutamente Federico sterz sull'argomento che pi gli stava a cuore, il professor Adorni.
Spieg le ragioni della sua visita e della presenza di Rebecca, del suo comprensibile desiderio di portare a compimento la pi importante ricerca condotta dal defunto genitore, per dare lustro alla sua memoria e un senso a una vita dedicata allo studio e all'arte.
Le parole gli sgorgarono dal cuore, sincere, penetranti, come uno zampillo di acqua sorgiva che scaturisce da una crepa aperta nella roccia. Riusc a intenerire i due religiosi e padre Giuliano, il pi gioviale dei due, non riusc a trattenersi.
"Ricordo bene l'ultima volta in cui il professor Adorni  stato nostro ospite..."
Rebecca dovette arrendersi. Aveva gli occhi stanchi e stava perdendo lucidit. Il codice miniato era un enigma.
"Ce ne andiamo?"
"OK,  inutile restare qui."
Salutarono padre Alberto, che si mostr quasi sollevato nel congedarli.
Passarono in foresteria a ritirare le borse e il giornalista deposit una banconota da venti euro nella cassetta delle offerte, come ringraziamento per l'ospitalit ricevuta. Evitarono di salutare il priore e raggiunsero l'uscita.
"Facciamo un giro a Valeggio? Deve essere un borgo molto carino", sugger il reporter. Intuiva lo stato d'animo di Rebecca: delusione, scoramento, rabbia. Il suo volto era un libro aperto.
"Abbiamo fatto un buco nell'acqua", si sfog.
"Non la vedrei cos nera."
"E perch?"
"Intanto abbiamo la conferma che dal monastero  passato Leonardo, addirittura in compagnia di Solari. Quindi la pista che stava seguendo tuo padre era quella giusta."
"Peccato che non possa pi dirci dove lo stava portando, questa pista", bofonchi lei, sconsolata.
"Lui no, purtroppo. Per, mai dire mai..."
Avevano imboccato la strada provinciale, Valeggio era a meno di tre chilometri.
"Hai scoperto qualcosa?"
Malerba sorrise sornione.
"E dai, non tenermi sulle spine. Allora?"
"I due monaci addetti alla cucina mi hanno confidato che un paio di mesi fa tuo padre era stato loro ospite..."
"Questo lo sapevamo gi, altrimenti non saremmo venuti fin qui."
"Fammi finire.  stato loro ospite e non da solo. E del resto gli scontrini dei ristoranti ce lo avevano gi anticipato: era stato qui con un'altra persona."
Continuava a guardare la strada, seguendo le indicazioni per raggiungere il centro storico del rinomato borgo fluviale.
"Ti hanno detto chi era questo misterioso accompagnatore?", domand Rebecca impaziente.
"Le generalit no, perch non avendo pernottato non li avevano registrati. Anche se ricordavano benissimo che si trattava di un giovane sui trent'anni, elegante, educato, taciturno. Ti dice nulla?"
"No, non mi dice nulla, come potrebbe?"
Era decisamente di cattivo umore.
"Non potrebbe trattarsi di un collaboratore di tuo padre, di un assistente per esempio?"
"No, Mio padre aveva solo due assistenti di cattedra: una ragazza della mia et e un'altra donna, sulla quarantina. Vicolo cieco", rispose sicura.
"Va beh, allora potrebbe essere uno studioso, un esperto di arte."
"Cos giovane? Impossibile."
"Uhm, hai ragione. Senti, facciamo cos: andiamo a mangiare qualcosa nel ristorante dove era stato tuo padre, quello dello scontrino. Magari il proprietario o i camerieri si ricordano qualcosa. Che dici?"
"Non ho tutta questa fame. Meglio se rientriamo a Milano."
"Beh, ho fame io. E una piccola pausa ce la meritiamo", ribatt il giornalista, intenzionato a non rimettersi subito in viaggio.
Lasciarono la macchina in un'area di sosta a pagamento e prima di inoltrarsi tra i vicoli del borgo storico si fermarono al punto informativo turistico per reperire una piantina. Sul retro era stata stampata una storia del comune contenente tutte le informazioni storiche e artistiche che possono risultare utili a un turista.
Fecero una lunga passeggiata, salendo prima al castello scaligero, la maestosa fortificazione eretta nel XI secolo, rasa al suolo da un violento terremoto dopo pochi anni e poi ricostruita nei secoli successivi. Quindi scesero fino al ponte visconteo, la superba diga difensiva costruita nel 1393 per volere di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, allo scopo di garantire l'impenetrabilit dei confini orientali del ducato meneghino.
Alla fine del XIV secolo le due grandi fortificazioni erano poi state unite in un'unica struttura difensiva, il Serraglio, attraverso un raccordo murario che si estendeva per alcuni chilometri nel territorio della pianura veronese.
Si confusero tra i tanti turisti, tedeschi in prevalenza, che gironzolavano tra le mura ancora cos solide e imponenti.
Soltanto verso le 17 andarono in cerca dell'osteria dove il professor Adorni aveva cenato due mesi prima. Si trattava della classica enoteca di provincia: pareti in mattoni spessi ricoperte da scaffali di legno colmi di bottiglie, alcune grandi botti, tavoli di legno pesante e pavimento in porfido. All'ingresso un bancone di mogano delimitava la zona caff.
Il gestore venne loro incontro con aria cortese.
"Buonasera, se siete qui per cenare  ancora presto."
"Veramente volevamo solo fare merenda. Magari con una fetta di torta", disse con aria dolce Rebecca, tornata improvvisamente di buon umore.
"Accomodatevi, arrivo subito."
Qualche istante dopo il proprietario, un omone con ventre prominente, barba rossiccia e guance rubizze, un Obelix invecchiato, senza il cane Idefix e senza treccine, prese a snocciolare tutte le specialit della casa.
"Torta alle uova, torta con la crema e i pinoli, torta al cioccolato, torta di mele, crostata di prugne, sbrisolona..."
"Per me una torta con la crema e i pinoli e un caff d'orzo", cinguett Rebecca, interrompendolo con garbo.
"Io invece prendo una torta di mele e una tazza grande di caff al ginseng", puntualizz Malerba, notando immediatamente la sorpresa del titolare.
"No, mi spiace, non abbiamo il ginseng qui."
"Ah, allora un caff d'orzo anche per me."
Consumarono i dolci e le bevande fumanti in pochi minuti. Poi Rebecca armeggi con il blackberry, pesc l'unica foto che aveva con suo padre, quindi si rec al bancone e mostr l'immagine al ristoratore. Questi illumin il suo faccione da luna piena.
"Perbacco,  il professore milanese, quello esperto di quadri."
"Mio padre."
"Me lo saluti, spero venga presto a trovarmi", comment l'uomo.
Rebecca esit un istante, poi spieg.
"Obelix" trasal, sul suo viso si dipinse una maschera di mortificazione.
"Oh Dio, mi spiace, non sapevo... non volevo... mi scusi."
"Non fa nulla, non si preoccupi, non poteva saperlo", lo giustific la ragazza.
"Povero professore, come mi dispiace. Le faccio le mie sentite condoglianze."
"La ringrazio. Avrei una domanda da rivolgerle. Per me  importante."
"Prego, se posso..."
Tir fuori dalla borsa lo scontrino che tante volte aveva analizzato negli ultimi giorni. Due coperti completi.
Il titolare dell'osteria osserv con aria seria la ricevuta fiscale.
"S, credo di ricordarmi. Una serata fredda, c'era la nebbia. Avevo pochi clienti. Suo padre e il suo allievo sono rimasti a lungo qui, dopo aver cenato. Avevano preso la sbrisolona e gli avevo servito un passito eccezionale per addolcirla, ma suo padre che era astemio lo aveva rifiutato. E anche il ragazzo aveva declinato."
"Come ha detto? Allievo? Ne  sicuro?", domand Rebecca stupita.
"Sicuro no... per era un ragazzo giovane e suo padre nel corso della cena gli spiegava di quadri, di pittori... non  che origliassi, per sa come vanno le cose, passando vicino ai tavoli si raccoglie sempre qualche parola che stanno scambiando i clienti."
" in grado di descrivercelo?"
"No, non me lo ricordo, non ci ho fatto caso. Sicuramente era giovane, con la giacca. Un ragazzo a modo, distinto."
Malerba pag il conto e salut il ristoratore. Passeggiarono ancora per una mezz'oretta, poi si decisero a rientrare a Milano. Questa volta la delusione assal anche il giornalista.
"Quel ragazzo descritto dall'oste? Non ti dice proprio nulla?", tent Federico prima di accendere il motore.
"Ancora? No, te l'ho gi detto. Devo mettertelo per iscritto?", scatt lei.
"Scusami, non volevo essere insistente..."
"No - lo prese per un braccio, stringendolo forte - scusami tu. Sono stanca e delusa, ma sei l'ultimo con cui posso prendermela."
Gli diede un bacio sulla guancia. Pace fatta.
Federico mise in moto e si concentr sulla guida, anche se continuava a pensare a quanto aveva scoperto. Un ragazzo sulla trentina, educato, carino, con la giacca...
In Lombardia poteva trovarne centomila cos, in Italia anche un paio di milioni. Pi facile vincere al SuperEnalotto...
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13. Milano, luned 9 maggio 2011.
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L'attesa era stata interminabile. Per tutto il pomeriggio il vicequestore aggiunto Bruno Ardig aveva fatto la spola tra la macchinetta del caff e l'ufficio: aveva ingurgitato almeno cinque caff liofilizzati spremuti dal distributore automatico, accompagnati da una dozzina di sigarette.
Verso le 17 and alla toilette a lavarsi i denti, come era solito fare con una frequenza quasi maniacale, per cancellare i residui degli zuccheri e della nicotina dallo smalto dentale.
Era un dipendente cronico da caffeina e nicotina, eppure per un inspiegabile paradosso odiava avere i vestiti o l'alito impregnati di caff o tabacco: per questo divorava le bionde quasi sempre appoggiato ai davanzali delle finestre, spalancate anche d'inverno, e si lavava e rilavava i denti in continuazione.
Terminate le abluzioni si rec nell'ufficio degli ispettori. Farris e Pinton lo stavano gi attendendo, anche loro impazienti. Uscirono dal commissariato, presero una delle Alfa 159 di servizio e raggiunsero la Questura, incamminandosi a piedi verso via dei Chiostri.
Questa volta ad accoglierli all'entrata della Facolt Teologica dell'Italia Settentrionale venne un giovane religioso.
Non si present neppure, limitandosi a un laconico: "Seguitemi, padre Feodar vi attende nel suo studio".
Percorsero gli austeri corridoi dove erano transitati al mattino. Dalle finestre, nonostante le tende spesse, filtrava una luce ancora intensa: le giornate, con l'ora legale, si stavano allungando.
Raggiunto l'ingresso dell'ufficio del teologo ungherese il giovane accompagnatore si ecliss silenziosamente, dopo aver bussato con garbo alla porta e averla socchiusa delicatamente.
I tre poliziotti entrarono cautamente, quasi non volessero disturbare lo studioso, chino su alcune carte.
Rispetto a qualche ora prima la scrivania presentava un disordine impressionante: libri aperti appoggiati alla rinfusa, appunti disseminati, fogli stampati dal computer, persino un voluminoso vocabolario di latino a sormontare una pila di fascicoli.
Vedendoli il docente si sfil gli occhiali con un gesto lento. Il colorito terreo tradiva una palese stanchezza.
"Va tutto bene, padre Feodar?", chiese Ardig.
" stato un lungo pomeriggio. Lungo e faticoso. Una ricerca complessa comporta, inevitabilmente, un ingente dispendio di energie, fisiche e mentali."
"Speriamo ne sia valsa la pena", gioc di rimbalzo il commissario.
"Dipende."
Enigmatico. Indecifrabile. Lo avrebbe mandato al diavolo...
"Lei, commissario, da quel che ho potuto verificare, ha gi avuto a che fare direttamente con indagini che hanno lambito i settori pi oscuri della nostra vita e della nostra societ."
Ancora una volta quella posta dal religioso non era una domanda.
"Come lei sapr - sottoline con voce pacata - sono stato il titolare, meno di due anni fa, dell'indagine sui delitti attribuiti alla setta satanica denominata Angeli di Lucifero. Confido non ci sia un'attinenza con quella triste vicenda."
Il teologo si vers un bicchiere d'acqua.
"Non tema, se la mia ipotesi  corretta questa volta non dovr confrontarsi con l'oscuro campo degli adoratori del Maligno. Tutt'altro."
"Meglio cos", sbuff sollevato il capo della Omicidi.
"Non si rallegri. Non cos in fretta", lo gel il religioso scoccandogli un'occhiata che lo trapass da parte a parte.
"Padre, per cortesia, non ci tenga sulle spine e ci metta al corrente di ci che ha scoperto", lo esort il responsabile della Omicidi.
" soltanto un sospetto", precis Shekfer.
"Benissimo, lo esponga. Spetter poi a noi inquirenti eseguire tutte le verifiche per convalidare o meno la sua ipotesi", lo rassicur il poliziotto.
"Vi chiedo allora di prestare la massima attenzione a quanto vi spiegher."
Ardig, Farris e Pinton lo fissavano come i parenti di un malato in attesa del responso del chirurgo appena uscito dalla sala operatoria.
"Avete mai sentito parlare dell'Antigua Tau?"
I tre scossero la testa all'unisono. Soltanto il commissario intervenne: " una setta?".
"Non proprio. Setta non  il termine giusto. In questo caso utilizzerei altre definizioni: confraternita, ordine, societ segreta. Le sette sono cellule chiuse, sigillate, con un capo carismatico, un maestro, il sector, che detiene un fortissimo potere di influenza, quasi di coercizione, sugli adepti, i quali sono legati tra loro da un vincolo granitico. Le confraternite e gli ordini invece si differenziano notevolmente, trattandosi di gruppi pi estesi e ramificati, dove addirittura in frequenti casi i membri non si conoscono e magari non si conosceranno mai."
"Quello che accade nelle logge massoniche", osserv Pinton.
"Il principio  lo stesso. Ci si riunisce per perseguire uno scopo comune, per condividere una fede, per tramandare una tradizione o per proteggere un luogo, un segreto, un'idea, che rappresenta il foedus, il patto alla base di tutte queste realt. Il legame, chiaramente, si rinsalda per via della clandestinit. La storia in questo senso ci offre un'infinit di esempi. La massoneria rappresenta probabilmente quello pi illustre, anche per l'efficienza organizzativa e il potere raggiunto dalle varie logge."
"E questa Antigua Tau... sotto quale tipologia andrebbe inserita?", domand impaziente Ardig.
" una domanda difficile. Nomi e sigle cambiano in continuazione, insieme ai rituali e alle divise. E la storia, o meglio la cronaca, con il passare dei secoli finisce per mescolarsi alla leggenda. Ed  arduo capire dove termina una e dove inizia l'altra."
Sospir, quindi si sfil gli occhiali e li appoggi sul tavolo.
"L'Antigua Tau  semplicemente la croce arcaica di cui vi ho raccontato questa mattina. Tuttavia alcuni testi la menzionano come simbolo di una misteriosa confraternita segreta, portatrice di una fede pagana, primordiale rispetto al Cristianesimo, da cui in seguito sarebbe, per, stata contaminata.  un culto che mescola rituali e nozioni risalenti ai movimenti spirituali egiziani che si rifacevano al dio Thot, oltre a quanto trasmesso dalla cultura cananea e da quella giudaica, attraverso i profeti dell'Antico Testamento."
"E in Europa come ci sarebbe arrivata?", lo interrog Ardig.
"Dopo un percorso lungo e tortuoso. Intorno alla met del I secolo numerosi gruppi di sacerdoti con i loro adepti, per scampare alle persecuzioni dei soldati romani, fuggirono da Gerusalemme e da Alessandria, approdando sulle coste meridionali francesi e arrampicandosi poi sulle alture dei Pirenei."
"Per quale ragione questi gruppi fuggiti da un posto caldo come il Medio Oriente scelsero una zona fredda e impervia come i Pirenei?", chiese Farris.
"Ci sono ragioni spirituali e altre pi materiali. Le prime discendono dalla convinzione che le montagne, per la loro altitudine, avvicinino al cielo e quindi al divino. Le seconde potrete facilmente desumerle: da sempre chi ha necessit di nascondersi, dai banditi ai ribelli fino ai guerriglieri, sceglie di rifugiarsi nelle aree boschive e montane, proprio per l'asperit dei luoghi.  chiaro che le legioni romane non si sarebbero inerpicate sui Pirenei per catturare un manipolo di pochi uomini."
"Che in questo modo proliferarono", ipotizz il commissario.
"Proprio cos. Nei secoli successivi molti altri fuggitivi trovarono riparo nell'area pirenaica, tra l'Occitania e la Linguadoca, e sul versante iberico, tra l'Aragona e la Castiglia. Del resto il nome Antigua Tau richiama lo spagnolo. In quella terra fredda e aspra si radunarono coloro che aspiravano a fondare una citt sacra, una nuova Gerusalemme, lontana dal potere dei romani.  da quell'area che nei secoli a seguire partirono eserciti o idee che Roma, prima la Roma dei Cesari e poi quella dei Papi, cerc sempre di soffocare nel sangue."
"Per esempio?"
"Per esempio i visigoti, la trib teutonica che umili l'Impero romano arrivando a compiere lo storico saccheggio della citt di Roma. Si narra che proprio in Occitania i visigoti portarono una parte del bottino trafugato nell'Urbe, forse anche parte del tesoro del Tempio di Gerusalemme, razziato dalle legioni romane nei secoli precedenti. Poi ci furono i catari, il movimento eretico che si diffuse intorno al XII secolo nella Francia meridionale e attecch nella Pianura Padana, un credo che voleva l'uomo libero dalla carne e dai beni materiali, inclusi i lussi della Chiesa. I catari predicavano un ideale di uomo ascetico, come quello indicato proprio da Sant'Antonio."
"Nel Codice da Vinci - lo interruppe Farris - Dan Brown racconta che proprio sui Pirenei approdarono la Maddalena e i suoi seguaci portando con loro il famoso Santo Graal, ovvero la discendenza divina, oltre ad alcune reliquie."
"Anche in questo caso - conferm il teologo - si tratta di una ricostruzione che trova un lontano fondamento nelle leggende che circondano questo lembo di terra a ridosso delle montagne."
Ardig lo interruppe: "Mi perdoni, ancora non mi  chiaro chi fossero gli uomini dell'Antigua Tau. Pu essere pi chiaro?".
"Inizialmente erano i seguaci dei Sacerdoti di Enoch-Zadok, i sacerdoti del Tempio di Salomone che, fuggendo con i loro discepoli da Gerusalemme, misero in salvo la tradizione esoterica segreta, gnostica e iniziatica della dottrina giudaica."
Gerusalemme, riflett Ardig, un nome che tornava nuovamente, poche ore dopo aver scoperto che Radice effettuava bonifici bancari all'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Un'altra coincidenza dopo il Vangelo di San Giovanni...
"Pertanto non si trattava di cristiani", puntualizz Farris.
"No. Del resto anche i pagani erano perseguitati, per una ragione elementare. La fede  un collante per i popoli, una motivazione a non abbassare la testa, un conforto. E i romani avevano la necessit di soggiogare le popolazioni dominate, soprattutto quelle della Giudea, pi inclini alla ribellione e meno disponibili a farsi sottomettere, soffocando sia il credo giudaico che quello emergente dei cristiani."
Il religioso colse la perplessit dipinta sui volti dei poliziotti e scosse la testa. Si avvicin dunque alla tastiera, digit alcune parole e clicc sulla funzione di stampa. Qualche istante dopo distribuiva ai tre le pagine stampate.
" la storia del Tempio di Gerusalemme. Tutto parte da qui."
Il commissario e i due ispettori iniziarono a scorrere le righe, apprendendo che quel mastodontico luogo di preghiera, citato sia dall'Antico che dal Nuovo Testamento, era stato edificato da re Salomone secondo il volere di re David, il quale ne aveva avuto indicazione da Dio stesso. Stando al libro del Talmud il Tempio era stato eretto tra l'833 e l'826 a.C. ed era poi stato distrutto durante l'assedio a Gerusalemme, nel 586, dall'esercito del sovrano babilonese Nabucodonosor. Al ritorno dall'esilio babilonese, gli ebrei avevano ricostruito il Tempio tra il 536 e il 515, successivamente erano stati Giuda Maccabeo, intorno al 164, e il re Erode, nel 19, a restaurarlo e ampliarlo: i lavori si erano trascinati per decenni ma furono vanificati totalmente perch nel 70 d.C. l'imperatore romano Tito lo fece distruggere, lasciando in piedi soltanto il Muro Occidentale, oggi conosciuto come Muro del Pianto, meta dei pellegrini provenienti da ogni angolo del pianeta.
Quello era un luogo sacro per le tre religioni monoteiste, non soltanto per l'ebraismo: nella spianata adiacente, dove sorgeva il Tempio, i cristiani, in ricordo della visita di Ges, avevano fatto erigere la chiesa di Santa Maria Nuova. Quando Gerusalemme era caduta nelle mani dei musulmani, la chiesa era stata rasa al suolo e sulla spianata erano state edificate la Moschea al-Aqsa e la Cupola della Roccia, i due celebri luoghi sacri dell'Islam che dominano la cosiddetta Spianata delle Moschee.
Vedendo che i tre uomini avevano terminato la lettura, il teologo riprese: "Si trattava di un tempio monumentale, dove i sacerdoti della tradizione giudaica eseguivano i loro sacrifici. Crollato il Tempio la religione ebraica abbandon un'attivit connotata dai riti sacrificali per adottare un culto basato sullo studio e sull'osservanza delle sacre scritture, del Tanakh o della Torah, ovvero dell'Antico Testamento".
"Pertanto - domand Ardig - i sacerdoti del Tempio di Salomone si trasferirono in Occitania per perpetuare l'osservanza dell'antico culto giudaico di... come ha detto che si chiamava?".
"Enoch-Zadok - rispose padre Shekfer - Enoch era un personaggio biblico, che troviamo sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento: il primogenito di Caino, un discendente di Adamo, che venne rapito da Dio e portato nei cieli. In ebraico il suo nome significa sacrificio. Zadok invece era il primo sacerdote del Tempio di Salomone, nominato direttamente da Davide. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme il giudaismo enochiano, fondato sull'antico culto sacrificale, venne quasi del tutto distrutto, nascosto, occultato, perch gli ebrei adottarono il giudaismo rabbinico, incentrato sullo studio delle scritture, che si rifaceva a Mos. Fu allora che nacque l'Antigua Tau, sotto le cui insegne i sacerdoti di Enoch-Zadok e i loro adepti, rifugiatisi in Europa, proseguirono i loro riti sacrificali e le loro attivit di culto per secoli. Sempre nella clandestinit, accrescendo il proprio potere col passare dei secoli. C' chi dice che a guidare l'ordine dei Templari fossero proprio i discendenti dei sacerdoti di Enoch-Zadok."
"Inizio a capire. Qualche secolo dopo - lo stuzzic il commissario - coloro che avevano ereditato il patrimonio religioso e dogmatico dell'Antigua Tau cominciarono a venire in contatto con i cristiani, come gli antoniani, e con i primi movimenti eretici, come per l'appunto i catari, permeandosi delle loro culture e tradizioni."
Padre Feodar annu e prosegu il ragionamento: "Gli stessi catari in un certo senso furono un'emanazione dell'Antigua Tau. E comunque da questo scambio di dottrine e di riti, da questa contaminazione, nacquero per l'appunto delle societ segrete, delle confraternite, degli ordini diversi e lontani tra loro, come i Templari. O come l'Ordine del Fuoco Sacro, una derivazione ben pi radicale dell'insegnamento degli antoniani, per via della contaminazione con l'esperienza eretica dei catari. Gli adepti dell'Ordine del Fuoco Sacro, della cui presenza abbiamo notizia intorno al XVI secolo, predicavano un credo estremo, in cui l'uomo  totalmente padrone di se stesso, infallibile, incorruttibile, ascetico, immune alle tentazioni terrene, come la carne e i beni materiali. Un essere umano vicinissimo a Dio proprio per via di questa sua presunta perfezione, per questa capacit di rifiutare il demonio. In pratica l'uomo perfetto che Dio avrebbe voluto creare, ovvero Adamo".
"Dio per ha creato anche Eva. E la vita terrena  sempre stata disseminata di tentazioni", osserv caustico Ardig.
"E infatti l'uomo perfetto era una delle tante utopie eretiche di cui  disseminata la nostra storia. Tuttavia l'Ordine del Fuoco Sacro ne aveva fatto un principio indissolubile. I suoi adepti venivano marchiati con il fuoco: una Tau era impressa sulla carne, generalmente sul dorso di una mano. Vivevano isolati in piccole comunit chiuse, quasi sempre monasteri arrampicati su alture impervie, dove si dividevano tra la preghiera e il lavoro manuale. Vestivano con un tradizionale saio nero, tipico abito degli antoniani, solo che al posto della Tau azzurre di questi ultimi avevano cucite sul petto delle Tau blu, come quelle che mi avete mostrato."
"Tutto chiaro, tranne un'ultima cosa", precis Ardig.
"E quale sarebbe?"
"Perch si chiamavano Ordine del Fuoco Sacro? E perch si facevano imprimere con un ferro rovente il marchio della Tau sulla carne?"
"Commissario, non sia ingenuo... l'ha appena detto anche lei. La vita terrena era disseminata di tentazioni, anche nei secoli scorsi. E chi veniva meno al foedus, al giuramento prestato all'Ordine, doveva essere purificato dal Demonio."
"Con il fuoco. Ma certo. Lo stesso strumento di tortura che la Chiesa e l'Inquisizione utilizzavano per gli eretici", lo anticip il capo della Omicidi.
"No, dottore. Non come strumento di tortura - lo corresse il teologo - ma come strumento di punizione, di espiazione e di purificazione. Del resto gli eretici, al pari delle streghe o degli adoratori del Maligno, venivano costretti ad ammettere le loro colpe con ferri e pinze, per era con il fuoco che venivano puniti, perch il fuoco serviva proprio per purificarli, per liberare la loro anima da un corpo corrotto e la loro comunit dal peccato, pulendolo, anzi cancellandolo, con lo strumento pi efficace: il fuoco."
Un corpo corrotto, un corpo di un uomo colpevole. Chi aveva ceduto tradendo il foedus che lo legava ad altri uomini... veniva purificato con il fuoco. Ecco dove voleva condurli il lunghissimo ragionamento di padre Shekfer il quale, evidentemente, sapeva che anche De Rosa era stato arso, particolare mai divulgato fino a quel momento dagli inquirenti, diversamente dal carbonizzato di Cascina Monlu, sulla cui tragica fine non avevano potuto omettere alcun particolare. Chiss quale vocina aveva spifferato all'orecchio del teologo che anche il gallerista era stato arso post mortem...
Ma non era questa la priorit del commissario, al momento.
Torn a quei due corpi divorati dalle fiamme sprigionate dal cherosene con miscelazione JA-1. De Rosa e lo sconosciuto di Cascina Monlu potevano essere stati puniti e purificati... Possibile, certo, anche suggestivo. Ma da chi?
Non certo da due larve umane come Adorni e Radice, che non si reggevano nemmeno in piedi dopo i prolungati digiuni.
Gli torn in mente un dettaglio, quei filamenti di pelle nera rinvenuti sui cadaveri dei due anziani suicidi. Quei guanti neri avrebbero potuto maneggiare un estintore nel seminterrato di De Rosa senza lasciare impronte...
Intento a rincorrere i suoi ragionamenti, Ardig aveva lasciato campo libero alla foga esplicativa di padre Shekfer, che ne approfitt: "Il fuoco  al centro di tutti gli studi di filosofia e scienza dei secoli scorsi. Il Sigillo di Salomone era identificato proprio da un esagramma, una stella a sei punte che rappresentava l'incastro dei due elementi per eccellenza contrapposti: fuoco e acqua, maschio e femmina. La dualit - esponeva con trasporto il teologo ungherese - che in molti vedono alla base dell'intero Creato. Da un parte c' il fuoco, l'elemento attivo, rappresentato dalla figura geometrica di un triangolo con il vertice rivolto verso l'alto, un'allusione esplicita a un moto ascendente, di crescita o dilatazione, il fuoco che impersona il maschio, il fuoco che condurrebbe a un'azione distruttrice se non venisse temperato dall'acqua. Ovvero l'elemento femminile e passivo, rappresentato con un triangolo con la punta rivolta in gi, perch scorrendo verso il basso va a colmare ogni spazio vuoto e cavo. L'acqua, che rinsalda tutto quello che il fuoco invece dilata, l'acqua con la sua azione centripeta, difensiva che arresta l'azione centrifuga, offensiva e conquistatrice del fuoco".
Tracci due triangoli equilateri, il primo con la punta rivolta verso l'alto, il secondo, sovrapposto al primo, con la punta rivolta verso il basso.
"Ecco, vedete, dall'unione dei simboli del fuoco e dell'acqua otteniamo una stella con sei raggi, un esagramma, ovvero la raffigurazione grafica del Sigillo di Salomone. E infatti la stella a sei punte rappresenta il simbolo dell'evoluzione e dell'involuzione. Il fuoco che ascende verso il cielo, l'acqua che discende nella terra. Il cielo, l'aria, e la terra, l'altra grande dualit del nostro Creato."
Per qualche minuto padre Shekfer divag ricordando come il fuoco venisse identificato nel principio stesso della vita, la fiamma vitale, venerata nei culti e nei riti pagani, come per esempio dai romani, con il culto del Tempio di Vesta: le sacerdotesse, le vestali, vergini e pertanto immuni dal peccato terreno, dovevano vegliare incessantemente sul sacro fuoco in modo che non si spegnesse mai. E come la venerazione del fuoco fosse al centro anche dei culti pi antichi, da quelli dell'antico Egitto, che lo identificavano nel Dio del Sole, Ra o Horus, fino a quelli delle civilt precolombiane degli aztechi e dei maya.
Ne sapevano abbastanza, valut Ardig. Era giunto il momento di mettere una diga al torrente di spiegazioni. Sollev una mano per interrompere padre Feodar.
"Padre, non sa quanto apprezziamo questa sua puntigliosa spiegazione.  riuscito a illustrarci con una sintesi e una chiarezza invidiabili un pezzo di storia che tutti noi, onestamente, ignoravamo." Se lo ingraziava, prima di arrivare al punto.
"Dobbiamo dare una risposta a morti inspiegabili e in apparenza senza collegamento tra loro. Francamente dubito che l'Ordine del Fuoco Sacro, con il suo mito dell'uomo perfetto e incorruttibile, possa ancora trovare adepti ai giorni nostri."
"Ne  davvero sicuro, dottor Ardig?"
Il religioso insinu un gelido dubbio.
"Il patrimonio di conoscenze, idee, riti e tradizioni dell'Antigua Tau non si  dissolto.  stato occultato, nascosto, sottratto allo sguardo dell'Inquisizione. Nel corso dei secoli - sottoline il teologo - qualcuno, in gran segreto, ha trasferito da una generazione all'altra questo patrimonio. L'Ordine del Fuoco Sacro si  estinto, anche a causa delle persecuzioni degli inquisitori, cos come sono stati debellati i catari. Eppure qualcuno ha raccolto la loro fiamma e l'ha tramandata, secolo dopo secolo.  rimasta accesa, quella fiamma, accesa e segreta."
Ardig scrut il religioso con aria grave, infilandosi una mano in mezzo ai capelli corti.
"La vedo preoccupato", asser Shekfer.
Il commissario decise di renderlo parte dei suoi pensieri. "Come lei stesso ricorda, padre, due anni fa abbiamo indagato su una setta di satanisti. E in questo caso avevamo alcuni punti di riferimento, anche banali se vuole: chiese sconsacrate, cimiteri violati, sacrifici di animali, messe nere. Erano tracce visibili, anche per l'occhio attento della nostra unit scientifica."
"In questo caso dovrete cercare sottotraccia. Chi ancora si ostina a tenere vivi questi culti - rilev padre Feodar - pu essere chiunque: un letterato, un militare, un imprenditore, un semplice contadino o operaio."
Come cercare un ago in un pagliaio.
"Non pu indicarci una via pi concreta da seguire?", domand Ardig.
"Dipende: ho l'impressione che non mi abbiate rivelato tutto quanto mi occorrerebbe per avere un quadro pi completo del contesto in cui sono maturate queste misteriose morti", li rimprover il teologo ungherese. Quella era una stoccata rivolta al commissario, spettava ad Ardig decidere se sbilanciarsi o meno.
Quei bonifici di Radice all'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme erano pi di un tarlo: scavavano come una trivella, rischiando di trasformare il suo cervello in un colabrodo.
Quanto poteva esporsi con un rappresentante ufficiale della Chiesa?
Eppure sentiva di non avere alternative. Si decise.
"Padre, i corpi di Adorni e Radice erano distesi sul letto, con le mani giunte e il Vangelo di San Giovanni appoggiato aperto sul viso..."
Il teologo sbianc nuovamente, tamburellando con le dita della mano destra.
"...E c' dell'altro: entrambi, prima di suicidarsi con un veleno, si erano sottoposti a un lungo digiuno."
Questa volta Shekfer si accasci sullo schienale della poltrona.
"Mio Dio... erano dei Perfetti e li hanno consolati..."
I tre poliziotti lo fissarono esterrefatti, come se stesse vaneggiando.
Il religioso si alz, apr la finestra e inal avidamente boccate d'aria fresca. Dopo qualche secondo parve rianimato. Ardig attese che si sedesse di nuovo prima di incalzarlo.
"Cortesemente, pu spiegarci cosa..."
"Adorni e Radice erano dei Perfetti."
"E cosa sarebbero?"
"La massima condizione terrena cui pu aspirare un cataro. L'uomo che ha saputo rinunciare ai beni terreni, alle tentazioni materiali, alla carne. Mi era giunta voce che questi uomini conducessero un'esistenza parca, all'insegna dell'astinenza. Non potevo immaginare che arrivassero a questo."
"Padre, un momento. Ha parlato di catari?"
"Proprio cos. Catari. E come catari si sono congedati da questo mondo, ricevendo il loro unico sacramento: il Consolamentum."
"L'equivalente della nostra Estrema Unzione?"
"Non proprio. L'equivalente del nostro Battesimo. Il sacramento con cui i catari consacravano la separazione dell'anima, pura, dal corpo impuro, seppur purificato dopo un lungo digiuno. Il momento in cui diventavano Perfetti, immuni da ogni possibile corruzione o peccato carnale, in quanto nell'imminenza del congedo dalla loro esistenza terrena."
"Per sia Adorni che Radice non sono morti per il digiuno o per cause naturali. Hanno ingerito un veleno, ragionevolmente in forma volontaria, pertanto erano suicidi. Questo dovrebbe ostare..."
"Non dovete ragionare da cattolici, ma da catari. Porre fine alla propria esistenza terrena con una scelta autonoma era considerato lecito, nella dottrina catara. E il veleno, non dimenticatelo,  una sostanza che purifica."
"Come il fuoco", puntualizz Ardig.
"In modo diverso. Il veleno  pi sottile, pi chirurgico. Il fuoco travolge tutto. Potremmo dire che il veleno cancella i peccati pi piccoli, quelli pi difficili da snidare. Il fuoco invece si porta via tutto."
Seguendo questa logica De Rosa e il malcapitato di Cascina Monlu dovevano essersi macchiati di un peccato enorme. E in effetti di peccati terreni almeno il gallerista-gigol doveva averne accumulati un bel po'...
"In che direzione ci consiglia di indagare? Che lei sappia ci sono comunit..."
Il teologo scosse la testa energicamente.
"Al momento non posso aiutarvi. Fatemi approfondire meglio. Non escludo che tra qualche giorno possa avere elementi ulteriori per indicarvi una strada da percorrere", concluse lo studioso ungherese, visibilmente provato.
Ardig decise di non insistere e si alz dalla sedia per stringergli la mano: "Non posso che ringraziarla per il suo aiuto, che ci  stato preziosissimo, e per il tempo sottratto ai suoi studi".
Il religioso si limit ad aggiungere: "Appena avr novit, vi contatter io. Non dubiti".
Con aria serena, ma stanca, li accompagn alla porta.
Uscirono in uno stato d'animo indefinibile: preoccupati per il quadro dipinto da padre Feodar e perplessi per la complessit dell'ipotesi investigativa che profilava, demoralizzati perch non avevano elementi concreti che la suffragassero.
Fu Farris a rompere il silenzio, mentre percorrevano via Solferino diretti verso la Questura.
"Ci mangiamo qualcosa insieme?"
"Volentieri. E tu, capo?", chiese Pinton, pi in confidenza con il superiore.
Ardig riflett per qualche secondo. Il frigo era vuoto, la testa troppo piena e caotica. Per riuscire a riordinarla ci volevano il silenzio e qualche sigaretta.
"Perch no? Porto anche Frog."
Tornarono in Questura a recuperare l'Alfa 159, quindi fecero tappa in commissariato per prelevare il bastardino.
Larini, Sanna e Scalise li stavano aspettando.
"Abbiamo sentito la signora delle pulizie..."
"Novit?"
"No, solita robetta."
"Parliamone domani. Vi va una bistecca?"
A cena con il commissario: non capitava da mesi, da quando erano andati in un ristorante pugliese dalle parti di piazzale Bacone, per festeggiare il trasferimento del "vecchio" ispettore Lino Velluti nella sua Brindisi. C'erano tutti quella sera: Ardig, come sempre di poche parole, Santoni, il vero mattatore della serata, Invernizzi, Pasini, gli agenti, oltre a De Piccoli e un paio dei suoi.
"Volentieri", rispose Larini, mentre Sanna e Scalise annuivano.
Inviarono un sms anche a Santoni.
"Ha gi mangiato. Dice che ci raggiunge lo stesso per bere qualcosa", li inform Sanna.
"Dove si va?", intervenne Farris, desideroso di iniziare a conoscere qualcosa della vita serale della sua nuova citt.
"Che ne dite - propose Ardig allacciando il guinzaglio al cane - della Braceria di via Pisacane? Quella davanti alla galleria d'arte di De Rosa?"
I sottoposti assunsero un'espressione perplessa. Cenare davanti al luogo dove si era svolto il delitto chiave dell'inchiesta... Altro che cena, era un surplus di indagini!
"Tranquilli, l'ho proposto soltanto perch la carne  ottima, il vino  super e i prezzi sono ragionevoli", li rassicur il capo.
Un coro di approvazione echeggi nell'ufficio.
Federico e Rebecca rientrarono da Valeggio di pessimo umore e in silenzio tombale. Restarono imbottigliati nel traffico dei pendolari che intasa ogni tardo pomeriggio la A4 in entrambi i sensi di marcia e arrivarono in via Meravigli soltanto alle 20.
"Torni al giornale?", indag Rebecca.
"Devo andare a riferire a Brigante", conferm svogliato Malerba.
"Ti accompagno, ho bisogno di fare due passi."
Si incamminarono verso piazza Cavour, diretti al Palazzo dell'Informazione, sede della redazione della "Voce Lombarda": venti minuti in totale silenzio. Giunti davanti all'ingresso il cronista la osserv preoccupato.
"Tutto bene?"
"Sono... mi sento come svuotata. Sono stanca, priva di energie. Con tutte le gomme a terra. Non ho pi mio padre, non capisco perch abbia scelto di andarsene cos, non trovo il testo del libro cui aveva dedicato una vita. Non riesco a darmi pace..."
Gli occhi luccicavano. Lacrime di rabbia e di frustrazione, pi che di dolore, sembravano sul punto di inondarle il viso.
"Sono una buona a nulla. Non ho capito che stava per lasciarsi andare, ero lontana. L'ho trascurato, l'ho abbandonato quando aveva bisogno di me. E adesso non riesco a fare nulla per rimediare..."
"Rebecca, calmati. Non serve a niente...", la tranquillizz il giornalista, stringendole le spalle da dietro con un gesto affettuoso.
All'abbraccio di Federico la ragazza parve rincuorarsi e un secondo dopo si gir, allungando il collo verso quello dell'accompagnatore.
Le sue labbra sfiorarono soltanto quelle del reporter, che per istinto si scost. Bruscamente, come se fosse stato baciato da un venusiano o da una creatura ripugnante.
"Vaffanculo. Chi ti credi di essere? Imbecille, presuntuoso", url Rebecca, spintonandolo rabbiosamente per cercare di allontanarlo dalla sua vista.
Malerba rimase pietrificato a guardarla mentre si allontanava verso i giardini di via Palestro. Per un istante fu tentato di rincorrerla per scusarsi. Aveva umiliato una donna che stava gi soffrendo per un grave lutto. Si sentiva un cretino. Un idiota. Uno stupido.
Eppure, mentre la sagoma di Rebecca veniva inghiottita dall'oscurit serale del giardino pubblico, sent di aver fatto la scelta giusta. Non poteva illuderla, e soprattutto non poteva ingannare Lucrezia.
Sal in redazione di pessimo umore.
Brigante lo fece attendere qualche minuto, poi lo accolse con il solito piglio inquisitore.
"Finalmente! Dimmi che hai qualcosa sul libro del professore, un'anticipazione, uno scoop... insomma, qualcosa che incuriosisca i lettori..."
"Zero assoluto."
"Come, zero assoluto? Te ne vai in giro sul Garda a nostre spese. Ti spupazzi la figlia di Adorni. A proposito, te la stai..."
Mim con un eloquente gesto della mano un movimento di spinta.
"Non dire cazzate. Sono fidanzato", sbott Federico.
"Un novello Santa Maria Goretti! Siamo tutti fidanzati o sposati. Chi pensi di prendere per i fondelli?", lo canzon il caporedattore.
"Beppe, non una parola di pi. Non me la scopo. E comunque se anche me la scopassi sarebbero soltanto cazzi miei. Per cui fatti i cazzi tuoi. Chiaro?"
"Che suscettibile. Ho toccato un tasto dolente? Dai, fila a casa per oggi, che  meglio", concluse congedandolo con aria infastidita.
Pur consapevole di essere dalla parte del torto, avrebbe voluto chiudere lo scambio di schermaglie con un affondo, per conosceva Malerba: orgoglioso, cocciuto, permaloso. Era capace di mollare tutto e non fare un cazzo per giorni, uno sciopero degli scoop, incurante della lettera di richiamo che si sarebbe poi beccato. Uno in gamba come lui avrebbe trovato lavoro il giorno dopo in qualsiasi altro giornale, e "La Voce Lombarda" non poteva permettersi di perdere uno dei suoi cavalli di razza.
A sorpresa fu il taciturno Ardig a monopolizzare la conversazione. Dopo aver divorato, con una voracit da far impallidire un cannibale, l'ottima carne cotta sulla pietra lavica dell'isola vulcanica di Stromboli, il commissario aveva riepilogato dettagliatamente quanto rivelato loro dal teologo ungherese. Anche Farris e Pinton diedero il loro contributo alla ricostruzione dell'incontro con padre Shekfer e di quanto emerso sui catari.
Quando ebbero terminato le tagliate e dopo aver dato fondo a cinque bottiglie di Chianti Gallo Nero, cominciarono a formulare le possibili ipotesi da cui ripartire.
"Non abbiamo alternative. Il cadavere di Cascina Monlu non ci porta a nulla. Possiamo indagare soltanto su De Rosa", butt l Santoni, intento a far ruotare il liquido nerastro nel fondo del calice.
"Ha ragione Massimo", rincar la dose Pinton. "E tu, Andrea, che ne pensi?", chiese rivolgendosi a Farris il commissario, mentre si piegava a passare un pezzo di carne a Frog, accucciato sotto il tavolo.
L'ispettore toscano si vers un altro dito di Chianti e disse la sua: "Personalmente mi concentrerei sulla pista della societ segreta, su questo Ordine del Fuoco dell'Antigua Tau. Dove possiamo cercare i suoi seguaci? Qui a Milano? Magari in quell'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme, no?".
"Un momento - interloqu Ardig - noi sappiamo che Radice era in contatto con De Rosa. Aveva parlato con lui al telefono poche ore prima del momento fatale. E secondo te uno come De Rosa, un lussurioso gigol cocainomane, era un loro seguace?".
"Chiaramente no. Eppure un legame con l'ex pittore lo aveva..."
"Dobbiamo riuscire a parlare con quella mora, Melissa, o con la rossa misteriosa", biascic Santoni.
"Purtroppo  come dare la caccia a dei fantasmi. Nessuno le conosce, nessuno sa niente di loro. Pasini ci sta impazzendo", tagli corto Pinton.
"Calma, ragazzi, calma! Abbiamo altre persone che possono provare a illuminarci sull'oscuro mondo di De Rosa. Dal fratello al portinaio. E poi c' anche quel barman, Licata. Da domani li spremiamo tutti e senza tanti riguardi", concluse il commissario.
"Metodo Ardig!", pronunci con enfasi Santoni, alzando il bicchiere.
"Metodo Ardig!", esclamarono gli agenti, innalzando i calici per un brindisi propiziatorio.
Il capo della Omicidi, complice il quarto bicchiere di Chianti, iniziava a sciogliersi. E a sentirsi pi sollevato.
La squadra, la sua squadra, era carica e motivata.
Li fiss uno per uno mentre ridevano, inzuppavano il pane nell'olio toscano o gettavano qualche avanzo a Frog. Erano le persone che aveva pi vicine e a cui teneva di pi. Ma in caso di fallimento la responsabilit sarebbe stata soltanto sua. Tracann un altro sorso di Chianti per esorcizzare il pensiero.
Il telefono squill mentre stava bevendo una birra, sdraiato sul divano con Ottone beatamente spaparanzato vicino ai suoi piedi.
Rebecca! Aveva preferito non cercarla, sperando in una sua chiamata.
"Scusami."
"No, scusami tu. Non volevo essere..."
"Federico, lascia perdere.  colpa mia. Sono io che..."
"Non devi scusarti."
"Mi sento sola, e debole... Tu sei l'unica persona che ho vicino. Avrei voglia di fare l'amore con te, di sentire il calore di una persona, di essere confortata", sussurr supplicante.
"Rebecca, non posso. Lo sai."
"Lo so... Lo so. E mi spiace davvero di averti messo in difficolt. Tu hai la tua vita, hai Lucrezia. Non devo coinvolgerti nei miei problemi. Scusami ancora. Senti, non parliamone pi. Ho bisogno di averti vicino. Sei l'unico di cui mi fido."
Il giornalista non ribatt nulla. La razionalit imponeva di tener lontana quella donna. Troppo pericolosa. Situazione ambigua.
Non temeva di cedere, semplicemente non voleva illuderla e farla soffrire ulteriormente. Tuttavia se si fosse rifiutato di rassicurarla l'avrebbe umiliata e dunque offesa ancora. Scelse il male minore.
"Non ti preoccupare, non ti abbandono."
"Grazie."
"Notte."
"Notte anche a te."
Poco prima della mezzanotte il titolare della Braceria li mise gentilmente alla porta, tirando gi la saracinesca. Tornarono alla spicciolata verso le rispettive macchine.
Ardig riaccompagn Farris in Questura, salut il vice e devi in via Appiani per infilarsi poi in piazza Repubblica.
Mezzanotte era passata da poco. Frog si era appisolato sul sedile posteriore dell'Alfa 159.
Risalendo verso i Bastioni di Porta Venezia si ricord della Pollini. Non l'aveva informata degli ultimi sviluppi. Doveva rimediare, almeno con un sms.
"Passato giornata da teologo per capire significato Tau blu. Avuto informazioni interessanti. Domani la aggiorno."
Non firm neppure. Per farsi riconoscere bastava il numero.
Tre secondi dopo scatt la vibrazione.
"Commissario, anche lei insonne..."
La voce era sottile, leggera, come una farfalla che si appoggia ai petali di un fiore senza farli nemmeno oscillare.
"Dottoressa, scusi per l'ora, non volevo disturbarla."
Senza motivo accost la macchina proprio davanti ai Bastioni.
"Nessun disturbo. Anzi..."
Che voce! Morbida, vellutata. Invitante.
"Confido di non averla svegliata."
"Non si preoccupi. In genere vado a dormire molto tardi. Stavo ancora rileggendo alcuni verbali."
Percep una sorta di vibrazione elettrica. Tent di infilarsi tra una parola e l'altra, in cerca di uno spiraglio, di un secondo significato.
Il rumore di un furgone della nettezza urbana si insinu dal finestrino socchiuso fino all'auricolare, e arriv all'orecchio del sostituto procuratore.
"Cos' stato?"
"Niente. Un camion della spazzatura che sta pulendo i marciapiedi."
"Ah,  ancora fuori."
Avvert una nota di delusione e si sent in dovere di fornire una spiegazione.
"Siamo stati a cena con tutta la squadra, un benvenuto per l'ispettore Farris. Una bistecca in quella braceria proprio davanti alla galleria di De Rosa", la inform, prima di concludere: "Ne ho approfittato per aggiornare i ragazzi su quanto appreso dal religioso che ho consultato".
"Ha fatto bene. Per, cos mi sta incuriosendo."
Lo stuzzicava e a lui usc una frase formale, da manuale delle istituzioni.
"Domani mattina passer immediatamente da lei per un resoconto preciso e dettagliato." Se ne pent un istante dopo, ma la Pollini non si scompose.
"Attender con impazienza. Mi ha davvero infilato un tarlo nell'orecchio. E questo tarlo fa cric croc... E ha gi iniziato a scavare."
Allusiva. Molto allusiva. Questa volta non si fece passare la palla davanti senza provare a calciarla.
"Non so... se davvero  una nottambula come afferma... se vuole, posso anticiparle, anche se, al telefono..."
Si stava di nuovo arenando, perch a quell'ora, anche nella mondanissima Milano, le saracinesche dei bar o dei ristoranti sono quasi tutte abbassate: restano aperti soltanto i locali e le birrerie, musica alta, et media bassa. Di sicuro non poteva farla venire a casa sua, dove poteva offrirle soltanto una lattina di birra da consumare su una sedia metallica acquistata all'Ikea.
"Commissario, se non ha sonno e vuole dedicare al lavoro ancora mezz'ora...", ammicc lei con voce calda.
"Nessun problema."
"Bene, mi raggiunga a casa mia. Tanto ormai lo sa dove abito."
"Dieci minuti e sono da lei."
Svolt in viale Majno e ripart ad andatura spedita. Eccitato, carico.
Qualche istante dopo realizz che aveva due problemi: si sarebbe presentato a mani vuote, e in compagnia di un cane mezzo cieco, spelacchiato, impresentabile.
Mentalmente si diede del coglione.
Infilando piazza Cinque Giornate, davanti alla Coin, a quell'ora chiusa, intravide un gruppetto di extracomunitari, cingalesi o bengalesi.
Confabulavano tra di loro all'angolo della strada, alcuni impugnavano mazzi di rose di diversi colori.
Inchiod avvicinandosi agli immigrati.
"Mi dai una rosa?", chiese al pi vicino.
Allung una banconota da cinque euro.
"Dammela rossa."
"Capo, prendile tutte. Per dieci euro."
"Come, tutte?"
"S, prendile tutte, tanto non le vendo pi. Dieci euro, capo. Per favore."
Tutto sommato era un affare. Prese un'altra banconota da cinque euro e si fece dare l'intero mazzo. Erano tutte rosse tranne due, entrambe bianche. Le scart restituendole all'extracomunitario che le pass al connazionale a fianco, il quale le sostitu con un'altra manciata di rose rosse.
Risal in macchina diretto verso largo Crocetta.
Diciassette rose rosse. Diciassette. Un bel numero. Lui non era scaramantico.
Qualche minuto dopo parcheggi l'auto in uno spazio di carico e scarico. A quell'ora, con i negozi chiusi, non lo avrebbero multato.
Trascin l'assonnato Frog e si avvicin al portoncino dove aveva visto infilarsi la Pollini la settimana prima.
Il mazzo di rose nella mano destra, il guinzaglio con cui aveva imbragato il rottame peloso in quella sinistra.
Non fece in tempo a cercare il citofono: una voce gracchiante gli intim "terzo piano", facendo seguire lo scatto automatico d'apertura del pesante portone.
L'interno del condominio era signorile come la facciata esterna. Cassette in legno per la posta, una pianta alta con fitto fogliame all'ingresso, un tappeto verde a indicare il percorso da seguire e uno specchio davanti all'ascensore. Utilizz le scale.
Percorrendo gli ultimi gradini, tentando di fare meno rumore possibile, intravide la luce che filtrava dalla fessura aperta della porta.
Deborah Pollini sblocc la catenella e spalanc la porta, senza mostrarsi.
"Permesso?"
Lo stupore fu reciproco.
Il magistrato rimase a bocca aperta, per il folto mazzo di rose rosse e forse di pi per il quadrupede.
Il capo della Omicidi rest di sasso vedendo lei. Ai piedi aveva un paio di sandalini bianchi, di legno e con il tacco alto, piuttosto rumorosi per camminare: molto eleganti e seducenti. Indossava soltanto una vestaglia scura molto corta e aderente, del tipo vedo e non vedo. Pi vedo che non vedo, perch faceva risaltare gli slip di pizzo nero e i capezzoli con le areole gigantesche a contornarli.
L'avvolgeva una cascata di profumo francese, un piccolo tocco di trucco rendeva lucide le labbra. Gli occhi color nocciola erano incastonati meravigliosamente dalla raffinata montatura nera degli occhiali. Un paio di bottoni erano maliziosamente slacciati sul prosperoso dcollet.
Inebetito le pass le rose.
"Grazie! Non doveva. Che pensiero carino."
Se la stava mangiando con gli occhi, visibilmente imbarazzato e nervoso. Lei, invece, era perfettamente a suo agio. La cacciatrice era nella sua tana e fiutava la preda. Fece due carezze al cane e invit Ardig a sedersi sul divano.
L'appartamento era splendido. L'ingresso dava sul salotto, un tavolo di legno massiccio, rotondo, occupava la parte destra.
Sopra la tovaglia, del colore verde di un tavolo da poker, un pc portatile, i telefonini, molti fogli, alcuni fascicoli...
Una porta socchiusa ragionevolmente immetteva nel tinello. Dietro l'ampia porta finestra con la tapparella ancora sollevata si spalancava il panorama della piazza sottostante, con la facciata dello storico Teatro Carcano dall'altro lato della strada.
Sulla sinistra due divani, in pelle bianca, in mezzo un tavolino dello stesso legno del tavolo principale.
Nell'angolo di sinistra una libreria, zeppa di volumi giuridici.
Dietro ai divani un bellissimo acquario, popolato da guizzanti pesci tropicali dai colori vivacissimi, persino gialli e viola, dava ancora pi luce e ariosit all'ambiente. Per un secondo gli vennero in mente gli acquari svuotati nell'abitazione di Radice.
"E lui?", domand la padrona di casa, sorridendo mentre allungava un'altra carezza a Frog.
" un bastardino. Ha avuto tanta sfortuna, finora. Per il momento me ne occupo io, in attesa di trovargli un padrone."
Senza nemmeno ricevere l'ordine, il cane si accucci sul tappeto, quasi non volesse dare fastidio.
La Pollini si pieg sulle ginocchia, per abbassarsi e poterlo accarezzare nuovamente. La vestaglia risal verso il bacino, scoprendo le gambe depilate perfettamente, luccicanti per via del riflesso della luce sulla sua pelle lunare. L'abbondante seno sembrava volesse catapultarsi fuori dalla scollatura.
Gli occhi del commissario si inchiodarono su quelle forme, indugiando qualche secondo di troppo.
Lei si rialz, fissandolo negli occhi. Lo aveva colto sul fatto, facendolo arrossire. Del resto era l per quello. Era quello che voleva da quando si erano incrociati quella notte fredda e buia nel boschetto di Cascina Monlu.
Vide il suo volto che si avvicinava al suo.
Un altro bottone del dcollet era saltato.
Si stavano gi baciando, con l'ardore e il trasporto di due adolescenti. Lingua contro lingua, petto contro petto.
Finirono sul divano. I pesci dietro di loro guizzavano nervosi.
Sentiva le sue mani che cercavano prima la cintura, poi la cerniera. Con la bocca assapor la sua pelle, la sua carne, il suo seno. Un'energia liberatoria lo stava attraversando.
Si rialzarono, sempre cercandosi con la bocca, quasi con il timore che se si fossero staccati non sarebbero pi riusciti a ricongiungersi.
Con la coda dell'occhio vide le mutandine di lei scivolare sul pavimento. Rimase nuda, con addosso solo la camicia sbottonata a coprirle la schiena, l'ultimo lembo di pelle inviolata.
Poi con la mano avvert prima il contatto con i peli, ispidi e ribelli, del monte di venere, quindi il calore e l'umido di quello che ogni uomo desidera in quei momenti.
Si inginocchi per leccarla, per farla eccitare ancora di pi: lei gli premeva la testa contro l'inguine, quasi volesse soffocarlo nel suo ventre, ricacciarlo dentro.
Il corpo di Deborah Pollini sprofond sul divano, quasi di schianto, le gambe si aprirono invitandolo a entrare.
Si tuff in quel mare di piacere fisico, istintivo.
Le mani della donna, con le unghie lunghe, artigliarono le sue natiche, spingendolo ancora pi a fondo, fin dove era possibile.
Pelle contro pelle, carne contro carne, in un turbinio di gemiti, strette, sospiri. E urla.
Non riusc a capire se lei avesse raggiunto l'orgasmo.
Probabilmente no.
Prov a trattenersi per un po', per regalarle ancora piacere: poi esplose prepotentemente, scaricando dentro di lei tutto quanto aveva trattenuto per tanto, troppo tempo. Sentimenti, frustrazioni, rinunce, desideri. Accompagnati da un mugolio liberatorio.
Restarono avvinghiati, sudati, ad ascoltare il respiro dei loro corpi. In silenzio, per alcuni minuti che parvero secoli, ognuno rapito dai suoi pensieri.
Lei, una donna sola, ingabbiata da una rigida educazione e da una carriera impegnativa, votata al suo lavoro e ai tanti doveri a esso connessi, consapevole di essere ormai troppo in ritardo per formarsi una famiglia propria.
Lui, un uomo solo, pi per vocazione che per imposizione altrui, ossessionato da un lavoro che lo assorbiva, incapace di lasciar trapelare le proprie emozioni e paure o di vivere il presente e assaporare la felicit, se non in brevissimi momenti.
Le loro due anime sole per un fugace istante si erano aggrappate l'una all'altra, aggrovigliando i corpi dentro cui se ne stavano protette.
A rompere il ghiaccio fu lui, iniziando ad accarezzarle le spalle e i seni giunonici. Lei lo lasci fare qualche istante, poi lo blocc: " stato bello".
Lo scost e si iss. Trionfante nella sua nudit quasi totale, giunonica e levigata. Perfetta come un'opera del Canova. Si fece ammirare un'ultima volta. Rivolse verso di lui gli enormi seni.
Sempre fronteggiandolo lasci cadere la camicetta e con un gesto rapidissimo infil la vestaglia sopra la pelle nuda, senza rimettere la biancheria.
Si sistem gli occhiali e quindi i capelli arruffati. And verso il tavolo, scalza, a guardare il cellulare.
"Caspita, quasi le due..."
Non c'era bisogno di aggiungere altro.
Si rivolse verso Frog, iniziando a riempirlo di carezze, levando lo sguardo dal corpo nudo del commissario che intu, con un misto indefinibile di fastidio e sollievo, di essere di troppo. Rapidamente si rivest.
Anche Frog, con movimenti lenti e malfermi, si rialz. Era ora di andare.
"Commissario, considerata l'ora propongo di rimandare a domani mattina il resoconto del suo incontro con... come si chiama il teologo?"
"Padre Feodar Shekfer, dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose. Dottoressa."
Calc il tono della qualifica, a sottolineare il distacco professionale che intendeva mantenere anche lui. Come se non fosse successo nulla.
La porta si spalanc nuovamente. Usc in silenzio, senza baciarla. Imbocc le scale sentendo il rumore della porta che si richiudeva e della serratura che scattava.
Qualche secondo dopo era in strada. Solo. O meglio, insieme a Frog. Confuso. Disorientato.
Sal in macchina, ma non ripart. Rimase l, fermo, immobile, in una piazza deserta. Dal balcone filtrava ancora la luce.
Una ventina di minuti dopo la serranda si abbass. Infil la chiave nell'accensione, poi non riusc a resistere: prese il cellulare e scrisse un messaggino.
"Per me  stato bellissimo."
Digit il numero a memoria. Mancava solo l'ultima cifra. Il polpastrello devi verso il tasto annulla.
Messaggio cancellato. Mise in moto e questa volta ripart.
...
.
...
14. Milano, marted 10 maggio 2011.
...
.
...
Per Ardig era stata un'altra notte semi-insonne. Tre ore erano poche per ricaricare le sue cellule cerebrali. Ricorse alla solita terapia d'urto: dosi massicce di caffeina e nicotina, e la passeggiata mattutina. L'aria fresca e il movimento avevano un potere miracoloso, sgombravano il cervello dai pensieri contorti.
Imbragato dal guinzaglio, Frog trotterellava al suo fianco. Il bastardino cominciava a mostrare incoraggianti segni di progresso: le compresse con vitamine e sali minerali che gli somministrava mescolate alla pappa cominciavano a fare effetto, stava riacquistando peso e tonicit.
Camminarono da via Gran Sasso fino a largo Rio de Janeiro, un paio di chilometri tra andata e ritorno, a un'andatura accettabile. Erano le sei del mattino e Milano, ancora assonnata e buia, li cull con i suoi felpati rumori di inizio giornata: le macchine che stendevano il catrame in viale Romagna; le prime saracinesche dei bar sollevate; i furgoni intenti a scaricare i pacchi dei giornali davanti alle edicole; i camion della nettezza urbana che spruzzavano getti di acqua bollente sui marciapiedi.
Ai bordi della strada i soliti attacchini dei manifesti pro Moratti o pro Pisapia, i due contendenti favoriti alle elezioni. Sorrise notando che spesso era la stessa persona ad affiggere i manifesti dei due rivali nella corsa per Palazzo Marino...
La temperatura era ancora fredda, il motore mentale si riavvi.
Nel database della sua memoria si sovrapponevano i frame di qualche ora prima: Deborah Pollini nuda, avvinghiata al suo corpo, con il seno debordante a premere sul torace, la lattea pelle calda e sudata da sfiorare come se fosse seta pregiata dell'Oriente.
Una sensazione liberatoria lo aveva pervaso durante quell'irruento rapporto sessuale, una tempesta ormonale rapida come una scarica elettrica. Poi, quell'epilogo cos repentino. Una vestaglia va a nascondere la pelle nuda, cala il sipario. Fine dello spettacolo, tutti a casa.
Faticava a metabolizzare l'accaduto. Attrazione c'era sicuramente. Desiderio pure. Ma c'era dell'altro?
Avrebbe voluto trascorrere tutta la notte insieme a quella donna?
Lui? Figuriamoci.
L'ultima volta che aveva diviso un letto con una donna era stato pi o meno quindici anni prima. E non era nemmeno un letto, era un sacco a pelo in una tenda, in un campeggio della Maremma.
Soltanto l'idea di dormire con una persona, di sentire il suo respiro nel buio, di sfiorare le sue mani, di abbracciarla nel sonno e, soprattutto, di risvegliarsi con lei lo terrorizzava, molto pi dell'idea di rischiare la vita ogni giorno con il suo lavoro.
Deborah si era comportata esattamente come lui stesso auspicava.
Sesso, sesso puro, sesso disinibito, nessun coinvolgimento emotivo. Punto. E poi ognuno a casa propria, nel proprio letto. E l'indomani si torna a darsi del lei.
Se tutto era andato secondo copione, perch le palle gli frullavano vorticosamente come eliche?
Poco dopo le 9 il vicequestore aggiunto Bruno Ardig si present al quinto piano del Palazzo di Giustizia.
Il sostituto procuratore Deborah Pollini lo attendeva dall'altra parte della pesante scrivania.
Elegante e sensuale come al solito, con una sola stonatura: una striatura rossastra alla base del collo.
Un'allergia? Un'irritazione? O un ricordino che gli aveva lasciato lui nella foga irruenta dell'atto sessuale?
Era bella. Distaccata, lontana, professionale.
Si fece relazionare minuziosamente sulla conversazione con il teologo ungherese. Mentre lui parlava, lei prendeva appunti su un'agenda. Non lo interruppe quasi mai.
"Teorie affascinanti. O meglio inquietanti. Con una loro logica. Eppure, concretamente, come le possiamo applicare alla nostra inchiesta?", domand con voce ferma e sottile, appena velata da una venatura sarcastica.
Il commissario guard fuori dalla finestra.
"Difficile capirlo. Ho fatto avviare ricerche specifiche per verificare se in passato, nei delitti avvenuti in Lombardia, siano mai state rinvenute delle Tau blu. E ovviamente stiamo scandagliando i precedenti omicidi nei quali il corpo della vittima  stato poi dato alle fiamme. Non sono ottimista, comunque chiss che non salti fuori qualche collegamento. In ogni caso tutto ruota intorno alla figura di Raffaele De Rosa, che conosceva Radice, e lo sconosciuto di Cascina Monlu. Quello che non riusciamo a identificare  il collegamento tra loro..."
"Dottor Ardig, mi pare stia correndo troppo", lo gel lei, prima di incalzarlo: "Intanto le ricordo che l'indagine sul decesso di Adorni  gi stata archiviata dal collega Patruno come suicidio. E, per quanto riguarda Radice, le ripeto che la competenza dell'indagine  sempre di pertinenza del sostituto procuratore Patruno e non mia. Pertanto non  a me che deve riferire..."
"E io le ripeto che De Rosa era in contatto con Radice."
"De Rosa di professione vendeva dipinti, Radice era un ex pittore - s'inalber il magistrato - non mi sembra poi cos inspiegabile che i due potessero avere rapporti, suppongo di natura commerciale o per affinit di interessi. No?"
"La consecutio temporis dei loro decessi ci induce a pensare che..."
"Commissario - lo interruppe lei bruscamente - su cosa vorrebbe farmi indagare? Su una confraternita segreta che ricalca riti arcaici pagani, tramandati nei secoli, per cui i suoi adepti si suicidano con il veleno dopo un lungo digiuno depurativo e puniscono con il fuoco chi viene meno ai suoi doveri? Sia serio, per favore. Sembra la trama di un film noir. O di un horror."
Fece per ribattere, ma la Pollini ripart: "Davvero, non se ne abbia a male, per sono abituata a lavorare soltanto sulla base di fatti, non seguendo le intuizioni o l'istinto. Forse  il mio limite, ad ogni modo non intendo derogare a queste mie regole deontologiche. Per cui la prego di concentrarsi esclusivamente su quanto di concreto abbiamo in mano. Le conversazioni tra De Rosa e Radice sono sicuramente una coincidenza curiosa, tuttavia mi pare che il materiale raccolto ci porti a privilegiare la pista del regolamento di conti maturato per debiti di gioco. Oppure il delitto passionale".
Era il solito vicolo cieco, il muro di gomma contro cui lo avevano fatto rimbalzare gi tanti magistrati in passato. Forse era meglio assecondarla.
"Mi fido di lei - concluse l'affascinante pm, in tono professionale - sono sicura che si atterr alle mie direttive."
Concordarono i successivi passi dell'indagine e si lasciarono stringendosi la mano, senza aggiungere altro.
L'agente Giuseppe Scalise lo stava gi aspettando da un po'. Scalise era un soggetto che ancora, dopo anni, non riusciva a decifrare. Bruttino, stempiato, con quella cassa toracica da riformato, la pancetta a pera e l'aria perennemente dimessa, Scalise: aveva da poco superato la soglia dei 42, ma ne dimostrava decisamente di pi.
Era nato a Milano da genitori lucani, eppure di Milano aveva assorbito pochissimo, nemmeno un minimo di cadenza. Dicevano di lui che era un solitario: niente amici, pochi interessi e neppure uno straccio di donna.
Per quella schiappa era un mago con il computer, ed era di gran lunga il miglior tiratore al poligono della Omicidi e forse dell'intera Questura di Milano, tanto da aver vinto diverse coppe in tornei interni alle forze dell'ordine. Cecchino e hacker, doti impreziosite da una grande attitudine al lavoro. Per questo, pur non brillando in acume e grinta, era benvoluto da tutti, commissario incluso.
"Volevo riferirle dell'interrogatorio alla signora Cerani."
"Buco di memoria... chi sarebbe?"
"La pensionata che faceva le pulizie al Radice."
"Ah, s... rivelazioni sconvolgenti?"
"Sconvolgenti no, interessanti s."
"Sentiamo."
"Pare che il pittore ricevesse saltuariamente le visite di un giovane. Un artista anche lui, cui impartiva lezioni."
"Saltuariamente che significa?"
"La Cerani si recava a fare le pulizie dal Radice una volta alla settimana, per un paio d'ore. Da diversi anni. E mi ha riferito di aver incontrato un paio di volte un giovane educato, di bell'aspetto e di poche parole. Ho provato a tirarle fuori qualcosa in pi ma  una donna sui settant'anni, un po' sorda e con occhiali da miope."
"Insomma, inutile mandarle un disegnatore per l'identikit."
"Sarebbe una perdita di tempo. Comunque si ricorda che il Radice, con cui ogni tanto scambiava qualche parola pur non essendo in confidenza, gli aveva raccontato che stava impartendo delle lezioni a questo ragazzo. Secondo lei aveva circa trent'anni, l'et di suo nipote, ha testualmente specificato."
"Bah, non mi pare granch. Altro?"
"No. Ha confermato che Radice era vegetariano e astemio, che era un uomo solo, di carattere chiuso, abbastanza scontroso. E che negli ultimi anni aveva smesso di dipingere per problemi di artrite alle dita e perch soffriva di forti dolori alla schiena. Questa menomazione aveva peggiorato il suo umore, gi pessimo."
Il capo della Omicidi annu.
"OK, Beppe, hai fatto un buon lavoro. Continuiamo a sentire i vicini"
"Va bene, capo... Ah, queste sono le chiavi dell'appartamento che il Radice aveva in via Castel Morrone." Il commissario soppes distrattamente il mazzo di chiavi, in cerca di ispirazione.
Scalise lo anticip: "La Cerani ha aggiunto che il pittore, in passato, utilizzava quella casa come sua bottega in quanto era molto luminosa..."
"In che senso bottega?"
"La utilizzava sia per dipingere che per esporre i suoi quadri al pubblico."
Gi... i quadri. Nell'abitazione di piazzale Susa non ne avevano trovati. Adesso capiva perch: Radice li custodiva nell'appartamento sfitto che possedeva poco lontano.
"Vuole che vada a dare un'occhiata?"
"No, Beppe.  vicino a casa mia, ci passo stasera tornando."
Congedato Scalise convoc Santoni, spedito a seguire l'autopsia del pittore suicida.
L'ispettore spezzino aveva l'aria demoralizzata.
"Fotocopia dell'esame settorio di Adorni. Sempre la tetrodotossina. Fisicamente era pieno di acciacchi, ma nessuna patologia incurabile o degenerativa..."
"Per il funerale si sa gi qualcosa?", si inform il commissario.
"Ancora no, anche perch Radice era veramente solo. Senza fratelli, senza figli, celibe... In questi casi suppongo si debba attivare il Comune."
Due colpi energici alla porta annunciarono un'altra relazione. Farris si accomod sulla poltroncina di sinistra.
"Nessuna traccia di Tau blu nei delitti consumati in Lombardia nell'ultimo decennio. Nessun suicidio - li inform - con elementi che possano far pensare a un Consolamentum. E nessun precedente caso di avvelenamento con tetrodotossina. Comunque, se lo ritieni necessario, possiamo spingerci pi indietro con la ricerca."
Ardig scosse la testa: "No, lasciamo stare, non occorre".
"In alcuni casi - aggiunse Farris - le vittime indossavano una Tau canonica, di quelle dei francescani. Per si trattava di omicidi avvenuti nella sfera familiare e i colpevoli sono stati tutti condannati. Casi chiusi."
Il commissario ricordava bene il delitto, avvenuto otto anni prima in un condominio elegante di corso Monforte: lui, un rampollo trentacinquenne di buona famiglia, delirante sotto l'effetto di sostanze allucinogene che massacra a coltellate la giovane fidanzata, scambiandola per un demone, prima di scappare nudo per i marciapiedi del centro, in pieno gennaio. Un omicidio risolto praticamente in tempo reale.
Il corpo di lei, martoriato da una ventina di fendenti, riverso sul tappeto, in un lago di sangue: al collo la ragazza aveva una Tau. Come decine di migliaia di altri milanesi.
"E sul fuoco?"
"Nulla di rilevante. Un uomo ucciso nel 2007 nel varesotto, un calabrese con una sfilza di precedenti, sospettato di avere contatti con le cosche dell'Aspromonte. Un rom dato alle fiamme a Milano nel 2005 da due balordi per una questione di droga. Una donna uccisa nel 2002, nelle campagne del lodigiano, dall'ex marito geloso, che aveva incendiato l'auto e poi si  sparato in bocca." Un macabro elenco di casi risolti. Niente coni d'ombra. Stavano girando a vuoto.
Decise di concedersi una passeggiata.
Improvvisamente gli venne un'idea. Afferr le chiavi appena ricevute da Scalise e le infil in tasca, prese il guinzaglio e svegli Frog. Appena scesi in piazza San Sepolcro il bastardino tir il guinzaglio per deviare verso via Cardinal Federico, i cui muri erano diventati il suo bersaglio preferito, ma il padrone lo trattenne, armeggiando con il telecomando antifurto dell'Alfa: "Buono, bestiaccia, andiamo in auto, mica a piedi".
Venti minuti dopo parcheggiava la 159 in via Castel Morrone, davanti al pub australiano dove qualche volta lui e Malerba erano andati a scolarsi ottime birre aussie, rigorosamente scure.
Abbass i finestrini e lanci un'occhiata al cane: non poteva portarlo nell'appartamento. Non era ancora esploso il caldo, l'auto era all'ombra e poteva lasciarlo l per una ventina di minuti.
Lo stabile dove era situato l'immobile intestato a Radice era dall'altro lato della strada: un condominio signorile, in sintonia con la zona. Dai riscontri patrimoniali e amministrativi effettuati dai suoi uomini l'appartamento risultava sfitto: nessun contratto di locazione era mai stato registrato e la Polizia, come risultava dai controlli effettuati, non aveva mai ricevuto la segnalazione, dovuta a norma di legge, di presenza di un ospite. Poteva salire a colpo sicuro.
Il portiere lo intercett nell'atrio, salutandolo senza fargli domande.
Le targhe esposte indicavano la presenza, ai piani superiori, di uno studio legale, di una compagnia di assicurazioni e di un'agenzia pubblicitaria. Normale che ci fosse un via vai di sconosciuti in quelle scale.
Raggiunse il terzo piano. Gli usci erano quattro: tre muniti di targhetta sul citofono, il quarto privo di indicazioni. Rischiava una figuraccia, ma non aveva voglia di scendere e coinvolgere il custode in un'operazione nemmeno coperta da un mandato della Procura.
Infil i guanti in lattice, afferr il mazzo di chiavi e prov a infilare la chiave pi lunga nella toppa dell'unica casa anonima.
La serratura sembrava "ingrassata". Ruot il polso, due tocchi morbidi in senso antiorario. Fece pressione sulla maniglia e la porta si spalanc.
Prov una sensazione d'inquietudine, allung la mano sull'area lombare e il contatto con la Beretta lo rassicur.
Tast il muro alla ricerca di un interruttore e una luce fioca illumin un corridoio stile Profondo rosso: entrambe le pareti, all'altezza di circa un metro e mezzo, erano punteggiate di quadri, quasi tutti ritraevano corpi nudi.
Avanz un paio di metri, incontrando sulla destra la prima porta: trov agevolmente l'interruttore. Una luce debole mostr un vecchio frigorifero, un tavolo rettangolare con due sole sedie e un monoblocco lavello-gas-forno. Era roba di almeno una ventina d'anni. Il lampadario, con il design stile disco volante, ne dimostrava anche il doppio... un viaggio nel tempo a ritroso, nel passato dei comfort.
Sullo scaffale si affollavano tetrapak di succhi di frutta multivitaminici e un ripiano era zeppo di barattoli: integratori, proteine, calcio, ferro. Roba da atleti, da fissati del fitness.
O da vegetariani che dovevano colmare le carenze causate dalla loro dieta...
Puntuale arriv il brivido gelido che lo attraversava dal basso verso l'alto, insinuandosi strisciante come un serpente.
Percep una sensazione sgradevole, di paura, come un bambino che giocando a nascondino si infila in un luogo buio, dove altrimenti non si caccerebbe mai.
Si volt di scatto, quasi a non voler dare le spalle al corridoio, come se da l potesse arrivare un pericolo. Apr il frigorifero, semivuoto: qualche carota, un cespo di lattuga.
Sul vecchio tavolo un paio di mele annerite marcivano malinconicamente in una cesta di vimini.
Riprese l'ispezione di quella casa senza vita. La porta adiacente dava sul salotto: divani in tessuto, lampadario di cristallo, un vetusto televisore ingombrante quanto una lavastoviglie.
Dopo meno di due metri il corridoio sfociava in una specie di slargo, dove si aprivano quattro porte old style, con un tramezzo di vetro smerigliato. Oltre solo il buio. Sfior nuovamente la Beretta. Di che cazzo aveva paura?
Accese la luce della prima stanza. Il bagno. Una vecchia lavatrice incastrata nell'angolo, la vasca da bagno anni Sessanta con la seduta da un lato. Con lo sguardo corse subito al ripiano della specchiera, trovando quanto si aspettava: spazzolino elettrico, dentifricio ai microgranuli, collutorio pluri-reclamizzato a suon di spot pubblicitari in prima serata, rasoio con motorino, schiuma da barba al mentolo e deodorante di una nota griffe di moda. Tutti prodotti di marca, all'ultimo grido: aveva lasciato gli anni del boom economico per tornare nel presente... C'erano persino alcune creme da uomo per idratare la pelle e rassodare le parti molli. Chi utilizzava quel lavabo era un uomo che teneva alla propria immagine e alla salute del corpo e dei denti. Magari andava in palestra e recentemente si era sottoposto a un'ablazione dal tartaro...
Gli mancava soltanto l'ultimo tassello. Punt la porta centrale.
La camera da letto: lenzuola ripiegate alla meglio e un libro sul comodino. Si avvicin curioso: The Lost Symbol.
L'ultimo best seller di Dan Brown, scritto in inglese.
Non certo una lettura da Radice, uno che in salotto aveva Erasmo da Rotterdam o Guglielmo di Occam.
Si accorse in quel momento che il romanzo era leggermente in bilico sul lato destro, come se sotto ci fosse qualcosa di piccolo.
Lo sollev distrattamente. Un istante dopo moll la presa facendolo precipitare sul pavimento con un tonfo sordo, come se avesse scorto uno scorpione.
Ci mise qualche secondo prima di allungare la mano verso il com e afferrarla. Era identica alle altre due. Una Tau blu.
Riprese a frugare. Gli armadi erano vuoti, i cassetti pure.
Rimaneva l'ultima stanza. Un forte odore, intenso, tutt'altro che sgradevole, invest le sue narici. Sollev la tapparella inondando la stanza di un chiarore abbacinante. Era l'unica stanza rivolta a sud, quella che si affacciava nel cortile interno, piena di luce: l'ideale per l'atelier di un pittore. I quadri di Radice, tutti incorniciati, erano accatastati in un angolo.
Al centro un cavalletto vuoto.
Su un tavolo bombolette spray di vari colori, pennelli con le setole seccate e barattoli di tempera e di vernice, gessetti colorati, altri di carbone, oltre ad alcuni stracci chiazzati e all'immancabile tavolozza in legno.
Quindi alcune piccole cassette di legno: ne apr una e intravide una miriade di tubetti di colore a olio; afferr il primo e lesse la scritta "blu oltremare".
Il suo olfatto lo guid verso una delle bottigliette di vetro, contenenti essenza di clementina, olii diluenti e dei medium opachi.
Prese il cellulare. Rispose Pinton.
"Venite qui immediatamente in via Castel Morrone, tutti. E fate venire anche quelli della Scientifica."
Riattacc e infil il corridoio: il cane lo stava aspettando gi da venti minuti. Non voleva farlo cuocere in auto...
Mentre Frog si godeva la brezza dal balcone della cucina, il commissario e i suoi uomini iniziarono a perquisire minuziosamente l'appartamento. Negli armadi e nei vecchi bauli trovarono solo i ricordi dell'ondivaga carriera artistica di Radice.
Ad eccezione della Tau blu, che poteva esser stata dimenticata l dallo stesso Radice, tutto il resto testimoniava il passaggio del misterioso ospite: il campionario di integratori vitaminici, il libro di Dan Brown, alcuni quadri futuristici nettamente diversi da quelli vecchia maniera del defunto padrone di casa.
E poi c'era un kit di manubri, bilancieri e dischi esattamente identici a quelli rinvenuti a casa di De Rosa. Evidentemente quello stock di pesi doveva essere stato comprato nello stesso punto vendita o forse il gallerista ne aveva prestati alcuni a questo mister X, di cui stavano cominciando a delineare un profilo sempre pi nitido.
Amico di De Rosa, probabilmente un pittore anche lui, buon conoscitore della lingua inglese - ma non potevano escludere che utilizzasse The Lost Symbol per esercitarsi e migliorare l'idioma - e poi che altro?
Vegetariano eppure attivo fisicamente, come testimoniato da quei pesi, e per questo costretto a un'intensa assunzione di integratori proteici, fissato con l'igiene dentale e con la maniacale cura cosmetica della pelle.
Coincideva con l'identikit del cadavere carbonizzato di Cascina Monlu. E per averne la conferma definitiva ora avevano anche uno strumento: il suo probabile DNA.
Fece raccogliere spazzolino, pettine, asciugamano, accappatoio.
Da qualche parte avrebbero scovato il codice genetico dell'ospite di Radice e avrebbero potuto confrontarlo con il DNA molecolare estratto da quel tizzone nero recuperato vicino a Linate, di cui avevano gi accertato il passaggio nel sotterraneo della pinacoteca dove aveva concluso la sua esistenza De Rosa. Non gli avrebbero dato un nome e un cognome, non ancora quanto meno, ma avrebbero compiuto un importante passo in avanti.
Prelevarono un paio di jeans appoggiati all'unica sedia della camera da letto. Farris li afferr con delicatezza, dalla tasca destra si sfil un pezzetto di carta. Era uno scontrino ripiegato a met.
Sei "pin drink" pagati con la carta di credito: in tutto 72 euro, Bar Serendipity ss, via Tortona 14, battuto alle ore 00,28 di marted 19 aprile. Due giorni prima dei delitti del gallerista e dello sconosciuto.
"Appena tre settimane fa - sottoline Pinton, - chiss che qualcuno non si ricordi di questo signore. Magari quel barman, quel Ragusa... No, Licata..."
"Licata! Bravo, mi hai letto nel pensiero. Stasera gli facciamo una visitina. E oltre allo scontrino - concluse soddisfatto Ardig - gli portiamo anche una bella foto di quell'amico di De Rosa, quello abbracciato a lui sul belvedere..."
Era destino che quel giorno portasse importanti novit investigative. Rientrati in commissariato, Santoni buss alla porta dell'ufficio con l'espressione sorniona di chi si pregusta l'imminente colpo di scena.
"Bruno, indovina cos' questo?", ammicc, sventolando una fotocopia.
"Rinuncio, dimmelo tu."
"Le disposizioni post mortem di Ambrogio Radice", sentenzi soddisfatto l'ispettore ligure.
Il commissario lo guard stupito: "Aveva stilato un testamento olografo".
Non gli risultava che avessero rinvenuto alcuno scritto, alcun testo vergato a mano dal deceduto.
"No, si era cautelato addirittura con un testamento pubblico. Ci siamo accorti che uno dei suoi rari bonifici, il pi recente, aveva come intestatario uno studio notarile, abbiamo chiamato e... bingo, ecco la sorpresa."
"Quando  stato redatto l'atto?"
"I sigilli sono stati apposti luned 11 aprile."
Circa un paio di settimane prima del decesso, calcol il commissario. Il calendario si faceva aggrovigliatissimo: suicidio quasi contemporaneo di Adorni e Radice; barbara uccisione di De Rosa e dello sconosciuto di Cascina Monlu... tutto in pochi giorni.
Santoni lo distolse dai suoi ragionamenti.
"Non mi chiedi a chi andranno tutti i suoi beni?"
Il capo della Omicidi lo fece contento: "A chi andranno?".
"All'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. O meglio, alla sede milanese del suddetto Ordine."
Bum! Colpito e affondato.
Se stavano cercando un punto di partenza, beh... finalmente lo avevano trovato. Avrebbero dovuto precipitarsi all'Ordine del Santo Sepolcro per farsi una chiacchierata con i vertici e capirne di pi.
Tuttavia dovevano muoversi con la massima cautela: per prima cosa avrebbe dovuto farsi rilasciare tutte le autorizzazioni necessarie.
Si affacci alla finestra, ammirando lo splendido scorcio della piazzetta sottostante, quella di San Sepolcro. Per una beffarda coincidenza l'indagine lo stava portando a ficcanasare nella sede dell'Ordine che difendeva la memoria e i valori di quel Santo Sepolcro che dava il nome alla piazza dove aveva sede il commissariato.
Poche centinaia di metri quadrati di lastricato e storia: il foro della civitas romana denominata Mediolanum, per qualche decennio elevata persino a capitale del decadente Impero romano d'Occidente. E poi, in tempi pi recenti, la piazza in cui nacque, di fatto, il movimento che sfoci poi nel fascismo.
Una piazzetta secondaria, eppure un crocevia epocale della storia e della cronaca. Sbuff, scacciando le elucubrazioni.
"Vado dalla Pollini, ci sentiamo pi tardi."
Federico non riusciva a concentrarsi. E non riusciva a scrivere.
Da ore cercava di mettersi in contatto con Lucrezia. Inutile. La sua bella avvocatessa continuava a tenere il telefono spento e le segretarie dello studio legale in cui esercitava continuavano a fare muro, ripetendo ossessivamente " in riunione".
Era nervoso. Gli occhi erano rivolti al monitor del pc, ma la testa era cannoneggiata da pensieri nerissimi.
Il telefono dell'ufficio squill: le trombe del giudizio universale. Ma era la solita Donatella, con il solito tono scontroso.
"Fede, ho Vigan per te. Te lo passo."
Ovviamente non chiedeva: puoi? disturbo?
"Uff, che palle... Pronto?"
"Maestro!"
"Non  giornata, Andrea, che vuoi?"
Il tono brusco di Malerba gel il giovane corrispondente brianzolo.
"Scusami, non volevo disturbare. Solo per annunciarti - spieg deferente - che il monaco di Concorezzo ricoverato a Monza ieri ha lasciato il reparto di terapia intensiva..."
"Che notizia, la Cnn sar in fibrillazione...", comment acido Federico.
Il ragazzo non raccolse e prosegu: "Non so, pensavo che si potesse fare un pezzetto. Anche solo per dire che da oggi sar in grado di collaborare con gli inquirenti, magari pu stilare un identikit dei suoi aggressori...".
S, poteva venirne fuori un box interessante.
"Mi hai convinto. Fai trenta righe e punta proprio su questo aspetto, sulla possibilit di descrivere i rapinatori. Bravo Andrea - concluse, pi gentilmente - ottima intuizione. Scrivi in fretta cos lo linkiamo anche nel quotidiano online gi questo pomeriggio."
Era ancora presto, le pagine non erano neppure state disegnate dalla tipografia. Decise di prendersi un'ora di pausa.
Usc frettolosamente infilando via Palestro.
"Non se ne parla proprio, non le firmer nulla."
Bella e terribile. La Medusa di Caravaggio, anche se le serpi saettanti, pi che dalla capigliatura, sembravano guizzare dagli occhi, dallo sguardo ferino.
Deborah Pollini si stava imporporando.
"Si rende conto di cosa mi sta chiedendo? Dovrei autorizzare un'indagine su un ordine laicale della Santa Sede. Un ordine voluto dal papa! E su che basi?"
Ardig prov a temporeggiare davanti all'irritazione del magistrato.
"Sulla base degli elementi indiziari e probatori finora raccolti nel corso dell'indagine il cui sviluppo..."
"Ma di quali elementi parla, commissario? Un paio di croci blu indossate da due anziani pazzoidi? Un veleno che si usa anche come topicida? Un cadavere non identificato e un inquilino fantasma? Qualche telefonata di un pittore a una galleria d'arte? In questa storia non siamo ancora riusciti a dare un nome a nessuno. La mora che frequentava la casa di De Rosa, la rossa che forse lo manteneva, il carbonizzato, adesso pure questo ospite di Radice. Tutti fantasmi, di cui nessuno sa nulla. E lei vorrebbe andare a rovistare tra i segreti di un Ordine della Santa Sede? No, grazie, io alla procura di Caltanissetta non mi ci faccio spedire per le sue brillanti intuizioni..."
"Le ricordo che il professor Shekfer..."
"Ah, certo, i deliri di un teologo in odore di eresia, di uno che  stato cacciato da Roma per le sue fissazioni!"
La faccia del capo della Omicidi si fece inespressiva.
"Non mi dica che non lo sapeva! Il suo Shekfer lo hanno confinato qui a Milano, dandogli un semplice incarico universitario. Cosa pensava? Che le avrei lasciato mano libera?"
I decibel salivano in continuazione e Ardig si chiese quanto incidesse, in quella sfuriata, il fugace contatto sessuale che, per qualche minuto, li aveva avvicinati la notte precedente. Ancora una volta si pent per quella debolezza.
Era chiaro che il sostituto procuratore non aveva alcuna intenzione di scottarsi le dita in un'indagine che poteva irritare persino il Vaticano.
"E poi per cosa? Per trovare - continu a sbraitare il magistrato, ormai sull'orlo di una crisi isterica - la risposta a due suicidi palesemente acclarati?"
Ardig la ignor portando la discussione su un altro terreno: "La Scientifica sta esaminando il DNA prelevato dagli spazzolini e da rasoi recuperati dall'appartamento di via Castel Morrone e li confronter con il DNA molecolare del corpo dello sconosciuto. E sta verificando le impronte sulla Tau rinvenuta sul comodino".
Tutta l'aria che la generosa cassa toracica della Pollini poteva contenere usc con un lungo soffio. Rilassante, quasi distensivo.
"Commissario, ragioni. Avete preso quegli oggetti nel corso di una perquisizione non autorizzata. Lo comprende? Comunque, se anche fosse - prosegu, in tono inaspettatamente conciliante - se anche venisse dimostrato che l'inquilino senza nome  effettivamente l'uomo carbonizzato, questo non ci condurrebbe a nulla."
"Mi permetta di obiettare. Il padrone di casa si avvelena, l'inquilino viene barbaramente torturato e arso. Quasi nelle stesse ore un amico di Radice, il professor Adorni, si avvelena seguendo il medesimo rituale, mentre De Rosa viene a sua volta massacrato e bruciato. Sono soltanto coincidenze?"
"Posso anche dirle di no... per senza prove sono soltanto coincidenze. Pure e semplici congetture. Senza prove io non potr emettere alcun mandato per permetterle di ficcanasare negli affari esclusivi di un ordine legato alla Santa Sede. Mi spiace, questa  la mia ultima parola. Non cambier opinione. Ne prenda atto e si adegui."
Questa volta a essere colpito e affondato era stato proprio Ardig. Fuori dal Palazzo di Giustizia inizi a leccarsi le ferite. Da cosa potevano ripartire? Nemmeno a farlo apposta, uscendo dalla parte posteriore del Tribunale, fin dritto davanti all'elegante palazzina sede dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro. Davanti al cancello una camionetta dell'Esercito di presidio, con a bordo due giovani militari dall'aria annoiata ma con le mitragliette bene in vista.
Era passato un'infinit di volte davanti a quell'edificio senza mai degnarlo di alcun interesse, invece adesso...
Osserv la facciata per qualche istante, poi si avvi verso il commissariato.
Per rientrare imbocc via Torino, meta degli studenti che, terminate le lezioni, si riversavano in massa nella via pullulante di negozi specializzati in urban style, ovvero pantaloni da portare a vita bassissima, magliette aderenti molto corte per lasciare scoperto l'ombelico e scarpe con disegni anni Settanta da indossare slacciate.
E poi abiti per alternativi, metallari o dark, con borchie, catene pesanti, latex nero, anfibi e zeppe.
Avanzava controcorrente, sul marciapiede affollato.
Scelse di deviare in una traversa per liberarsi dalla calca soffocante. Risal per la pi tranquilla via Mazzini, tagli da via Orefici e scese nuovamente verso la Pinacoteca Ambrosiana che ospitava, oltre a capolavori di Caravaggio, Luini e Bramante, diversi disegni originali del Codex Atlanticus di Leonardo.
Gi, Leonardo, il cataro. Un cataro come Adorni e Radice... L'ennesima conferma del fatto che avevano imboccato la pista buona. Eppure la Pollini la pensava diversamente.
Si rassegn. Era quasi l'ora dell'aperitivo: al Serendipity dovevano aver gi sollevato la saracinesca.
Telepatia. O empatia.
A poche centinaia di metri di distanza, nei medesimi istanti anche Malerba doveva fronteggiare l'ira di una Medusa.
Le segretarie dello studio legale Fileni, pochi minuti prima, lo avevano accolto con un atteggiamento indifferente. Per loro era soltanto un cliente dello studio, o meglio uno dei tanti giornalisti che saltuariamente i loro avvocati patrocinavano. Nessuno nello studio, dopo quasi due anni, aveva il bench minimo sospetto che Federico e Lucrezia avessero una storia.
L'attesa fu breve. La ragazza, dopo qualche esitazione, prefer ricevere il giornalista, farlo accomodare in ufficio e barricarvisi dentro, in modo da non essere disturbati.
"Sei impazzito a venire qui? Cosa ti salta in mente?", lo gel lei.
"Amore,  da stamattina che cerco di parlarti. Hai il cellulare sempre spento, qui in ufficio ti facevi negare. E cos..." Era gi chiuso nell'angolo.
"Evidentemente ho altro da fare. Oppure non ho voglia di parlare con te. Non ci hai pensato?", ringhi il legale.
"Tesoro, che hai? Che succede?"
Lo sguardo di Lucrezia lo trafisse: negli occhi vedeva lampi di rabbia, quasi di odio.
"Amore, tesoro... che belle parole. Dov'eri ieri sera? Visto che vuoi parlare forza, raccontami tutto...", lo sfid.
Si arrese: inutile negare, meglio ammettere.
"Da chi lo hai saputo?", balbett inebetito.
"Non stupirti. Vai a pavoneggiarti in tiv, vuoi farti bello davanti alle telecamere. Cercavi la notoriet e l'hai avuta, no? La gente ti riconosce. Anche quando vai a mangiare una cotoletta. Quelli dello studio Cornaggia ieri sera festeggiavano la vittoria in una causa importante. Indovina dove? E questa mattina ho avuto un'udienza proprio contro uno di loro..."
Che sfiga! Se li ricordava, gli elegantoni incravattati che divoravano con gli occhi il culo di Rebecca.
"Che pettegoli. O meglio, che solerti. E magari questo avvocato che ti ha spifferato tutto  un tuo corteggiatore. Cos semina zizzania tra di noi e spera di liberare il campo..."
"Basta, Federico. Basta! Abbi almeno il coraggio di assumerti le tue responsabilit. Almeno per una volta fallo."
Una bella coltellata nello stomaco.
Ma il punto era un altro: conosceva bene Lucrezia e il suo carattere inflessibile. Lo aveva gi processato e condannato. Primo grado e appello erano andati, restava la Cassazione, ma con la tensione e il nervosismo che aleggiavano in quella stanza il verdetto era scontato.
Meglio rimandare e far decantare la rabbia della bella avvocatessa, per cui si limit a una difesa minimale.
"Ho sbagliato a non informarti, per credimi, non ho fatto nulla di cui debba vergognarmi. La ragazza con cui ho cenato era la figlia del professor Adorni, Rebecca, quella con cui..."
"Basta, basta! Non voglio pi ascoltarti. Sono stufa delle tue balle. Fuori di qui. Devo lavorare."
Usc senza controbattere.
Rientr in redazione mestamente e riprese a lavorare con la testa altrove.
Cerc di annegare la tristezza nello schermo del terminale, clicc sulla home page del sito lavocelombarda.it: nel rullo delle notizie spiccava l'articolo di Vigan, il frate ricoverato all'ospedale di Monza stava meglio.
Il cellulare squill. Purtroppo non era Lucrezia.
Sul display del suo Htc, apparve il nome della figlia di Adorni.
"Disturbo?"
"No, sono qui in redazione..."
"Ah... se ti disturbo chiamo dopo..." La voce della ragazza era bassa, quasi supplichevole.
"Non mi disturbi", le rispose bruscamente. "Non volevo... scusa,  successo un casino con Lucrezia."
Brevemente la aggiorn sull'accaduto.
"Mi spiace, tutto per colpa mia", disse lei dolcemente. "In ogni caso consolati: i tuoi guai stanno per finire."
"Che significa?", chiese Malerba con tono freddo.
"Devo tornare a Firenze."
"Quando?"
"Non so, presto. Prima che succedesse tutto questo stavamo effettuando un restauro delicatissimo, un'opera di Masolino da Panicale..."
"Di chi?"
"Il maestro del Masaccio.  un lavoro importante e diverse persone mi stanno aspettando. Dipendono da me, capisci?"
Se Rebecca tornava a bagnarsi i panni in Arno poteva essere un sollievo. Ma Federico nicchi.
"Mi spiace che te ne vada... e la tua ricerca?"
"Non la mia, quella di mio padre..."
"OK, la ricerca di tuo padre, la molli cos?"
"Ti va un caff?", chiese lei a bruciapelo, spiazzandolo.
"D'accordo, ma ho solo una ventina di minuti, poi devo lavorare, davvero. Oggi non ho combinato niente."
"Ce li faremo bastare."
"Dove sei?"
"A Brera, nello studio di mio padre."
"Ti raggiungo."
Venti minuti dopo Federico e Rebecca stavano sorseggiando un caff freddo shakerato, seduti a un tavolo all'aperto del Jamaica, un bar rinomato frequentato da intellettuali e artisti, stretto nel vicolino pedonale tra via Brera e via dei Fiori Chiari.
Osservavano distratti il passaggio dei turisti e il via vai degli studenti di Belle Arti che sciamavano dall'Accademia.
Rebecca, con un distacco quasi lunare, senza pi il trasporto emotivo che l'aveva animata nei giorni precedenti, spieg che dall'ennesimo sopralluogo effettuato nell'ufficio universitario del padre non era uscito nulla, solo un mare disordinato di appunti. Pareva rassegnata all'idea che dopo la spedizione al monastero di Valeggio la ricerca si fosse inesorabilmente arenata.
Non avevano uno straccio di elemento per proseguire. Tutte strade senza uscita, dalle parole rinvenute nello scritto di Matteo Bandello alla pista del fantomatico Andrea Salimbeni, che tanto interesse sembrava aver suscitato nel povero professore.
Eppure, ragionava il cronista, dovevano ripartire proprio da quell'incredibile dipinto e dalle criptiche parole vergate cinque secoli prima dal novelliere Bandello.
Federico prov a scandire di nuovo dentro di s la frase su cui si stava arrovellando da due settimane.
E l'ho veduto anco donare a messer GiovanGiacomo, il quale solea ritrarre in guisa di una bella giovinetta per via di sua cotanta bellezza, in ricompensa di tale incomodo che il fatto non gli succedeva secondo il suo disio, il disegno suo che principiava a pigliar la qualit ch'ello voleva...
Rimescol lo zucchero rimasto sul fondo della tazzina, quasi a voler trarne un significato, come sapevano fare certi veggenti, poi sbott: "GiovanGiacomo.  su di lui che dobbiamo insistere!".
Rebecca sbuff con aria stanca.
"Non c'era nessun GiovanGiacomo n tra i suoi allievi n tra i suoi servitori. E nemmeno tra i suoi parenti. Ho controllato e ricontrollato tutti i pi autorevoli storici, dal Vasari al Lomazzo: non c'era nessun GiovanGiacomo", ribad in tono gelido, come se la sua ostinazione la urtasse.
Il reporter continu a rimestare nello zucchero intriso di caff, poi sollev lo sguardo verso di lei.
"Rebecca, non mollare."
Lei lo ignor, gettando un'occhiata all'ingresso di Brera.
"Dammi tu un'idea per andare avanti", bofonchi, polemica.
"Rifletti, Bandello menziona questo GiovanGiacomo, che sappiamo doveva essere giovane e bello, forse anche un po'... come dire, effeminato? Tanto da essere utilizzato come modello al posto di una ragazza. No?"
"E allora?"
"Appurato che questo GiovanGiacomo non era un allievo di Leonardo, e nemmeno un suo servo, dobbiamo procedere per esclusione. Chi poteva essere?", domand, infervorato.
"Chiunque, poteva essere chiunque. Un qualsiasi giovane milanese e all'epoca la tua Milano - polemizz la donna calcando il tono sul "tua" sebbene ci fosse nata anche lei - annoverava all'incirca 300mila abitanti. Senza contare le campagne circostanti."
"D'accordo, poteva essere chiunque, eppure questo GiovanGiacomo doveva frequentare assiduamente il convento di Santa Maria delle Grazie, il che restringe notevolmente il campo della nostra ricerca. Non poteva trattarsi di un monaco?", ipotizz, fiducioso.
"No, non poteva essere un monaco, era troppo giovane", replic lei infastidita.
"Giusto. L'et. Doveva essere uno sbarbatino per impersonificare quel San Giovanni. Poteva essere un seminarista. Un seminarista come Bandello."
"Uhm, s... potrebbe essere... un seminarista, in fin dei conti sappiamo che Leonardo utilizz alcuni monaci di Santa Maria delle Grazie come suoi modelli per alcuni apostoli. E necessitando di un giovane con fattezze femminee per il suo San Giovanni potrebbe aver scelto un seminarista. Che tra l'altro sarebbe stato un coetaneo dello stesso Bandello, anche lui seminarista in quel periodo."
Ora sembrava che l'ipotesi le piacesse.
Federico ne approfitt: "Bene, allora abbiamo ancora una traccia da seguire".
Tacquero qualche istante, poi il cronista la incalz.
"Che ne dici? Domani andiamo al convento di Santa Maria delle Grazie e chiediamo di poter consultare i registri che dovrebbero avere in qualche loro archivio, dove sicuramente avranno trascritto i nomi dei loro seminaristi?"
Ora Rebecca sembrava rinfrancata. Acconsent, sorridendo.
"Mi hai convinto. Magari ci faccio un salto per prendere appuntamento e chiedere i permessi."
Il cellulare della ragazza trill proprio in quel momento.
"S? Sono io... Ah, assessore  lei? Certo, posso. Anche subito, volendo... perfetto... Allora ci vediamo tra poco."
Il reporter si alz, precedendola, ma Rebecca sembrava con il pensiero altrove.
"Devo scappare, una rogna burocratica da risolvere. Comunque dopo passo a Santa Maria delle Grazie", cinguett, improvvisamente allegra. Gli stamp un bacio sulla guancia e se ne and.
Ardig, in via Tortona. La via della sua adolescenza, ma non c'era tempo per i ricordi.
Il Serendipity aveva gi piazzato le esche: tavolini con tartine e salatini. Erano le 18,10 e s'intravedevano i primi clienti. Il target era un po' diverso da quello serale: nessuna donna over 40. Pi che altro professionisti: maniche di camicia rimboccate, cravatta sfilata e giacca appoggiata sulle sedie gli uomini, pi impeccabili le donne, passate ai box, nella toilette, per il solito ritocchino esterno.
Truccate, arrampicate sui tacchi, in tiro, dopo una giornata trascorsa a congelare sotto i bocchettoni del condizionatore ticchettando sulla tastiera di un pc.
Al bancone, Licata sembrava la rclame vivente di steroidi proibiti: espressione da bovino ottuso, muscoli gonfi senza uno straccio di definizione, un centinaio di chili strizzati in una maglietta nera, al collo un catenone dorato da rapper del Bronx, le braccia coperte da tatuaggi a tema gladiatorio.
Se gli avessero infilato un passamontagna nero in testa lo si sarebbe potuto scambiare per Ivan Bogdanov, il capo degli ultras serbi che qualche mese prima aveva messo a ferro e fuoco Genova e lo stadio Marassi causando il rinvio della partita tra Italia e Serbia.
Soltanto quando giunse a un metro lo riconobbe, sbiancando.
"Che vuole?"
"Rubarti tre minuti."
"Sto lavorando."
"Il tempo di una pausa sigaretta lo avrai, no?"
Il bestione valut il da farsi.
Era quello su cui voleva fare leva Ardig: la presenza di un commissario di Polizia avrebbe potuto infastidire i gestori del locale e mettere in difficolt il barman pregiudicato, che infatti abbass le difese.
"E va bene, per solo tre minuti."
Da via Tortona si spostarono in via Cerano.
"Allora?"
"Ti ricordi quando hai visto De Rosa l'ultima volta?"
"Boh, e come faccio a ricordarmelo? Sar stato un mese fa."
"Non potrebbe essere stato il 20 aprile?"
"No, no, mi sembrava di non vederlo da un po'. Secondo me non veniva da noi da qualche settimana..."
"Veniva mai con qualche amico? Magari con questo qui?"
Alla vista della foto stampata dal profilo Facebook del gallerista Licata sbianc nuovamente.
Indubbiamente non vantava doti di simulatore.
"Direi che lo conosci."
"Questo? No, mai visto."
"Ah, mai visto? Strano, lo sai che la sera di mercoled 20 aprile hai servito diversi cocktail a questo signore? E penso proprio che insieme a lui ci fosse anche De Rosa! Guarda lo scontrino, ti ricorda niente?"
Da bianco il colorito del barman stava passando al rosso intenso...
"Che cazzo ne so. Io preparo i drink e li servo. Punto. Mica sto a guardare chi li beve... Magari sono venuti, ma io non me li ricordo.  un reato?"
"No,  un difetto di memoria. Insolito per un giovane come te."
"Senta, io devo tornare al lavoro. Di questi due non ne voglio sapere nulla. E non  qui che dovete cercare chi li ha uccisi."
L'utilizzo del plurale non sfugg al commissario, che prefer non mostrare stupore. Stette al gioco, di rimbalzo.
"E secondo te chi li ha fatti fuori?"
Questa volta Licata fu pi attento: "De Rosa era pieno di debiti, con gente pericolosa. E quando ti impiccano con gli interessi e non paghi...".
Si fece scorrere l'indice destro sulla gola con teatralit.
"Adesso torno al bancone."
Si allontan senza salutare.
"Vai... vai pure. Tanto ci rivediamo presto", sibil Ardig a fil di voce.
Recuper la macchina e ripass in commissariato a prendere Frog.
Doveva fare tappa al supermarket di viale Abruzzi, si ferm davanti all'entrata parcheggiando alla meglio ma all'ultimo decise di non entrare. Raggiunse invece il negozio di animali poco pi avanti, per fare incetta di scatolette e croccantini.
Piazz l'auto sotto casa, sal, diede la pappa al cane e si fece una doccia. Infil i jeans, le scarpe da tennis e una polo nera.
Riprese Frog e scesero ancora, iniziando a passeggiare senza fretta verso corso Buenos Aires. Risalirono tutto il corso fino ai Bastioni di Porta Venezia, poi deviarono in una traversa laterale. Approd davanti al Panino Giusto: c'era un tavolino all'aperto ancora libero.
Si accomod, mentre il cane si accucciava con la lingua penzolante.
Ordin due panini imbottiti di ogni ben di Dio - pancetta, burro, limone, maionese - e una birra olandese, oltre a una bottiglietta d'acqua per dissetare il suo meticcio. Finito di mangiare rimase a osservare la gente nei tavolini circostanti. Gli faceva compagnia il brusio delle loro chiacchiere, che rimbalzava contro il suo silenzio.
Verso le 22 si incammin, riprendendo corso Buenos Aires. Procedeva senza fretta, godendosi l'aria ancora calda di una bella serata quasi estiva.
Svolt in viale Abruzzi: Frog aveva di nuovo la lingua penzoloni.
Per fortuna c'era una fontanella pubblica per farlo dissetare. Poco lontano not una panchina di metallo mezza arrugginita. And a sedersi, accendendosi una sigaretta, e il bastardino si sistem intorno ai suoi piedi, ansimante come al solito.
Entrambi si rilassarono con i loro indecifrabili pensieri, volgendo lo sguardo al cielo di Milano.
Lass, molto in alto, sopra l'aura giallastra dell'illuminazione cittadina, si intravedeva il manto stellato.
Ardig lasci che i pensieri corressero liberi e confusi, mentre cercava di distinguere il Grande Carro.
...
.
...
15. Milano, mercoled 11 maggio 2011.
...
.
...
Il bel tempo aveva voltato le spalle ai milanesi: per tutta la notte era scesa acqua a catinelle. Ardig era rientrato a casa fradicio dopo la solita corsa. Stava ruotando la manopola del rubinetto della doccia quando sent il cellulare vibrare.
Meno di venti minuti dopo era gi in macchina con Santoni, che era passato a prenderlo al volo. Con i capelli ancora bagnati dopo la doccia, la camicia con i bottoni dei polsini slacciati, corsero lungo viale Corsica, sirena e lampeggianti accesi per fendere il traffico paralizzato dalla pioggia. Imboccarono viale Forlanini, la via che conduce all'aeroporto di Linate e al grigiore della Tangenziale Est: odore di smog ad aggredire le vie respiratorie; svincoli ogni cento metri; cartellonistica asfissiante; sfondo di palazzoni di periferia, capannoni e impianti produttivi.
Dopo alcune centinaia di metri si infilarono in un'oscura e sconosciuta traversa secondaria, segnalata da alcune auto della Polizia Municipale. Il vicequestore aggiunto Bruno Ardig stava per scoprire uno dei pochi angoli ancora ignoti, per lui, della sua Milano: piazza dell'Artigianato. Due gruppi di casette di un improbabile verde militare chiudevano in un abbraccio la piazzetta circolare, una conchiglia tagliata a met da una lunga aiuola a S, punteggiata da alcuni alberi che di primavere ne avevano vissute troppe e da un paio di panchine. Un luogo insolito, inatteso, e soprattutto nascosto, come se gli abitanti di quel piccolo rione volessero tenersi separati dal resto di Milano. In quell'avamposto perduto una farmacia sonnecchiava all'angolo, alcuni negozi avevano le saracinesche chiuse, un tricolore sbiadito pendeva da una finestra. In mezzo alle auto parcheggiate, la carcassa bruciata di una berlinetta, ancora fumante nonostante la pioggia ticchettasse sulle lamiere annerite.
Sui sedili anteriori il corpo, riverso, di un uomo dalla stazza notevole. Era appoggiato sull'addome, con il volto quasi schiacciato nell'incavo tra il sedile del passeggero e la portiera destra, le gambe incassate sotto il volante, i piedi sulla pedaliera.
In strada c'erano pochi curiosi, alcune persone s'intravedevano alle finestre. Quel quartiere atipico sembrava poco interessato alla cronaca nera. Intorno all'auto i tecnici della Scientifica, guidati da Daniele De Piccoli, eseguivano i rituali rilievi.
Ardig fu colpito dal fetore che aleggiava nello spiazzo: carne e plastica bruciate. E il solito cherosene.
Il dottor Brasca, riparato da un ombrello, fumava una sigaretta con la schiena appoggiata al muro dell'edificio accanto, nell'attesa di poter iniziare a svolgere il proprio lavoro.
L'elenco dei nomi sul citofono di fronte aveva fornito la prima ipotesi sull'identit della vittima, e la stazza del corpo l'aveva confermata.
Una vita frenetica, percorsa con scarse doti da equilibrista sulla linea sottile che separa il giorno dalla notte, la legalit dall'illegalit, il mondo dei fessi che si fanno il mazzo da quello di coloro che vogliono fare i furbi, anche se spesso non lo sono, si era conclusa in quell'anonimo piazzale ignoto a tutti, persino alle cartine stradali.
Era, quella, l'ultima tappa di Francesco Licata, un capolinea periferico lontano anni luce dalla Milano by night dei locali e delle discoteche, dall'ambiente luccicante e ingannevole in cui aveva cercato di ritagliarsi un ruolo.
Una tanica di cherosene aveva bruciato l'uomo e il personaggio, come l'ultima delle pi inutili comparse.
Nella tomba portava piccoli debiti con la giustizia e inconfessabili segreti che non avrebbe pi potuto spifferare, nemmeno sotto tortura. Bast qualche telefonata e tutto fu certificato.
La vettura era una Peugeot 306 a cinque porte, la stessa, secondo il proprietario del Serendipity, con cui si spostava il suo barman.
I vigili del fuoco avevano terminato i lavori di spegnimento dell'incendio, agevolati dalla pioggia. Le tute bianche degli agenti della Scientifica circondarono il veicolo: un nugolo di gattini che assalta le mammelle della gatta.
Il dottor Brasca, in borghese, si fece largo quasi sgomitando, per avviare una palpazione esterna.
"Lo hanno torturato?", chiese impaziente Ardig dopo un paio di lunghissimi minuti.
"Direi di no. Le ossa facciali e le costole sono intatte e non gli hanno fracassato alcuna falange", rispose il medico legale, che ripensava allo sfacelo di alcune delle vittime recentemente esaminate.
Un certo Filippo Licalzi, autotrasportatore catanese di 52 anni, residente in quei grigi condomini, aveva chiamato i Vigili del Fuoco alle 5,12 della mattina. Secondo lui quella Peugeot la sera prima, almeno fino a mezzanotte, nella piazzetta non c'era: prima di coricarsi era uscito sul balcone per fumare l'ultima Marlboro e aveva notato che non c'erano auto parcheggiate in quel lato della carreggiata. Probabilmente a quell'ora Licata stava ancora servendo drink al Serendipity.
"Marco - si appoggi alla spalla di Pinton - sentiamo il proprietario del Serendipity. Pure i camerieri, i buttafuori. Tutti. Voglio una cronologia dettagliata della serata di Licata. A che ora ha staccato, se era con qualcuno, se era agitato. Tutto."
Si gir verso Santoni.
"Dimmi che abbiamo il telefonino."
L'ispettore ligure, nascosto dal cappuccio del giubbotto, scosse la testa: "Nemmeno il suo rottame fuso. Mentre il portafoglio  un carboncino". Ardig imprec mentalmente.
"Dottore - si rivolse a Brasca - per lei l'omicidio  avvenuto qui?"
Il coroner masticava un cioccolatino al caff.
"Direi di s. La postura  quella di chi era al posto di guida. I piedi erano posizionati sulla pedaliera. E a giudicare dalla tensione dei muscoli del collo e della lingua aggiungo che  stato strangolato, anche se forse non  morto per questo, ma sar pi preciso dopo l'autopsia. Inoltre... la vittima era piuttosto pesante, azzarderei sui 100, anche 110 chili."
"Un bel fardello da spostare, soprattutto se non devi dare nell'occhio", concord Ardig.
"E le chiavi, seppur quasi fuse, sono rimaste inserite nell'accensione", aggiunse Santoni, che scocc poi un'occhiata al superiore facendo un piccolo passo all'indietro. Voleva parlargli senza farsi sentire da De Piccoli e Brasca. Il capo della Omicidi lo segu.
"Che c'?"
"Sta arrivando il magistrato."
" la Pollini?"
"Peggio.  Perilli."
"No!"
Ardig allarg le braccia sconsolato. Di turno quella mattina c'era proprio il cocciuto e pedante sostituto procuratore che aveva diretto l'indagine sugli Angeli di Lucifero, con cui aveva avuto un'infinit di scontri. Sbuff con aria rassegnata e si avvicin alla berlinetta per osservare il cadavere. Non che servisse a molto.
A lui i morti non parlavano mai. Non riusciva a interpretare nulla dai loro visi cerulei, dagli occhi sbarrati. Indietreggi, allontanandosi. Fissare quel corpo annerito non avrebbe contribuito alle indagini.
Soltanto in quel momento si rese conto che la piazza sbucata dal nulla, con quel nome cos poco appropriato, distava in linea d'aria meno di un chilometro dalla Cascina Monlu con il suo boschetto: appena un'uscita della Tangenziale.
Un altro particolare inizi a tambureggiare nel suo cervello: ripensava alla sua chiacchierata con la vittima, poche ore prima dell'assassinio. Ricordava la sua paura. Perch avevano scelto di tappare la bocca a Licata? Cosa avrebbe potuto spifferare?
Chi poteva temere le sue eventuali rivelazioni?
Forse Licata ne aveva parlato con qualcuno, decretando cos la sua condanna a morte? E se qualcuno lo aveva visto, durante la loro conversazione in via Tortona? Magari stavano tenendo sotto osservazione il barman. Oppure...
Un flash lo attravers. Un brivido lo colse. La sirena lo scosse.
Malerba aveva faticato a prendere sonno. La discussione con Lucrezia lo aveva gettato nello sconforto. Nemmeno una camomilla doppia era riuscita a rasserenarlo.
Combattendo con il lenzuolo e il cuscino, era crollato solo all'alba, riuscendo a dormire fino alle 9,30, quando la sveglia impostata sul palmare lo aveva destato di soprassalto.
Gli erano occorsi un paio di minuti prima di mettere a fuoco l'agenda della sua giornata: niente seduta in palestra, solo una brevissima passeggiata dalla sua abitazione in via Vincenzo Monti al convento di Santa Maria delle Grazie.
Trecento metri. Doveva darsi una mossa. Rebecca lo aspettava alle dieci davanti all'ingresso del chiostro.
Corse in bagno e apr il getto della doccia posizionandolo sul tiepido-caldo. Ottone lo segu fino alla porta del bagno, strusciandosi speranzoso ai suoi polpacci. Quando vide il getto d'acqua irrompere nella cabina vetrata il vecchio felino arretr con espressione delusa e irritata. La sua sacrosanta colazione, il primo spuntino della giornata, era rimandata in attesa che il suo sciagurato padrone terminasse le abluzioni.
L'auto di servizio stava per scodellare il sostituto procuratore Ivano Perilli. De Piccoli si avvicin ad Ardig con alcuni sacchetti di cellophane contenenti i reperti, tra i quali un mazzo di chiavi, miracolosamente scampato alla furia delle fiamme, essendo nascosto nella tasca interna dei jeans della vittima.
"Sono le chiavi di questa casa?", indic a Pinton il portone adiacente.
"Dal terminale - rispose l'ispettore veneto - risulta domiciliato nell'hinterland, all'indirizzo della famiglia."
"Contatta la famiglia, comunica la notizia e fatti confermare se il ragazzo alloggiava qui in questa piazzetta. Non dobbiamo perdere tempo", dispose facendo tintinnare il mazzo di chiavi.
Nel frattempo il sostituto procuratore Perilli, con uno spezzato formato da pantaloni eleganti neri, camicia bianca senza cravatta e giacca color cammello, stava arrivando di gran lena, aggrappandosi all'ombrello come se fosse un paracadute.
L'espressione era tesa, non doveva essere per nulla contento del fatto che quell'incombenza toccasse proprio a lui.
Il saluto, comunque, fu cordiale.
"Commissario, piacere di rivederla."
Per una volta tanto Ardig fece buon viso a cattivo gioco, ricambiando.
"Anche per me, dottore."
"So che lo avete gi identificato", indic il cadavere riverso nella Peugeot.
"Manca la certezza, per  probabile che si tratti di una nostra conoscenza, piuttosto recente. Si chiamava Francesco Licata, ex buttafuori poi riconvertitosi in barman, con l'hobby del piccolo spaccio. Si era fatto un soggiorno di alcuni mesi nelle patrie galere", snocciol il commissario a colpo sicuro.
"Un pesce piccolo", sentenzi il pm.
"Molto piccolo. Uno che non contava niente, il classico trippone senza cervello", bofonchi il capo della Omicidi, prima di aggiungere: "L'ora del decesso  collocabile intorno alle 5. Nessun testimone per il momento. Crediamo che risiedesse in questo stabile".
Si interruppe per deglutire.
"Stiamo verificando gli spostamenti della vittima nelle ultime ore di vita. A breve sentiremo il datore di lavoro e i colleghi del locale dove lavorava. Le posso anticipare che riteniamo che l'omicidio sia avvenuto qui."
Aggir il veicolo e fece un cenno a Santoni. L'ispettore ligure prese la parola.
"La Scientifica, ovviamente, deve ancora effettuare le analisi. Per le confermo che presumiamo che la vittima sia rimasta al posto di guida: evidentemente, osservando la postura, deve aver ricevuto un colpo, alla nuca, ragionevolmente per tramortirlo e poterlo strangolare senza che tentasse una reazione."
Perilli lanci un'occhiata al morto, quindi fece un lungo sospiro.
"Bene, mi pare di capire che lei si sia gi fatto un'idea precisa sull'accaduto."
Il capo della Omicidi attese un attimo prima di rispondere: "Il fatto di conoscere la vittima ci agevola in questa fase iniziale delle indagini. Confido di avere altre novit nel giro di qualche ora, per il momento per...".
I due ormai si conoscevano, e Perilli probabilmente lo stimava, pur non trovandolo simpatico.
"Capito. Ci aggiorniamo nel pomeriggio, intanto le preparo i mandati di cui avr bisogno."
Si strinsero la mano e Ardig si spost verso Pinton che lo stava richiamando con un cenno.
"Capo,  confermato: la vittima abitava proprio qui. La dritta arriva dalla sorella.  la casa di un cugino o di uno zio."
Era tempo di muoversi, senza indugiare oltre.
"Passami le chiavi, svelto", ordin a De Piccoli.
"Devo ancora controllare se le impronte..."
"Daniele,  importante, dammi il mazzo, tra mezz'ora te le faccio riavere. Intonse."
Il tono del commissario era insistente, il responsabile della Scientifica sobbalz.
"Cavolo Bruno, conosci la procedura. Se il magistrato..."
Il capo della Omicidi lo fulmin con lo sguardo.
De Piccoli scosse la testa e allung il sacchetto.
"Mezz'ora, non un minuto di pi."
"Grazie, sei un amico."
Con un cenno della mano chiam Pinton e Larini, entrambi gi muniti di guanti in lattice.
"Salite a perquisire l'appartamento senza lasciare impronte, n in casa n sulle chiavi. Non abbiamo mandato e dobbiamo restituire le chiavi alla Scientifica entro mezz'ora. Chiaro? Avete capito cosa dovete cercare?"
L'ispettore trevigiano annu, prima di sibilare a bassa voce: "Cerchiamo la Tau blu?".
Una leggera pacca lo raggiunse sulla spalla destra.
"Bravo Marco. Soltanto quella. Non toccate altro. Nemmeno se trovate pasticche o coca. O armi. Intesi?"
Li not mentre confabulavano con Santoni per aggiornarlo, prima di allontanarsi.
Alz gli occhi al cielo: scuro, ma la pioggia stava diminuendo.
Mezz'ora dopo Malerba stava percorrendo via Caradosso, la strada che costeggia il lato posteriore di Santa Maria delle Grazie. Era in ritardo.
Allung il passo svoltando in corso Magenta. Intravide la piazza.
La figlia di Adorni lo stava attendendo da una decina di minuti. Ferma in mezzo alla piazza, sotto un ombrello multicolore: aveva il viso rivolto verso il cielo cupo.
"Scusa, ho fatto tardi", fu l'affannoso saluto del cronista.
"Non fa niente, ormai ti conosco", ammicc lei, stranamente di buonumore, stampandogli un innocuo bacio sulla guancia.
I soliti jeans aderenti le strizzavano il sedere marmoreo, il solito maglioncino nero, la solita assenza di trucco sul volto acqua e sapone: un look da vero maschiaccio.
Peccato, riflett ancora una volta il giornalista, osservando le forme dell'amica e ripensando alla sera in cui l'aveva vista "in tiro". Un'altra Rebecca. Un'altra donna. Cos pareva un'adolescente indecisa se crescere, quasi timorosa della propria femminilit. Se non fosse stato per le esplicite avances di cui pi volte era stato destinatario avrebbe potuto anche ipotizzare che Rebecca fosse omosessuale.
"Andiamo?", lo sollecit lei, seccata nel vederlo l imbambolato come un idiota. S'incamminarono verso il chiostro.
Attraversando la piazza Malerba venne assalito dai ricordi. Meno di due anni prima, in una calda mattina di fine giugno, in tenuta da jogging, era piombato in quella piazza per frugare tra i cestini della spazzatura alla ricerca di una rivendicazione degli Angeli di Lucifero.
Un brivido lo colse ripensando, a quell'inchiesta cos assurda, a quelle tante verit che nessuno aveva voluto cercare prima di far calare il sipario.
Sfilarono davanti all'imponente chiesa, alla sua splendida facciata in stile gotico, realizzata nella seconda met del Quattrocento dal Solari, non il pittore Andrea, bens un suo omonimo non parente, l'architetto Guiniforte Solari, membro di una celebre dinastia di architetti e ingegneri edili. Proprio in quegli anni, sempre per volere degli Sforza, il fratello del costruttore, Francesco Solari, lavorava all'edificazione del Duomo.
Deviarono verso la cancellata che immetteva nel chiostro. Sulla destra c'era l'entrata del Cenacolo, con la consueta fila di turisti giapponesi, incappucciati nelle cerate.
" tanto che non vedo l'Ultima Cena. Almeno dalle superiori. Ti andrebbe di andarci quando abbiamo finito?", butt l Federico.
"No: a parte il fatto - replic, quasi infastidita, la restauratrice - che occorre la prenotazione, poi conosco a memoria ogni singolo dettaglio di quel maledetto dipinto."
Disse proprio "maledetto", come se il celebre dipinto murale fosse responsabile della tragica fine autolesionistica scelta dal padre.
"Hai ragione - tagli corto Malerba - e poi a te Leonardo uscir dagli occhi, no?".
L'umore della ragazza cambi all'improvviso. Si gir, fulminandolo con uno sguardo furente: "Mio padre si era portato alcuni libri su Leonardo persino quando era venuto a trovare mia madre nella clinica dove stava facendo la terapia del dolore. Sono cresciuta a pane e Leonardo. E non ne posso pi di occuparmi di lui. Per fortuna tra poco torner agli Uffizi e non dovr sentirne parlare in continuazione", sbott seccata.
"Beh... anche agli Uffizi ci sono dei capolavori di Leonardo, no?", obiett il cronista.
"Opere secondarie. Esposte alla Sala 15. Il Battesimo di Cristo  un'opera del Verrocchio, il suo maestro, cui Leonardo ha dato un contributo minore, dipingendo solo un angelo. L'Adorazione dei Magi  incompiuta e l'Annunciazione non si  nemmeno sicuri che sia sua: molti studiosi sostengono che sia attribuibile al Ghirlandaio", ribatt perentoria lei, con un tono infastidito.
Meglio non contraddirla. Cambi discorso.
"Da che parte inizieremo la nostra ricerca?"
"Tranquillo - riprese lei, improvvisamente pi docile - ho gi telefonato ieri. Ci fanno consultare i registri, dobbiamo chiedere di padre Simone."
Entrarono nel chiostro del Bramante.
Di forma quadrata, con un porticato a ferro di cavallo sui tre lati, nel mezzo un'eccellente opera di ingegneria per giardini con aiuole e piccoli alberi a circondare una fontana di forma romboidale, con quattro rane di metallo scuro, collocate sugli angoli in corrispondenza dei punti cardinali, dalle cui bocche zampillavano i getti d'acqua.
Nonostante la bellezza e la suggestivit del luogo, Rebecca tir dritto senza esitazioni verso la portineria.
Un monaco domenicano, vestito con la canonica tonaca bianca, li accolse nel portico: vennero fatti accomodare su una panchina di legno. Spensero i cellulari per evitare che squillassero in quel luogo sacro. Padre Simone sopraggiunse un paio di minuti dopo: era sulla sessantina, pochi capelli grigi diradati sui lati, la calvizie a dominare il centro della testa.
Fu di poche parole, ma affabile. Li accompagn nella biblioteca del convento. Federico e Rebecca ormai erano avvezzi a questi luoghi: umidi, impregnati di un odore che mescolava carta, inchiostro, muffa e polvere.
Non si fecero intimorire dai grandi scaffali colmi di tomi e seguirono il religioso fino al pesante tavolo di legno massiccio di frassino.
I registri erano gi appoggiati l, pronti per l'utilizzo.
"Posso esservi d'aiuto nella ricerca?", domand premuroso il frate.
"Siamo ricercatori dell'Universit Statale - s'invent Rebecca - e stiamo conducendo uno studio su alcuni dei personaggi menzionati dal novelliere Matteo Bandello nei suoi scritti. Avremmo la necessit di verificare se alcuni di loro sono stati tra i vostri monaci oppure tra i vostri novizi o seminaristi." Una frottola ben congegnata. E infatti il domenicano, senza tentennamenti, inizi a maneggiare i volumi dal rivestimento screpolato.
"La vostra ricerca dunque verte sull'ultimo decennio del XV secolo?", chiese con scrupolo e competenza.
"Esattamente, nel periodo intercorrente tra il 1490 e il termine del secolo", concluse soddisfatta Rebecca. L'Ultima Cena era stata dipinta tra il 1494 e il 1498: il seminarista in questione, per, poteva essere stato accolto nel convento qualche anno prima.
Il monaco inizi a selezionare i volumi disposti sul tavolo. Ne soppes un paio, quindi ne prese uno. Cominci a scorrere le pagine ingiallite, ma dopo una trentina di secondi si arrest.
Malerba strabuzz gli occhi: riusciva soltanto a intravedere una sfilza di nomi scritti con una minuta calligrafia corsiva, appaiati a una lista di date.
"Ecco - disse - padre Simone, questo  l'elenco stilato dal priore del nostro convento in quegli anni, padre Vincenzo Bandello."
Lo zio di Matteo Bandello.
"Che nome vi interessa?"
"Conosciamo solo il nome ma non il cognome del possibile novizio", ammise la figlia di Adorni.
"Questo rischia di complicare notevolmente la ricerca. Comunque ditemi."
Rebecca fece un respiro: "GiovanGiacomo".
Tenendo con la punta delle dita una pagina, il religioso annu con espressione perplessa.
"Vediamo. Dunque, Ioannis - indic un primo nominativo - ecco questo, un altro Ioannis, quest'altro. Poi questo..."
Almeno una ventina di Ioannis avevano trovato accoglienza come novizi o seminaristi nel convento domenicano tra il 1492 e il 1499. Nessuno di loro per aveva come secondo nome Iacomus. Uno Iacomus c'era, ma era entrato nel 1499, ovvero quando Leonardo aveva gi lasciato il Ducato di Milano.
Controllarono anche l'elenco dei monaci presenti in quegli anni.
Stesso esito: diversi Ioannis e nessuno Iacomus.
Ovviamente c'era una possibilit abbastanza concreta: ovvero che il messer GiovanGiacomo menzionato da Bandello fosse uno di quei tanti Ioannis, registrato senza il secondo nome o senza un nomignolo che poteva essergli stato appioppato per chiss quale ragione. A meno che...
Soltanto in quel momento, davanti all'elenco, compresero di aver tentato una mossa impossibile.
La risposta era proprio nelle parole vergate da Matteo Bandello: messer GiovanGiacomo.
Messer. Un laico, non un religioso.
Avevano preso una cantonata. L'ennesima cantonata di quell'impossibile caccia al tesoro.
La consapevolezza li aveva assaliti soltanto davanti a quei cimeli storici, ai registri circonfusi da un'aura di eternit.
Lo sconforto e la stanchezza si fecero sentire.
"Andiamo?", chiese Malerba dopo essersi reso conto che avevano speso pi di due ore in quell'inutile verifica, sforando mezzogiorno.
"Aspettami in cortile, gi che ci sono eseguo un ultimo controllo."
La ragazza raggiunse nuovamente padre Simone per domandargli qualcosa.
Federico ne approfitt per emergere all'aperto e godersi il fresco del chiostro. Aveva smesso di piovere, ma il cielo era plumbeo.
Accese il cellulare. Una cascata di sms invase il display, oltre a molte chiamate perse. Dalla redazione e da Brigante.
Niente da Lucrezia. Imprec.
"Nessuna Tau. In compenso in frigo c' tanta di quella carne che si potrebbe aprire una macelleria. E poi tanta altra roba...", lo inform Pinton.
Era stato solo uno scrupolo, un dubbio che si erano tolti con quel veloce controllo informale. Del resto il barman tatuato non pareva avere nulla della purezza e dell'ascetismo di un cataro.
Il tentativo, per, andava fatto.
"Cosa avete trovato?", chiese distrattamente.
"Cosa abbiamo visto, pi che altro... Una pistola avvolta in un panno, una Browning, anche vecchiotta, roba da anni Ottanta. E poi pasticche, talco, tutto quanto serve per il piccolo smercio... era tutto in bagno."
"Proprio un cretino, se gli avessimo fatto una perquisizione...", aggiunse Larini.
"Che fosse un imbecille l'ho sempre pensato. E visto la fine che ha fatto...", sentenzi Ardig, incamminandosi verso De Piccoli per restituirgli le chiavi.
Il responsabile della Scientifica era al telefono.
"... qui di fianco a me, glielo comunico in tempo reale, a dopo."
"Che succede?"
"Abbiamo finito la comparazione del DNA..."
Con tutto questo trambusto si era completamente scordato del responso che sarebbe dovuto arrivare quella mattina dai laboratori della Scientifica.
"...E i due campioni coincidono quasi completamente. Chi utilizzava lo spazzolino e il pettine che mi hai portato dall'appartamento di via Castel Morrone  poi finito arrostito con il cherosene."
Tombola! Il misterioso inquilino di Ambrogio Radice era davvero il carbonizzato rinvenuto a Cascina Monlu. Non erano ancora riusciti a dargli un nome e un cognome, ma se non altro si stavano avvicinando alla verit, passo dopo passo.
"E la Tau trovata sul comodino?"
"Sopra c'erano le impronte di Radice e un altro tipo di impronte che non coincidono con nessuna di quelle schedate. E, come ben sai, il carbonizzato aveva i polpastrelli abrasi dalle fiamme..."
Pertanto la comparazione con le sue impronte digitali era impossibile da effettuare.
Una mezza scoperta. Quella Tau poteva effettivamente appartenere allo sconosciuto, che l'aveva avuta dallo stesso Radice, oppure essere stata dimenticata chiss quando dal pittore suicida, che in fin dei conti era il padrone di casa...
Malerba rientr in biblioteca con passo affannoso.
Rebecca stava ringraziando padre Simone per il tempo loro dedicato mentre il religioso rimetteva a posto un volume dalla copertina meglio conservata. Un tomo pi recente, roba dell'ultimo secolo.
Di sfuggita inquadr un nome sul frontespizio: Gerolamo.
"Cos'?", domand Malerba incuriosito.
"Nulla, un volume che mi serviva consultare per il mio lavoro agli Uffizi. Non ha attinenza con la nostra ricerca. Ma gi che ero qui...", tagli corto.
"La donna dei misteri...", ridacchi Federico.
"Ma quali misteri e misteri... Ti ricordo che di professione faccio la restauratrice. O te lo sei scordato?"
Un altro repentino cambiamento umorale. Ormai aveva imparato a farci il callo. E buon viso a cattivo gioco.
"Mamma mia, che permalosa... scusami".
Lei abbozz, con un mezzo sorriso.
Lasciarono le mura del convento e ripresero per corso Magenta.
Nonostante l'ennesimo buco nell'acqua e la consapevolezza che la loro ricerca era gravemente arenata, Rebecca sembrava stranamente tranquilla, addirittura sollevata.
Fu lei a rompere il silenzio.
"Problemi di lavoro?"
"Hanno ammazzato uno in zona Linate e lo hanno bruciato."
Lo comunic con tono seccato, per l'incombenza lavorativa che gli avrebbe provocato, mentre casualmente si girava verso la figlia di Adorni. Rebecca sembr irrigidirsi per la notizia.
Avanzarono senza parlare, ascoltando i rumori del traffico urbano. Un paio di minuti dopo erano nuovamente davanti al Bar Magenta.
Circa due settimane prima si erano conosciuti proprio l, su quei tavolini metallici ora affollati da giovani universitari: due settimane intense, in cui avevano condiviso emozioni e stati d'animo molto intensi.
"Domani torni a Firenze?", le domand.
"A questo punto torno gi nel pomeriggio. Quello che dovevo fare l'ho fatto, non ho pi alcuna ragione per restare qui. Giusto?" L'allusione era chiara. L'unica ragione poteva arrivare da lui.
Si osservarono per un secondo interminabile. Lei prov ad avvicinarsi. Lui, titubante, indietreggi.
Non servivano parole questa volta.
"Ti capisco, forse a Firenze starai meglio."
"Forse."
Rebecca lo aveva colpito. E lo stava colpendo. Per l'intensit che la animava, per il fuoco che la divorava, per l'ardente determinazione che traspariva dai suoi occhi. Particolare, e atipica.
Soltanto l'amore per Lucrezia lo aveva trattenuto. E adesso Lucrezia si stava allontanando, per via di quel malinteso...
Improvvisamente cambi idea. E programma dell'agenda.
"Posso prendermela comoda, tanto ormai gli inquirenti hanno gi abbandonato la scena del crimine ed  inutile precipitarmi l. Vuoi mangiare qualcosa?", propose, senza quasi rendersene conto.
"Andiamo da te?", gli sussurr lei.
"Va bene, ti preparo un'insalata."
Cinque minuti dopo Ottone si strusciava sui jeans della restauratrice.
"Che bel micetto che sei."
"Micetto? Pesa quasi dieci chili!"
"Era un modo di dire... come sei suscettibile!" disse con tono ilare e sguardo leggero.
Rebecca inizi a esplorare la casa: un'occhiata alla cucina, una alla saletta. Qualche passo ed era in camera da letto. Il letto era stato appena rifatto dalla donna delle pulizie.
Malerba non si capacitava di quello che stava accadendo.
Erano a un passo dal letto quando Rebecca improvvisamente si volt verso di lui, ritrovandosi a pochi centimetri dal suo viso.
Un istante dopo le labbra della ragazza erano inchiodate alle sue.
La lingua di Rebecca si fece largo, cogliendo alla sprovvista le sue labbra indifese, per un istante solo. Una scarica elettrica. Un bacio vero, caldo, appassionato.
Si lasci trasportare un secondo di troppo. La cinse, abbracciandola, e sent le sue mani scivolargli sulla schiena, poi un altro bacio, a incastrarlo, a imprigionarlo in un vortice di emozioni.
Non si accorse nemmeno di aver iniziato a spogliarla, e di essersi spogliato o fatto spogliare a sua volta. Pelle contro pelle, nudi, si baciarono ancora, prima di piegarsi verso il letto. Lei sotto, con le gambe aperte per accoglierlo, lui sopra, a coprirla con il suo corpo.
Lucrezia fece irruzione in quell'istante. Il suo volto, i suoi capelli biondi, la sua voce, il suo profumo. Un'apparizione improvvisa, come se fosse l davvero e non soltanto nella sua testa e nei suoi occhi.
Si scost improvvisamente, un attimo prima di puntare verso di lei, verso la sua intimit pronta a riceverlo, ad accoglierlo.
Il vetro delle illusioni e dei desideri and in frantumi.
"Non posso, scusami", farfugli a bassa voce.
Fugg dalla stanza raccogliendo la sua biancheria prima di incrociare gli occhi di Rebecca nuda, sopra le lenzuola, con le gambe spalancate, mollata sul pi bello, anzi un momento prima, nel modo pi umiliante possibile.
La attese in cucina.
Un minuto dopo la ragazza ricomparve. Rivestita. Ferita e furente.
"Mi spiace, non volevo..."
"Non voglio mai pi sentirti in vita mia."
La giovane donna lo fiss ancora.
Il giornalista si rabbui.
"Probabilmente non  nemmeno colpa tua. Tu stai facendo la cosa giusta. Davvero. Non conosco questa Lucrezia, chiss che donna straordinaria deve essere. Di sicuro  veramente fortunata."
Malerba si sentiva sprofondare. Rebecca gli stava spiattellando candidamente in faccia quello che mai avrebbe voluto sentirsi dire, ovvero che si era innamorata di lui.
E lui stava zitto, come un pirla.
Il metro che li separava sembrava un chilometro.
"Giurami che non mi cercherai. Per nessuna ragione. Promettilo."
Una barriera invisibile li divideva.
"Avanti, promettimelo."
Federico era rigido come uno stoccafisso. Deglut a fatica. Poi finalmente apr bocca.
"Va... va bene, non ti cercher. Mai pi."
Lei sorrise, stralunata. Poi s'infil nel corridoio.
Si sentirono il rumore della serratura e la porta che sbatteva.
Federico affog in un oceano di sbagli e sensi di colpa. Verso Lucrezia e verso Rebecca. Per difendere i suoi sentimenti per Lucrezia aveva travolto e calpestato quelli di Rebecca.
E quel fugace contatto fisico aveva calato una pietra tombale sul loro ambiguo rapporto. Ora non aveva pi dubbi: avrebbe mantenuto la parola data e non avrebbe mai pi cercato Rebecca.
Per nessuna ragione al mondo.
Le ore scorrevano frenetiche. Tutti gli uomini della Squadra Omicidi stavano lavorando senza sosta.
Per stemperare la tensione e far ossigenare le cellule cerebrali, verso le 18 Ardig si concesse una passeggiata insieme allo scodinzolante Frog. Evit le vie pi centrali: troppa gente in giro a quell'ora.
I bar avevano messo i tavolini all'aperto e i milanesi si godevano il primo aperitivo serale cullati dall'aria tiepida di quel tardo pomeriggio di maggio. Aveva bisogno di camminare, per liberarsi della rabbia che lo divorava.
Restava una manciata di ore per mettere insieme un dossier credibile, in grado di affrontare il tribunale della Santa Inquisizione che avrebbe torchiato Ardig l'indomani mattina.
Prefetto, questore, capo della Mobile, procuratore capo, magistrati titolari delle inchieste: se li sarebbe ritrovati tutti dall'altra parte del tavolo, e avrebbe dovuto fronteggiarli da solo, come un esaminando il giorno dell'orale alla maturit. Poi ci sarebbe stata la stampa, che avrebbe sicuramente fatto divampare il fuoco delle polemiche, e infine si sarebbero scatenati i politici, che avrebbero attizzato le fiamme con qualche dichiarazione roboante.
Per la prima volta da quando era stato promosso alla guida della Squadra Omicidi sentiva la poltrona tremare.
In tanti, in troppi nelle prossime ore avrebbero chiesto la sua testa. Non sapeva come dar loro torto.
Cazzo! Cinque morti misteriose in venti giorni. Una media di un morto ogni quattro giorni! Manco fossero a Scampia... E nemmeno uno straccio di indagato o di sospetto. Roba da capro espiatorio.
Sorrise amaramente. Dove lo avrebbero trasferito?
Marche, Abruzzo, Lazio? Oppure il Friuli? O la Sardegna?
Un pensiero lo consol: non aveva nulla da perdere.
Si sarebbe lasciato alle spalle un appartamento dove aveva ancora gli scatoloni imballati dopo tre anni. E che altro?
L'unica donna che in qualche modo aveva perforato la sua ermetica solitudine lo aveva declassato istantaneamente a "scopata di una sera". Non gli teneva nemmeno il broncio...
Cambiare aria era davvero il minore dei problemi.
Per gli sarebbe spiaciuto perdere i suoi uomini. La sua squadra, forse la sua vera famiglia. Abbandonarli sarebbe stato il suo unico rimpianto, insieme a quello di non aver acciuffato i responsabili di questa lunga catena di delitti.
Un ronzio lo costrinse a mettere da parte quei pensieri malinconici e ribellarsi al fatalismo.
Sul display compariva la scritta "Federico cell".
Si decise a rispondere.
"Bruno, meno male..."
"Ciao Fede.  una giornataccia."
L'amico reporter ribatt: "Fidati,  stata peggiore la mia. Molto peggiore, credimi". La voce di Malerba era veramente da oltretomba.
"Cavolo, ti sento veramente a terra...", rispose il poliziotto, colto di sorpresa. C' sempre qualcuno che sta peggio di te... "Che ti  successo?", chiese apprensivo.
"Di tutto, di tutto. Ma lasciamo perdere. Tu come stai, invece?"
Il capo della Omicidi deglut.
"Domani tutti chiederanno la mia testa. Lo sai, no?"
"Temo di s..."
"Non me ne frega nulla se l'avranno alla fine dell'inchiesta. Adesso per mi serve tempo, mi serve qualche giorno. Forse una settimana."
Malerba intu dove voleva andare a parare l'amico.
"Uhm... e se io scrivessi che da ambienti della Squadra Omicidi trapela l'indiscrezione che le indagini hanno preso una svolta e che a breve potrebbero esserci novit rilevanti? Tenendomi sul vago, potrei..."
"Ti ringrazio, non so se sia opportuno o meno. E poi la verit  che in mano non abbiamo praticamente nulla. Quello che hanno ucciso oggi era proprio il bandolo della mia matassa, colui che avrebbe potuto dirmi qualcosa. E me l'hanno ucciso... La verit  che sono stato io a sbagliare, a non intuire prima che quel Licata c'era dentro fino al collo."
Il cronista della "Voce Lombarda" si limit a un "OK, come vuoi", poi aggiunse a mo' di consolazione: "Con il senno di poi  facile dire che si  sbagliato, ma se hai fatto determinate scelte investigative avrai avuto le tue buone ragioni. No?".
"Sar... fino a che ora puoi tenere aperto l'articolo?"
"Dipende. Se mi assicuri che mi dai una notizia vera, dei dettagli, insomma della polpa, posso tirare fino alle 22,30, massimo 22,45. Se poi non dai nulla i miei capi mi tirano il collo, lo capisci vero?"
"Lo capisco, fai il tuo articolo serenamente e non preoccuparti."
"Per da scrivere ho poco."
"E va bene... ascolta, questo Licata era pregiudicato per spaccio e favoreggiamento della prostituzione. Riteniamo che lo abbiano prima ucciso e poi carbonizzato."
"Lo stesso piromane di Cascina Monlu?"
"Se ti dicessi di no non mi crederesti comunque, vero?"
"Appunto. Altro?"
"No. Nessuno ha visto o sentito nulla. Ti basta?", chiese Ardig.
"Escludi un collegamento con la storia del gallerista? Voglio dire, lo escludi a taccuino aperto?", si inform Malerba.
"Certo, al giornalista Malerba lo escludo. In realt sai che non  cos, ma qui sto parlando all'amico..."
"Ovviamente. Punto sul regolamento di conti?"
"Dai, ti regalo un'altra perla: la vittima faceva il barman al Serendipity, un locale in via Tortona. Questo, tanto, lo scopriresti da solo nel giro di poco."
"Sai che perla..."
"Informati, Fede.  un posto dove le signore sole vanno a cercare compagnia maschile."
"In pratica un locale dove girano gli accompagnatori. Come quel De Rosa che dicevano facesse..."
"Questo l'hai detto tu. E nel caso lo scriverai tu..."
"OK, grazie Bruno. Ciao."
"Ciao."
A coordinare le operazioni di perquisizione dell'abitazione di Licata, autorizzata dal mandato del sostituto procuratore Perilli, era stato Santoni. Delle sostanze stupefacenti o psicotrope trovate in bagno si stavano occupando i colleghi della sezione Narcotici, cos l'ispettore ligure per due ore pass in rassegna oggetti di vita quotidiana completamente inutili per la loro indagine: scarpe da tennis di marca, jeans di marca, T-shirt di marca, cinture di marca, berrettini di marca e via dicendo.
Tutta roba di dubbio gusto, ma costosa. Una nutrita collezione di dvd porno; di libri neppure uno, manco per errore...
I giornali, quelli s che c'erano: il "Corriere", "la Repubblica", "il Giornale", "La Voce Lombarda", "la Padania". Tutti abbandonati sul divano, aperti alle pagine della cronaca milanese, dove erano riportati gli articoli dedicati agli ultimi tragici eventi che avevano funestato il capoluogo.
L'illetterato barman Licata, evidentemente, ci teneva a essere informato su quanto riportavano i quotidiani sul caso De Rosa e compagnia.
"Ispettore, qui ci sono delle chiavi..."
Zanella sopraggiunse con un portachiavi a forma di caschetto da moto: c'erano appese due piccole chiavette di metallo, di dimensioni e taglio quasi identico. Erano piccole, forse destinate a sigillare un lucchetto.
"Che cazzo apriranno?", borbott Santoni, piuttosto stanco e annoiato. Si guardarono intorno in cerca di ispirazione.
"Magari la cantina...", ipotizz Zanella.
"Uhm... s. Prova a scendere a dare un'occhiata."
"Vado tra poco, prima devo concludere l'ispezione della cucina", posticip l'agente.
"OK, per dopo ricordatene."
Si era inventato un mal di testa diplomatico, Brigante aveva fatto finta di bersela e lo aveva lasciato andare via, passando la sua pagina a un altro collega. Il vecchio caporedattore a suo modo era affezionato al suo pupillo e vederlo cos nervoso e agitato lo preoccupava.
Intuiva cosa poteva essere accaduto: la stretta vicinanza della figlia di Adorni, trasandata, mascolina ma pur sempre una donna giovane e interessante, le trasferte insieme, i pernottamenti nei conventi o chiss dove...
Osserv benigno Malerba che, in barba al feroce mal di testa che avrebbe dovuto piegarlo in due, infilava le scale come un ciclone, sfoggiando un'invidiabile energia fisica.
Mezz'ora dopo il reporter era dall'altra parte della citt, in via Ampre.
Con una rosa blu in una mano, pigi il dito sul citofono dei Romeo.
Tre piani sopra vide le tende pesanti che si muovevano. Qualcuno stava osservando il marciapiede.
Nessuna risposta.
Aspett un minuto e prov a citofonare. Niente.
Un altro minuto e un altro tentativo. Silenzio.
Rest l per mezz'ora, a ripetere il copione, fino a quando il portone si apr per far uscire un adolescente con un borsone sportivo a tracolla.
Malerba fu lesto ad approfittarne e a incunearsi nell'androne. Due minuti dopo era davanti all'uscio dei Romeo.
Scampanell pi volte. Alla fine si rassegn, andandosi a sedere sui gradini del pianerottolo. Sconsolato, stanco, depresso.
Rimase l per oltre un'ora, fino a quando si materializz il miracolo.
Lucrezia apr la porta, sorridente, quasi divertita.
"Ma come? Con tutte le donne che gli corrono dietro il famoso Federico Malerba perde una serata sulle scale di un condominio di periferia?"
Era in tuta, con le pantofole rosa ai piedi. Bellissima nella sua semplicit casalinga.
Le sorrise senza dire nulla, timoroso di infrangere quell'insperato momento di tregua.
"Dammi un minuto, mi vesto e scendo. Aspettami sotto."
Il minuto si moltiplic per venti, e per Federico si tratt di un vero supplizio.
Per fortuna aveva smesso di piovere. Fecero due passi fino alla macchina del giornalista.
Si accomodarono e chiusero le portiere, isolandosi dal mondo esterno. Lucrezia sembrava stranamente conciliante. Decise di raccontarle tutto, senza omissioni.
"Amore, ti chiedo due cose. La prima  di credermi, davvero, perch tutto quello che ti dir  la verit. E la seconda  di non interrompermi fino a quando non avr terminato."
"Va bene, ti ascolto."
La guard fisso negli occhi e inizi dal primo momento, la riunione con il direttore e l'editore, l'incarico ricevuto di tenere alta la pressione mediatica sul libro postumo di Adorni, collaborando con la figlia... fin con il lungo bacio a casa sua, seguito da quell'amplesso mancato per un soffio. Mancato per lei, per Lucrezia, per l'amore sincero che provava.
"Amore, sono un uomo. In carne e ossa. Ho commesso tanti errori e quello di stamattina  stato grave. Avrei potuto nascondertelo ma sono qui, a raccontarti tutto, pronto a pagarne le conseguenze."
Per un istante Lucrezia lo guard interdetta, con gli occhi lucidi. Quindi lo prese per il bavero della camicia tirandolo verso di lei.
Gli rifil un ceffone da paura centrandolo come meglio non avrebbe potuto.
"Stronzo."
Alz la mano per schiaffeggiarlo nuovamente. Federico socchiuse gli occhi in attesa del colpo.
Un secondo dopo sent le labbra di Lucrezia sulle sue. E un sussurro: "Non lo fare mai pi".
Apr la portiera e scese: "Ho bisogno di stare sola, adesso".
La guard allontanarsi e sparire dietro l'angolo.
Rimase inebetito con le mani sul volante.
Risuon la notifica di un sms. Si avvent sul cellulare pensando a Lucrezia.
Era Rebecca.
"Tra due giorni volo a Los Angeles. Mi hanno dato un periodo di aspettativa. Voglio cambiare aria. Ricordati la tua promessa. Oggi per un istante mi hai fatto sentire in paradiso ed  stato bellissimo. Vorrei dirti vaffanculo ma non ci riesco. Spero di dimenticarti, per sempre. Non mi risp, lo hai promesso. Ti mando un ultimo bacio: ci vediamo in un'altra vita."
Un'ondata di sollievo lo invase.
...
.
...
16. Milano, gioved 12 maggio 2011.
...
.
...
Alle tre di notte suonarono le trombe del giudizio: la vibrazione del cellulare. Ardig brancol nel buio e afferr l'Htc. Era Santoni.
"Mi ha chiamato Zanella un minuto fa: in cantina hanno trovato una tanica. Dall'odore,  cherosene."
"Porca putt... Dove? In che cantina?", comment il commissario, fra la meraviglia e il sonno.
"Nella cantina dell'abitazione di Licata."
"Dai, andiamo a controllare."
"Bisogna avvertire il magistrato?"
"A quest'ora di notte? Lascia stare. Abbiamo tempo per quello. Prima voglio vedere con i miei occhi", tagli corto il commissario.
Mezz'ora dopo erano in piazza dell'Artigianato.
La tanica era di quelle canoniche: plastica chiara, chiazzata all'interno di macchie oleose, scure e dense. L'odore del combustibile era fortissimo, lo stesso che avevano inspirato quella notte nel boschetto di Cascina Monlu.
"Quanto ci vorr per analizzarla?", domand Ardig, rivolgendosi al funzionario della Scientifica.
"Non molto, in poche ore avremo le comparazioni con gli altri campioni", rispose Luca Tagliaferri, di fatto il numero due di De Piccoli.
"Ottimo, non vi faccio perdere tempo."
In fondo alla parete dominava un fatiscente armadietto metallico.
"E l dentro cosa c'?"
"Veramente ancora non abbiamo fatto in tempo a guardarci", si giustific Zanella.
"Nessun problema, siamo qui per questo", lo rassicur Ardig.
Il lucchetto doveva aver visto giorni migliori, la chiavetta comunque entr senza problemi.
Era pieno d'involucri ricoperti di carta e cellophane: disegni, tele. Li srotolarono: la solita sequenza di corpi nudi stilizzati, intrecciati nelle posizioni pi contorte che l'elasticit muscolare possa concepire.
"Non chiedermi l'autore, ma cos a naso  tutta roba che arriva dalla pinacoteca di De Rosa.  quello il genere."
Rimasero in quel loculo ammuffito per pi di un'ora, poi uscirono in strada per fumarsi una sigaretta e riflettere a voce alta, senza farsi sentire dai tecnici della Scientifica.
Il cielo si stava rischiarando. La prima avanguardia di lavoratori milanesi stava per mettersi in marcia, maledicendo la sveglia. L'aria era frizzante. In strada non c'era anima viva.
Ardig tir un paio di boccate, come se fossero ossigeno puro da inalare nei polmoni. Poi esplose.
"Manca solo una confessione scritta. Poteva suicidarsi, no? E invece qualcuno gli ha tappato la bocca, per sempre. Proprio poche ore prima che gli saltassimo addosso."
I collaboratori annuirono, senza contraddirlo.
"E poi, cazzo, uno  cos pirla da tenersi in cantina la firma del delitto, la tanica di cherosene e i quadri di De Rosa, sapendo che gli stiamo con il fiato sul collo e che stiamo mettendo a soqquadro la citt per trovare il killer? Va bene essere coglione, ma cos tanto no", sbott scagliando il mozzicone fumante alcuni metri pi in l.
"OK, ma a questo punto? Dobbiamo comunque informare il magistrato", osserv Santoni.
Il capo della Omicidi rivolse lo sguardo al cielo terso: una calda giornata attendeva Milano.
Si sentiva come un allenatore di calcio che salva la panchina nel tempo di recupero, ma non pu esultare perch sente che quel gol  stato combinato, la partita era truccata.
Una vittoria buona solo per la classifica. E per salvare la panchina.
Stava per scodellare sul tavolo del magistrato il colpevole perfetto cui mettere in conto due omicidi, con tanto di prove rese inconfutabili dalle analisi della Scientifica. Ne era sicuro: in quella tanica avrebbero riscontrato resti di cherosene del tipo JA-1, lo stesso con cui, quasi certamente, era stato arso anche Licata.
Perilli e la Pollini avrebbero confermato e l'opinione pubblica si sarebbe serenamente concentrata solo sul finale della campagna elettorale.
Il mostro usciva di scena precipitando dritto all'inferno, dove non avrebbe pi fatto paura a nessuno: condannato per l'eternit a bruciare nelle fiamme per aver infierito con il fuoco sui corpi di quel tale trovato nel fosso di Cascina Monlu e dello sventurato gallerista. Punito sempre con il fuoco. Contrappasso dantesco.
E avevano pure il movente. I soldi. Se i quadri recuperati a casa di Licata valevano qualche decina di migliaia di euro e provenivano dalla galleria d'arte di De Rosa, c'era una spiegazione gi bella pronta per almeno uno dei due delitti. Un barman pregiudicato, pieno di debiti, razzia il magazzino del gallerista cliente del suo locale, per racimolare un po' di soldi da versare ai suoi pressanti creditori.
Tutto perfetto, tranne un dettaglio. Chi aveva ucciso lo stesso Licata riservandogli poi il medesimo atroce trattamento? E perch?
Ovviamente il magistrato avrebbe trovato una risposta semplice. Anzi, elementare. Un estorsore inviato dai suoi creditori stanchi di attendere il saldo. Tutto lineare. Troppo lineare.
Compose il numero di Perilli.
In ufficio le sedie non bastavano per tutti. Nessuno aveva badato all'orario, nessuno aveva protestato per il fatto di essere in servizio da pi di ventiquattro ore consecutive. Ardig li aveva voluti tutti l e li pass in rassegna con lo sguardo, uno per uno. Sembravano zombie: facce stanche, camicie spiegazzate, barbe lunghe, borse violacee sotto gli occhi. Pinton era stato prima al Serendipity e poi nell'hinterland, a casa della famiglia Licata; Santoni prima in Questura alla Scientifica e poi alla Mobile, quindi insieme a Zanella in piazza dell'Artigianato a rovistare a casa della vittima; Sanna all'Istituto di Medicina Legale, per un primo parere del dottor Brasca, che soltanto in giornata avrebbe effettuato l'esame necroscopico sul corpo dell'ultima vittima.
Attendevano risposte definitive dai laboratori, ma il tempo delle prove scientifiche e dei riscontri autoptici era finito: ora dovevano lavorare come segugi che avevano annusato una traccia della preda e non dovevano mollarla fino a quando non l'avessero stanata. Una scarica di adrenalina lo pervase. Diede la parola a ognuno dei ragazzi.
Inizi Sanna: "Il medico legale anticipa di aver riscontrato delle contusioni nella zona temporale e occipitale, secondo lui causate da un oggetto pesante, come un cric o una spranga. Una ferita che non sarebbe stata letale..."
"In pratica lo hanno stordito?"
" la sua opinione - prosegu l'agente - ma deve ancora fare dei riscontri. E, sempre in forma non ufficiale, ci comunica che probabilmente la vittima  stata strangolata con un laccio, perch presenta lesioni alla laringe e un gonfiore nella parte superiore..."
La ricostruzione diventava convincente: Licata era arrivato nel piccolo piazzale, dove aveva incontrato il suo, o i suoi carnefici. Li aveva fatti salire in macchina, oppure era arrivato direttamente con lui o con loro a bordo. Era rimasto al posto di guida, forse non per sua scelta, dove era stato colpito da dietro: una ferita non mortale che per lo aveva stordito. Poi, sempre operando alle sue spalle, l'assassino gli aveva stretto intorno al collo un cordino, forse di cuoio, e lo aveva soffocato.
A quel punto il corpo si accascia senza vita sul sedile destro, crollato schiacciato dal suo quintale di peso. L'assassino gli sfila le chiavi di casa, scendere in cantina, recupera una tanica di benzina e un fiammifero, d fuoco alle polveri con il solito cherosene e infine se la squaglia, indisturbato.
Pinton conferm quanto avevano gi ipotizzato: Francesco Licata aveva trascorso una normalissima serata di lavoro, preparando drink al bancone del Serendipity e intrattenendo la clientela femminile con le sue specialit a base di vodka, gin e soda, ma dispensando ben rari sorrisi. Questa era la vera rivelazione: secondo i dipendenti di turno la sera di marted, l'uomo aveva armeggiato con bicchieri e shaker fino alle due circa, molto scuro in volto e di cattivo umore.
Un buttafuori si ricordava di averlo salutato quando era gi trascorsa almeno mezz'ora dalla chiusura, avvenuta intorno alle due e mezzo. Licata si era incamminato in via Tortona in direzione della circonvallazione, quella opposta ai Navigli: la parte meno glamour della strada, dove locali e studi fotografici lasciavano il posto a condomini e dove, comprensibilmente, era pi semplice trovare parcheggio. Si era allontanato da solo. Tutti i testimoni per convenivano sul fatto che era pi ombroso del solito, come se avesse delle preoccupazioni, o un rospo da inghiottire. Ma nessuno sapeva dirne il motivo.
Santoni e Zanella avevano cercato di raccogliere informazioni in piazza dell'Artigianato, il palcoscenico dove si era consumato l'ultimo atto della tragedia. Tutti i residenti di quei pochi condomini anonimi e incolori avevano negato di conoscere, se non di vista, l'uomo trovato ucciso sotto le loro abitazioni. Nessuno, in quella anomala piazza a forma di conchiglia, ricordava di averci mai scambiato due parole.
Nel frattempo Sanna aveva sentito nuovamente il medico legale: da Brasca nessuna novit, e nessuna frattura.
"OK, il quadro  chiaro - sintetizz Ardig - e mi pare confermi lo scenario che avevamo ipotizzato. Dopo il lavoro, intorno alle tre, Licata si sposta da via Tortona e rientra a casa, ma non ci sale: resta in strada, in auto, forse per un appuntamento che si riveler una trappola mortale, oppure perch costretto o minacciato dal suo assassino."
Utilizz il singolare riferendosi all'omicida.
"Capo - lo interruppe Pinton - pensi che sia uno solo il killer, questa volta?"
" una sensazione.  evidente - osserv il responsabile della Omicidi - che per lo sconosciuto di Cascina Monlu dovevano essere almeno in due, anche solo per trasportare il corpo infagottato. Stesso discorso per De Rosa, sia per il pestaggio che per la gestione dell'incendio nello sgabuzzino."
"Invece questa volta - intervenne Santoni - non hanno neppure spostato il corpo dal sedile del guidatore. Lo hanno ucciso tirando il laccio da dietro, dopo averlo stordito. Se fossero stati in due uno lo avrebbe tenuto fermo e l'altro lo avrebbe soffocato."
"Infatti", convenne il commissario.
"Che dite? - intervenne Farris. - Se erano in due a trasportare il corpo del carbonizzato e in due a massacrare De Rosa si potrebbe anche desumere che il killer di Licata sia il suo complice in Cascina Monlu, no? Uccide il sodale e lascia nella sua cantina i quadri e le taniche di cherosene come prove per incastrarlo..."
"Possibile... oppure sia i quadri che le taniche erano gi nella cantina di Licata e il killer lo sapeva", acconsent il commissario, prima di voltarsi verso Pinton: "Marco, la famiglia?".
Pinton scosse la testa.
"Quando ha saputo, la madre ha avuto un piccolo malore, e la sorella era al capezzale a confortarla. Ho rimandato l'interrogatorio a oggi. Vado nel pomeriggio."
"Va bene, ma non perdere tempo."
La telefonata di De Piccoli giunse quando stavano terminando: il solito tipo di cherosene miscelato JA-1. Ne sapevano abbastanza. Il commissario conged i suoi uomini, in modo che potessero riprendere il loro lavoro.
Per riavere la salma di Francesco Licata e celebrare il funerale i familiari avrebbero dovuto aspettare il nulla osta del magistrato, minimo una settimana di attesa. Decisero dunque di officiare una messa di suffragio nell'unica chiesa di Cascina del Sole, una piccola frazione del comune di Bollate, nella parte nord dell'hinterland milanese, zona di case popolari, abitate da immigrati meridionali, in prevalenza calabresi e siciliani, saliti in Lombardia negli anni Settanta per tentare la fortuna.
Storie classiche dello Stivale. Come quella dei Licata.
L'ispettore Pinton e l'agente Larini attendevano il deflusso di parenti e amici della vittima fuori dal sagrato, poco pi di una colata di cemento davanti a tre gradini. Per rendere omaggio al giovane era giunto il parentado al completo: zii, cugini e nipoti.
Il classico clan familiare siciliano molto esteso. Stavano assiepati intorno alla madre e alla sorella del ragazzo; pi distanti, conoscenti e vicini di casa. Nessun volto noto: da Milano non si era scomodato neppure un cane per dedicare una preghiera all'ex buttafuori, poi diventato barman, con il sogno incompiuto di fare l'imprenditore e soprattutto di fare la bella vita.
L'unica mosca bianca era un tizio con il volto lampadato, Rolex al polso, iPhone in mano, occhiali scuri e Bikkemberg ai piedi. Per Pinton era una faccia nota, lo aveva incontrato poche ore prima: si trattava del direttore del Serendipity, scortato da una simil-escort che celava temporaneamente le curve prorompenti sotto un completo scuro, per non dare nell'occhio.
I due poliziotti attesero pazientemente per quasi mezz'ora e quando videro la sorella del defunto - accompagnata dal compagno che le cingeva le spalle - congedarsi dalla madre, decisero di abbandonare il loro posto di osservazione.
Si avvicinarono alla coppia. L'uomo li squadr in cagnesco.
"Perdonateci."
Uno sguardo di sfida, del tipo "cazzo volete?", fu l'accoglienza del macho.
"Ispettore Marco Pinton, Squadra Omicidi."
Come sempre, non c'era nulla di pi efficace di un distintivo da sbirro per gelare sul nascere i bollenti spiriti del bulletto di turno.
"Adesso non possiamo", si oppose comunque l'accompagnatore, sui trent'anni, piccoletto, tarchiato, basette lunghe a lama e capelli impomatati con pettinatura da istrice. Scelsero di ignorarlo rivolgendosi direttamente alla ragazza, anche lei sui trenta, bruttina, in jeans e scarpe con tacco a sostenere qualche chilo di troppo, capelli e occhi scuri, viso un po' paffuto e trucco pesante.
"Lei  Carmen, giusto? La sorella di Francesco, se non erro."
La ragazza annu.
"Dovrei rubarle qualche istante...  importante."
L'uomo tent di inserirsi: "Ti ho gi detto che adesso non possiamo".
Se ci fosse stato Ardig il tamarro avrebbe finito per prendersi una testata sul naso, ma Pinton era fatto di un'altra pasta: lo ignor, fissando Carmen.
"Se non parliamo ora dovr convocarla in commissariato. E magari farle perdere una giornata di lavoro."
Aveva toccato il tasto giusto.
"Siete qui in macchina?", rispose lei, cortese.
Questa volta ad annuire fu l'ispettore.
"Allora ci segua fino a casa nostra."
L'abitazione della famiglia Licata era poco distante. Si poteva raggiungere anche a piedi, stava in un reticolo di case popolari dalla forma squadrata, a tre piani, disposte a figura geometrica.
Un cinema, alcuni bar e un circolo ricreativo dall'insegna eloquente "Magna Grecia" avrebbero dovuto essere la parte ricreativa del luogo. Il fidanzato, al volante di un Hyundai coup vecchia di dieci anni ma tirata a lucido come nuova, scaric Carmen, le diede un paio di baci e si dilegu. Non aveva voglia di conversare con due piedipiatti.
Pinton si annot mentalmente il ritratto di quel pitbull: di sicuro aveva qualche piccolo scheletro nell'armadio, era il tipo che bighellona per ore nei bar o nelle sale biliardi, perde bei soldini nei videopoker e sbarca il lunario con i soliti espedienti, magari ricettazione o altri piccoli reati.
Seguirono la ragazza sulle scale, fino al secondo piano. Entrarono in un ambiente affollato: la trib Licata si era riunita in salotto per consolare la mamma. Erano almeno una ventina, molti di loro in piedi. Una vera riunione di famiglia.
L'appartamento era pulitissimo e luminoso.
Dall'ingresso si accedeva a un salotto arredato in vecchio stile, con il classico armadio di mogano scuro, ad angolo, pesante, con vetrine ospitanti servizi buoni e soprammobili scadenti.
In mezzo un tavolo rotondo degno della corte di Camelot, a fianco due divani foderati a fiori rivolti verso un vecchio televisore incassato in un mobile sempre di mogano scuro.
Nessuna traccia di lettore dvd o di decoder Sky.
Su un ripiano la foto di un uomo di mezza et, a fianco un vaso di fiori freschi: doveva trattarsi dell'ex capo famiglia.
Secondo le verifiche che avevano svolto Pasquale Licata era scomparso nel 2000, per un infarto o un ictus che lo aveva stroncato proprio quando, dopo oltre quarant'anni di duro lavoro come autotrasportatore, avrebbe potuto godersi la meritata pensione.
La vedova aveva ereditato l'appartamento appena finito di pagare, un piccolo gruzzolo sul conto corrente e una pensione reversibile che le consentiva di campare dignitosamente.
La figlia minore, Carmen, lavorava come estetista in un salone di bellezza a Novate Milanese, e viveva ancora con la madre. Le due donne e il defunto padre non avevano mai avuto a che fare con la giustizia, pagavano regolarmente imposte e bollette, insomma le classiche brave persone.
Una famiglia perbene con un figlio imbecille, che sogna i soldi facili e finisce strangolato e carbonizzato in una piazza di periferia.
"Andiamo in cucina, vi preparo un caff", sugger la ragazza con sguardo basso e atteggiamento dimesso.
Istintivamente Pinton prov compassione per lei: una ragazza che non aveva e non avrebbe avuto molto dalla vita, bruttina, poco istruita e costretta a un lavoro di routine, incastrata in una realt grigia. E pure fidanzata con un cretino, ignorante e presuntuoso, che non doveva andare oltre le serate al bowling o i tour nei centri commerciali, il sabato, in cerca dell'ultimo modello di cellulare.
La ragazza serv il caff e li fiss. Aspettava le loro domande.
Chini sul tavolo Ardig, Farris e Santoni stavano esaminando i reperti della Scientifica.
Un bussare deciso alla porta li distolse: Pinton. Stanco, ma con un'espressione che prometteva novit. Si sedette sulla solita poltroncina di sinistra e appoggi sul tavolo una busta di carta.
"Sono le foto scattate alla cerimonia funebre. Niente d'interessante. Parenti. Conoscenti. Pi o meno disperati, nient'altro."
Il commissario si risparmi persino la fatica di esaminarle.
"Viaggio a vuoto, deduco."
"Non del tutto", sorrise il giovane. "La sorella minore di Licata ci ha tracciato un profilo interessante del fratello. Capo, avevi visto giusto. Giocava a fare il duro, ma era uno sfigato."
"In che senso?"
"Secondo Carmen il fratello favoleggiava di una vita da vip: macchine costose, case belle, soldi a palate, fighe a volont."
"Un attimo... non ti seguo", lo interruppe il superiore.
"Fino a dieci anni fa questo Licata era uno regolare, aveva un lavoro da magazziniere in una ditta nei dintorni e la sera arrotondava facendo il buttafuori nei locali della zona, sfruttando la sua stazza. Per essere chiari: solo fumo e niente arrosto. Pochi soldi in tasca e zero donne."
"E poi?"
"Intorno al 2003 ha fatto il salto di qualit. Lo hanno preso come buttafuori in un locale di corso Como. E da quel momento  iniziata la metamorfosi. E la scalata sociale. Deve aver allargato il giro di conoscenze e ha imparato il mestiere di barman. Cos, dopo un po', si  licenziato dal lavoro di magazziniere e si  dedicato anima e corpo alla vita notturna. Gli si sono riempite le tasche di grano e dopo un paio d'anni ha tentato la sorte da imprenditore."
"Una sorte infausta - intervenne Ardig - che lo ha portato dritto dritto a mangiare il rancio di San Vittore."
"Proprio cos - riprese Pinton - e la sorella mi ha confidato che nei pochi mesi di carcere Licata aveva sofferto moltissimo."
"Capirai, senza cocktail e figa la vita  dura", borbott il commissario.
"No, sul serio. I comuni lo spremevano. Soldi, soprusi, minacce. E lui era uno che si metteva a frignare. Un bambinone finito in un gioco troppo grande. Pare che in carcere abbia perso una quindicina di chili e abbia pi volte minacciato di suicidarsi."
"Una vera mozzarellina."
"Per farla breve - termin l'ispettore trevigiano - lo hanno trasferito da San Vittore a Bollate e l, nel periodo di detenzione, il buon Licata aveva trovato un socio o comunque un protettore, che gli parava il culo in cambio di una paghetta mensile."
Ardig drizz le antenne.
"Un'amicizia proseguita una volta fuori?"
"Secondo la sorella s. Sarebbe stato questo tizio ad aiutarlo a trovare il lavoro al Serendipity. Ma non solo. Anche Carmen era stupita e preoccupata per il fatto che il fratello conducesse una vita cos al di sopra delle sue possibilit economiche."
"Bah, abitava in una topaia in piena periferia", bofonchi perplesso Farris.
"Per negli armadi c'erano jeans, cinture e camicie di Armani, Trussardi, Dolce&Gabbana e via dicendo. E girava in Peugeot - si intromise Santoni - perch la precedente vettura, un'Audi S5 coup, un giocattolino da quasi 100 testoni, l'aveva dovuta vendere in fretta e furia."
"Scommetto per pagare i suoi debitucci alle corse", ragion il capo della Omicidi.
"E qui viene il bello. Ho provato a tastare il terreno con la sorella, senza espormi - continu Pinton - e mi ha confermato che il fratello le aveva confidato di avere grosse difficolt economiche; per rassicurarla le aveva spiegato che era sul punto di concludere un affare. Lui le diceva che con quell'affare li avrebbe sistemati tutti."
"Hai capito... e ovviamente la sorella ignora di che affari si potesse trattare", lo anticip il capo della Omicidi.
"Di che affare potrebbe trattarsi? Parliamo di qualcosa di estremamente redditizio, no? E Licata alla fine era un pusher...", ipotizz Farris: la droga era un movente valido per una catena di delitti, lo stesso De Rosa ne era un consumatore abituale. Volendo, il cerchio quadrava.
"Lanciamoci in un fanta-ragionamento. Licata, De Rosa e lo sconosciuto carbonizzato - ipotizz Santoni - vogliono realizzare un business milionario, acquistare una partita di coca da chiss quale mercato emergente e poi farla girare tra il Serendipity o il giro di donne di De Rosa. Per qualcosa va storto, forse non trovano il denaro per l'acquisto o per il saldo e qualcuno decide di fargliela pagare. Licata ha paura, tradisce i suoi soci vendendoli ai loro aguzzini e cos inizialmente si salva, mentre gli altri fanno una brutta fine. Poi Licata diventa scomodo e allora... zac!"
"Questo - osserv Farris - spiegherebbe perch Licata non  stato ucciso e al tempo stesso non  scappato. E giustificherebbe anche un suo coinvolgimento diretto nell'esecuzione degli omicidi. Aveva la stazza per spostare i cadaveri e trasportarli, ma non aveva le palle e la competenza per spezzare le falangi e nemmeno per dare il colpo di grazia."
"Uhm, dimenticate i collegamenti con Radice, che telefonava a De Rosa e ospitava lo sconosciuto carbonizzato", obiett il commissario.
Tutto e il contrario di tutto.
"Troppa carne al fuoco. Limitiamoci ai fatti concreti e alle prove che abbiamo in mano. La tanica di cherosene, i quadri trafugati dalla New Art Gallery. Tutti gli indizi portano a Licata ed  su di lui che dobbiamo concentrare le nostre attenzioni."
Si volt verso Pinton.
"Dove  stato rinchiuso?"
"A Bollate."
"Domani vai al carcere di Bollate: consulta i registri, interpella se riesci i responsabili del personale, gli assistenti sociali. Vediamo di capire chi poteva essere il protettore di Licata. Io intanto telefono al magistrato per le autorizzazioni."
"Un'ultima cosa - intervenne Santoni - ho sentito i colleghi del posto di Polizia del nostro Consolato a Manhattan, per trasmettergli la documentazione su De Rosa per il trasferimento della salma chiesto dai genitori..."
"Massimo, vieni al sodo!"
"Mi chiedevano se occorra o meno che vadano in quel magazzino di Coney Island a recuperare i quadri spediti dal gallerista prima di essere ucciso. Sai quei dipinti di Kendall inviati dal vettore in zona CAMM?"
"Uhm, s... non vedo a cosa possa servirci, per. S, digli di andare a prenderli, giusto per puro scrupolo."
Usciti i due ispettori Ardig torn a immergersi nella lettura delle carte.
Il suono che gli segnalava il ricevimento di un sms rimbomb nella stanza.
Era Malerba.
"Stasera vado al PalaSharp a vedere Milano-Cremona. Poi vieni a mangiare da me? Cucino jalisco e tortillas. E non parliamo di lavoro. Che dici? Fede."
Beato Federico, che poteva andarsene alla partita di basket.
Beato Federico, con la sua esistenza spensierata e frivola.
Beato Federico, senza pressioni, esentato dal lottare costantemente contro il tempo.
In realt di tempo lui ne aveva. Eccome se ne aveva... Tutto sommato poteva anche prendersi una serata tranquilla.
Compose il numero dell'amico cronista, che rispose ansimando.
"Ciao Bruno, sono in palestra. Sul tapis roulant. Cinquanta minuti con pendenza al 4%", si vant Federico.
"Attento, alla tua et lo sport  pericoloso", lo canzon Bruno.
"Veramente, ho tre mesi meno di te. E una forma fisica invidiabile", ribatt, sempre ansimando, il reporter prima di incalzarlo: "Ci sei stasera, vero?".
Con la mente ritorn agli anni in cui andavano al Pala-Trussardi, oggi ribattezzato PalaSharp, il palazzetto che ospitava il basket milanese dalla seconda met degli anni Ottanta. Un bel periodo per entrambi: studenti liceali. Ne era passata di acqua sotto i ponti.
Anni di lavoro, carriere, indagini, articoli, donne, case e tutto quanto la vita regala tra i 18 e i 37 anni a un ragazzo nato per fare il poliziotto che diventa vicequestore e a un amico che a vent'anni si inventa cronista e arriva allo status di inviato.
"Allora?"
"Ci sono, ci sono. Per questo Jalisco cos'?"
"Zuppa di fagioli piccanti, che si versa nelle tortillas prima di arrotolarle."
"Una bistecca non andava bene?"
"Fidati."
"OK, mi fido. Alla peggio digiuno."
"Perfetto, ti aspetto verso le 22,30."
"Intesi. Ah, un momento."
"Che c'?"
"Hai ancora il gatto?"
"Che domande: s, certo. Perch?"
"Perch io ho un cane."
"Cosa?"
"Hai capito benissimo, ho un cane."
"Un cane... tuo? Un cane vero?"
"Ti sembra cos incredibile?"
"Conoscendoti s... comunque sono contento per te."
"Grazie."
"Bene, allora ti aspetto da me. Chiudo Ottone in camera da letto e lasciamo campo libero al commissario Rex."
"Si chiama Frog, non Rex."
Una risata di scherno echeggi nella cornetta.
"Un nome, un programma. Va beh, cerchiamo una principessa che lo baci e lo trasformi in un principe... A dopo."
Chiuse la telefonata e lanci un'occhiata a Frog. Altro che commissario Rex.
Sent bussare.
"Capo, posso?"
Era Invernizzi.
"Sono atteso in Procura."
" importante. Ci metto un minuto."
"OK, vieni."
Il sovrintendente dispieg sulla scrivania una serie di tabulati telefonici: le utenze domestiche di Adorni e Radice e quella del negozio di De Rosa. Un mare magnum di numeri e tabelle, con un paio di righe evidenziate.
"Non ce ne siamo accorti subito, c' voluto l'incrocio con i tabulati di Radice per notarlo. Ma guarda qui, vedi questo numero..."
Aveva un prefisso straniero, che non riconobbe.
"Abbiamo terminato ora le verifiche.  un numero di cellulare della compagnia telefonica di Antigua, intestato a una societ offshore."
"Antigua? Un paradiso fiscale, giusto?", si inform il commissario.
"Proprio cos. Questa utenza di telefonia mobile ha avuto diversi contatti telefonici nei giorni precedenti al 22 aprile con tutti i tre numeri monitorati."
"Risaliamo immediatamente al proprietario."
"Gi fatto, capo. Il telefono risulta disattivato da giorni. Risalire all'intestatario  praticamente impossibile."
Chi poteva avere un telefono intestato a una societ offshore caraibica? Ringrazi Invernizzi e s'infil una cravatta prima di andare in Tribunale. C'era aria di Pollini.
Le gambe della Pollini si muovevano nervose sotto il tavolo, accavallandosi sinuose mentre i tacchi a spillo ferivano il pavimento. Affascinante come sempre, e molto sulle spine. Neppure lei si attendeva una svolta cos repentina dell'indagine. La Scientifica stava sfornando riscontri su riscontri: tutti compatibili seppur non definitivi.
Dalla miscela del cherosene incendiario ai quadri di Gaines e Kendall sottratti dalla pinacoteca di via Pisacane, tutti gli indizi portavano in una sola e univoca direzione: il coinvolgimento del defunto Francesco Licata nella misteriosa catena di delitti che aveva insanguinato Milano.
Poco dopo vennero raggiunti anche dal procuratore capo, dal questore e dal sostituto procuratore Ivano Perilli. Quest'ultimo era sollevato: la morte di Licata aveva permesso d'individuare l'autore dei due precedenti delitti, di competenza della collega, e lo aveva sollevato di fatto dalla titolarit di questa spinosa inchiesta.
Ardig riepilog il quadro indiziario.
"La sua ricostruzione - intervenne proprio Perilli - mi indurrebbe a convenire con lei nel ritenere che l'assassino fosse da solo. Un assassino dotato di una notevole prestanza fisica e di una forza non comune. La vittima da quel che vedo era di stazza considerevole".
"Non doveva essere per forza erculeo per stordirlo - lo contraddisse Ardig - quanto allo strangolarlo non si impressioni: il corpo di Licata era sbilanciato, rivolto all'indietro, e questo favoriva indubbiamente l'azione di soffocamento del laccio. Nel giro di un paio di minuti  sopraggiunta la morte."
"Allora rettifico - sbuff il sostituto procuratore - non un killer dotato di una forza fuori dal comune, ma comunque esperto e abile nelle tecniche, come dire... delle arti marziali?"
"Diciamo di s. Indubbiamente Licata non deve aver intuito l'imminente mortale pericolo. Non ha cercato di scappare o di aprire lo sportello. Forse perch si fidava o forse per timore del suo assalitore, di una sua possibile reazione ancora pi pericolosa. Magari lo minacciava con un'arma. La ferita sulla nuca potrebbe essere stata causata dal calcio di una pistola."
"Resta il fatto che questa volta l'omicida non ha infierito sulla vittima massacrandola con calci e pugni", eccep la Pollini.
"Intanto questo delitto - la interruppe il capo della Omicidi -  avvenuto all'aperto, in un luogo pubblico, con il rischio che transitasse un'auto o peggio ancora una pattuglia, anche se erano le 4 di notte. Pertanto il fattore tempo era decisivo. Il killer doveva colpire, uccidere e incendiare il veicolo in pochi minuti. Inoltre ritengo che De Rosa e l'altro disgraziato siano stati torturati per una ragione precisa: o come punizione per uno sgarbo oppure per estorcere loro un'informazione. E se Licata era uno degli aguzzini..."
"Bene, abbiamo l'assassino", lo interruppe il procuratore capo, stringendo soddisfatto la mano al questore, prima di congratularsi con i due magistrati competenti per le indagini.
"E complimenti anche a lei e ai suoi uomini, commissario. Ottimo lavoro."
Incass i complimenti con un mezzo sorriso. Il gol in zona Cesarini sarebbe stato annullato dalla moviola, per intanto la cadrega era al sicuro...
La riunione prosegu per definire le mosse successive. L'indomani mattina sarebbe stata convocata una conferenza stampa per illustrare quanto appurato: nessun tono trionfalistico, nessuna enfasi, solo una cronaca stringata, suffragata dai dati scientifici.
Sapevano di dover ancora dare un nome al cadavere di Cascina Monlu, trovare un movente valido per quella scia di morti e assicurare alla giustizia l'omicida di Licata. Una vittoria parziale, ma in tempi di vacche magre potevano accontentarsi. L'importante era aver arrestato l'emorragia di delitti e poter tranquillizzare i cittadini.
Per far scattare le manette e mettere in scena i processi c'era tempo.
Terminata la riunione la Pollini raggiunse Ardig davanti agli ascensori.
"Mi darebbe uno strappo?", chiese garbatamente.
Una richiesta insolita. Di sicuro aveva l'auto di servizio, e poi erano soltanto le 18, mica notte fonda.
In questo caso, per, non si trattava di necessit. Era evidente.
Ardig indugi prima di risponderle.
In ogni caso non poteva respingere la richiesta del magistrato, lo imponevano le pi elementari norme del galateo.
"S, certamente", borbott vagamente infastidito mentre entravano nell'ascensore. Si appoggi allo specchio, alle spalle della donna, godendosi lo spettacolo del suo sedere alto, pieno e rotondo fasciato nella gonna nera.
Stacc gli occhi dal fondoschiena prima che arrivassero al pianterreno, attento a non farsi beccare anche se, a ben pensarci, era proprio quello che lei voleva.
Avrebbero fatto ancora sesso, non aveva dubbi. Perch? Puro piacere fisico? Solo l'attrazione materiale e umanissima a fare da calamita per i loro corpi? E poi? Il solito "ognuno per la strada e continuiamo a darci del lei"? Sarebbe stato al gioco, fino in fondo.
Carpe diem.
Se l'era ripromesso quando aveva beffato la morte, ritrovandosi miracolosamente incolume dopo la sparatoria in cui Pinton gli aveva salvato la vita per il rotto della cuffia.
Promesse da marinaio. Parole al vento.
Da quel giorno aveva continuato a trascinarsi come prima, staccando i giorni dal calendario, uno dopo l'altro, inanellando settimane su settimane nella sua solitudine e nei suoi silenzi.
Esistere o vivere? Ci provava, a vivere per davvero, consumando emozioni e sentimenti, ma raramente ci riusciva. Il suo guscio di tartaruga continuava a proteggerlo dal mondo esterno, un po' come il giubbotto antiproiettile che gli aveva regalato un'insperata salvezza in quel caldo giorno d'estate.
Aveva 37 anni suonati, e ci stava provando. Piccoli tentativi. Come la presenza di Frog al suo fianco, oppure il tentativo di promuovere i suoi uomini da semplici colleghi a veri amici.
Stava forzando la sua natura. Il suo Everest si chiamava Deborah Pollini.
E se si fosse affezionato? Consumava i ragionamenti in silenzio, percorrendo le vie di una Milano distratta dai soliti ritmi frenetici di fine giornata. Giunsero in largo Crocetta e non ci fu bisogno di alcun invito esplicito.
Lui parcheggi, spense il motore e l'accompagn al portone.
Lei gli fece strada, trattandolo come un compagno abituale, autorizzato a violare la sua tana.
I vestiti volarono rapidamente sul tappeto etnico, uno sull'altro alla rinfusa. Si ritrov completamente nudo a fronteggiare Deborah, rimasta con le calze - non collant come sospettava ma autoreggenti - e l'immancabile camicia bianca totalmente sbottonata, sottile arma di seduzione che esaltava ancora di pi il suo incredibile seno.
Tent di sfilargliela ma lei si oppose, per un assurdo senso del pudore. Questa volta furono meno impetuosi.
Si baciarono a lungo, masturbandosi a vicenda, senza la frenesia adolescenziale e animalesca del loro primo rapporto.
Poi lui la spinse sul tavolo, la mise a sedere sul bordo, le allarg le gambe e si incastr nel suo corpo.
Sentiva di essere dentro di lei, assorbito dal suo ventre.
Non la stava scopando. Era tutto diverso.
Le bocche danzavano tra loro, se una si allontanava l'altra la riagganciava. Le mani si cingevano, i capezzoli di lei premevano contro i suoi pettorali.
Andarono avanti cos per qualche minuto, fino a quando lei si lasci andare, appoggiando la schiena al tavolo e aprendo ancora di pi le gambe.
Lui le arpion, all'altezza delle cosce, e inizi a mulinare ancora pi forte, colpo su colpo, facendola gridare. Sempre pi forte, fino a quando esplose in un urlo liberatorio e plateale.
Era il semaforo verde che stava attendendo: smise di trattenersi e vibr ancora un paio di colpi con il bacino. Le spruzz il suo liquido caldo nelle cavit pi oscure e profonde, stoccando ancora qualche colpo, quindi si accasci sulla sua pancia nuda e sudata. Si sentiva esausto, svuotato.
Il tavolo oscill pericolosamente, costringendoli ad alzarsi come una sveglia all'alba che interrompe un bellissimo sogno.
Le mani di Deborah si spostarono con rapidit sui bottoni della camicetta di seta, dall'alto verso il basso.
Dieci secondi dopo quegli splendidi seni rotondi erano spariti dalla sua vista, nuovamente nascosti sotto il tessuto, dove poteva solo intuirne le forme.
La guard ancheggiare, sculettando fiera con le natiche tornite verso il divano, dove si accomod in una posa plastica.
Le gambe allungate, rese ancora pi belle dalle lucide autoreggenti color carne, leggermente aperte per mostrare quello che ogni uomo desidera.
"Mi offri una sigaretta?", cinguett allegra e rilassata.
Per la prima volta si era rivolta a lui utilizzando il tu.
Assaporarono ogni boccata in religioso silenzio.
L'erezione stava calando.
A sorpresa lei si pieg verso il basso, cerc il pene con la lingua, lo prese in bocca e lo lecc voluttuosamente. Termin l'operazione e si rialz, puntando verso la sua bocca e portando con la lingua un mix di saliva, nicotina e sperma. Un ultimo bacio dal sapore agro.
L'erezione torn improvvisa e allora la cinse a s; con la mano lo pilot dentro di lei per un nuovo viaggio nel piacere della carne e nei sensi.
La guardava ondeggiare sopra di lui, con l'espressione compiaciuta, le mani nei capelli, fino al nuovo urlo selvaggio.
Il tempo di far venire nuovamente anche lui e scatt come una molla, staccandosi e alzandosi per poi sparire nel corridoio.
Gi sentiva il rumore del rubinetto del lavandino o del bidet. Un paio di minuti pi tardi Deborah rientr con addosso la vestaglia della prima sera e una sottoveste scura sotto.
Fine dei giochi. L'orologio segnava le venti passate.
And in bagno a ripulirsi.
Lei lo attese in silenzio. Recuper i vestiti e si affacci sulle scale.
Nessun bacio di congedo, nessuna carezza, nessuna coccola. Solo un semplice: "La chiamo domani. Buona serata".
La cucina era invasa da un profumo penetrante.
Ardig entr in compagnia di Frog, impegnato a fiutare ogni angolo della casa: le sue narici avevano captato l'odore di un felino.
"Altro che commissario Rex, guarda te che rudere", ironizz Malerba, accarezzando il pelo rado del bastardino. "Dovrebbe mettere su qualche chilo."
"Ci sto provando. Gli metto delle pasticche ricostituenti nella pappa. Ha gi fatto molti progressi. Dovevi vedere com'era conciato quando l'ho trovato."
"E gli occhi?"
"Qualcosa vede, distingue le figure e le luci, secondo il veterinario. Tutto sommato se la cava."
Il reporter stapp due bottiglie di Beck's e ne offr una all'amico.
Brindarono cozzando i colli in vetro e tracannarono qualche sorso.
Quindi Malerba torn ai fornelli. Sul tavolo aveva gi disposto una massa di tortillas di farina bianca, almeno una dozzina, e un vassoio colmo di nachos, i triangolini di mais da intingere nella salsa piccante al tabasco, tradizionale aperitivo di ogni cena messicana, almeno a sentire i gestori dei locali etnici tanto in voga a Milano.
Chiacchierarono qualche minuto parlando proprio di Frog, delle burrascose circostanze in cui lo aveva trovato, dell'ambientamento meno complicato del previsto e della decisione, ormai maturata definitivamente, di tenerlo con s.
Intanto Federico mescolava la zuppa nella pentola.
Bruno recuper la busta sigillata che aveva contenuto la zuppa.
"Dove l'hai comprata?"
"Al supermarket", ammise candidamente l'amico.
Dalle informazioni stampate sul retro il poliziotto apprese che il Jalisco  una zuppa di fagioli piccante che prende il nome dall'omonimo Stato messicano, di cui  il piatto tradizionale.
Lesse ad alta voce: " una ricetta molto antica, risalente al tempo degli aztechi ed  molto popolare in tutto il Messico, dove viene mangiata pure a colazione e resa pi completa con l'aggiunta di salsiccia fresca piccante...".
Il cronista lo guard di sottecchi.
"In questo caso niente salsiccia, perch fatico a digerirla."
Consumarono la cena con calma, senza parlare di lavoro, conversando di argomenti leggeri, poi si spostarono nel piccolo salotto.
Chiusero Frog in cucina e liberarono un Ottone a dir poco adirato che and subito a stendersi sul tavolino, al centro dell'attenzione.
Stapparono un'altra bottiglia di birra, poi si decisero a uscire per fare due passi, per la gioia dei loro inconciliabili animali.
Ottone sarebbe tornato l'indiscusso padrone del suo regno, violato per qualche ora da un insulso cane, mentre Frog avrebbe potuto sgranchirsi le zampe e fare i propri bisogni.
Camminarono lungo via Vincenzo Monti in direzione opposta al centro e risalirono fino ai giardini pubblici che immettevano in via Massena.
Senza accorgersene arrivarono trotterellando sotto la casa del defunto professor Adorni, a quasi un mese dalla sua tragica scomparsa. Era inevitabile tornare sull'argomento.
"Novit sui due suicidi?", chiese Malerba.
"Indagini archiviate", mastic amaro il poliziotto.
Si accomodarono su una panchina a ridosso del verde.
"Povera Rebecca", biascic Federico.
"A proposito, come sta?", domand Bruno.
"Bella domanda. Spero meglio."
"In che senso?"
"Nel senso - prosegu il giornalista - che  una donna strana. Una sorta di Giano bifronte. Fuori sembra una dura, tosta, maschiaccia. Sotto invece ha un animo dolce, sensibile, fragile."
Sospir pi volte.
"Aspetta un po'... Mi sono perso qualcosa?", lo punzecchi Ardig, sinceramente incuriosito.
"No, Bruno. Nulla. Ti ricordo che sono innamorato di Lucrezia. Innamorato sul serio. Per..."
"Per?"
"Sono sempre un uomo. Con le mie debolezze. Con la mia testa da pirla", si sfog il cronista.
"Insomma, hai combinato qualcosa o no?"
"Ho rischiato di finirci a letto. Anzi, ci sono finito. L'ho baciata, l'ho toccata, l'ho spogliata e poi l'ho mollata l, quando ho capito la cazzata che stavo facendo... Ho combinato un casino, facendo l'amico, offrendole una spalla su cui piangere, consolandola. Sai come si dice? La strada che porta all'inferno  lastricata di buone intenzioni."
Ardig si accese una sigaretta, inspirando a pieni polmoni.
"Se non ti sei innamorato e sei in questo stato depresso significa solo che si  innamorata lei. E ti senti in colpa per averla illusa. O ingannata."
"Illusa sicuramente, ingannata ne dubito. Sono sempre stato sincero, sapeva di Lucrezia e dei miei sentimenti per lei."
"Uhm, hai provato a spiegarti?"
"Finch era a Milano ci ho provato, da quando  partita abbiamo interrotto i contatti. E credo che non la sentir pi."
"Perch, non  pi qui a Milano?"
"No,  andata negli Stati Uniti. Voleva staccare la spina e ha chiesto un'aspettativa agli Uffizi."
"E la vostra ricerca?"
"Arenata. Quel matto di Adorni - sbott Federico - rincorreva un fantasma. Si era convinto di poter mettere le mani su un disegno inedito di Leonardo: una panzana assurda, basata su poche righe vergate da un ragazzino adolescente che faceva il noviziato nel convento dove l'artista dipingeva."
"E tu perch hai partecipato a questa caccia al tesoro se non ci credevi?"
"Ordini di scuderia. Per l'editore questa storia era prioritaria. Cos mi sono fatto il giro di tutti i conventi lombardi dove erano stati ospitati i catari, in cerca di tracce cancellate da secoli. Follia. Robe da matti."
"I catari?", trasecol il commissario.
"Esatto, sai quegli eretici che predicavano una vita..."
"So tutto dei catari. Non sono mica piovuto dalla Luna."
Prefer cambiare repentinamente discorso per non insospettire Federico.
"Dimmi la verit: ti sei sbattuto per la tua azienda o per lei?", lo provoc l'amico poliziotto.
"Vuoi la verit? Per tutti e due. Per l'editore sicuramente, almeno all'inizio, ma poi pi per lei. Dovevi conoscerla, una ragazza particolare e sfortunata. Una donna che ha sofferto molto nella vita. La solitudine, la perdita prematura della madre, ora questa botta del padre. Se avessimo scoperto qualcosa di importante... le avrebbe cambiato la vita."
"Beh, ci sarebbe stata gloria anche per te."
"Vero, ma non me ne fregava nulla. Volevo mettere le mani su qualcosa, su un disegno, uno scritto o altro per lei, per aiutarla a realizzare lo scoop della sua vita e ritrovare la serenit."
Il capo della Omicidi rimase in silenzio qualche secondo.
"Fede, sei sicuro di non esserti innamorato di lei?"
Il cronista scosse la testa, energicamente.
"Se avessi avuto questo dubbio, avrei preso il primo aereo e sarei corso in California. No. Bella, misteriosa, coriacea e al tempo stesso romantica. Ma nel mio cuore c' solo Lucrezia e sono contento di essere riuscito a confessarle tutto e a rimettere in sesto le cose", sussurr con una sincerit che Ardig si trov a invidiare.
Decise di metterla sul ridere.
"Chi l'avrebbe mai detto. Due splendide donne che si innamorano dell'intrepido giornalista, obbligandolo a scegliere."
Gli allung una pacca sulla spalla.
"Dai, hai fatto la cosa giusta."
"Lo penso anch'io. Per fa male. I due di picche  meglio riceverli che darli."
Sospir ancora, rialzandosi.
"E il famoso libro?", si incurios l'investigatore.
"Mai ritrovato", replic il cronista.
"Possibile che non ne avesse una copia nel pc dell'ufficio?"
"Lo hanno setacciato. Niente. Magari aveva una copia in rete, in un indirizzo e-mail che utilizzava come archivio. Comunque non hanno trovato proprio niente."
Capolinea. Il libro, ammesso che ce ne fosse stata davvero una copia, sarebbe rimasto a marcire virtualmente in qualche casella ignota, nella polvere elettronica di qualche server, fin quando il provider non avesse disattivato l'utenza per mancato utilizzo.
Appoggi una mano sulla spalla dell'amico.
"Mi spiace, Fede."
"Anche a me."
"E adesso che farai? Scriverai ancora di questa storia?"
"Non so, non ho molto da raccontare. Anzi, al momento - osserv laconico Malerba - non ho praticamente nulla. Posso solo sperare che padre Giacomo, entro breve, possa ricevere visite e accetti di parlarmi."
"E chi sarebbe padre Giacomo, scusa?"
"Come chi sarebbe? Il bibliotecario. Quello ferito nella rapina."
"Di cosa stai parlando?"
"Della rapina al monastero di Concorezzo."
Il poliziotto esit perplesso.
"Bruno, davvero non sai niente?"
"Francamente no."
"Quindi non sai della rapina al monastero di Santo Spirito, a Concorezzo? Niente?"
"Fede, con tutto quello che  successo a Milano nell'ultimo mese - ribatt il commissario - figurati se andavo a interessarmi di una rapina compiuta da balordi a un convento di un'altra provincia. Comunque, adesso che me lo dici, s... avevo letto qualcosa sui giornali. Hai ragione, avevano ferito gravemente un monaco,  vero... E ora sta meglio?"
"Fortunatamente s. Sembrava non dovesse farcela, era in condizioni disperate e invece si sta riprendendo.  uscito dal coma gi da qualche giorno, per preferisco attendere che si sia ristabilito del tutto prima di chiedere se sia possibile disturbarlo."
"Suppongo - continu il poliziotto - che le indagini siano di competenza del Comando provinciale dei Carabinieri di Monza."
"Te lo confermo. Finora non hanno scoperto nulla."
"Scusa, perch ti interessa tanto parlare con il frate?"
"Sensazioni. Potrebbe avere qualcosa di importante da rivelare. Prova a calcolare i tempi e la successione dei fatti. Il professor Adorni - calc il tono il reporter - andava spesso a consultare dei volumi presso la biblioteca del convento di Concorezzo."
"Questo come lo sai?"
"Da Rebecca, glielo aveva raccontato il padre nel corso delle loro telefonate. Comunque Adorni viene trovato morto e dopo cinque giorni alcuni rapinatori entrano proprio in quel convento e invece che puntare sull'abbazia, dove sono custoditi oggetti di maggior valore, vanno dritti in biblioteca, dove il bibliotecario li sorprende e viene poi aggredito."
Il capo della Omicidi si accese l'ennesima sigaretta.
"Il ragionamento fila. Eccome se fila."
"E padre Giacomo a questo punto potrebbe riconoscerli e incastrarli", aggiunse entusiasta Malerba.
"Frena, avranno agito a volto coperto, con un passamontagna o un mefisto. No?"
"Per la corporatura, la voce, qualche particolare..."
"Pu essere", concord Ardig. Gett la sigaretta sul marciapiede calpestando la cicca.
"Senti, sul caso Licata a che punto siete?" chiese Malerba.
"A un punto morto.  appurato che ha avuto un ruolo negli omicidi di De Rosa e del carbonizzato."
"Ma De Rosa mica  stato bruciato", obiett Federico.
" stato bruciato anche lui, nel seminterrato del suo negozio. Questo per te lo dimentichi e non lo scrivi, chiaro?"
"Scherzi? Vai tranquillo", lo rassicur il reporter. "Cazzo, tre cadaveri carbonizzati..."
"Due, dimenticati di De Rosa, me lo hai promesso."
"OK, OK, stavo solo ragionando a voce alta."
Si incamminarono nuovamente in via Vincenzo Monti, questa volta in direzione del centro.
Strada facendo Malerba, come un indovino, lesse nel pensiero dell'amico commissario.
"Io ti ho raccontato tutto su Rebecca. E tu?"
"Cosa?"
"E tu non hai nulla da dirmi?", lo incalz il giornalista.
"No, direi di no", rispose il capo della Omicidi.
"Strano... mi ricordavo che dovevi portare a cena una donna, una donna elegante e raffinata, mi avevi chiesto un consiglio e io ti avevo suggerito la Taverna dei Golosi. A proposito, come  andata?"
"Bene, anche troppo bene", sbuff con tono insolitamente arrendevole il poliziotto.
"Parliamo della Pollini, giusto?"
Bruno non rispose. Tipico silenzio-assenso.
"Bella donna, un bel mix tra la Ferilli e la Bellucci. Complimenti. Somiglia molto a quella con cui avevi avuto quel flirt un paio di anni fa, no? La pubblicitaria che stava con quell'Annoni, quello ucciso dagli Angeli di Lucifero. Come si chiamava?"
"Manuela Castoldi."
"Ecco, la Castoldi. Stesso genere, anche se quella sembrava pi una alla Nicole Minetti. Mora, labbrone a canotto, seno prorompente, elegante. Una decina di anni di differenza ma il tipo  lo stesso. Evidentemente sei attratto da un certo clich femminile."
Malerba si accorse che l'amico si era trincerato in un mutismo che ben aveva imparato a conoscere nel corso degli anni.
"D'accordo, non insisto. Affari tuoi. Solo un consiglio sincero: ocio! Mi sembra la classica donna in carriera super repressa, che ha in testa solo il lavoro e concepisce gli uomini, scusami la brutalit, come pupazzi, dei vibratori in carne e ossa."
Magari un po' rozzo, ma preciso. "Bravo, dieci e lode", sibil Ardig prima di deviare verso Santa Maria delle Grazie in cerca di un'altra panchina.
Si rese conto che aveva bisogno di sfogarsi e di far saltare il tappo emotivo che rischiava di soffocarlo.
"Sai che me la sono scopata poco fa?"
"Chi?"
"La Pollini..."
"Te la sei scopata?"
"Sediamoci e ti racconto tutto."
...
.
...
17. Milano, venerd 13 maggio 2011.
...
.
...
Sempre peggio. Meno di tre ore di sonno. Ardig era rientrato all'1,30 dalla serata passata in compagnia dell'amico Malerba, eppure nonostante la stanchezza e l'alcol delle tre birre che si era scolato non era riuscito a dormire. Troppe domande a cui dare risposte.
Verso le 6 infil la tuta e le scarpe da tennis. Frog sonnecchiava, lo ignor e si precipit gi per le scale. Stranamente i marciapiedi di viale Romagna non erano deserti e silenziosi come al solito. Era l'ultimo giorno di campagna elettorale: alle 22 sarebbe calato il silenzio. Per sfruttare al meglio l'ultima occasione l'affissione dei manifesti non era stata appaltata ai soliti extracomunitari. Gli attacchini ora erano i militanti dei partiti, addirittura gli stessi candidati ai consigli di zona. In un fermento insolito, accompagnato da un vociare chiassoso, si accendevano gli ultimi fuochi pirotecnici del carnevale elettorale ambrosiano.
Quaranta minuti dopo rientr fradicio di sudore.
Pinton si era presentato prima delle 9 davanti alla casa circondariale di Bollate, che si annunci imponente con le sue palazzine squadrate, verniciate di bianco e dall'aspetto moderno.
Era una struttura recente, inaugurata appena undici anni prima, dove la qualit di vita dei detenuti era ritenuta migliore, in termini di opportunit lavorative e didattiche e di percorsi riabilitativi, rispetto ad altri penitenziari, come il fatiscente e sovraffollato carcere cittadino di San Vittore.
Nonostante fosse entrato in Polizia da ormai pi di otto anni, Pinton si sentiva ugualmente a disagio: ogni volta che metteva piede in una struttura di reclusione istintivamente provava una sorta di repulsione per quelle mura e quelle recinzioni.
Riteneva crudele e inumano rinchiudere qualcuno in una gabbia, senza affetti o spazi propri, senza la possibilit di intimit, privato di tutto quello che muove i desideri e i sogni di ciascuno: la libert anche solo d'immaginare, volere, progettare. Era proprio quello, almeno per lui, il bello della vita: alzarsi la mattina, guardare fuori dalla finestra e sognare.
Piccole cose. Il mare, un cinema, la campagna, una pizza, una birra, una partita, una passeggiata in centro, una ragazza da corteggiare, fare l'amore.
Questa, per lui, era la punizione peggiore: non poter avere la libert di evadere neppure con il pensiero.
Era consapevole che si trattava di una reazione istintiva: nella stragrande maggioranza dei casi tutti coloro che si ritrovavano confinati in quel penitenziario avevano commesso crimini che ben giustificavano la crudelt della pena loro inflitta.
Archivi quei ragionamenti, impugn l'autorizzazione fresca di stampa del magistrato e si present alla guardina del cancello.
Pi Ardig ci pensava e pi si rendeva conto che doveva togliersi al pi presto un dubbio insinuato dalla chiacchierata notturna con Malerba. Sollev la cornetta, contatt il piantone e si fece passare l'ufficio stampa della Questura, esponendo dettagliatamente la sua richiesta.
Mezz'ora dopo Pinton, scortato da un secondino in pantaloni scuri e camicia celeste, insieme a un funzionario stava consultando i registri dell'anno 2007 nell'archivio dell'ufficio matricola della casa circondariale. Ci volle qualche minuto per trovare la pagina ricercata.
"Ecco qui, il detenuto Francesco Licata, matricola 6862  stato ospite della nostra struttura dal 16 febbraio 2007 al successivo 8 giugno, quando  stato trasferito presso il reparto detentivo dell'ospedale Sacco per un periodo di cure mediche."
"E successivamente?", si inform Pinton.
Il funzionario indic un foglio.
"Vede, in data 11 agosto 2007 il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la misura degli arresti domiciliari fissati nel comune di Bollate, localit Cascina del Sole, in via..."
"Conosco l'indirizzo,  dove abita la madre", disse Pinton allungando la mano destra verso il registro. "Quel che mi preme sapere sono i nomi dei compagni di cella del Licata durante il periodo di detenzione."
L'uomo annot alcuni numeri su un foglio e si fece passare un altro registro, quello delle celle relative nell'anno 2007. Fece scorrere una sfilza di nomi abbinati a un'analoga sfilza di date, come per i defunti nei registri cimiteriali.
"Dunque. Cella 64, settore B. Licata Francesco ingresso 16/2 uscita 8/6. Torrisi Mauro, Nenad Jovanovic uscita 13/2..."
"Un momento, non la seguo. Questo Torrisi non ha date, l'altro, Jovanovic, ha solo quella di uscita."
" semplice, questo  il registro dell'anno 2007 - spieg il funzionario - e Torrisi ha trascorso l'intero anno in quella cella, mentre Jovanovic era gi presente nell'anno precedente. Ha capito?"
"S, tutto chiaro, prosegua pure."
"Eravamo rimasti, ah s... Jovanovic. Poi Sergio Caforio uscita 23/2, Oscar Nocera ingresso 26/2 uscita 10/7, Rada Barlacu uscita 22/4, Venancio Ramos ingresso 12/6... da qui per non vi interessa pi. Giusto?"
"Infatti. Quindi durante il suo soggiorno Licata ha diviso una cella da quattro con questo Torrisi dal primo all'ultimo giorno, con Caforio per una sola settimana, con Barlacu fino al 22 aprile e con Nocera per un periodo quasi coincidente."
" cos", conferm il funzionario.
"Solo per risparmiare tempo: qualcuno di questi signori  ancora vostro ospite?"
Il funzionario esit qualche istante.
"Dovrei consultare il registro per averne la certezza..."
Si volt verso il secondino in cerca di aiuto. Fu quest'ultimo a sbilanciarsi.
"Torrisi  ancora qui."
"E gli altri?"
Intervenne nuovamente la guardia.
"Tranne il Torrisi, gli altri erano tutti detenuti con brevi residui di condanna da scontare. Come quasi tutti quelli del settore B. Sono tutti tornati liberi."
Poteva bastare.
Scartando Torrisi, ancora detenuto, e Caforio, con cui aveva trascorso appena una settimana, la ricerca si riduceva a questi due nomi: Radan Barlacu e Oscar Nocera.
Lo attendeva una noiosa ricerca al Tribunale di Sorveglianza.
La telefonata dell'ufficio stampa della Questura arriv un'ora dopo. Dall'altra parte della cornetta il sovrintendente Paolo Galimberti.
"Dalle nostre ricerche risulta che la notizia da lei indicata  stata pubblicata alle ore 16,23 nel notiziario del quotidiano online www.lavocelombarda.it e, se lo desidera, posso inoltrarle il link. Successivamente la notizia  stata ripresa da altri portali d'informazione tra cui il sito del Giorno e quello del Cittadino di Monza e in serata  stata divulgata da tutti i tg delle emittenti lombarde, TeleLombardia, Tele-Reporter, Antenna 3 e via dicendo."
"Perfetto,  stato gentilissimo. Non mi occorre altro, la ringrazio."
Due minuti dopo il capo della Omicidi stava leggendo la breve news apparsa sulla "Voce Lombarda", siglata A.Vig.
Il monaco era ricoverato al San Gerardo di Monza, era in via di guarigione e secondo il giornalista sarebbe stato in grado di collaborare in tempi brevi con gli inquirenti e magari di fornire loro qualche dettaglio utile per risalire ai criminali che lo avevano ferito.
Si infil la giacca, mise il guinzaglio a Frog e lo fece accucciare sul sedile posteriore dell'Alfa, quindi digit sul navigatore l'indirizzo dell'ospedale di Monza.
Il nosocomio del capoluogo brianzolo era ubicato in una struttura moderna, all'avanguardia, racchiusa in un edificio di una decina di piani, disegnato a forma di vela leggermente obliqua quasi fosse una barriera di cemento, ferro e vetro, issata per opporsi alla foga del vento. Lo precedeva un ampio parcheggio, protetto da una vasta tettoia.
Seguendo le indicazioni raggiunse il reparto di medicina generale al terzo piano. Un'infermiera lo scort nella stanza 18: un letto libero e un secondo, pi vicino alla finestra, occupato da un uomo vicino alla cinquantina. Era magro, emaciato, glabro, i capelli rasati, la cannula della flebo iniettata nell'avambraccio destro.
Ardig esit un istante. Per lui un frate doveva avere per forza la barba lunga, il viso rubizzo, una corporatura robusta e un'espressione gioviale. E questo invece era pallido e con l'aria incazzata con l'universo intero, fratello Sole e sorella Luna compresi!
Il degente lo scorse e mut espressione repentinamente.
"Prego, fratello. Accomodati. Sei il benvenuto."
La voce s era calda, conviviale, da vero frate.
"Padre Giacomo, perdoni se la importuno durante la sua convalescenza."
Si present, snocciolando alcuni convenevoli imposti dalle buone maniere e informandosi sullo stato di salute dell'interlocutore.
Il monaco lo rassicur sulle sue condizioni: l'ematoma cerebrale provocato dal trauma si era riassorbito e il suo quadro clinico era in netto miglioramento. Doveva soltanto recuperare le forze e ripulire i reni, intasati dalla grande quantit di farmaci somministrati nella fase pi critica.
"Per questo mi stanno riempiendo di diuretici!", concluse sorridente, indicando la flebo che lo tormentava.
Una foto sul comodino metallico attir l'attenzione di Ardig. Immortalava un gruppo di monaci, ilari e sereni, davanti a un porticato: loro, s, avevano barbe incolte e volti solari, temprati da una sana vita condotta all'aria aperta. Al religioso non sfugg lo sguardo inquisitore del capo della Omicidi.
"Un dono dei miei fratelli. Per tenermi compagnia. Io sono il secondo da sinistra."
Un'altra persona. L'uomo ritratto in quella foto incorniciata sembrava un boscaiolo, non il "Leopardi" che aveva di fronte. Un vistoso bendaggio gli ricopriva la nuca e la parte sinistra del capo. Presumibilmente il crine e la barba erano stati sacrificati per ragioni igienico-sanitarie.
Finalmente si addentrarono nel merito della questione.
Con estrema sintesi e precisione padre Giacomo riepilog l'accaduto. La sua cella, per ragioni logistiche, era la pi vicina alla biblioteca. Avendo il sonno leggero era stato insospettito da alcuni rumori. Si era gettato sulle spalle una coperta ed era andato a controllare: la porta era socchiusa.
Pensando che fosse stata lasciata aperta per errore da un confratello, era entrato senza precauzioni o ansie, ma una volta dentro aveva subito intuito che qualcosa non andava.
Sul tavolo era stata accesa una lampada portatile, la scala che utilizzava per raggiungere gli scaffali pi alti era appoggiata a una delle librerie.
Il tempo di fare pochi passi e aveva intravisto una figura. Stava ancora mettendola a fuoco quando aveva avvertito un dolore acuto alla nuca. Si era ritrovato disteso sul pavimento, la faccia sul pavimento di cotto, duro e freddo. Prima di perdere i sensi era riuscito a girarsi, rotolando sul corpo, e a inquadrare una figura, cui nel frattempo se ne era aggiunta una seconda. Poi era calato il buio, fino al risveglio nella camera sterile del reparto di terapia intensiva.
Aveva solo alcuni ricordi confusi.
Il primo: davanti a lui, arrampicata sulla scala, c'era una sagoma minuta, forse quella di un adolescente. Molto piccolo. Ma molto robusto.
Non aveva potuto vedere l'aggressore che lo aveva colpito alle spalle.
Per, prima di svenire, aveva intravisto una corporatura muscolosa, con segni scuri sul collo. Come se fosse un artiglio. Questo era il secondo frammento salvato dalla sua memoria. Solo un lampo, prima del blackout.
Troppo poco. O forse abbastanza.
"Era grosso? Tarchiato? Uno con il collo taurino?", chiese il commissario.
Il religioso scosse la testa.
"No, robusto, ma non grosso."
Non si trattava di Francesco Licata.
Poteva rientrare alla base.
L'archivista del Tribunale di Sorveglianza si rivel gentile e collaborativo: in meno di mezz'ora recuper i fascicoli riguardanti Radan Barlacu e Oscar Nocera. Pinton si fece fotocopiare tutti i documenti dal commesso, comprese le foto segnaletiche dei due ex detenuti, e rientr in commissariato.
Barlacu, un moldavo di nazionalit romena, era nato nel 1966 a Botosani, cittadina del nord-est della Romania.
Piccoli precedenti in patria per furto, fermato in Italia come clandestino nel febbraio del 2005, espulso perch privo del permesso di soggiorno e nuovamente fermato nel marzo del 2006 con l'accusa di furto con scasso e ricettazione insieme a un connazionale, tale Dumitru Urechean.
Condannato a 4 anni e 2 mesi di reclusione, era poi stato scarcerato grazie all'indulto e ai vari benefici premiali nel giugno del 2008, dopo aver scontato l'ultima parte della pena detentiva nel carcere di Opera. L'ultimo recapito risultante dalla scheda era quello di una comunit di accoglienza per ex detenuti con sede a Cinisello Balsamo.
La fotocopia della foto era un po' scura: Pinton ci vide la solita faccia da delinquente balcanico, con i capelli scompigliati, gli occhi scavati e una barba di due giorni a incorniciare l'aria da brigante di strada.
Lo colp un particolare: era alto soltanto 146 centimetri.
Pass al secondo incartamento.
Lo accolsero i capelli corti e l'espressione da duro di un teppista di periferia, dipinta su un volto altrimenti molto bello.
La foto era del 2006, controll subito: Oscar Nocera era nato a Rozzano il 12 marzo 1977.
Un curriculum criminale di tutto rispetto era il suo biglietto da visita. Attivissimo gi da minorenne con imputazioni per violenza, aggressione e persino estorsione. Soggiorni al Beccaria, al Ferrante Aporti e in varie comunit per minori. Da adulto non era certo migliorato, con una sfilza di carichi pendenti e diversi procedimenti penali ancora in corso: oltraggio a pubblico ufficiale, resistenza all'arresto, minacce, danneggiamenti, detenzione di arma da taglio.
Era il profilo di un balordo di mezza tacca, arricchito da un'impresa pi grave delle altre: aggressione, violenza, lesioni gravi e omissione di soccorso. L'arresto era avvenuto in data 9 gennaio 2003. In allegato c'erano gli atti processuali.
Il giovane Nocera, allora quasi ventiseienne, aveva massacrato di botte un coetaneo, tale Gianluca Sarti, per futili motivi. Il pestaggio era avvenuto il 3 gennaio davanti a una discoteca di Corsico. Il ragazzo aveva riportato alcune fratture ossee facciali, al setto nasale e alla mandibola. Il teppista, forse per questioni di donne, aveva aggredito il rivale provocandogli serie ferite, che avevano fatto scattare la denuncia d'ufficio. Si era beccato una condanna a 6 anni e 2 mesi di detenzione.
Aveva beneficiato dello sconto di pena previsto dall'indulto del 2006 e con la solita buona condotta e le varie misure alternative era tornato libero come un fringuello nell'estate del 2007.
Eppure rischiava di tornare dentro a breve: doveva rispondere di reati quali minacce, violenza e danneggiamenti per aver distrutto la vetrina e l'interno di un negozio di alimentari, a suo dire in un raptus d'ira, in zona via Forze Armate nel 2009.
Roba che puzzava di racket o usura, altro che raptus...
In caso di condanna, con i suoi precedenti, questa volta si sarebbe fatto almeno cinque o sei anni dietro le sbarre.
Controll l'indirizzo dove avrebbe potuto reperirlo.
Aveva scontato la parte rimanente della detenzione con la formula dei domiciliari a casa dei genitori, in via Rimini, in una zona di case popolari situata tra i quartieri periferici di Barona e Spaventa.
Decise di farci un salto. Strada facendo richiam in commissariato.
"Ciao Pasini, mi serve una ricerca su un ex carcerato. Prendi nota, si chiama Oscar Nocera..."
Palazzi squadrati e tutti uguali: otto o nove piani, microgiardino circondato da recinzioni metalliche. Pochi negozi e pochi spazi per la collettivit. Era il classico quartiere dormitorio. Per le strade giravano molti extracomunitari.
Il giovane ispettore accost l'auto di servizio salendo sul bordo del marciapiede e si incammin verso lo stabile dove risiedeva la famiglia Nocera.
Si era gi documentato: padre dipendente di una cooperativa operante nel settore degli spurghi; madre casalinga; fratello minore di 27 anni, pure lui con piccole pendenze penali e ufficialmente disoccupato.
Arriv davanti al portone. Una donna stava strofinando i gradini del piano rialzato.
Cominci a cercare il citofono. La donna delle pulizie si avvicin.
"Chi cerca?"
"La famiglia Nocera."
Gli occhi della signora si strinsero in due fessure.
"Cosa vuole?"
"Polizia, ispettore Pinton", rispose secco.
La donna esit, squadrandolo.
"Ha un distintivo?"
L'investigatore trevigiano intu. Esib il tesserino, fissandola a sua volta.
" lei la signora Nocera?"
"Sono io. Che c'?"
Era sfacciata, quasi aggressiva. Mostrava una cinquantina d'anni, era sciatta e grassoccia; i lineamenti duri e i capelli tinti di un rosso infuocato ne facevano una Vanna Marchi di periferia.
"Sto cercando suo figlio Oscar."
"Non abita qui", replic arrogante la donna, rimettendosi a strofinare i gradini.
"E dove abita?"
"Perch lo cerca?"
Inizi a perdere la pazienza. Senza esitare sal i gradini umidi, lasciando con le suole di gomma vistose impronte sul lavoro della donna, che lo fulmin con lo sguardo.
"Che ne dice? Mi dedica un minuto?"
"Che vuole da mio figlio?"
"Intanto rintracciarlo. Mi dia l'indirizzo e un numero di telefono."
L'espressione della signora Nocera non prometteva nulla di buono.
Il rumore dell'ascensore che si fermava al piano rialzato attir la sua attenzione. Dalla porta automatica emerse un ragazzetto con l'aria da balordo. Scarpe da basket ai piedi, jeans sdruciti, maglietta da rapper pi larga di un paio di misure, brillante all'orecchio e sulla narice sinistra, tatuaggio d'ordinanza sull'avambraccio e faccia stralunata, tipica di chi si  appena alzato, nonostante l'ora, consumando una colazione a base di cannabis.
Salut la donna, che gli rivolse uno sguardo da Medusa.
" suo figlio?"
Nessuno dei due rispose.
La pazienza si esaur.
"Se volete andiamo subito in Questura, nel frattempo mandiamo qui una squadra di agenti per rovistare casa vostra da cima a fondo e vediamo se troviamo un po' d'erba o qualche pasticca. Che ne dite?"
Il giovane sbianc.
"Sei uno sbirro?"
"Vedo che sei dotato di parola."
"Che ti serve?"
"Parlare con tuo fratello Oscar."
Madre e figlio si scambiarono un altro sguardo, come se volessero concordare chiss quale strategia.
Poi il ragazzo prese il telefonino.
"Glielo chiamo."
Pass l'apparecchio all'ispettore.
"L'utente desiderato non  al momento raggiungibile. Si prega di riprovare pi tardi."
La voce metallica inizi a ripetere l'informazione in inglese, Pinton chiuse la comunicazione.
"Dammi l'indirizzo del domicilio di tuo fratello."
"Piazza Selinunte, al numero 12. Per sul citofono c' scritto Lorusso,  un suo amico che gli ha prestato la casa."
"Vuol dire affittata? O subaffittata?"
Il giovane lo fiss come se straparlasse.
"No,  la casa del suo amico, cio gliel'ha prestata... cio, sono amici e allora..."
Che questo Nocera fosse un abusivo o in nero non gli fregava nulla. Aveva recuperato il suo indirizzo e il suo numero di telefono. Per il momento poteva bastare.
Moll madre e figlio, intenti a osservarlo in cagnesco, e si allontan. Recuper l'auto e imbocc la circonvallazione ovest.
Venti minuti dopo parcheggiava in piazzale Selinunte, nel cuore del quartiere di San Siro: un monumento alle contraddizioni dell'urbanistica. San Siro era una moneta con due facce. Il volto pi noto del quartiere, splendido ed elegante, stava a ridosso dello stadio e degli ippodromi: villette con giardini, condomini esclusivi, maggiordomi a scaricare le borse della spesa, Suv e spider nei parcheggi riservati, antifurti sui cancelli e telecamere di sorveglianza ovunque. Una piccola Beverly Hills da 12mila euro al metro quadro, appannaggio esclusivo di vip del dorato mondo del calcio o dello spettacolo, oppure del gotha della finanza e dell'imprenditoria milanese: un paradiso per pochi selezionati eletti, che sceglievano quell'area decentrata, preferendola al cemento e al traffico del centro storico.
E poi c'era l'altra parte di San Siro, separata dalla prima dai binari del tram e da un paio di arterie congestionate: via Paravia, viale Mar Ionio, piazzale Segesta, piazzale Selinunte, con i palazzoni popolari e le fatiscenti case dell'Aler, dove i nuovi immigrati dell'Est o del Nord Africa cercavano di soppiantare i vecchi immigrati calabresi e siciliani, dove gli abusivi occupavano gli appartamenti lasciati incustoditi dagli anziani ricoverati negli ospedali, gettandone i mobili in strada. Un piccolo Bronx, costellato di bar malfamati, negozi etnici, phone center, kebab, minimarket con prodotti afro-asiatici e piccoli giardinetti con panchine sgangherate e aiuole di sabbia al posto del verde, controllati militarmente dai pusher locali.
Paradiso e inferno gomito a gomito, con i ricchi a fingere di ignorare i poveri e i poveri a invidiare i ricchi, tutti ostentando indifferenza reciproca.
Pochi erano i punti di contatto, giusto qualche incrocio stradale dove i filippini portavano a spasso i barboncini dei facoltosi datori di lavoro sotto lo sguardo corrucciato delle gang di giovani maghrebini appollaiati sui muretti, oppure lo stesso asfalto, dove ogni tanto una Lamborghini si trovava appaiata a un motorino, magari rubato da poco, con a bordo due pregiudicati.
Pinton parcheggi proprio di fronte al civico che cercava. Prima di scendere dalla macchina si osserv allo specchietto retrovisore: sbarbato, capelli corti, camicia bianca, giacca in ordine... pulito e preciso come un piedipiatti. Non era il massimo, in un quartiere come quello.
Il portone era spalancato. Nessuna portineria.
Osserv i citofoni: erano divisi in due colonne, senza riportare il piano dei singoli inquilini. Infil le scale.
L'abitazione che cercava era al secondo piano.
Suon pi volte il campanello senza ottenere risposta.
Intanto sentiva rimbombare le grida in lingue sconosciute degli abitanti di quel condominio stile Babele. Si rassegn, stava solo perdendo tempo. Decise di rientrare in commissariato.
Ardig si stava ancora spremendo il cervello quando Pinton buss.
"Vieni Marco, novit?"
"Direi proprio di s."
Riepilog l'esito dei controlli effettuati dopo la visita al carcere di Bollate.
"Quindi abbiamo due possibili amici di Licata."
"Esatto, un italiano e un immigrato, Radan Barlacu. Rumeno della Moldavia - specific il sottoposto - ma per ora ne so poco."
"E l'altro?"
"La classica testa calda di periferia, tale Oscar Nocera. Un pesce piccolo. Ha il cellulare spento e in casa non l'ho trovato. Spero di rintracciarlo nel pomeriggio. Tipo da prendere con le pinze:  un violento e non ha molto da perdere perch rischia di tornare dentro a breve per un bel po' di annetti."
Appoggi sul tavolo i fascicoli fotocopiati dell'archivio del Tribunale di Sorveglianza, con il profilo e la storia dei due ex detenuti.
Ardig sfogli il dossier sul moldavo, soffermandosi su quel dato, i 146 centimetri di statura.
Poi apr quello sul balordo milanese. Scorse i dati e focalizz la sua attenzione sull'immagine.
Non ci voleva molto a tracciarne un identikit professionale. Un picchiatore, probabilmente al soldo dei clan di quartiere, quei clan di rubagalline che al Gratosoglio, al Giambellino o alla Stadera estorcono denaro ai negozianti o anche solo a chi la sera deve parcheggiare l'auto in strada. E poi arrotondano con lo spaccio di pasticche e di fumo.
Uno coriaceo, a giudicare dalla sua scheda, l'ideale per testare Farris, che dava l'idea di un panzer pronto ad abbattere anche un muro con la sua mole.
Convoc l'ispettore carrarese, che si materializz in un lampo.
"Andrea, accompagniamo Pinton. Andiamo a tastare il polso ai balordi di piazza Selinunte in cerca di questo Nocera."
"E il moldavo?", chiese Pinton.
"Uno per volta. Non c' fretta."
Mezz'ora dopo erano in piazza Selinunte.
Con loro c'erano anche Scalise e Sinato, non proprio due "corazzieri".
Lasciarono le Alfa vicino alla rotonda al centro della quale campeggiava una stele di colore scuro. I tanti nordafricani che bighellonavano intorno alla piazza, vedendoli, si eclissarono in un paio di secondi. Li ignorarono. Non erano l per mettere il sale sulla coda a qualche spacciatore.
Salirono al secondo piano del condominio fatiscente indicato da Pinton. Suonarono pi volte. Niente.
Dall'interno dell'appartamento non proveniva alcun rumore e il cellulare del ragazzo continuava a risultare spento.
Scesero nuovamente nel piazzale. Notarono un bar.
"Andiamo io e Farris, voi restate fuori."
Il commissario e l'ispettore entrarono. Nessun cliente all'interno. Evidentemente si erano tutti defilati.
Dietro il bancone stava un uomo sulla cinquantina, stempiato ma con la coda di cavallo a sbatacchiare sul collo. Esibiva basette pelose, pancia prominente e un tatuaggio con un lungo pugnale e la scritta: LA VIOLENZA  LA MIA SOLA LEGGE, incisa nel disegno della lama.
"Cosa vi servo?"
Il tesserino della Polizia scivol sul bancone ma il barista non cambi espressione: il fuggifuggi dei pusher era bastato per avvisarlo dell'arrivo della Madama. Li aspettava.
Farris tir fuori la foto di Nocera.
"Lo conosci?"
"Mai visto", rispose senza nemmeno alzare lo sguardo.
"Gi, lo immaginavo, non c' problema", borbott Ardig, che sentiva un gran prurito alle mani. Si guard intorno: pochi tavoli ammassati e nell'angolo un biliardo e un calciobalilla. In fondo al corridoio, stretto e ingombro di casse metalliche zeppe di bottiglie e lattine, c'era una porticina angusta che dava sul retro. Nessuna traccia di estintori o di uscite di sicurezza.
"C' un bagno?", domand educatamente.
"No.  rotto."
"Logicamente. E quella porta dove conduce?"
"Da nessuna parte,  rotta anche quella", replic sbrigativo il titolare.
"Ah,  rotta anche quella? Ma guarda...", sorrise il capo della Omicidi.
Prese l'Htc dalla tasca e attiv la funzione telecamera, riprendendo l'ambiente circostante. Poi, con indifferenza, si rivolse a Farris.
"Sai che mi scappa la pip? Peccato che la porta sia rotta..."
L'ispettore toscano intu al volo. Si avvicin alla porta e la osserv come un'espressione corrucciata, come farebbe un medico davanti alla cartella clinica di un paziente.
Il barista li scrutava perplesso.
Un istante dopo sobbalz vedendo la porta saltare via dai cardini per il violento calcio rifilato dal poliziotto, che entr nell'angusto e maleodorante bugigattolo storcendo il naso con una smorfia eloquente.
"No, capo, te lo sconsiglio. Qui c' da prendersi il tetano."
Ardig scocc un'occhiata al barman, poi imperturbabile riprese: "Che odoraccio, apri la porta sul cortile, almeno entra un po' d'aria".
Questa volta furono necessari due calci. Il secondo, per, sradic anche gli infissi.
Farris esclam divertito: "Era marcia!".
"Qui  tutto marcio", sbott Ardig prima di prendere una seggiola, sollevarla in aria e fracassarla un istante dopo contro il calciobalilla.
"Cazzo, marcia anche questa", borbott con aria seria.
"Basta, non potete, non avete alcun diritto", url il gestore.
La terapia cominciava a produrre l'effetto sperato.
Il giovane capo della Omicidi torn al banco per fronteggiare l'uomo.
"Dai, forza, chiama la Polizia e digli che ti stanno sfasciando il locale."
Gli allung il telefonino.
"Dai, chiama, vuoi che ti faccia io il numero?"
Il titolare li fulmin con lo sguardo, furente e impotente.
"Ah gi, non puoi chiamare, hai ragione. Non ci sono estintori. L'uscita di sicurezza  inagibile. E scommetto che ci sar un bel po' di roba scaduta."
La recita stava terminando.
"Facciamo cos, adesso la Polizia la chiamiamo noi. Anzi, chiamiamo i colleghi dei Nas, cos facciamo chiudere immediatamente questa topaia prima che si diffonda il colera. Dai Andrea, chiamali", ordin il commissario.
Il barista li osservava di sottecchi. Era un bluff, volevano solo spaventarlo, si ripeteva mentalmente.
Il poliziotto compose il numero: "Buongiorno, ispettore capo Farris, Squadra Mobile. Abbiamo rilevato una serie di gravi infrazioni alle norme di tutela igienico-sanitarie in un esercizio commerciale. Potete mandare subito un controllo? Bene, s... Aspetti che vi comunico l'indirizzo preciso".
Usc a controllare il numero civico.
Rientr alzando la voce. "Piazzale Selinunte numero..."
"Aspettate", sibil il titolare a bassa voce.
Ardig alz la mano per fermare Farris.
"Ti  tornata la memoria?"
"Va bene, va bene. Cosa volete?"
"Oscar Nocera."
"Lo conosco soltanto di vista. Non  di qui. Non  del quartiere. Ci dorme e basta. Viene qui, fa colazione e poi se ne va per i fatti suoi."
"Dobbiamo parlargli."
"Non so come aiutarvi.  la verit."
"Quando lo hai visto l'ultima volta?"
"Qualche giorno fa. La settimana scorsa."
"Vive da solo?"
"Che ne so? Boh, penso di s."
"Sforzati un po'..."
"Non lo conosco, per davvero.  uno che si fa i cazzi suoi e qui non bazzica."
Il capo della Omicidi decise che non valeva la pena perdere altro tempo.
"Facciamo cos, noi ce ne andiamo. Per torniamo tra un paio di settimane. E controlliamo tutto: estintori, uscite di sicurezza, scadenza dei prodotti alimentari e via dicendo. Ti conviene metterti in regola altrimenti tiri gi la serranda per un bel pezzo. Chiaro?"
L'uomo deglut, annuendo.
Tornarono nel piazzale.
"Che si fa?", domand Pinton.
"Scalise e Sinato rimangono qui. Vediamo se torna il nostro amico. Noi rientriamo in commissariato."
Salendo in macchina prese il cellulare e chiam in ufficio. Ordin a Larini di avviare tutti i possibili controlli sul moldavo.
Malerba aveva riciclato tutte le notizie in suo possesso sul caso Licata e sulle indagini sui cadaveri carbonizzati: un riepilogo esaustivo, condito con la solita sfilza di congetture. In qualche modo, reggevano un'apertura di pagina.
"Cotto e mangiato", come avrebbe sancito Benedetta Parodi. Un piatto semplice ma gustoso, preparato in poco tempo e senza grande fatica.
Si avvi soddisfatto in tipografia.
Gualtiero - lo storico responsabile dell'area dei poligrafici, un sessantenne magentino con i baffi spioventi e un ciuffo ribelle e solitario, estremo baluardo di fronte all'avanzata inarrestabile della calvizie - lo vide entrare baldanzoso.
"Che pagina vuoi, Federico?"
"Mi stampi la 11, per cortesia?"
Il cigolare meccanico della stampante di sinistra lo avvis che la pagina stava faticosamente emergendo, in tempo per iniziare il rito delle firme. Ovvero il via libera dei superiori, il caposervizio, il caporedattore centrale e il vicedirettore, per chiudere la pagina dopo l'ultimo controllo sostanziale, prima di affidarla, per quello formale, ai correttori di bozze.
Come sua abitudine Malerba, mentre attendeva la stampa, si mise a ficcanasare nel carrello dove giacevano le bozze delle altre pagine.
Rovistando sollev la 14, dedicata alla cronaca di Milano, aperta da un riassuntivo sull'ultima giornata di campagna elettorale.
Nella parte centrale campeggiava una foto della celebre scultura di Pietro Magni collocata in piazza della Scala: nell'istantanea si vedeva la parte posteriore del complesso statuario, con la schiena di Leonardo e l'angolo di sud-est in primo piano.
Ricordi ancora recenti irruppero nella memoria del giornalista: si rivide un giorno di giugno di due estati prima, insieme all'ispettore Santoni, mentre frugava il basamento della statua, nella nicchia dove era ospitata la scultura di Antonio Boltraffio, per recuperare l'ultima rivendicazione degli Angeli di Lucifero.
Mise meglio a fuoco l'immagine.
La scultura al centro della foto era quella dedicata al minore dei quattro artisti, quello meno celebre nel quartetto formato da Marco d'Oggiono, Cesare da Sesto e Boltraffio: Andrea Salaino.
Quasi distrattamente gett un'occhiata alla foto-notizia.
"Salaino restituisca il posto al Caprotti."
Titolo sibillino. Non capiva. Chi diavolo era questo Caprotti? Il fondatore dell'Esselunga? Certamente non lui.
Guard il sommario.
"Il Comune di Vimercate scrive alla Moratti: cambiare il nome della statua in piazza della Scala e l'omonima via."
Buio totale, non capiva nulla.
L'articolo era corto, una ventina di righe disposte in colonna laterale. Il classico riempitivo a un buco in pagina.
Cominci a leggerlo.
"Cancellare il nome di Andrea Salaino dalla scultura alla base dell'opera dedicata a Leonardo davanti a Palazzo Marino e dalla piccola via in zona Solari, restituendo gloria e notoriet al legittimo proprietario. La richiesta ufficiale arriva dal Comune di Vimercate, con una lettera inviata dall'assessore alla Cultura, Giorgio Beltrami, al sindaco meneghino Letizia Moratti. Secondo la giunta vimercatese infatti..."
"Mi freghi la pagina?"
Sent un dito bussargli delicatamente sulla spalla.
A battere con fare dispettoso era Elisabetta Montani, della redazione "Pagine Milano". Una ragazza sui 34-35 anni, educata e carina: bel fondoschiena e visino da bambolina; scrittura gradevole; buona competenza professionale soprattutto sulla politica milanese e sul settore dei sindacati.
"Dottor Malerba, se avesse la gentilezza di porgermi la mia pagina..."
Federico le allung il foglio con un inchino teatrale che strapp un sorriso alla collega.
Elisabetta era sposata da qualche anno e aveva una figlia piccola: a Malerba non era mai dispiaciuta, anche se difettava di personalit. Troppo a modo, troppo gentile, troppo rigida.
Si allontan dalla tipografia lanciando un ultimo sorriso alla collega, dopo aver recuperato la versione definitiva della sua pagina; ritorn in corridoio e cominci il giro delle firme.
Doveva restare in redazione ancora per un paio d'ore anche se il suo lavoro di fatto era terminato. Finito il valzer delle firme rientr nella sua stanza e accese la tiv.
Era quasi l'ora del telegiornale: si sintonizz su Canale 5.
Il concorrente di Chi vuol essere milionario doveva rispondere alla domanda da 70mila euro: "Chi era Peritas che salv la vita in battaglia ad Alessandro Magno?".
"Il cane."
Neppure il tempo per riflettere. La voce era del collega Guido Borroni, appena spuntato alle sue spalle.
"Complimenti, un inesauribile pozzo di cultura", si congratul Federico.
"Fortuna, ho letto un anno fa una biografia del condottiero."
Ignor il sapiente dirimpettaio di scrivania per osservare l'elaborato ragionamento del concorrente. Il telefono squill in quell'istante.
Brigante reclamava la sua presenza. Con urgenza.
Chiss se l'aspirante milionario avrebbe superato l'insidiosa domanda...
"Questo Barlacu - sintetizzava Larini -  il classico predatore balcanico. Statura microscopica, ex acrobata nei circhi, poi convertitosi nel settore furti. Era ricercato anche in Austria, prima di essere arrestato qui da noi."
Ardig ripass il dossier: un'altezza, anche se il termine stonava, inferiore al metro e cinquanta, un'espressione ingrugnita e poco altro. Corrispondeva in toto all'identikit di uno dei due rapinatori del monastero di Concorezzo stilato dal convalescente padre Giacomo.
"Questo  un ladro di polli, non era certo lui a parare il culo a Licata in galera. Ma lo avete visto? Sembra Pollicino... I comuni se lo mangiavano arrosto, uno cos.  sull'altro, Nocera, che dobbiamo puntare.  lui il nostro uomo" concluse il commissario.
Picchiatore, violento, nei guai fino al collo con la giustizia: uno cos, per poche migliaia di euro, avrebbe fatto qualunque cosa, anche massacrare di botte due malcapitati fino a ucciderli.
Farris annu: "Come ci muoviamo?".
"Se non ha deciso di darsi alla macchia dovr pur tornare a casa e a quel punto lo cucchiamo, lo fermiamo e quando sar qui lo torchieremo nel modo giusto."
"E se invece avesse preso il volo?", ipotizz il vice.
"Qualche traccia la lascerebbe. Il cellulare, il bancomat... questo non  un camorrista che pu contare sulla copertura di un clan. Appena commette uno sbaglio lo becchiamo", concluse il commissario, per una volta ottimista. Poi aggiunse: "Comunque teniamo l'appartamento sotto controllo".
Stava per sciogliere la riunione quando sent bussare.
"Pasini, vieni pure... che succede?"
"Gli ho chiesto io - intervenne Pinton - di fare un controllo approfondito su Nocera. Trovato qualcosa?"
"Altro che... guardate qui - indic una serie di documenti dei servizi sociali e del Tribunale di Sorveglianza - questo Nocera dopo l'uscita dal Beccaria ha svolto un periodo di tirocinio presso le Raffinerie Petrolchimiche di Pero e quattro anni fa, dopo la sua scarcerazione, aveva ottenuto uno di quei classici lavori per il reinserimento degli ex detenuti presso una cooperativa che si occupava proprio dello stoccaggio del carburante nei depositi dell'aeroporto di Linate."
"Cazzo, il piromane... bravo Pasini, ottimo lavoro. E bravo Pinton... Chiamo subito la Pollini - concluse baldanzoso il commissario - per farle emettere un mandato di cattura per questo signore".
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18. Sabato 14 maggio 2011.
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Scalise e Sinato avevano trascorso l'intera notte in bianco, presidiando piazzale Selinunte. Invano.
Oscar Nocera non era rincasato e il telefonino restava irrintracciabile.
Il pregiudicato aveva staccato la batteria dell'apparecchio. Ufficialmente latitante.
Eppure, prima di avviare i soliti controlli ramificati nelle stazioni, ai caselli e nei porti, Ardig preferiva attendere qualche ora, nella speranza che l'uccellino fosse tornato al nido.
Ipotesi utopistica. La madre e il fratello, quasi certamente, erano gi riusciti a contattarlo e a informarlo della visita della Polizia.
Un errore di Pinton, con il senno del poi, ma non se la sentiva di incolparlo per questo.
Per scaricare l'adrenalina Ardig stava ricorrendo al solito collaudato sistema: consumava l'asfalto dei marciapiedi di viale Romagna, tenendo un'andatura di corsa speditissima.
Intorno a lui il silenzio del sabato mattina milanese: pochi furgoni a rifornire bar ed edicole, quasi nessun pendolare in giro, spariti gli attacchini che per settimane avevano colorato la campagna elettorale, giunta al suo epilogo.
La quiete lo aiutava a riflettere. Non poteva aspettare un'eternit.
Decise di fissare una deadline: per le 15 si sarebbero mossi, sfruttando il mandato di perquisizione emesso dalla Pollini insieme a quello di fermo.
Rientr per fare una doccia e consumare una colazione improvvisata: due banane provvidenzialmente elargite dalla donna delle pulizie, intenerita dal buco nero del suo frigo, e un'intera moka di caff.
La vita di Oscar Nocera era dispiegata in quel fascicolo.
Pinton, Santoni e Pasini avevano lavorato tutta la mattina per ricostruirne il profilo. Foto segnaletiche scattate durante i suoi passaggi nei commissariati e nelle case di reclusione dove aveva soggiornato, schede degli psicologi e degli assistenti sociali che ne avevano seguito il percorso detentivo e riabilitativo, atti processuali e tutto quanto avevano trovato su questo ragazzo, cresciuto come sbandato e diventato, una volta adulto, un vero criminale.
Un'esistenza ai margini della legalit, fuori e dentro, con poche parentesi alla luce del sole, che per sembravano inchiodarlo definitivamente.
"Ho telefonato in aeroporto. Mi sono confrontato con i nostri colleghi del posto di Polizia e con i responsabili del servizio sicurezza", la prese alla larga il solito Santoni.
"E allora?"
"Intanto ho scoperto che due taniche di cherosene nella carburazione aeronautica sono l'equivalente di due bottigliette di acqua in un supermarket tipo Esselunga. Si tratta di un ammanco cos minimale che  pi facile vincere al SuperEnalotto che scoprirlo."
"Un momento - rilev il commissario - le taniche non sono registrate?"
"Figuriamoci. Parliamo di meno di cinquanta euro di carburante sottratto. E non ci sono registri sulle singole taniche ma direttamente sul carburante complessivamente stoccato nei depositi. Per capirci, gli stoccaggi sono registrati sulle tonnellate. Qui parliamo di una decina di chili di combustibile eventualmente sparito o perso per un foro, per un rabbocco, per un guasto. Un'inezia. No, non  questa la strada da seguire", concluse l'ispettore.
"E quale sarebbe?", lo stuzzic Ardig.
"Guarda - indic la scheda di Nocera -  proprio quello che c' scritto anche qui: a effettuare il rifornimento nei serbatoi sono ovviamente dei tecnici specializzati, per il lavoro di stoccaggio dei depositi e delle taniche viene appaltato a cooperative esterne. E si tratta di un lavoro ingrato, da effettuare in ambienti saturi di esalazioni tossiche. Sono quei lavori malpagati che nessuno vuole."
"E perch non reclutano extracomunitari?"
"Preferiscono gente che parli l'italiano. Cos spesso utilizzano ex carcerati, come per la manutenzione dell'asfalto sulle autostrade. Secondo me Nocera si  fatto passare le taniche da qualche altro ex detenuto, lavoro semplice e senza lasciare tracce", rispose Santoni.
Quadrava, il ragionamento. Ecco come si erano procurati il cherosene per arrostire quei poveracci ed ecco chi lo aveva maneggiato.
Ardig riprese in mano le foto del pregiudicato, osservando le metamorfosi che negli anni l'avevano traghettato da un'adolescenza bruciata malamente come teppista a una giovent criminale.
I lineamenti erano gradevoli, ma induriti, aveva l'aria da cattivo e dal 2006 le zampe nere di una tarantola gli ghermivano la giugulare. Quasi un artiglio. I segni sul collo evocati da padre Giacomo...
Tutto combaciava.
Un uomo robusto con un graffio tatuato sul collo e un nano. O un ragazzino, se lo osservavi con gli occhi di un frate in procinto di svenire dopo una gran botta in testa.
Le ore stavano volando.
Una Milano calda e sonnecchiante, insolitamente silenziosa nell'attesa della bagarre elettorale del giorno successivo, si stava divorando un sabato amorfo.
Mancavano pochi minuti alle 15. Avevano atteso abbastanza.
Ardigo telefon a Scalise: "Nessuna novit?".
"Niente, non c' anima viva."
"Bene, ci vediamo tra poco."
Per scrupolo contatt la Questura.
"L'utenza telefonica segnalata  ancora irreperibile?"
Il funzionario assent. Non occorreva altro. Si mossero.
Tre minuti dopo il commissario, Santoni, Farris e Scalise si trovavano di fronte alla porta del secondo piano dell'edificio popolare dove alloggiava il pregiudicato Oscar Nocera.
L'agente Scalise era rimasto in strada a fare da palo.
La porta era di legno fatiscente montata su, infissi sgangherati, la serratura aveva fatto il suo tempo.
Il grimaldello sapientemente armeggiato da Farris si incune con dolcezza: uno scatto secco e furono dentro.
Ad accoglierli buio, silenzio e odore di chiuso.
Tastarono l'interruttore senza timore: il proprietario non era in casa. La luce invase l'ambiente e... sorpresa!
La casa di Nocera somigliava a una perla occultata dal guscio ruvido dell'ostrica. L'involucro esterno era quello di un edificio degli anni Cinquanta logorato dal tempo, dalla scarsa manutenzione e dall'incuria, con la facciata scrostata e odore di urina nell'androne. All'appartamento si accedeva con un ascensore che cigolava arrancando piano dopo piano fra scale scolorite. L'interno del bilocale era invece l'esatto opposto: arredamento moderno, salotto con maxi schermo al plasma, lettore dvd, un portatile piazzato su un tavolo, una consolle della Nintendo e un impianto stereo con casse da discoteca. In cucina un frigo a due ante che produceva cubetti di ghiaccio da un rubinetto interno, forno a microonde elettronico, lavastoviglie e vetrinetta con calici da vino di ottima fattura. Su una mensola il libretto di istruzione di una Bmw serie 3.
Si divisero nei vari locali e iniziarono un'attenta perquisizione. Mezz'ora dopo erano di nuovo riuniti in cucina, con un'espressione soddisfatta.
Da uno stipite del ripostiglio, sotto scope e spazzoloni, era saltata fuori una vecchia scatola metallica, che una volta conteneva biscotti: dentro c'erano pasticche di vario genere, molte delle quali di ketamina, in teoria un farmaco usato a scopo anestetico per operazioni chirurgiche, in pratica una sostanza psicotropa in gran voga nelle discoteche, soprattutto quelle frequentate da adolescenti, attirati dall'irresistibile abbinata "costo basso-sballo assicurato", inconsapevoli dei gravi effetti che un simile componente chimico produce sul sistema nervoso.
Da un'antina erano sbucate armi bianche di vario genere: il piccolo campionario del perfetto teppista pronto a tutto.
E infine, sommersa dai vessilli e dalle sciarpe dell'Inter e dell'Olimpia Milano e dei rispettivi gruppi ultr, ecco anche la busta di plastica originale di un shop center di New York, con tanto di indirizzo.
All'interno, ancora perfettamente piegata, la canotta bluarancio dei Knicks, con impresso il numero 8 e la scritta in stampatello "GALLINARI".
Nulla di strano che un tifoso dell'Olimpia, la gloriosa squadra di pallacanestro di Milano, avesse la canotta dell'ex idolo biancorosso, Danilo Gallinari, da due stagioni emigrato nella NBA, ingaggiato dai New York Knicks e poi ceduto da pochi mesi ai Denver Nuggets.
A stupirli era il fatto che la maglietta, facilmente reperibile nei negozi sportivi milanesi, o al Forum durante le partite casalinghe dell'Olimpia, si trovasse nel sacchetto di nylon dello store della Grande Mela in cui era stata acquistata. E che all'interno ci fosse anche uno scontrino fiscale, che certificava la data e l'ora dell'acquisto: il 5 marzo alle ore 17,32 locali.
Ancora New York. Inizio marzo.
"Bene - dispose laconico il capo della Omicidi - ora mettete sottosopra ogni armadio o scaffale. Intanto io torno in commissariato."
I tre poliziotti ripresero a frugare come ratti nella monnezza.
Una tempesta impazzita turbinava nella testa di Ardig.
Due ore dopo erano tutti riuniti nell'ufficio del commissario.
"Un'idea suppongo di essermela fatta", esord Ardig guardandoli a uno a uno.
"Partiamo dall'inizio. Sappiamo che nel tardo pomeriggio di gioved 21 aprile De Rosa  vivo e vegeto: sistema il suo Cayenne sulle strisce blu di via Pisacane pagando il ticket per la sosta al parchimetro. Probabilmente preventiva una sosta breve, massimo un'oretta. Invece da quel momento scatta il blackout. Di lui non sappiamo pi nulla fino a quando ritroviamo il suo cadavere la settimana successiva nel seminterrato della sua galleria. Adesso, alla luce di quanto stiamo scoprendo, direi che possiamo azzardare che De Rosa riceve in negozio Licata o Nocera, o forse entrambi, e l viene prima aggredito, poi torturato e infine ucciso. Sul movente per ora soprassediamo."
Fece una pausa in attesa di eventuali rilievi da parte dei suoi uomini.
Nessuna obiezione, poteva proseguire.
"Nelle stesse ore, magari qualche ora prima o magari in quelle successive, un'altra persona, coetanea di De Rosa e suo conoscente, tanto da avere in casa dei pesi e dei manubri presumibilmente dello stesso stock,  analogamente torturato, con una variante: il suo corpo viene arso con pi accuratezza e intensit sempre con lo stesso cherosene e gettato in un fosso nascosto, o meglio mimetizzato, come sacco della spazzatura, nella speranza che impieghino un bel pezzo a trovarlo. E del resto anche De Rosa, sepolto nello sgabuzzino del suo sotterraneo, lo avremmo trovato chiss quando se i suoi parenti non si fossero allarmati non vedendolo arrivare a New York."
"Della sua trasferta dalla famiglia - rilev Farris - evidentemente gli assassini non erano a conoscenza..."
"Ottima osservazione. Un altro errore dei sicari, a dimostrazione del fatto che non erano dei professionisti cos validi. E del resto il profilo di Licata e di Nocera  quello di due balordi di periferia, violenti e con poco acume."
"E Adorni e Radice, cosa c'entrano?", intervenne Santoni.
"Un momento, un passo alla volta. Ad Adorni arriviamo dopo. Di Radice invece sappiamo che ospitava in un appartamento di sua propriet lo sconosciuto carbonizzato e che ha avuto una lunga conversazione telefonica con De Rosa poche ore prima del suo omicidio. Ergo, intratteneva rapporti con entrambe le vittime. Fin qui ci siamo. A questo punto la vera domanda  un'altra. Pochi giorni dopo questa catena di omicidi e di suicidi due malviventi irrompono nel monastero di Concorezzo per portarsi via qualche vecchio tomo e durante l'incursione tramortiscono un frate. Questa mattina la vittima, frate Giacomo, mi ha descritto quel poco che ha memorizzato dei suoi aggressori: uno robusto e con dei segni sul collo - e appoggi sul tavolo la foto segnaletica di Nocera - e l'altro con una corporatura minuscola - e questa volta piazz la foto di Barlacu - e guarda caso questo moldavo  un ladro, ex acrobata, che ha diviso la cella nel carcere di Bollate per diversi mesi proprio con Licata e Nocera. Presumibilmente quella notte, fuori dalle mura del convento, c'era anche Licata, che con i suoi cento e rotti chili non aveva l'agilit per scavalcare il muro di cinta."
"OK, fin qui ti seguo, per mi spieghi che diavolo cercavano nella biblioteca di un monastero tre semi-analfabeti come questi?", lo stuzzic Farris.
"Non so risponderti, non ancora.  proprio questa la chiave del mistero. Una chiave che a mio avviso  indissolubilmente legata agli inspiegabili suicidi di Adorni e Radice, con il loro rituale assurdo. E a riguardo possiamo farci aiutare da una sola persona..."
"Padre Shekfer ci attende domani mattina, alle 9 in punto", lo inform Farris.
"OK. Per completare la ricostruzione mancano gli ultimi tasselli: qualche giorno fa, marted pomeriggio per la precisione, gli organi di informazione battono una notizia di secondaria importanza, ovvero che il monaco ferito nella rapina al convento di Concorezzo  fuori pericolo e a breve sar in grado di collaborare con gli inquirenti per consentire il riconoscimento dei suoi aggressori. E guarda caso quella notte stessa Licata viene fatto fuori, tra l'altro il giorno dopo una mia visita al Serendipity."
"Lo hanno messo a tacere perch forse si era spaventato e temevano spifferasse tutto. Forse Licata, apprendendo dal web della possibilit che il monaco riuscisse a riconoscere i suoi complici, si era agitato, forse gli erano saltati i nervi, cos i suoi complici o il loro mandante avevano deciso di toglierlo di mezzo", concord Santoni.
"E adesso scopriamo che Nocera, tra un crimine e l'altro, ha lavorato in una raffineria e poi al deposito combustibili di Linate..."
"Quasi una confessione scritta", sentenzi Farris.
"Bene, nel frattempo cerchiamo di farci una chiacchierata con le figlie di Adorni. Vediamo se riescono ad aiutarci. Ci pensi tu?", chiese Ardig rivolgendosi a Pinton. Poi aggiunse: "Ti anticipo per che la pi grande dovrebbe essere negli Stati Uniti, comunque cerchiamola ugualmente...".
Quindi si gir verso Santoni: "Rintracciamo la Bmw di Nocera, tramite la targa vediamo se ha un segnalatore satellitare gps, in genere quei bolidi lo hanno sempre in dotazione. Chiss che non sia cos scemo da non averlo ancora disattivato...".
La voce squillante di Gerry Scotti rimbombava nella stanza, erano le 19 da poco passate. Malerba e Borroni stavano "addentando" le rispettive pagine: scheletri di colonne e gabbie da riempire con articoli, titoli, sommari, occhielli, foto e didascalie; ad accompagnare i due cronisti, come sempre, la tiv accesa.
In sottofondo la parlata del popolare conduttore televisivo che, con la sua consueta giovialit, stava leggendo la domanda da 70mila euro al concorrente, un 55enne insegnante marchigiano, volto paffuto e risata contagiosa, abile nel rispondere alle dieci domande precedenti senza utilizzare nessuno dei tre aiuti previsti. Un tipo preparato, che pareva avviato a concludere da trionfatore la scalata al milione.
Ponendo il quesito Scotti assunse un tono ufficiale.
"Il sarcopilusharrisii, o diavolo orsino,  un marsupiale appartenente alla famiglia dei Dasiuridi che vive attualmente soltanto nell'isola di:
A - Sumatra; B - Tonga; C - Giava; D - Tasmania."
Il concorrente cominci a ragionare, dissertando sui tipi di marsupiali a lui noti, e nel giro di un paio di minuti fu in grado di sbilanciarsi sulla risposta definitiva.
Si trattava - e non sembrava avere dubbi - del diavolo della Tasmania.
" la tua risposta definitiva? La accendiamo?", chiese il presentatore, pronunciando la frase ormai diventata un tormentone.
La luce verde si illumin sotto la risposta selezionata, seguita da un lungo applauso del pubblico presente in studio.
"Bravo", comment Borroni con sincera ammirazione.
Malerba abbandon la tastiera per seguire con maggiore concentrazione la domanda successiva.
"Per 150mila euro, mi devi dire quale di questi pittori, allievi del grande Leonardo da Vinci, si chiamava in realt Gian Giacomo Caprotti:
A - Ambrogio de Predis; B - Andrea Salaino; C - Francesco Melzi; D - Giampietrino."
La voce di Borroni anticip le elucubrazioni del concorrente: " la B. Gian Giacomo Caprotti, era lui il Salaino".
Il cervello di Malerba indugi qualche istante prima di mettere a fuoco tutti i passaggi. Poi, piano piano, ogni singolo tassello and a posto: allievo di Leonardo... Salaino... Caprotti... Gian Giacomo.
"Cosa hai detto?", farfugli confuso, rivolgendosi al collega.
"Che il Salaino era il Caprotti, lo abbiamo anche scritto qualche giorno fa. Era un articolo della Montanina se non sbaglio. Una roba sul comune di Vimercate che ha chiesto alla Moratti di cambiare il nome alla statua..."
La voce di Borroni gli giungeva lontana, rimbalzante come un'eco.
Nella sua mente si proiett vivida l'immagine degli scontrini esaminati da Rebecca: uno di quelli era stato emesso proprio nel comune di Vimercate, dove il professor Adorni si era recato pochi giorni prima di scegliere di staccare la spina.
E poi lui, soprattutto lui, Gian Giacomo.
Il misterioso "IovanIacomo" menzionato da Bandello nei suoi scritti.
Salaino. Andrea Salaino. Ecco chi era IovanIacomo.
Un opprimente senso di inquietudine lo assal.
Pigi forsennatamente i tasti digitando le parole Caprotti e Salaino.
La peggiore e pi ovvia delle risposte possibili apparve impietosa sul monitor, sul primo link che rimandava a Wikipedia.
Altro che un monaco o un seminarista! Il modello scelto da Leonardo per il suo ambiguo Giovanni non era altri che un suo giovane discepolo o, meglio, il suo discepolo prediletto.
Non poteva perdere neanche un secondo.
La testa gli si era fatta pesante. Prese la bottiglietta d'acqua e la svuot, tracannandola tutta d'un fiato. Poi, con la mano che tremava, fece quello che mai si sarebbe aspettato. Venne meno a una promessa, anzi a un giuramento.
Compose il numero di Rebecca.
"Tim, il numero selezionato  inesistente. Tim free message the number..."
Imprec ad alta voce.
Il dirimpettaio di scrivania lo osservava come se fosse ammattito.
"Fede, che succede?"
"Lo so io, cazzo. Lo so io che cazzo succede. Porca puttana."
Il collega evit di aggiungere altro: era chiaro che Malerba era sconvolto per una ragione inspiegabile.
Aveva perduto il senno come l'Orlando Furioso e Borroni non aveva alcuna intenzione di volare sulla Luna a recuperarglielo.
Lo guard uscire in corridoio come una belva, gli occhi iniettati di sangue.
Non attese nemmeno la risposta del concorrente che, non sapendo su quale delle quattro opzioni puntare, dopo aver sprecato uno dopo l'altro tutti gli aiuti a sua disposizione, scelse di rinunciare alla scalata al milione e si ferm a quota 70mila euro.
Quasi correndo Federico punt verso l'ufficio di Elisabetta Montani ed entr come un Torquemada, senza nemmeno bussare. Per fortuna la ragazza era sola.
"L'eccelso Malerba, a cosa debbo l'onore? Ultimamente non mi saluti neppure, sembra che quando passo..."
La interruppe sgarbatamente.
"Dammi subito il numero di quell'assessore."
La cronista si stup, non tanto per il modo brusco con cui le si era rivolto quanto per l'espressione da invasato dipinta sul suo volto.
"Quale assessore?", domand sbigottita e timorosa.
"Quello di Vimercate, quello che vuol cambiare il nome alla statua di Salaino", replic Malerba spazientito, come se si trattasse dell'ovviet pi scontata.
La Montani realizz solo dopo qualche istante.
"Ah, quel tipo, Beltramin mi pare... un momento... s, eccolo qui. Beltrami, non Beltramin. Ti stampo la sua mail."
Federico recuper il foglio dal carrello e se ne and senza neppure salutarla n ringraziarla. Un istante dopo stava riferendo a Brigante.
L'aria stralunata e l'irruenza con cui era entrato indussero l'esperto caporedattore a non spazientirsi: raramente aveva visto il suo pupillo cos inquieto come negli ultimi tempi.
Lo lasci uscire con un paio di ore d'anticipo senza fare storie. Pochi minuti dopo, incurante dei limiti di velocit, Malerba sfrecciava sulla Tangenziale Est diretto verso Vimercate.
L'assessore Beltrami, cortesemente, aveva accettato di incontrarlo direttamente presso la sua abitazione, nonostante fosse sabato e fosse l'ora di cena.
Grazie al navigatore riusc a districarsi nelle vie, tutte rigorosamente a senso unico, del comune brianzolo. Abbandon la sua Alfa nei pressi della piazza del Comune e si infil in una traversa laterale. Dovette chiamare di nuovo l'assessore per non perdersi in quell'intrico.
Davanti al portone a vetri di un condominio elegante a quattro piani c'era un uomo con una polo scura sopra pantaloni color sabbia.
Gli sorrise, facendo un cenno con la mano, e gli venne incontro.
"Bentrovato, sono Giorgio Michele Beltrami."
"Piacere, Federico Malerba."
"La conosco di fama, leggo il vostro giornale. L'ho vista in tiv, qualche volta."
Apr il portone del condominio invitandolo a seguirlo.
Era un bell'uomo, elegante, poco oltre i quarant'anni; fisico longilineo, i capelli castani portati un po' lunghi sul volto fresco, un bracciale d'argento al polso. Chiss perch gli ricordava l'ex allenatore interista Roberto Mancini, ora nocchiero dei britannici del Manchester City.
Salirono al secondo piano.
Li accolse una donna graziosa: meno di quarant'anni, capelli corti color mogano, con qualche punta ribelle, un visino accattivante, corporatura snella, gambe lunghe slanciate dai tacchi. Si present come Roberta e si scus per il disordine.
"Abbiamo appena finito di cenare e non attendevamo ospiti."
In realt l'appartamento era curatissimo, praticamente perfetto. Lambirono la cucina - dove un bellissimo esemplare di labrador sorvegliava con aria bonaria un bambino sui cinque anni che, appoggiato sul tavolo, stava giocando con un piccolo videogame tascabile - e si spostarono nel salotto.
Arioso, arredato con divani in pelle nera, mobili laccati scuri, faretti al neon che emanavano una gradevole luce soffusa, uno splendido pianoforte.
Lo colp la libreria, che occupava un'intera parete. Malerba si avvicin ai libri, ammirandoli con sguardo rapito.
Scorrendo i titoli non vide nessun romanzo: libri di storia, di arte, di religione e di filosofia, biografie di celebri personaggi legati al mondo della cultura e della musica classica.
Nell'ultima teca, invece, erano custoditi, quasi esclusivamente, volumi di medicina veterinaria e di biologia.
Il padrone di casa fu lesto a prevenire la domanda del curioso cronista.
" la mia professione. Sono un politico solo per passione e impegno civico. Nella vita sono un veterinario. Adoro la cultura e la storia, per ancora di pi amo gli animali e il loro benessere."
Federico, animalista convinto, lo trov subito simpatico. Mostr alcune foto di Ottone che aveva sul telefonino e chiacchierarono per alcuni minuti di animali e dei loro diritti.
Scopr cos che la signora Beltrami, anche lei veterinaria, stava collaborando a un progetto appena avviato, una sorta di fattoria riabilitativa per gli animali da laboratorio, la "Collina dei conigli", un posto fiabesco dove ospitavano conigli, criceti e cavie scampati alla vivisezione, regalando loro una seconda vita in spazi pi ampi rispetto alle terribili gabbie da lager delle industrie farmaceutiche, circondati dall'affetto di qualche cuore generoso.
"Fatemi avere tutto il materiale, possiamo dare adeguato risalto sul nostro giornale", garant Malerba, sinceramente colpito, prima di addentrarsi nel merito della questione che pi gli premeva.
"Dottor Beltrami..."
La mano dell'assessore lo ferm, garbatamente.
"Che ne dici se ci diamo del tu?"
"D'accordo. Molto volentieri, Giorgio. Intanto ti ringrazio ancora una volta per la tua disponibilit e mi scuso per essere piombato qui, a casa tua, all'improvviso. E per giunta di sabato."
"Nessun problema, al telefono mi hai accennato che si trattava di una faccenda molto importante."
"Lo . Ho bisogno di comprendere alcune cose, per, prima di tutto, ho la necessit di chiederti la massima riservatezza su questo nostro colloquio."
"Parola mia."
"Perfetto. Dunque, avrai forse letto che alcune settimane fa, in circostanze tuttora oscure, si  tolto la vita un docente universitario che insegnava all'Accademia di Brera."
Il veterinario lo interruppe nuovamente.
"Giancarlo Adorni, lo conoscevo molto bene. Che brutta storia."
"Lo conoscevi?", domand, stupito, il reporter.
"Certo. Due mesi fa era seduto qui sul divano, dove adesso sei tu", rispose con la serena tranquillit di chi  in buona fede e non ha nulla da nascondere.
"Perdonami, puoi spiegarmi che rapporto avevi con Adorni?"
"Di amicizia non potrei dirlo. Era un uomo complesso, restio ad aprirsi, per di grande cultura, con cui era piacevole intrattenere una conversazione. L'ho incontrato per la prima volta nel 2008, quando sono stato nominato assessore alla Cultura. Il professore veniva qui a Vimercate per le sue ricerche. Non siamo mai entrati in confidenza, tuttavia avevamo instaurato un buon feeling a livello, come dire... didattico, se mi passi il termine."
"Veniva qui per il Salaino?"
Beltrami sorrise scompigliandosi il ciuffo con la mano destra.
"Ah, no. In questa casa  bandito il nome di Salaino. Chiaro? Se non vuoi essere cacciato - lo minacci in tono scherzoso - devi chiamarlo con il suo vero nome, Gian Giacomo Caprotti."
Federico lasci la parola al padrone di casa, che in venti minuti gli riassunse tutta la propria storia. Il suo bisnonno era Luca Beltrami, un insigne architetto milanese vissuto tra la seconda met dell'Ottocento e la prima del Novecento, che aveva progettato e realizzato alcuni tra i pi eleganti palazzi del centro di Milano, tra cui l'attuale sede del Corriere della Sera in via Solferino, e curato il restauro di patrimoni storici quali il campanile di San Marco a Venezia o il Castello Sforzesco a Milano. Aveva la passione della storia e della pittura ed era stato lui, nel 1919, insieme all'altrettanto illustre leonardista Gerolamo Calvi, dopo un impegnativo e documentatissimo lavoro di ricerca storica, a stabilire una verit inconfutabile, seppur ancora non conclamata dopo quasi un secolo.
Andrea Salaino non era mai esistito: sotto quel nome, falsamente attribuitogli, si celava in realt Gian Giacomo Caprotti, nato nel 1480 a Oreno di Vimercate, terzogenito di Pietro da Oreno e Caterina Scotti.
L'assessore si avvicin alla sua ricchissima biblioteca, prese alcuni volumi e torn appoggiando sul tavolo Documenti su la vita e l'opera di Leonardo da Vinci e Disegni di Leonardo e della sua scuola alla Biblioteca Ambrosiana, entrambi redatti dal bisnonno Luca Beltrami, e Vita di Leonardo, I manoscritti di Leonardo da Vinci e Pagine inedite del Codice Atlantico, vergati da Gerolamo Calvi.
Malerba li sfior con un timore reverenziale.
"Non preoccuparti, sono soltanto delle riproduzioni - lo rassicur il padrone di casa - gli originali, ovviamente, sono conservati nell'archivio dell'Ente Raccolta Vinciana."
Certo, negli scaffali dell'Ente Raccolta Vinciana! E dove se no?
Proprio il luogo dove Rebecca Adorni, a suo dire, aveva trascorso intere giornate a scervellarsi e a consumare gli occhi per cercare di capire chi mai potesse essere il fantomatico "IovanIacomo" citato negli scritti di Matteo Bandello. Eppure non aveva trovato nulla... che strano.
Doveva scoprire le carte e provare a capirne di pi.
"Sto coadiuvando Rebecca, la figlia di Adorni, in una sorta di ricerca postuma, nel tentativo di completare il lavoro che suo padre stava portando a termine dopo una vita di studi su Leonardo", la prese alla larga.
L'assessore sorrise ancora una volta.
"Ne ero al corrente..."
"Della mia ricerca? E come potevi saperlo?"
"Perch qualche giorno fa ho incontrato Rebecca,  venuta in Comune."
Federico avvert un senso di vertigine: fortunatamente si trovava seduto, altrimenti le gambe lo avrebbero senza dubbio tradito.
"Lei... tu... hai incontrato Rebecca? Quando?"
"Dunque, ieri era venerd, la giunta si  riunita marted sera... mercoled, s... ci siamo incontrati mercoled, ero appena tornato dal pranzo..."
E loro, calcol, si erano da poco bruscamente separati dopo il mancato amplesso a casa sua...
"Tornando al professore - riprese Beltrami, indifferente al pallore del giornalista - mi aveva accennato al libro che stava ultimando. Un libro che avrebbe fatto scalpore. Tra gli accademici e non solo."
"Per via delle allusioni all'omosessualit di Leonardo?", domand il cronista.
"Definirle allusioni mi pare un eufemismo. La convinzione maturata da Adorni era che il Genio e la sua intera opera artistica fossero completamente permeate dalle sue pulsioni omosessuali. E in quest'ottica la figura controversa di Salaino giocava un ruolo fondamentale."
"Mi puoi spiegare meglio, per cortesia?"
"Volentieri, intanto vuoi bere qualcosa? Ti vedo pallido, tutto bene?"
Tutto bene un corno. Comunque il reporter annu.
Qualche istante dopo il padrone di casa torn con due calici di cristallo e una bottiglia di Refosco. Vers il vino e riprese a parlare.
"Hai mai letto il Libro dei sogni del Lomazzo?", domand a bruciapelo al cronista, che stava per assaggiare il vino.
Federico appoggi il calice e scosse la testa: "No, assolutamente no".
"Lomazzo era un artista del Cinquecento, un pittore secondario, colpito precocemente da problemi alla vista che lo portarono alla cecit. Per questo dedic gli ultimi anni della sua vita a raccogliere informazioni e a redigere biografie dei pittori lombardi di quel periodo. Tra cui lo stesso Leonardo."
"Un biografo degli artisti, un po' come il Vasari."
"Pi o meno. Anche se il Lomazzo - spieg Beltrami afferrando uno dei volumi appena prelevati dalla biblioteca e iniziando a scorrere le pagine -  andato oltre, scrivendo per l'appunto il Libro dei sogni, in cui narra di un fantasioso dialogo tra Leonardo e Fidia."
"Lo scultore greco?"
"Non era solo uno scultore, era un pittore e un architetto. Un genio dell'arte, poliedrico, come Leonardo appunto, di fatto un suo lontano predecessore. Ebbene, in questo dialogo, inventato dal Lomazzo, tra i due immortali artisti Leonardo tesse le lodi del suo allievo prediletto, il Saladino o il Salaino, e intuendo quanto questo giovane sia importante e concupito dal fiorentino, Fidia non esita a domandargli se lo avesse mai sodomizzato."
Si arrest un secondo per individuare la pagina che stava cercando, poi pass il testo a Malerba, indicandogli il punto dove leggere.
"Ecco, guarda, la risposta di Leonardo  lapidaria: E quante volte! Considera che egli era uno bellissimo giovane, e massime ne' 15 anni. Non  cosa di maggior lode, appresso a virtuosi di questo. Sappi che l'amore masculino  opera solamente di virt. Hai letto bene cosa ha scritto? Sappi che l'amore masculino  opera solamente di virt. Hai capito?"
"Va beh,  quello che scrive questo Lomazzo, mica  Leonardo a fare outing", osserv scettico il giornalista, prima di aggiungere: "Non basta certo un colloquio onirico inventato con il fantasma di Fidia per accertare l'omosessualit di Leonardo".
Beltrami sorrise: "La sua omosessualit  conclamata da secoli. Sia dagli storici dell'epoca, come appunto il Lomazzo, che peraltro scrisse il suo libro tra il 1563 e il 1565, attingendo le informazioni da persone che erano state vicine a Leonardo, dal Vasari, dai suoi scritti, dai suoi disegni. Non  un mistero che l'artista, da giovane, nel 1477, quando viveva ancora a Firenze, fu denunciato per atti di sodomia nei confronti di un diciassettenne, tale Jacopo Saltarelli. Non ne segu un processo in quanto la denuncia era stata presentata in forma anonima, eppure la vicenda ebbe comunque risalto. Insomma, fu uno scandalo. E ti ricordo che tra gli appunti del Codex Atlanticus, sul retro di uno di questi fogli,  stato trovato un disegno osceno, rappresentante l'ano del Salaino, nella cui direzione sono rivolti membri virili forniti di gambe".
"Pensavo che l'omosessualit del Genio fosse solo presunta, invece mi pare di capire che ci siano numerose testimonianze e documenti a comprovarla", sanc laconico Malerba.
"Proprio cos. E che il Caprotti sia stato il pi amato dei discepoli, quello su cui ha riversato il suo affetto,  verificato inconfutabilmente. Anche se forse, al di l delle teorie del Lomazzo sui rapporti sodomiti, e prescindendo anche dal disegno in cui  raffigurato l'ano del giovane discepolo, possiamo ritenere che quello di Leonardo per Caprotti fosse un amore quasi platonico."
"Come mai?"
"Intanto Leonardo era un cataro - e la parola cataro colp Malerba come un ceffone - e pertanto osteggiava la carne, intesa anche come contatto fisico, carnale. Probabilmente Caprotti rappresentava una sorta di sfida per Leonardo. Lui, meticoloso, attento, geniale, quasi perfetto, ambiva a fare di quel ragazzino, riottoso, svogliato e laido, l'uomo e l'artista che invece non  mai diventato, trasmettendogli un amore intenso e sincero, un amore quasi paterno, mai del tutto corrisposto e compreso."
"Hai detto amore quasi paterno. Perch?"
"Beh - titub l'assessore - calcola che Leonardo aveva 28 anni in pi del Caprotti. E lo accolse nella sua bottega all'Arengario quando questi era solo un bambino di dieci anni, per cui lo ha allevato e cresciuto."
"Salaino... pardon, Caprotti, aveva solo dieci anni?", si stup il cronista.
"Anche in questo caso  tutto documentato."
Beltrami apr un altro volume, scritto proprio dal suo bisnonno, e sfogli le pagine andando a colpo sicuro.
"Vedi,  stato accolto nella sua bottega il 22 luglio 1490. Lo ha menzionato proprio lo stesso Leonardo nei suoi scritti, su quello che allora era il primo foglio del Manoscritto C, oggi conservato a Parigi presso l'Institut de France. Ecco, guarda qua: Iacomo venne a stare con meco il d della madonna del 1490, d'et d'anni 10. E leggi anche qui, sempre riferito al Caprotti: Il secondo d gli feci tagliare due camicie, un paro di calze e un giubbone, e quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, lui mi rub detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farglielo confessare, bench'io n'avessi vera certezza. Come puoi vedere non ci sono dubbi."
Prese un altro tomo: era Le vite de' pi eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari.
Inizi a leggere: "Prese in Milano Salai Milanese il qual era vaghissimo di grazia e di bellezza, avendo belli capelli ricci e inanellati, de' quali Lionardo si dilett molto: e a lui insegn molte cose dell'arte, e certi lavori, che in Milano si dicono essere di Salai, furono ritocchi da Lionardo".
Malerba cominci a scorrere alcune righe, incuriosito, e scopr che il Genio non teneva in grande considerazione il suo pupillo, da tanto da definirlo: Ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto.
"Il giovane Caprotti rappresentava i due risvolti di una moneta, croce e delizia per Leonardo. L'artista era folgorato da questa sua bellezza angelica, una bellezza a cui non riusciva a resistere. Per questo fino alla sua morte, per quasi trent'anni, lo ha sempre voluto al suo fianco, durante i suoi tanti spostamenti. Per questo sopport tutti gli eccessi caratteriali e i vizi del giovane Caprotti: avido, approfittatore, laido, rissoso. E non  un caso che lo avesse soprannominato il Salai, il diavolo per l'appunto, ricorrendo a un epiteto dialettale."
"Salai? Non mi risulta che sia un'espressione dialettale milanese", obiett il giornalista.
"No, infatti. Hai ragione, non mi sono spiegato bene.  un termine arabo, derivante da Salah. Secondo il mio bisnonno l'artista aveva tratto l'epiteto da un poemetto, Il Morgante, che circolava a Firenze, alla corte dei Medici. Un epiteto che ben si addiceva a un ragazzino pestifero e bello come Lucifero, il pi bello degli angeli. E come lui irrequieto e ribelle. E indomabile."
"Insomma questo Caprotti era una sorta di Caravaggio. Tra l'altro - sottoline Malerba - erano pi o meno conterranei."
"Da un punto di vista esclusivamente caratteriale possiamo anche definirlo cos. Lo stesso atteggiamento impulsivo, le stesse intemperanze. E come Caravaggio anche Caprotti  deceduto prematuramente, ucciso da un colpo di arma da fuoco in circostanze mai chiarite, forse un duello oppure una rissa. Da un punto di vista artistico, invece, tra i due c' una differenza abissale, perch Caprotti  stato un pittore modesto."
"Un momento, ho letto su Wikipedia che alcuni quadri di Salaino sono esposti a Brera e alla Pinacoteca Ambrosiana, giusto?"
"Caprotti, non Salaino! Se  per questo le sue opere sono anche agli Uffizi..."
Un altro campanello d'allarme, sentendo la parola Uffizi, squill nel cervello del giornalista.
"E in altri grandi musei. Persino in quelli americani. Il dilemma, mai risolto da storici ed esperti,  capire se e quali delle opere attribuite al Caprotti fossero effettivamente sue o, come pare pi logico, disegnate dallo stesso Leonardo e al massimo soltanto dipinte dall'allievo. La Madonna con il bambino, Sant'Anna e il San Giovanni Battista esposto proprio alla Pinacoteca Ambrosiana: sono tutte opere dove il tratto di Leonardo  chiaro e marcato, anche se sono attribuite al Caprotti, che forse se le era intestate da solo, dopo la morte del Maestro."
" possibile che le avesse trafugate? In fin dei conti se era un ladro, come lo definiva lo stesso Leonardo, non potrebbe aver sottratto anche i disegni, una volta scomparso il suo mentore?"
Una leggera risata fu la risposta di Beltrami.
"Nessun furto, caro Malerba. Il Caprotti ha ereditato molti disegni di Leonardo e pertanto ha avuto la possibilit di dipingere sopra gli schizzi del Maestro. E in alcuni casi possiamo presumere che sia stato lo stesso Leonardo a collaborare con il suo conturbante allievo. Per esempio nell'opera pi celebre del Caprotti, la Monna Vanna, la cosiddetta Gioconda nuda,  appurata la mano di Leonardo in alcuni passaggi. Lo conferma anche il Vasari, quando descrivendo la vita di Leonardo dice su Salaino: E a lui insegn molte cose dell'arte, e certi lavori, che in Milano si dicono essere di Salai, furono ritocchi da Lionardo. Ti basta?"
"Pertanto Salaino ha ereditato il patrimonio di Leonardo", osserv Malerba.
"Ancora! Te l'ho gi detto: Caprotti, non Salaino! Comunque non tutto il patrimonio. Quando Leonardo  spirato in Francia al suo capezzale c'erano solo il suo servitore personale, Batista De Vilanis, che ricevette denaro e beni materiali, e l'altro discepolo prediletto, Francesco Melzi, che in qualche modo negli anni aveva soppiantato proprio il Caprotti."
"In che senso?"
"Probabilmente per un lungo periodo di tempo Leonardo ha sopportato gli eccessi caratteriali del giovane Caprotti, poi, vedendo che gli anni passavano e non riusciva a raddrizzarlo, lo ha progressivamente allontanato, preferendogli il Melzi, che era pi giovane di una dozzina di anni e perci pi simile a quella che doveva essere l'incarnazione del modello di bellezza per il Genio: l'adolescente dal corpo acerbo e glabro, con tutta la sua innocenza."
"Siamo ai limiti della pedofilia", sbott Malerba scandalizzato.
"Comunque il Caprotti, seppur non presente negli ultimi istanti di vita,  sempre rimasto nel cuore di Leonardo che, infatti, nel suo testamento ha provveduto a lasciargli un terreno, la sua vigna a Porta Vercellina, di fronte al convento di Santa Maria delle Grazie, dove oggi sorge il Palazzo delle Stelline, e molti suoi disegni. In realt il Caprotti, quando le condizioni di Leonardo si aggravarono, si precipit a Parigi, ma ci arriv quando il Maestro era gi passato a miglior vita. Appena cinque anni dopo anche Caprotti, come ti ho anticipato, mor, e di lui per secoli si sono perse le tracce."
Svuotarono i calici di vino e li riempirono nuovamente.
"Gli storici dell'epoca, come Vasari o Lomazzo o Paolo Morigia, fuorviati dagli scritti di Leonardo e forse da racconti imprecisi, fecero confusione. Ingannati da quello che era un soprannome, Salai, coniarono un vero e proprio cognome, Salaino, che abbinarono al nome Andrea. Non dimenticare che tra gli allievi di Leonardo c'era anche Andrea Solari. L'ipotesi pi accreditata  che in molti casi abbiano sovrapposto la figura di Caprotti e quella di Andrea Solari, generando quindi Andrea Salaino, cui ancora oggi Milano rende onore, intitolandogli una strada, tra l'altro una traversa proprio di via Solari, e la statua nel basamento della scultura dedicata a Leonardo. Per questo la giunta del nostro Comune ha deliberato di chiedere ufficialmente al vostro sindaco di provvedere a restituire dignit al Caprotti. Cos renderemo il giusto merito al minuzioso lavoro di ricerca condotto dal mio bisnonno e da Gerolamo Calvi."
"Come ha fatto il tuo avo, dopo cinque secoli, a scoprire la verit su Salaino?"
"Quattro secoli, parliamo dei primi del Novecento - puntualizz Beltrami - e comunque si tratt di un colpo di fortuna che capit a Calvi. Per caso, consultando un vecchio tomo nella biblioteca di un monastero lombardo, scov un documento inedito."
"Di cosa si trattava?"
Ancora una volta Beltrami consult uno dei volumi appoggiati sul tavolo, trovando agevolmente la pagina desiderata.
"Di un inventario testamentario. In pratica un elenco dei beni della persona scomparsa, una sorta di garanzia redatta per dirimere le controversie tra gli eredi. Il documento, redatto in data 21 aprile 1525, ovvero circa un anno dopo la tragica scomparsa del presunto Salaino, riguardava i beni del defunto Gian Giacomo Caprotti, nato a Oreno di Vimercate nel 1480."
Recuper uno dei volumetti sparsi sul tavolo, cerc tra le pagine a colpo sicuro e lesse un passo: "Senti qui... Quadro dicto Ledde scuti 200; quadro de Santa Anna scuti 100; quadro dicto la Joconda scuti 100. Vedi? Tra i beni inventariati figuravano anche quadri denominati la Leda, il San Gerolamo, la Sant'Anna, il San Giovanni Battista e la Monna Vanna. Ovvero esattamente gli stessi quadri attribuiti al Salaino. E poi c'era la famosa vigna... Alcuni approfondimenti presso gli archivi cittadini di Milano hanno portato il mio bisnonno e il Calvi ad avere la conferma che a ricevere questi beni furono le sorelle di Gian Giacomo Caprotti, da qui la conclusione che Salaino non era mai esistito e che per oltre quattrocento anni avesse usurpato il nome al Caprotti".
Tutto chiaro. Tranne un'ultima ombra.
"Hai detto un monastero lombardo...", accenn Malerba.
"Il convento dei cistercensi, a Concorezzo. Ne avrai sentito parlare, perch pochi giorni fa  stato oggetto di una sanguinosa rapina notturna durante la quale hanno ferito un monaco che aveva sorpreso i ladri..."
Federico tracann un altro sorso di Refosco per trovare il coraggio di sottoporre un'altra curiosit all'assessore.
"Per caso ti dicono qualcosa i monasteri di Desenzano del Garda e di Valeggio sul Mincio? Possono avere un'attinenza con il Caprotti?"
"Come ti ho detto, le lettere testamentarie del Caprotti erano nel monastero di Concorezzo. Per in quello di Valeggio ci deve aver lavorato a lungo."
"Ne sei sicuro?"
"Assolutamente."
Per l'ennesima volta l'assessore si mise a consultare i vari tomi che aveva disposto sul tavolo, finch trov la pagina cercata: "Nel 1505, la marchesa Isabella d'Este di Mantova ingaggi un giovane pittore della scuola leonardesca affinch dipingesse un quadro raffigurante un Cristo giovane, all'et di 12 anni, ovvero quando secondo i Vangeli si rec nel tempio per disputare dialetticamente con i sacerdoti. E infatti il 22 gennaio 1505 un ambasciatore di Isabella scrive di aver conosciuto uno alevo di Leonardo Vinci, zovane per la et sua, assai valente, nominato Salai. E che questo allievo si era dichiarato ben felice di dipingere per la marchesa. Da altri scritti sappiamo che Leonardo visit diverse volte, su richiesta dei Gonzaga e degli Este, i regnanti di Mantova, il convento di Valeggio sul Mincio, insieme ad altri suoi allievi, come il Solari, che in quell'abbazia ha affrescato un'Ultima Cena...".
Ormai Federico non lo ascoltava pi, era tutto fin troppo chiaro, anche quella scritta vergata in calligrafia minuscola sul registro dove erano memorizzati tutti gli ospiti transitati in quel luogo sacro, tra cui l'accompagnatore di Leonardo nella sua visita nel 1499.
Nella sua mente riprese forma quella scritta, Solai, che allora aveva male interpretato.
Non Solai, ma Salai.
Non Andrea Solari, bens Andrea Salaino.
Alias Gian Giacomo Caprotti.
Il GiovanGiacomo menzionato nelle Novellae di Matteo Bandello.
Non avrebbe vinto i 150mila euro in palio a Chi vuol essere milionario?, in compenso iniziava ad avere le idee chiare.
Era necessario confrontarsi con Rebecca il prima possibile, ma questa volta doveva essere accorto, come il pi scafato dei giocatori di poker.
"Poco fa mi hai accennato al tuo incontro con Rebecca in Comune, qualche giorno addietro..."
"S, un incontro breve. La dottoressa era alla ricerca dell'unico volume del mio bisnonno di cui purtroppo non dispongo di una copia. Pi che un trattato  una specie di diario, dove vergava appunti di lavoro..."
"E dove si trova l'originale di questo libro?"
"Come ti ho detto, non si tratta di un vero libro.  una raccolta di appunti disordinati, per cui non  mai stato richiesto dall'Ente Raccolta Vinciana. Mio nonno lo aveva donato al convento di Concorezzo, dove aveva svolto le sue ricerche, come segno di gratitudine."
Ne sapeva abbastanza per proseguire la sua ricerca anche da solo.
"Toglimi un'ultima curiosit - si rivolse nuovamente al padrone di casa - se tutta questa vicenda di Salaino e del suo controverso rapporto con Leonardo  di dominio pubblico, almeno tra gli studiosi, qual era allora il vero oggetto di studio del professor Adorni? Voglio dire, ragionando da giornalista, quale scoop pensava di piazzare?"
Beltrami si fece serio.
"Mi chiedi troppo. Temo non fosse proprio uno scoop, nel senso giornalistico del termine. Quello del povero Adorni era un saggio, una ricostruzione per dimostrare come l'indole artistica di Leonardo fosse stata condizionata dalle sue pulsioni sessuali, in questo caso omosessuali, cos come era stata altrettanto condizionata dalla sua adesione al credo dei catari. Tutto qui, dubito ci fosse uno scoop da best seller, se  questo che intendi..."
Poteva bastare. Restarono a chiacchierare per un'altra mezz'ora, poi Malerba si conged. Rientrando verso l'auto, riprese il cellulare e tent nuovamente di contattare Rebecca.
"Tim, il numero selezionato  inesistente."
Imprec. Tra loro c'era di mezzo un oceano...
Aveva riportato a casa Frog, si era fatto una doccia e aveva cambiato la camicia. Adesso, nel caotico traffico milanese del sabato sera, Ardig guidava lento, distratto, con la testa altrove, percorrendo via Carducci senza curarsi degli edifici che sfilavano intorno a lui.
Attravers piazza Sant'Agostino e da l infil poi via Coni Zugna e via Solari. Parcheggi l'auto a ridosso del parco pubblico e si incammin senza fretta. Non aveva sonno. Era una bella serata e fuori si stava proprio bene. Imbocc via Savona e da l via Tortona, la via della sua infanzia. Super il palazzo a otto piani dove era cresciuto e tir dritto ancora per una cinquantina di metri. Al Serendipity la serata era in pieno svolgimento. Nessun segno di lutto per la morte del loro barman.
Attese un paio di minuti in fila, osservando il buttafuori addetto alla selezione all'ingresso: pareva aver preso sul serio il suo modesto incarico di decidere chi poteva entrare o meno, verdetto che emanava sulla base di personalissimi criteri estetici.
Barba in crescita, jeans sgualciti, aria un po' dimessa: lo salvava la camicia fresca. Troppo poco. Rischiava di essere respinto.
Confid nel pressappochismo del gorilla, sbagliando.
"Spiacente, non puoi entrare. Torna un'altra volta."
La mano del bestione era a pochi centimetri dal suo petto, aperta e tesa, come un respingente contro cui rischiava di cozzare pesantemente.
Valut per un secondo se farlo volare a gambe all'aria o estrarre il suo tesserino identificativo.
Per il tono con cui lo aveva bloccato era stato abbastanza garbato, e alle sue spalle c'era una piccola folla. Non voleva dare nell'occhio.
Alz le mani in segno di resa e indietreggi docilmente, portandosi sull'altro lato della strada. Accese una sigaretta e, quasi ciondolando, cominci a passeggiare, per far passare il tempo.
Dieci minuti e due sigarette dopo era di nuovo davanti all'ingresso, intanto la fila era smaltita.
Il buttafuori lo squadr con aria truce.
"Ancora? Ti ho detto che per stasera non  aria."
Questa volta il tono era meno garbato, sent il prurito avvampargli le mani.
"Non puoi fare un'eccezione, per cortesia?"
"No, bello. Dai, forza, sloggia. Stasera non  aria. Via."
Rimase immobile a guardarsi intorno. Non c'era anima viva: una soddisfazione poteva prendersela, alla fine era sabato sera anche per lui...
"Allora? Sgommi?"
Il bestione fece un passo in avanti: puntava solo a intimorirlo.
Lo accontent, assumendo un'aria preoccupata.
"Va bene, va bene, non mi fare male", cerc di biascicare con una sorta di balbuzie, alzando nuovamente le mani.
L'energumeno sorrise, compiaciuto.
"Ecco, bravo il nostro bel morettino, fila che ti conviene..."
La sua mole e un'occhiataccia erano bastate per spaventare quell'imbecille, sentenzi il buttafuori dalla vantaggiosa posizione della sua stazza, poi intravide la mano destra dell'uomo infilarsi sotto la giacca. Un secondo dopo la canna di una Beretta poggiava contro il suo mento.
Sbianc in volto, pallido come un cencio. Le braccia, questa volta, fu lui ad alzarle.
Con un movimento repentino Ardig ritrasse la mano, facendo nuovamente sparire la pistola dietro la giacca. Quindi sorrise, divertito. Quell'infantile gioco di prestigio era un abuso di potere bello e buono.
"Che dici, la fai un'eccezione per me?"
L'addetto alla selezione aveva smarrito tutta la sua tracotanza. Si fece da parte, deglutendo impacciato con un'espressione preoccupata.
"Tranquillo - gli rifil una pacca sulla spalla - mi bevo una cosa e me ne vado senza fare casini. Non voglio grane."
Appena entrato osserv il bancone. Un nuovo barman stava shakerando un drink con studiati movimenti alla Tom Cruise in Cocktail, il film cult di fine anni Ottanta: faccia da tronista, sui 35 anni, basetta a spada, ciuffo phonato alla Elvis. Le donne lo stuzzicavano con lo sguardo.
Il suo predecessore, Licata, era gi stato dimenticato. The show must go on, riflett mentalmente il commissario mentre cercava di dare una risposta alla pi elementare delle domande. Cosa ci faceva l?
Perch aveva scelto di passare da quel locale per donne in cerca di compagnia maschile invece di stare a casa a riposarsi e riordinare le idee in vista dell'incontro dell'indomani mattina con padre Shekfer? Not uno sgabello libero e si accomod.
Ordin una birra, tracann un sorso e si guard intorno. Era la stessa scena cui aveva assistito un paio di settimane prima. Pi donne che uomini. Pi donne mature che donne giovani.
Alcune coppie cinguettavano, appoggiate a uno scaffale o sprofondate sui divanetti vintage.
Sulla piccola pista da ballo a danzare sulle note di Careless Whisper di George Michael c'erano alcune signore decisamente oltre la quarantina, che ancheggiavano sensualmente. Per...
In fondo, quasi nascosti da una pianta, due occhi lo puntavano. Un sorriso si accese a illuminare un volto che ben ricordava. Era Morena, la donna che un paio di settimane prima aveva adescato e portato a passeggio sui Navigli, spacciandosi per l'illustre cronista Federico Malerba, prima di gettare la maschera e ammettere la sua vera identit e professione. Lo osservava da lontano, quasi non volesse disturbarlo. Toccava a lui andare a salutarla. Un paio di secondi dopo si scambiarono il canonico bacio sulla guancia.
"Ciao bel poliziotto", rise lei.
"Ciao bella bionda", rise lui di rimando.
La vide sorridere nuovamente.
"Offrimi una sigaretta e usciamo di qui", propose lei.
Lasciarono il Serendipity sotto lo sguardo preoccupato del buttafuori e si allontanarono di un centinaio di metri senza parlare, aspirando nicotina e sbuffando nuvolette di fumo.
Non puntarono verso i Navigli ma in direzione del parco.
A rompere il silenzio fu Morena.
"Tutti uguali voi uomini", borbott, comunque di buonumore.
Non era proprio un complimento e il commissario prefer non replicare, lasciando che proseguisse.
"Scomparite per qualche settimana e poi ricomparite soltanto quando vi serve qualcosa."
Una bella frecciata. Sinceramente non sapeva come uscire dall'angolo. Una panchina circondata da un bel cespuglio lo aiut a liberarsi dall'imbarazzo.
"Ci sediamo? Ti va?"
"Volentieri", civett lei.
La prima mossa toccava a lui. Decise di essere diretto.
"Hai saputo di Licata, vero?"
"S, dai giornali."
Non le aveva neppure chiesto come stava, eppure lei non sembrava risentita del fatto che il loro incontro fosse dettato solo da esigenze investigative.
"Lo conoscevi?"
Si fece passare un'altra sigaretta e tir una lunga boccata.
"Oddio, conoscerlo  una parola grossa. Ci ho parlato qualche volta, sai quelle chiacchiere banali, che puoi fare giusto al bancone di un locale: la moda, la musica, il tempo. Le solite cazzate", si giustific.
"La scorsa volta mi avevi detto che era amico di De Rosa. Ricordi?"
La donna si fece seria.
"Bell'amico... Ho letto che l'ha ucciso lui."
Sembrava una domanda pi che una considerazione.
Ardig non rispose e prese tempo.
"Mi avevi spiegato che li vedevi spesso insieme", la incalz.
Lei aspir l'ultima boccata e gett il mozzicone macchiato di rossetto.
"Parlavano ogni sera, intendo dire, quando c'ero anch'io, quindi una volta alla settimana. S, penso fossero amici. Anche da come si salutavano."
"In che senso?"
"Beh, non con la stretta di mano normale, ma con quella stile braccio di ferro."
Certo, la stretta tipica dei giovani e di coloro che si ritengono amici, sodali, compagni di qualcosa, di una squadra, di un partito, di un gruppo: un segno distintivo, di confidenza, di vicinanza.
"Adesso che mi ci fai pensare, mi  venuta in mente una cosa", disse improvvisamente Morena.
"Cosa?"
"In realt me ne ero gi ricordata qualche giorno fa. Volevo cercarti... Poi, il lavoro, le telefonate..."
"Va bene, di cosa si tratta?"
"Una sera, non vorrei sbagliarmi per doveva essere proprio l'8 marzo, la festa della donna. Ti lascio immaginare, il Serendipity era pienissimo e c'era un gruppetto di spogliarellisti che si esibivano sul palco. Sai tipo i California Dream Men?"
Il capo della Omicidi scosse la testa, invitandola a proseguire.
"Comunque c'era una calca pazzesca e faceva molto caldo. Cos mi sono messa al bancone, per non restare schiacciata nella ressa. E mi ricordo di aver notato Licata che stava ridendo e scherzando con De Rosa e con loro c'era un uomo bellissimo."
Un tuono esplose nella testa dell'investigatore.
"Come, bellissimo?"
"Bello come un dio. Pi bello di De Rosa. Castano chiaro, occhi verdi, un bel sorriso, lineamenti fini, fisico atletico e longilineo, con un completo nero e una maglietta girocollo di raso."
Descrivendolo le brillavano gli occhi.
"Ho persino immaginato che potesse essere il fratello di De Rosa."
"No, ti assicuro che non era lui", tagli corto Ardig, memore dell'aspetto da ranocchio di Vincenzo De Rosa.
"Infatti, l'ho intuito anch'io, perch erano molto diversi. Gli occhi, gli zigomi, il taglio della bocca. Per insieme... che roba, una coppia strepitosa, uno pi bello dell'altro."
"Ti ricordi qualcosa di questo ragazzo? Et? Statura? Segni particolari?"
"Doveva essere un coetaneo di De Rosa, sui trent'anni o poco pi, alto come lui, sul metro e ottanta. Molto elegante. Che altro? Ah, s... parlava come un mezzo americano, alla Dan Peterson. E... aspetta, fammi pensare. Se non ho capito male questo ragazzo doveva essere appena arrivato a Milano e De Rosa continuava a scusarsi per non essere andato a prenderlo all'aeroporto. E l'altro aveva risposto qualcosa sul noleggio. Mi pare avesse citato la Hertz, la compagnia di autonoleggio."
"Ne sei sicura?"
"Sicura no.  un ricordo, poi, sempre se non sbaglio, parlavano di jetlag e di... ah, ecco... qualcosa di New York, credo di un loro amico che stava facendo i soldi e una strepitosa carriera. Un tale che chiamavano il Gallo. Parlavano di milioni di dollari..."
"Hai detto il Gallo?"
"S, il Gallo. E doveva conoscerlo anche Licata, perch anche lui ha commentato. Doveva essere un amico comune."
"Proprio cos, doveva essere un amico comune", mormor il capo della Omicidi, con la mente altrove, a quella canotta del Gallo che aveva maneggiato poche ore prima. E a quello scontrino datato 5 marzo.
...
.
...
19. Milano, domenica 15 maggio 2011.
...
.
...
Malerba di solito ronfava come un ghiro. Un sonno di piombo lo cullava dolcemente in qualsiasi letto, persino nelle brandine sfigate degli hotel di provincia. Russava come una locomotiva. Non si svegliava nemmeno con le cannonate.
Eppure quell'interminabile notte di met maggio, fra un sabato zeppo di pensieri e una domenica densa di preoccupazioni, non dorm. Per nulla.
Troppi dubbi a punzecchiarlo. Come aveva fatto Rebecca, laureata all'Accademia di Belle Arti, restauratrice agli Uffizi, figlia di uno studioso riconosciuto da tutti come il pi illustre "leonardista" sulla piazza, a non collegare immediatamente il fantomatico GiovanGiacomo e il Salaino?
E come aveva fatto a non sospettare, almeno sospettare se non proprio averne la certezza, che ad accompagnare Leonardo a Valeggio non fosse stato Andrea Solari, bens proprio il suo pupillo Andrea Salaino?
Possibile poi che non sapesse nulla dei frequenti incontri tra suo padre e il discendente di Luca Beltrami, colui che aveva restituito a Salaino la vera identit di Caprotti? E perch gli aveva taciuto della sua intenzione di incontrarsi con l'assessore di Vimercate, mentre stavano lavorando gomito a gomito? E infine come poteva non aver consultato i testi di Beltrami e Calvi, dopo aver trascorso intere giornate negli archivi dell'Ente Raccolta Vinciana?
La verit era una sola. Rebecca fin dall'inizio sapeva benissimo quale fosse il reale oggetto della ricerca svolta dal padre: lei correva dietro a Salaino e lo aveva depistato con la quasi omonimia di Solari e Salimbeni.
Era tutto chiaro. Rebecca aveva anteposto l'ambizione alla correttezza. Perch non lo aveva informato? Avrebbe potuto spiegargli tutto e lui l'avrebbe assecondata.
Si sforz di chiudere gli occhi, sper di farsi domare dalla stanchezza. Macch. Alle cinque si rassegn all'insonnia. L'adrenalina lo teneva sveglio, doveva assolutamente arrivare in fondo a questa storia.
And a farsi la doccia, fece colazione, riemp di croccantini la ciotola di Ottone e si vest. Il cielo era chiaro e terso. Milano stava ancora dormendo.
Sal in auto e si avvi lungo via Monti diretto verso la zona Fiera.
Dieci minuti dopo imbocc il raccordo della A4, direzione Venezia.
Poco traffico, qualche auto e qualche moto: spinse sull'acceleratore. Il motore della sua Alfa 147, nonostante i 110mila chilometri accumulati, rugg di piacere. Fregandosene dei "tutor", ovvero il sistema di controllo della velocit stile Grande Fratello, si posizion sulla quarta corsia, con la lancetta del tachimetro fissa sui 150 all'ora, gli occhi incollati alla strada e la mente rivolta a Rebecca Adorni e al puzzle di frammenti che si stava ricomponendo.
Settanta minuti dopo intravide lo splendido borgo medievale di Valeggio sul Mincio. Aggir il paese e infil la strada che portava al monastero di Santa Rita.
Erano le sette e mezza passate da poco, troppo presto per bussare alla porta di un ufficio pubblico o di un'impresa. Ma in un convento, dove i monaci si alzano alle cinque per elevare al cielo le laudi mattutine, si poteva.
La corsa sui marciapiedi della Circonvallazione Est era stata pi lunga del solito. Rientr in casa, sudato e senza fiato.
Doccia, caff, una banana e una carezza a Frog che avrebbe trascorso una domenica solitaria nel microappartamento di via Gran Sasso.
Aveva fretta. Padre Shekfer li attendeva per le 9.
Era in ritardo. Attacc il lampeggiante sul tetto per fare prima.
Milano, quella domenica mattina, era insolitamente animata. Davanti alle scuole e agli uffici pubblici, un via vai incessante.
Gi, era il giorno del voto. Moratti o Pisapia? In giornata avrebbe dovuto ritagliarsi qualche minuto per andare a votare anche lui.
Imbocc corso Buenos Aires, stranamente il traffico era scorrevole. Ne approfitt per accelerare.
Intanto chiam in commissariato: rispose il sovrintendente Paolo Invernizzi, un quarantasettenne milanese della Bullona, pratico, da culo sformato sulla scrivania, uno di cui poteva fidarsi.
"Eccomi, capo."
"Serve una ricerca urgente. Chi c' con te?"
"Pasini. E di turno c' l'ispettore Santoni che per al momento..."
"Santoni  con me. Fatti aiutare da Pasini. Dovete controllare la lista dei passeggeri atterrati a Malpensa con voli provenienti da New York dalla sera dello scorso 8 marzo, vai a ritroso per almeno una settimana."
Il sovrintendente annot tutto, sciorinando una serie di OK.
"Il nome del passeggero che devo cercare?"
"Nessun nome. Cerca tra quelli di et compresa tra i 25 e i 38 anni. Voglio i nomi di tutti."
Un piccolo sbuffo rimbalz metallico nella cornetta.
"Non  un compito agevolissimo, lo so, per non abbiamo alternative", lo sferz il commissario.
"Nessun problema. Ci mettiamo subito all'opera" garant il sottoposto.
Ad aprire il portone a Malerba venne padre Filippo, uno dei due giovani monaci addetti alle cucine.
Lo accolse con stupore e con un sincero sorriso.
"Bentornato, fratello. Confido che non sia ancora la fame a spingerti a bussare alla nostra porta."
Di fame, in realt, Federico non ne aveva affatto. Tuttavia decise di stare al gioco, per accattivarsi il monaco e avere un alleato su cui contare. Lo segu in cucina, dove si fece offrire una fetta della crostata alle prugne preparata dagli stessi religiosi. Nel frattempo cominci a rivelare al frate il motivo di quella sua visita inattesa e l'urgenza di confrontarsi con il priore.
Padre Filippo si offr di aiutarlo e venti minuti dopo padre Savino, il priore, accett di riceverlo nel suo studio. Stava cercando delle risposte, pur non avendo domande precise da porre al religioso.
Per la prima volta nella sua vita intu sulla propria pelle quella sensazione di inquietudine che doveva permeare l'amico Ardig nel suo lavoro quotidiano: l'ingrato compito di ricercare informazioni senza offrire nulla in cambio. E lui, purtroppo o per fortuna, non era Ardig.
Non possedeva la sua sottigliezza e la sua maestria nel condurre una conversazione mascherata da interrogatorio. E nemmeno la sua cattiveria. E ovviamente non disponeva della sua autorit. Poteva bluffare, ma prefer essere sincero. Vuot il sacco, quasi una confessione. Invece di far domande, rispose. Su tutto: la sua marginale conoscenza dello stimato professor Adorni; le sue visite in redazione; la sua misteriosa morte e poi Rebecca, dalla visita al monastero di Desenzano del Garda fino all'archivio di Santa Maria delle Grazie. A fatica tacque sul loro tormentato rapporto, e in conclusione inform il frate della lunga conversazione avuta nella serata precedente con il discendente di Luca Beltrami, lo scopritore della vera identit del presunto Salaino.
Aveva parlato con il cuore in mano, toccando le corde dell'animo del vecchio monaco, che non fu insensibile nemmeno al suo teatrale appello finale.
"Padre,  qualcosa di pi grande di me. Un uomo che tutti stimavamo si  tolto la vita e gli indizi che ha lasciato della ricerca svolta nei suoi ultimi mesi di vita convergono in un'unica direzione, quella che conduce dentro queste sacre mura. Padre, c' una giovane donna che non riesce a darsi pace e che mi ha nascosto qualcosa di importante. Mi aiuti, la prego."
Il priore finalmente sorrise. Gli appoggi una mano sulla spalla e lo invit a seguirlo lungo il porticato.
Meno di venti minuti dopo i tre poliziotti svoltavano in via dei Chiostri: Farris suon il citofono dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose. Brera, alle nove appena scoccate, era un quartiere deserto: tapparelle abbassate, giardini vuoti, nessun'anima viva su quei marciapiedi curati. I facoltosi cittadini del pi rinomato quartiere milanese sembravano immuni alla febbre elettorale che aveva contagiato l'intera citt.
Il cancello si apr e ad accoglierli arriv, un po' a sorpresa, lo stesso padre Shekfer, che li invit a seguirli.
L'ufficio era ordinato, la scrivania sgombra e la finestra aperta: aria fresca dai giardinetti di piazza Paolo VI, cinguettio degli uccellini. Il teologo non si perse in convenevoli.
"In attesa di vostre comunicazioni abbiamo ritenuto opportuno effettuare alcune ricerche discrete sull'Antigua Tau. E sui catari..."
Il commissario non capiva: a chi si riferiva lo studioso parlando al plurale? Possibile che gli stessi organi ecclesiastici collaborassero all'indagine? Si era mossa la gerarchia ecclesiastica?
"Pensavamo - prosegu Shekfer calcando nuovamente sul noi - che questo tipo di confraternite, occulte e segrete, si fossero finalmente estinte. Sbagliavamo. Del resto cosa recitano alcuni proverbi popolari? L'erba cattiva, l'erba del demonio, non muore mai."
"E a voi tocca il compito di estirparla", osserv impertinente Ardig.
Il religioso gli lanci un'occhiata gelida.
"In questo caso credo tocchi a voi questa ingrata incombenza. Cinque cadaveri, di cui tre carbonizzati..."
Cinque. Sulla base di quali elementi lo studioso dava per scontato collegamento tra due misteriosi suicidi e tre morti violente? E come faceva a sapere che anche De Rosa era stato arso? Da chi era stato informato? E perch? Poteva chiederglielo, prefer sorvolare. Si limit ad annuiree disse: "Siamo lieti di sapere che ci state affiancando in questa complessa ricerca...".
" anche nel nostro interesse", tagli corto il teologo. "Come le avevo dettagliatamente illustrato nel corso del nostro precedente incontro, temevamo che l'Antigua Tau, i suoi riti e il suo patrimonio di conoscenze e tradizioni non si fossero dispersi nei secoli, e che in segreto il testimone fosse stato passato, di secolo in secolo, andando a influenzare la stessa Massoneria. E non solo."
Si arrest, come se avesse il timore che qualche orecchio indiscreto potesse intercettarli.
"Anche in tempi pi recenti, mi riferisco alla prima met dello scorso secolo, qualcuno si  particolarmente interessato a questo patrimonio di riti e ideali", ribad padre Feodar.
Il riferimento temporale era abbastanza chiaro.
"Il regime nazista?"
Alla domanda di Ardig la testa del religioso si alz impercettibilmente in segno di assenso.
"Come ricorder, le armate tedesche nel corso della loro avanzata conquistarono l'intera costa atlantica della Francia, compresa l'area che lambiva i Pirenei. Non conosco i dettagli tecnici o logistici, tuttavia possiamo ritenere che in quell'area ci fossero ancora delle tracce concrete dell'Antigua Tau, tracce su cui i tedeschi misero le mani: forse dei manoscritti o, addirittura, delle persone in carne o ossa, dei cultori dei riti pagani descritti."
"E al Reich cosa interessava di questi riti pagani?", osserv il commissario.
"Dottore, lei sa benissimo che Hitler fin dall'inizio della sua ascesa puntava in qualche modo a legittimare il suo potere e le sue idee con riferimenti culturali, storici o religiosi. Molti filosofi tedeschi di quel periodo, del resto, avevano fornito inappuntabili argomentazioni per la macchina propagandistica nazista, tesa ad affermare la superiorit della razza ariana. E proprio per questa ragione il Fhrer affid a uno dei suoi uomini pi vicini, uno di quelli da cui era maggiormente influenzato, Heinrich Himmler, il supremo capo delle SS, il compito di scovare in quel vasto ed eterogeneo mondo sotterraneo, composto da elementi massonici o esoterici, tutto quanto potesse risultare utile alla loro folle causa. Himmler - prosegu il teologo ungherese - non era un militare o un politico come gli altri fedelissimi del Fhrer: era un uomo colto, che aveva approfondito gli studi di occultismo, astrologia ed eugenetica. E purtroppo era anche un invasato, passatemi il termine, ossessionato dall'idea che la cultura pagana dovesse prevalere su quella cristiana e dominare su un'Europa pangermanica, compattata da un'unica lingua, un'unica razza e un'unica religione."
Prese fiato e tracann un bicchiere d'acqua.
"Uno dei pi stretti collaboratori di Himmler, definiamolo una sorta di consulente, era un tale Karl Maria Wiligut, chiamato il Mago nero, un altro esperto di esoterismo e dei riti pagani dell'Europa continentale."
Un'espressione di scoramento si dipinse sul volto del poliziotto.
Il religioso se ne accorse.
"Lungi dal volerla annoiare, per questo passaggio  fondamentale."
"Prego, prosegua pure", concesse a fatica il commissario.
"Wiligut, il Mago nero, condusse Himmler nel cuore delle foreste della Westfalia, dove si trovava un antico maniero in stato di abbandono da secoli: lo Schloss Wewelsburg. Intorno alle sue mura c'era un bosco, detto il bosco nero per via degli alberi cos fitti che non lasciavano filtrare nemmeno la luce del sole. Tanto per essere chiari: parliamo della foresta dove quasi duemila anni prima si era svolto uno degli scontri pi cruenti della storia, quello che cost la vita ai legionari del legato Quintilio Varo nel 9 d.C. Ricordate quell'episodio?"
"Varo si inoltr incautamente nella foresta di Teutoburgo - rispose Ardig - al comando di tre o quattro legioni: caddero in un'imboscata e vennero tutti trucidati."
"La pi grande disfatta bellica della Roma imperiale. Ventimila legionari dell'invincibile macchina da guerra romana uccisi in una sola battaglia. Capisce? Una vittoria, quella dei germani guidati da Arminio, che rappresenta la prima gloriosa affermazione ottenuta nella loro storia dalle popolazioni teutoniche. L'alba di un popolo e di un impero che venti secoli dopo sfociavano nella Germania nazista.  intuibile pertanto come Hitler dopo volesse legittimare la propria leadership con quell'eredit storica cos lontana. E non  tutto. A suggestionare Himmler furono anche alcune caratteristiche architettoniche del castello di Wewelsburg, le cui mura formavano un triangolo al vertice del quale sorgeva un torrione che puntava verso nord."
"Un triangolo rivolto verso l'alto, come il simbolo del fuoco", osserv Ardig.
"Anche. E ancora pi simile a una freccia o, meglio ancora, alla punta di una spada o di una lancia. E qui si innesta un altro elemento della simbologia esoterica: ovvero un triangolo che punta verso l'altro, come la punta della lancia del centurione Longino, che trafigge il costato di Cristo agonizzante sulla croce. L'offesa portata dai pagani al simbolo vivente del Cristianesimo. Per questo Himmler fece del castello di Wewelsburg una sorta di sacrario e lo riemp di statue dei personaggi pi gloriosi e carismatici della storia teutonica, come Federico il Barbarossa."
Da qualche minuto sullo studio del docente era calata una calma inquietante, che ben si adattava al tenore apocalittico delle rivelazioni dello studioso e agli argomenti cupi di cui stava dissertando. Sembr che anche i rami fuori dalle finestre si fossero zittiti.
Padre Shekfer ricominci.
"Cercher di farla breve. Himmler era ossessionato dal mito della prevalenza e della purezza della razza ariana. E per meglio supportare le tesi del nazismo sognava di fondare una nuova religione pagana, incentrata sui valori della cultura tedesca, per arrivare a un'Europa ariana e pagana. E le sue folli convinzioni si fondavano su un humus favorevole. Negli anni Venti e Trenta a contribuire concretamente all'affermazione della dottrina hitleriana erano state alcune societ segrete di matrice esoterica, come la Thule, che traeva il nome dalla mitologica terra degli Iperborei, ovvero gli antenati degli ariani, societ che in qualche modo costitu proprio il nucleo originale da cui scatur il Partito nazista, o il Vril, il cui nome derivava da una forma di energia sconosciuta, mistica, in grado di curare qualsiasi tipo di malattia, di dare vita a oggetti inanimati o di piegare i metalli, un'energia riconducibile alle divinit delle terre del Nord. Questi gruppi esoterici tedeschi contavano tra i loro membri personaggi influenti del mondo dell'economia, dell'imprenditoria e della cultura tedesca. Tutti di comprovata razza ariana."
"OK, fin qui  tutto chiaro, ma come..."
"Ci sto arrivando. Questo era il sogno del Reich: un nuovo culto pagano per cementare l'Europa ariana che favoleggiava, un contenitore di culti anti cristiani in cui far defluire tutto questo infinito mare magnum di leggende, simboli, rituali, in grado di legittimare la superiorit della razza ariana, il mito del superuomo e tutte le altre assurdit che hanno connotato il credo e l'ideologia nazista."
"Pertanto - sintetizz Ardig - lei ritiene che i militari tedeschi durante l'occupazione francese abbiano rinvenuto una documentazione o persino degli adepti dell'Antigua Tau o dell'Ordine del Fuoco Sacro e abbiano riportato alla luce le loro teorie e tutto il relativo campionario di riti e di simboli per poterli mettere al servizio della causa di Hitler. Prendendo per buona la sua ipotesi..."
"Non  una mia ipotesi, bens una ricostruzione documentata ampiamente dagli storici", lo corresse padre Feodar, con tono sprezzante.
"Rettifico - riprese Ardig - assodato che questa ricostruzione  suffragata da prove documentali, allora le chiedo: come  arrivato fino a noi questo Ordine Nero o Ordine del Fuoco?"
Il teologo inforc nuovamente gli occhiali.
"Gli ufficiali nazisti sia in Francia che negli altri Paesi occupati, inclusa l'Italia settentrionale, sono stati a lungo in stretto contatto con militari locali. I quali a loro volta erano in contatto con esponenti della societ civile. E sconfiggere militarmente un regime  relativamente facile, utilizzando le armi, viceversa estirpare un'idea difesa, custodita e protetta da societ segrete  assai pi difficile. Inoltre..."
"Inoltre?"
"Non  un mistero... molti criminali nazisti - sbuff con un'espressione stanca padre Shekfer - molti uomini di scienza, ingegneri, fisici, biologi, medici e via dicendo, vennero poi arruolati dai vincitori del conflitto bellico. Questi cervelli del Reich furono per decenni spremuti dagli scienziati americani e russi, dai loro servizi segreti o dai massoni che gravitavano intorno o all'interno dei vertici politici e militari. Ci sono molteplici ragioni per cui l'Ordine del Fuoco Sacro o l'Ordine Nero possano essere giunti fino a noi, mutando magari nome o costumi."
Un silenzio pesantissimo piomb nello studio.
Quasi con indifferenza il teologo ungherese lanci un amo a cui non potevano non abboccare.
"Alcuni anni fa, negli Stati Uniti, si erano verificati omicidi analoghi a quelli accaduti qui a Milano. Diversi cadaveri bruciati. Le parlo del periodo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta."
"Con tutta la delinquenza ordinaria che c' negli Stati Uniti, come mai fecero notizia alcuni cadaveri carbonizzati?", lo interruppe scettico il commissario.
"Perch questi corpi, prima di essere dati alle fiamme, erano stati ripuliti attraverso un lungo digiuno. Da vivi, intendo..."
Ardig lo scrut impassibile.
"All'epoca l'FBI chiese ad alcuni nostri esperti di coadiuvarli nelle indagini."
"E come and a finire?"
"Sull'epilogo non sono in grado di risponderle. Ricordo per che in quegli anni ci interessammo a uno studioso, docente di un prestigioso ateneo. Se non sbaglio - finse di ricordare a fatica o almeno cos parve al commissario - non si arriv a nulla e la sua figura, come dire... scomparve."
"In che senso?"
"Nel senso che abbandon la carriera universitaria e spar dalla scena pubblica."
"Avr anche smesso di insegnare, eppure non si sar dissolto nel nulla, no?", obiett, sarcastico, Ardig.
" una domanda che non deve rivolgere a me, evidentemente", ribatt seccamente, padre Shekfer. "Ricordo che era di origine tedesca, quanto meno i genitori dovevano esserlo. Del resto tanti tedeschi avevano scelto di spostarsi negli Stati Uniti, prima o dopo il conflitto mondiale. Tuttavia non conosco i dettagli di questa vicenda e neppure la storia dei suoi presunti protagonisti."
Era chiaro che l'interlocutore non intendeva sbottonarsi.
Li aveva messi su una pista, ora indagare spettava a loro. Una domanda si fece strada nella mente del commissario: poteva fidarsi? In ogni caso comprese che era giunto il momento di porre fine a quell'interminabile confronto.
"Padre Feodar, si  fatto tardi. Ci attende una lunga giornata di lavoro."
Il teologo annu: "Vi accompagno".
"Non si disturbi, ormai conosciamo la strada. Ancora grazie per l'aiuto."
I dubbi ronzavano nelle loro teste come api isteriche in un alveare.
Quell'uso continuo della prima persona plurale insospettiva Ardig.
Che cosa interessava alla Chiesa di uno scialacquatore italo-americano che passava da un letto all'altro di donne mature, di uno spacciatore pregiudicato di periferia e di uno sconosciuto presumibilmente straniero? Perch quella chiara seppur lacunosa allusione al professore americano di origine tedesca di cui non ricordava quasi nulla?
L'aria tiepida dei vicoli di Brera li avvolse; tornarono in Questura a recuperare le auto per rientrare in commissariato.
Strada facendo Ardig si gir verso Santoni: "Sai cosa penso, Massimo? Che dobbiamo assolutamente parlare con le figlie di Adorni".
"Pinton sta cercando la pi piccola."
"Ah, giusto, me ne stavo dimenticando. Tu allora fai una chiamata all'autonoleggio Hertz di Malpensa: il misterioso amico di De Rosa potrebbe aver noleggiato un'auto tra il 6 e l'8 marzo."
"Come fai a saperlo?"
"Adesso vi racconto tutto. Ieri sera sono stato al Serendipity..."
Rientrato in ufficio Ardig convoc Pinton.
"Hai parlato con la secondogenita di Adorni?"
"No, mi ha risposto un domestico filippino. La ragazza, anzi la signora come la chiama lui,  andata insieme alla madre del marito a fare spese, con la bambina nel passeggino, scordandosi il cellulare a casa."
"Ce ne andasse bene una...".
"Capo, ragionavo... se vogliamo risparmiare tempo: la Adorni risiede in viale Regina Giovanna, quasi all'angolo con piazza Cinque Giornate. Oggi  domenica e i negozi sono chiusi, poi ci sono anche le elezioni. Per..."
"In piazza Cinque Giornate c' una Coin, giusto?", lo anticip il commissario.
"Proprio cos. Lei ha il passeggino, la suocera sar una donna anziana: non saranno andate molto lontano, no?"
"Uhm, s, dai... fai un salto alla Coin, alla peggio poi le aspetti direttamente a casa della Adorni. Parla con la ragazza e dille che dobbiamo assolutamente riuscire a metterci in contatto con la sorella maggiore. Speriamo possa darci un altro numero di cellulare perch quello che abbiamo risulta disattivato. Del resto se  in vacanza negli States lo terr spento."
Un lungo anello, a forma di ferro di cavallo, circonda e racchiude il centro storico di Milano, una volta delimitato da solide mura in mattoni e porte d'ingresso presidiate da armigeri. Su quello che un tempo era il perimetro murale difensivo oggi si snoda un'arteria fondamentale per il traffico cittadino: la cosiddetta circonvallazione interna - una manciata di chilometri di eleganti strade, delimitate da spazi verdi - che taglia Milano da est e da ovest passando da sud, toccando molti punti nevralgici della metropoli.
Porta Nuova, piazza Repubblica, Porta Venezia, Porta Vittoria, piazza Cinque Giornate, Porta Romana fino ai Navigli e alla Darsena risalendo fino al carcere di San Vittore e a quella che un tempo era Porta Vercellina.
Pinton parcheggi l'auto di servizio al termine di viale Bianca Maria, la strada dedicata alla consorte del sovrano meneghino Francesco Sforza, e si avvi a piedi nella vicina Coin situata all'angolo tra corso di Porta Vittoria e piazza Cinque Giornate.
Varc la porta a vetri dell'elegante centro commerciale con la presunzione che alle 11,30 di una mattina di un giorno festivo non sarebbe incappato in una folla oceanica. Previsione azzeccata.
Al piano terra, nel reparto cosmetici e profumeria, non c'era ressa, e la clientela era quasi tutta al femminile: alcune ragazze giovani, forse studentesse, intente a provare degli smalti in esposizione e qualche signora pi avanti negli anni.
Si avvicin a una commessa, esibendo un sorriso alla Santoni.
"Buongiorno, desidera?"
"Buongiorno, perdoni la domanda. Cerco una donna sui trent'anni con una bambina nel passeggino, accompagnata da una donna pi anziana. Dovrebbero essere qui da almeno mezz'ora. Le ha incrociate per caso?"
La commessa lo squadr incuriosita: ci si poteva fidare di quel bel ragazzo, biondino, occhi chiari, fisico atletico, visino pulito, dai modi garbati e ben vestito?
Il poliziotto la vide esitare e si decise. Scost la giacca e prese il tesserino.
"Polizia. Non si preoccupi. Devo solo fare un controllo amministrativo su questa ragazza", la rassicur.
"Ho notato che scendevano qualche minuto fa di sotto, al reparto casalinghi."
"Ne  sicura? Una ragazza sui trent'anni, con una bimba nel passeggino, e una signora anziana?"
Un sorriso illumin il faccino ben disegnato della commessa.
"La ragazza e la bimba s, la signora anziana... beh, vorrei essere anziana come lei tra qualche anno!"
L'ispettore veneto non colse la vena ironica della battuta, ringrazi la commessa e prese le scale mobili per scendere al piano interrato. Intravide subito la giovane con il passeggino.
Stava soppesando un voluminoso vaso trasparente, dove inserire le canne, piante acquatiche che richiedono poche cure: soltanto la luce e l'acqua sempre presente nel contenitore. Fece per incamminarsi nella sua direzione quando un'apparizione lo pietrific. Da dietro lo scaffale era comparsa una donna sui 47-48 anni: il sandalo con tacco alto esaltava le sue lunghe gambe, l'abito intero era di un colore vicino al fucsia, con gonna poco sopra al ginocchio e giacca leggermente scollata.
Il trucco era leggero, una vellutata scia di profumo esotico si diffondeva in tutto l'ambiente, una cascata di capelli fluenti, rosso acceso, le coprivano il collo. Sul volto una costellazione di efelidi maliziose incastonava due occhi verdi. Rimase imbambolato a rimirarla. Era certo di non sbagliare.
Le due donne erano intente a osservare la merce e non lo notarono. Un'idea, anzi un dubbio, lo colse al volo.
Risal al piano superiore e torn dalla commessa interpellata poco prima.
"Gentilmente, mi darebbe un'informazione?"
"Se posso..."
"La ragazza mora e la signora con i capelli rossi per caso sono la nuora e la moglie del commendator Bolgheri, l'ex banchiere?"
La ragazza lo fiss imbarazzata, tentennando prima di rispondergli; per incoraggiarla sfoggi il migliore dei suoi sorrisi.
"La fantomatica rossa con gli occhi verdi sarebbe la suocera di Barbara Adorni, cio la moglie di Norberto Bolgheri?"
Ardig stropicci gli occhi stanchi.
"Capo, secondo me, s. Tale e quale alla descrizione fatta dal portinaio, Anaclerio. Bella, elegante, fredda, lentiggini, capelli rossi."
"Et?"
"Sui cinquanta, ma ne dimostra decisamente di meno. Comunque... davvero bella. Per me  lei."
Il commissario si spost verso la finestra per accendersi una sigaretta.
"Cazzo, se fosse vero, sarebbe proprio un bel colpo... Del resto, quante cinquantenni rosse con occhi verdi e fisico statuario ci saranno a Milano? Non saranno un'infinit... Facciamo cos. Recupera su Internet una foto della Bolgheri e mostrala al portiere di via Morgagni. Se ci conferma che  lei andiamo immediatamente a tastarle il polso, senza perdere un minuto."
Uscito Pinton fu il turno di Santoni.
"Che succede?"
"Una cosa strana. Ti ricordi i quadri spediti a New York da De Rosa?"
"Ancora? Stiamo indagando su un duplice omicidio e non vedo..."
"No, Bruno, ascolta. I colleghi di New York mi hanno appena chiamato. Ti risparmio i dettagli: hanno aperto i pacchi e hanno scoperto che uno dei quadri  un'opera... voglio dire un'opera d'arte, roba rinascimentale di sicuro. Guarda qui..."
Gli mostr un foglio A4 stampato a colori.
Un dipinto a tematica religiosa: un neonato nudo tra le braccia di una donna, a circondarli due angeli in preghiera, un pastore e un vecchio, alle loro spalle un paesaggio bucolico.
"E questo cosa sarebbe?", domand incuriosito il commissario.
"Non ne ho idea. Abbiamo gi girato la foto al Nucleo Tutela del Patrimonio Artistico per vedere se risulta tra le opere rubate."
"Se  autentico lo sar certamente... e adesso capisco perch il fratello di De Rosa mi aveva accennato a una documentazione per l'esportazione dei quadri... stai sotto ai colleghi del Nucleo."
"Sar fatto."
La delusione era stampata sul volto di Malerba.
Fermo nell'area di servizio Brembo, sbocconcellava un panino con cotoletta e pomodoro e sorseggiava una Coca-Cola. Il mal di testa lo stava assalendo, insieme ai pensieri neri.
Risal in macchina tracciando una mappa mentale del suo itinerario. Per prudenza decise di aiutarsi con l'ausilio del navigatore. Uscendo dall'autogrill impost la ricerca digitando a una a una le lettere della localit: C...O...N...C...
Due ore dopo Ardig poteva sorridere per una buona notizia. Anaclerio, rintracciato a casa sua, aveva confermato che la misteriosa rossa della Coin era proprio la signora Bolgheri.
L'indagine era a una svolta.
Diram tutte le istruzioni ai suoi uomini.
Meno di un'ora dopo Farris e Larini avevano gi raccolto il fascicolo che il commissario aveva richiesto sui coniugi Bolgheri.
Su di lui c'era una vera e propria enciclopedia. Classe 1953, un secondo nome, Guglielmo, ad accompagnare il primo; figlio di un facoltoso imprenditore del ramo meccanico, laurea in Economia e Commercio alla Bocconi nel 1977, master in Business Economy ad Harvard, esperienze professionali in alcuni istituti di credito londinesi, poi in Lussemburgo; il ritorno in Italia nel 1986, dirigente in un istituto bancario e infine il grande salto, con l'apertura di una banca d'affari tutta sua, la NGB Merchant Bank, nel 1995.
Il resto era cronaca: la piccola banca d'affari ingrandisce il volume di clienti, rastrella capitali di provenienza oscura e acquisisce diversi piccoli istituti di credito territoriali. Parte la scalata all'olimpo bancario, tra consensi pi o meno espliciti sia della politica che della finanza, ma nel 2003 arriva lo stop della Banca d'Italia e qualche mese dopo scattano le manette per Bolgheri e i suoi pi stretti collaboratori. Intercettazioni telefoniche pubblicate sui giornali, citazioni di testimoni eccellenti, battage mediatico e alla fine il caso si smonta.
"Il processo - concluse Farris -  ancora in corso. Comunque  certo che Bolgheri, pur avendo dovuto cedere ogni tipo di carica,  rimasto seduto su una montagna di denaro occultata in vari paradisi fiscali."
La scheda sulla consorte, Monica Lampugnani, era invece limitata a una semplice paginetta: nata a Magenta nel 1960, famiglia borghese benestante, padre ristoratore, un fratello direttore sanitario di una struttura ospedaliera: iscritta ad Architettura, aveva interrotto gli studi a met percorso dopo essere rimasta incinta del primo figlio, quando era ancora soltanto fidanzata con Bolgheri.
"Il ragazzo, Edoardo,  nato nel 1982 a Londra, dove il padre - precis Farris - lavorava in quel periodo. Ha studiato in istituti internazionali, ha poi frequentato il college e nel 2005 ha trovato un impiego in una societ finanziaria californiana che da alcuni anni ha aperto un ufficio qui a Milano. Nel 2008 si  sposato con Barbara Adorni e come sapete hanno due bambini."
C'era poi il secondogenito, Alessandro, nato nel 1986, sempre a Londra: si stava laureando in una facolt economica alla UCLA di Los Angeles, localit dove risultava che i Bolgheri possedessero una villa.
Non avevano reperito altre informazioni sulla donna, salvo diverse foto scattate in occasioni pubbliche.
Cominciavano a farsi un quadro della situazione: i figli cresciuti in un altro continente, lontani dagli affari loschi del padre, a sua volta impegnato a raggranellare soldi e tessere intrighi, e la signora che per colmare un vuoto affettivo si consola con il bel gallerista-gigol, pure lui un italiano americanizzato, con cui poteva avere un'ulteriore sintonia, anche linguistica. In attesa di mettere gli artigli su Nocera avrebbero potuto interrogare la consorte di Bolgheri.
Non voleva, per, insospettirla eccessivamente o peggio ancora allarmarla.
Decise di tentare una mossa rischiosa. Occhieggi Pinton con aria soddisfatta.
"Sai una cosa, Marco? Hai fatto proprio bene ad allontanarti e a non farti notare. Ottima intuizione, ora approfittiamo del vantaggio di non aver insospettito n la donna n il marito."
Per il momento si sarebbero limitati a tenerla sotto controllo. Non poteva per richiedere i mandati per le intercettazioni telefoniche, non avendo alcun elemento probatorio a suffragare la sua richiesta. Ci voleva una sorveglianza discreta. Convoc Sanna e Zanella.
Una villa sulle alture di Sestri Levante, nel cuore dello splendido golfo del Tigullio, un immobile a Los Angeles, un altro sempre nella citt degli angeli intestato al figlio minore, quindi altre tre propriet immobiliari a New York ma soprattutto una villa a Saint Barts.
Saint Barts... c'era un numero intestato a una societ offshore, con sede proprio in quello sperduto paradiso fiscale, che aveva contattato sia Adorni che Radice.
Roberto Basilico, tenente della Guardia di Finanza e vecchia conoscenza di Ardig, stava tracciando un sintetico quadro patrimoniale dell'ex banchiere Bolgheri.
I beni regolarmente denunciati e sottoposti a tassazione rappresentavano solo la punta dell'iceberg: il grosso della polpa, il sommerso, era chiss dove in qualche societ offshore dei Caraibi o in qualche conto cifrato di una banca elvetica o lussemburghese.
Due colpi secchi alla porta li interruppero. Invernizzi entr seguito da Pasini.
I due squadrarono l'ufficiale delle Fiamme Gialle, che intu di essere di troppo.
"Avrei finito, se avete bisogno di me sapete dove trovarmi", si conged.
"Grazie per l'aiuto, ti devo un favore", lo conged Ardig, prima di accompagnarlo alla porta e riprendere la riunione cedendo la parola a Invernizzi.
"Forse abbiamo l'uomo che stavi cercando", butt l quasi a colpo sicuro.
"Nessun dubbio?", lo rintuzz scettico il capo della Omicidi.
"Leggi qui."
Era l'elenco dei passeggeri sbarcati dal volo New York-Francoforte-Milano della Lufthansa, atterrato alle 18,35 della sera dell'8 marzo sulla pista dell'hub di Malpensa. Tre nomi erano stati evidenziati.
"Mark Buford. Nato a Little Rock nel 1981. Dalla scheda di imbarco risulta un marine di stanza nella caserma Nato di Ederle, a Vicenza. Non  lui", indic il sovrintendente, passando al nome successivo.
"Timothy Butcher, nato a Chicago nel 1979. Da Google risulta che  un giocatore di football americano appena ingaggiato dai Warriors Bologna. Ho controllato:  tutto in regola. Ha gi esordito nella Lega Italiana da alcune settimane. Ergo, non  lui."
L'indice scese al terzo nome.
"Eccolo,  questo."
Michael Nierlich, nato a Baltimora nel 1977.
Invernizzi si limit a un sussurro: " lui. Abbiamo i riscontri".
Dal posto di Polizia di Malpensa erano state girate le foto del passaporto: il prototipo dell'europeo del nord, scandinavo o teutonico. Un tipo alla David Beckham, seppur pi femmineo. Pi bello di De Rosa, almeno stando alla soggettiva valutazione di Morena.
Finalmente era davanti a lui: ecco il misterioso giovane avvinghiato a De Rosa in una foto scattata in chiss quale terrazza o belvedere con vista su uno splendido panorama marino o lacustre.
Quel povero corpo martoriato e carbonizzato ora aveva un nome e cognome.
"Capo, non  tutto - prosegu Invernizzi, ora sorridente e rilassato - abbiamo fatto una prima ricerca su Google, per evitare di scomodare le autorit americane. Questo Nierlich  un pittore. Anche abbastanza famoso."
Allung un foglio stampato in inglese.
"Per utilizza un nome d'arte. Si fa chiam..."
Non fece in tempo a proseguire.
"Kendall, Mick Kendall", sbott Ardig, quasi saltando sulla sedia.
"Cazzo", si limitarono a commentare gli ispettori presenti.
"C' dell'altro su questo Nierlich. Stando alle autorit aeroportuali - continu Invernizzi - questo signore aveva soggiornato in Italia anche negli scorsi mesi, in due periodi distinti, per diverse settimane. In pratica ha trascorso l'inverno qui da noi."
"Bravissimi. Ottimo lavoro, ragazzi. Ora vediamo di scoprire cosa faceva qui a Milano. Tutto. E facciamolo il pi in fretta possibile."
...
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...
20. Milano, luned 16 maggio 2011.
...
.
...
La telefonata del deposito della Polizia Municipale era arrivata intorno alle 8,10 del mattino, poco dopo la riapertura degli uffici aperti al pubblico su sollecitazione di Larini che, meno di mezz'ora prima, era riuscito a parlare con un impiegato del punto Hertz di Malpensa: gioved 12 maggio, quattro giorni prima, la concessionaria aveva sporto denuncia presso il posto di Polizia dello scalo aeroportuale per segnalare l'appropriazione indebita di una Ford Focus Sw color argento targata AZ681CV.
Il fonogramma era poi stato trasmesso dalla Questura di Varese e da l faxato al comando della Polizia Municipale milanese di via Beccaria, che aveva immediatamente dato conferma: la Ford Focus era stata ripetutamente multata dai vigili in via Gustavo Modena, una traversa di via Castel Morrone, per infrazione del lavaggio strade in data marted 26 aprile, marted 3 maggio e marted 10 maggio, sempre in orari notturni, in coincidenza del passaggio del camion della nettezza urbana.
Tanto bastava per disturbare il commissario Ardig.
Poco dopo le nove Ardig, Farris e Larini piazzarono l'auto di servizio in un posto adibito al carico e scarico delle merci all'inizio di via Modena.
La ricerca fu pi breve del previsto.
Intravidero il muso della Focus dopo pochi metri, il tergicristallo sommerso di fogli: le fatidiche tre contravvenzioni e una pila di volantini pubblicitari.
Farris sfogli i dpliant.
"Questa  l'inaugurazione di un pub, sabato 24 aprile. La Focus  ferma qui da almeno tre settimane", rilev l'ispettore toscano.
"Chiamiamo la Scientifica?", domand Larini.
"Telefona. Intanto andiamo a fare colazione."
Venti minuti dopo due agenti della Scientifica, in camice bianco e guanti in lattice, spalancavano la portiera del guidatore. Una veloce ricognizione dei sedili, un controllo nei vari stipiti, infine rivolsero le loro attenzioni all'unico nascondiglio previsto da un'automobile: il cassetto portadocumenti del cruscotto.
Libretto, contratto di noleggio e una cartelletta di plastica trasparente.
"Prego, commissario."
Ardig e Farris infilarono i guanti in lattice prima di aprire l'involucro. All'interno c'erano diversi biglietti aerei e una fattura.
Iniziarono dai biglietti, tutti emessi per i nominativi di Raffaele De Rosa e di Michael Nierlich: due posti sul volo Lufthansa Milano Malpensa-Francoforte di gioved 21 aprile delle 23,45, e su un altro volo Lufthansa, questa volta Francoforte-New York, delle ore 6,15 di venerd 22 aprile.
Prenotazioni effettuate via Internet sabato 9 aprile.
Riprese a frugare nella busta e finalmente eccoli, dopo settimane di inutile ricerca: i passaporti di De Rosa e Nierlich.
Potevano rientrare in commissariato.
Mezz'ora dopo la squadra era riunita nell'ufficio del capo della Omicidi, intento a mostrare i biglietti aerei ai suoi uomini.
Il primo a parlare fu Pinton. Era appena rientrato dalla chiacchierata con Barbara Adorni. Non aveva saputo praticamente nulla di nuovo riguardo ai rapporti tra Adorni e Radice o su eventuali loro allievi. In compenso gli aveva confermato che la sorella, Rebecca, era partita da qualche giorno per una vacanza sulla costa pacifica, prima negli USA e poi in Messico.
Poi fu Ardig a ragguagliare i suoi uomini su quanto rinvenuto nell'auto di Nierlich.
Invernizzi stava contattando i colleghi del consolato di New York per informarli della novit: a questo punto occorreva soltanto un campione del DNA di Kendall, o meglio di Nierlich, da confrontare con quello del carbonizzato per avere la conferma definitiva dell'uccisione del pittore.
Ormai, per, non avevano pi alcun dubbio.
"Cosa sappiamo?"
Farris prese la parola.
"Intanto questo Nierlich o Kendall dovrebbe essere gay. Gay dichiarato e anche attivista. Dai vari articoli scaricati da Google abbiamo appurato che ha partecipato a numerosi incontri o manifestazioni legati a movimenti che si battono per i diritti degli omosessuali: quello di sposarsi, di adottare bambini e via dicendo."
"Pertanto - rilev il commissario - cadrebbe l'ipotesi che sia anche lui un gigol. A meno che non sia bisessuale... per la vedo dura. Altro?"
"Bah, questo Nierlich in arte Kendall - continu l'ispettore toscano - vive o viveva a New York, stando agli articoli che abbiamo trovato su di lui, e anzi credo che sia nativo proprio della Grande Mela. Se pu interessare, ha esordito come pittore astrattista, debuttando giovanissimo in vernissage prestigiosi, per da alcuni anni aveva deviato su uno stile particolare, dove voleva mischiare le tecniche pittoriche dei maestri rinascimentali o manieristici a quelle degli astrattisti e futuristi, concentrandosi soprattutto sui corpi e sulla loro nudit, come facevano gli artisti dei secoli scorsi."
"E questo spiegherebbe perch frequentava l'Italia: probabilmente avr conosciuto Radice, magari a qualche mostra, oppure lo avr contattato lui stesso. Oppure... anche De Rosa ha studiato a New York, no? E faceva anche lui il pittore, giusto?"
Tutti i presenti annuirono.
"Quindi, presumibilmente,  venuto a Milano tramite De Rosa e qui avr conosciuto Radice e forse anche lo stesso Adorni, che in fin dei conti bazzicava quell'ambiente."
"Plausibile - lo interruppe Farris - per gira e rigira dobbiamo capire perch i due vecchi si siano avvelenati e i due ragazzi siano stati pestati a sangue e poi bruciati. Se prendiamo per buona la pista dei catari per i due vecchi c' qualcosa che non quadra ugualmente. De Rosa e Nierlich sono stati massacrati da gente come Licata e Nocera, gente con la mano pesante, non da cultori di una vita ascetica, fatta di rinunce e digiuni. Ma perch?"
La stessa valutazione continuava a rimbombare nel cervello di Ardig.
Si rivolse a Santoni: "Ancora nulla dai colleghi del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico?".
"Attendo una loro chiamata a fine mattinata."
"Uff... Nient'altro?"
A prendere la parola fu Larini. Era riuscito a parlare con Vincenzo De Rosa il quale, per, si era limitato a scoprire l'acqua calda: per lui Kendall era un artista con cui il fratello doveva aver stretto un rapporto di amicizia, lo aveva sentito nominare, nulla di pi.
Avevano avviato i soliti controlli di routine che, inevitabilmente, avrebbero comportato tempi pi lunghi trattandosi di un cittadino statunitense.
Nel frattempo dovevano raccogliere ulteriori riscontri dai pochi testimoni che potevano aiutarli: dovevano sentire le varie amanti di De Rosa.
L'incarico fu affidato a Pinton: il suo aspetto da bravo ragazzo avrebbe avuto maggior presa sulle tre donne.
Santoni nel frattempo sarebbe andato dallo spedizioniere di via Fantoli che si era occupato dell'invio dei quadri.
"Io, invece, vado a farmi due chiacchiere con Anaclerio."
Recuper la macchina e si diresse in via Morgagni, dal portiere dello stabile dove aveva alloggiato De Rosa.
"Me lo ricordo, s. Era l'amico di De Rosa."
Il portinaio Anaclerio sfogli il book fotografico di Nierlich alias Kendall, mostrando una convincente sicurezza.
"Lo vedeva spesso?"
"No, spesso no. Ogni tanto. Qualche volta. Comunque l'ho visto."
"Notato nulla di strano?"
"Beh, parlavano in americano tra di loro."
"Altro?"
"E che altro? No, dottore..."
Per fortuna evit di aggiungere il solito "io mi faccio i fatti miei", prima di spiegare che questo Kendall era passato davanti alla sua guardina sempre e solo in compagnia di De Rosa, in genere per periodi frequenti intervallati da periodi pi lunghi in cui non lo vedeva affatto.
Plausibile. Evidentemente Kendall trascorreva soltanto alcune settimane a Milano, facendo la spola con New York.
Gira e rigira non stava saltando fuori nulla di interessante.
Tent l'ultima carta.
"Questo Kendall veniva mai in compagnia di qualche donna?"
Il portinaio tentenn un secondo, poi prese coraggio.
"Donne quello, dotto'? Dia retta a me: quella era un ricchione, altro che donne!"
Rozzo ma sintetico ed efficace.
Si avvi a piedi verso la tappa successiva, che non diede esito soddisfacente.
La signora Lavagna, l'antiquaria dirimpettaia della galleria di De Rosa, forse si ricordava di Kendall, o forse no "perch di gente ne vedo tanta tutti i giorni", o forse s "perch un bel ragazzo come lui mi sembra proprio di averlo notato", o forse no "perch d'altronde la mia vista non  pi buona come un tempo" o forse ancora "non so, perch qui c' tanto lavoro"...
Per il momento non si poteva fare altro. C'era solo da aspettare. Solo la parola bastava a innervosirlo.
Considerato che aveva un paio d'ore da perdere, decise di cercare di dare una risposta a un altro interrogativo che lo tormentava.
Che motivo potevano avere Nocera e il suo amico "nano", Barlacu, per fare irruzione nel convento di Concorezzo e tramortire un frate? E soprattutto, c'era un collegamento con i suicidi di Adorni e Radice? Torn in commissariato a recuperare Frog, risal in auto, accese il motore e innest la marcia: la Brianza lo attendeva.
Lasci la Beretta nel ripiano del cruscotto: in segno di rispetto verso la sacralit del luogo cui stava accedendo aveva preferito non presentarsi armato. Almeno in quel piccolo angolo di campagna, dove regnavano pace e silenzio, confidava di non correre il rischio di vedersi rubare l'arma da un "topo" d'auto. Si avvi all'ingresso del monastero cistercense di Concorezzo.
Tir la corda che fuoriusciva dal pesante portone in legno. Dalla feritoia spunt la facciona paciosa di un monaco.
"Buongiorno fratello, sono un commissario di Polizia. Vorrei conferire con il vostro abate se fosse possibile", chiese garbatamente.
Il religioso lo accolse gioviale, con una stretta di mano erculea.
"Sono fratello Massimo."
"Piacere, Bruno Ardig."
Lo segu calpestando un pavimento sassoso e sfilando in un cortile circondato da un doppio portico. Stava osservando distrattamente il tipico campanile a forma cestile che si ergeva sopra la basilica, a destra, quando il vocione del frate lo riscosse.
"Bella vita la vostra, eh?"
La considerazione era rivolta a un nutrita colonia di gatti pigramente sdraiati sul cotto, intenti a godersi il sole che li riscaldava.
"Le piacciono i gatti?", domand il frate.
"Mah, non li ho mai avuti... preferisco i cani."
"Invece quel suo collega, ieri... doveva vedere come se li accarezzava."
Un lampo lo folgor.
"Quale collega?", chiese.
"Beh, quel suo collega, il nome non lo ricordo. Quello che ha conferito con l'abate."
Come evocato dalle parole del monaco, il responsabile della comunit si materializz sotto il portico. Era sulla sessantina, capelli folti a zazzera, misto argento-bianco, occhiali, barba candida stile Babbo Natale, un'aria da buon padre di famiglia.
"Padre Stefano, c' un commissario di Polizia che desidera parlarle."
Avanz cauto verso di loro, notando fin da subito l'espressione tesa del giovane poliziotto.
La presentazione fu surreale.
"Sono il vicequestore Bruno Ardig, piacere."
"Ha detto Ardig?"
"Esatto, Bruno Ardig."
Il nome, ripetuto, rimbalz come una sassata sul selciato.
"Come  possibile? Ieri  venuto qui un altro commissario Bruno Ardig."
I due uomini si scrutarono diffidenti, poi il commissario prese il tesserino identificativo.
"Come vede quello originale sono io", borbott con aria preoccupata.
Il priore annu, quasi sollevato. Lo guid in un corridoio umido, fino a una stanza adibita a parlatorio. Panche in legno, pareti nude addobbate soltanto con il crocefisso.
"Qui non ci disturber nessuno."
Senza farsi pregare padre Stefano tracci un sintetico ritratto dell'uomo che aveva bussato alla sua porta il giorno precedente: alto come il commissario ma meno robusto, suo coetaneo, capelli corti, tagliati a spazzola, fisico slanciato e parlantina sciolta, accento marcatamente milanese.
"Aveva il pizzetto?", domand per scrupolo il poliziotto.
"Molto sottile, quasi disegnato", conferm l'abate.
"Bene, potete stare tranquilli. Era un mio ispettore. Un bravo ragazzo, che per ama fare troppo le cose di testa sua. A volte si finge il sottoscritto per fare bella figura. Sbagliando, ovviamente. Lo rimproverer a dovere."
Spiattell l'innocua bugia senza troppa convinzione, nel tentativo di rasserenare l'interlocutore e placare al contempo la sua incazzatura.
"A questo punto mi pu spiegare cosa voleva? E cosa vi siete detti?"
"Cercava informazioni su un caro amico che ci ha lasciati alcune settimane orsono in circostanze drammatiche e tuttora oscure."
"Giancarlo Adorni o Ambrogio Radice?"
"Adorni, proprio lui. Come ho spiegato al suo ispettore, il povero professore aveva trascorso un periodo di studio nel nostro convento, durante i mesi invernali."
Ricord le lunghe giornate di nebbia in cui il docente di Belle Arti rimaneva sepolto in biblioteca, il viso affondato tra i tomi cinquecenteschi, la mano a vergare appunti su un quaderno.
"Veniva sempre da solo?"
"No, sempre no. Una volta si era fatto accompagnare da un giovanotto, un suo assistente universitario. Un tipo strano."
"In che senso?"
"Un ragazzo dal volto angelico e dall'aria attenta: non ha mai aperto bocca se non per presentarsi."
"Ricorda qualcosa di lui?"
"Il nome proprio no. Sono passati alcuni mesi e alla mia et la memoria... per, forse... Aveva un accento strano, forse strascicava la erre."
"Un accento da straniero? Da americano magari?"
Padre Stefano sembr concentrarsi.
"Pu essere... pu essere."
Raffaele De Rosa, ecco chi doveva essere il misterioso accompagnatore del professor Adorni.
"Era una ragazzo moro, mediterraneo?"
"No, no. Tutt'altro. Biondo, occhi celesti. Di aspetto nordico."
"Cazzo!"
"Commissario!", lo sgrid il priore.
"Mi scusi, ha ragione. Chiedo venia."
Ad accompagnare Giancarlo Adorni non era stato De Rosa, bens il suo amico yankee, Michael Nierlich. Un altro tassello s'incastrava nel puzzle.
"Mi aiuti a comprendere meglio, padre. Cosa cercava il professor Adorni tra queste mura?"
"Disponiamo di una biblioteca ricchissima. Una parte della storia, della nostra storia,  raccontata nelle migliaia di libri che custodiamo in questo luogo sacro, prendendocene cura amorevolmente."
"E al professor Adorni che libri interessavano?"
L'anziano religioso medit qualche istante. Poi la prese alla larga.
"Avere la responsabilit spirituale di una comunit numerosa come la nostra  un'incombenza che concede poco tempo ad altre occupazioni. E questo, a volte, ci porta a non accorgerci di tutto quanto, di positivo o negativo, pu accadere intorno a noi. E di come un piccolo gesto possa avere conseguenze inattese e persino incredibili."
"Cosa sta cercando di dirmi?"
Le mani del monaco sembravano contratte, quasi irrigidite.
"Questa nostra casa  stata eretta quasi otto secoli orsono da uomini che avevano una concezione particolare della Chiesa e della sua dottrina. Uomini onesti nell'animo, potremmo definirli anche puri, tuttavia accecati da una visione deformata dei precetti e della parola di Dio. Una convinzione errata, eppure cos radicata nelle loro menti ingenue da trasformarsi in un'eresia."
"Di quale eresia sta parlando?"
"Dell'eresia dei catari. Una delle pagine pi tristi e sanguinose della storia della nostra Chiesa."
I catari. Le parole del professor Shekfer gli vennero provvidenzialmente in soccorso: una delle costole fuoriuscite dall'Antigua Tau.
Era sulla pista giusta. Invit padre Stefano a proseguire.
"I catari predicavano un credo che propugnava una dottrina estrema, rifiutando tutto ci che  materiale, contrapponendo la purezza dello spirito alla contaminazione della carne."
Ardig lo esort alla sintesi: "Padre, conosco bene la vicenda dei catari...".
"Perfetto, non la annoier inutilmente. Come sapr, sono occorsi secoli per estirpare l'erba cattiva dell'eresia catara, cresciuta e diffusasi in tutto il territorio lombardo. Secoli di persecuzioni crudeli, spesso infruttuose, tanto che a cavallo del XVI secolo una numerosa comunit di catari era ancora operante proprio qui, nell'odierno comune di Concorezzo. E proprio tra queste mura, nell'antico convento di Sant'Andrea, molti loro adepti trovarono un rifugio temporaneo o addirittura il riposo eterno."
Un flash colse il commissario.
"Un morto. Adorni cercava la tomba di un cataro morto. Padre, chi  stato sepolto qui?"
"Un pittore sconosciuto ai pi. Si chiamava Andrea Salaino, scomparso prematuramente dopo una vita turbolenta."
Salaino. Un nome che ad Ardig diceva qualcosa: l'indagine sugli Angeli di Lucifero, le rivendicazioni dopo gli omicidi attraverso una versione modificata di un quadro di Marco d'Oggiono, uno degli allievi prediletti di Leonardo. In quell'occasione, per la prima volta, si era imbattuto in quel nome insolito, Salaino, un epiteto che incuteva timore, che rimandava al Feroce Saladino, il sanguinario condottiero musulmano antagonista dei crociati cristiani.
"Se non sbaglio questo Salaino era un discepolo della scuola leonardesca", osserv il capo della Omicidi.
"Di pi, commissario, molto di pi. Salaino era qualcosa di pi di un allievo: era la persona pi vicina a Leonardo, quella a cui il Genio donava tutto il suo affetto. Quasi come un figlio. Quel figlio che non ha mai avuto."
Tutto tornava. L'introvabile romanzo di Adorni era incentrato proprio sull'adesione all'eresia catara dell'artista fiorentino, sulle sue inclinazioni omosessuali e su come queste avessero influito sulla sua attivit artistica.
E, se aveva ben compreso, questo Salaino era l'oggetto delle attenzioni sessuali del Genio e a sua volta un cataro come lui.
"Quello di Leonardo per Salaino era davvero un amore paterno?"
Il religioso non mascher una smorfia.
"Non sono la persona giusta a cui rivolgere questa domanda. Sono soltanto un umile frate."
"Padre, cortesemente. Mi faccia risparmiare del tempo prezioso."
L'abate sbuff impercettibilmente, come se abbandonarsi a rivelazioni su eventi documentati dagli storici e datati di oltre cinque secoli rappresentasse un peccato mortale.
"Mettiamola cos: stando a quanto riportato nei trattati sulla vita dei grandi pittori, possiamo ritenere che Leonardo intrattenesse anche una relazione carnale con il giovane Salaino."
"E il pittore avrebbe trovato sepoltura dentro queste sacre mura?"
"Non esattamente. Per decenni ha riposato nel piccolo camposanto ospitato nella nostra cinta muraria. Nei secoli scorsi l'area cimiteriale era pi ampia di quella attuale, in seguito, all'inizio del XIX secolo, i nostri predecessori ridisegnarono il perimetro interno del convento, sacrificando una parte dello spazio riservato ai defunti, in particolare quelli pi datati."
"E le loro ossa dove finirono?"
Il priore allarg le braccia, quasi a volersi scusare.
"Nei secoli scorsi c'erano meno possibilit di tutelare la vita, figuriamoci la morte. I poveri resti di tutti questi fratelli vennero bruciati. E dispersi."
"Perci non esiste una tomba di questo Salaino."
"Che io sappia no. In ogni caso non  qui. Non pi."
E allora cosa sperava di trovare Adorni tra quelle sacre mura? E soprattutto, cosa volevano trovare Nocera e Barlacu la sera dell'irruzione?
"Lei, padre, ha capito cosa cercavano i due rapinatori che hanno colpito padre Giacomo, non  vero?"
Il religioso si alz dalla panca e si volt verso il crocefisso, quasi in cerca di coraggio.
"Ci che rimaneva del corpo di Salaino non era pi tra queste mura gi da un paio di secoli, come le ho detto. E nemmeno gli oggetti a lui appartenuti, che invece sono stati qui ospitati fino a pochi decenni fa. Tra questi alcune lettere indirizzate alle sue sorelle Angiolina e Lorenziola, le lettere che di fatto componevano il suo testamento."
"Il testamento? Per un uomo morto prematuramente?"
"Ebbene s. Nonostante avesse un carattere bizzoso e sopra le righe, il Salaino, almeno negli ultimi anni di vita, soprattutto da quando aveva perso la guida protettiva di Leonardo, era diventato pi assennato, tanto da aver disposto anticipatamente come dovessero essere divisi i suoi averi una volta trapassato. Nel caso gli fosse accaduto qualcosa di brutto..."
"Constato che  ben documentato su questo vostro illustre ospite."
"Ha detto bene, illustre ospite. E in ogni caso, per rispondere alla sua domanda, anch'io mi ero domandato cosa cercassero dei rapinatori in un convento come il nostro, privo di ricchezze materiali, a parte gli affreschi del Cerano nella nostra basilica, che evidentemente non sono trafugabili."
"Forse quelle famose lettere di cui mi stava accennando..."
"Quelle sono state cedute agli Archivi Comunali di Milano intorno alla fine dell'Ottocento. Del Salaino, in questo convento,  restato soltanto il ricordo, e alcune tracce del suo passaggio registrate nei libri che documentano la storia e la cronaca di questa nostra casa."
"Insomma, nulla di tangibile."
" cos."
Ardig fiss l'abate.
"No, padre, non credo sia cos. Non pu essere cos. Per favore, si decida a dirmi quello che finora mi ha taciuto."
Il tono, questa volta, era duro e formale, quello che utilizzava negli interrogatori.
"Alcune settimane prima di lasciarci il professor Adorni era stato nostro ospite. Ricordo bene quella giornata. Un primo scorcio di primavera. Un bel sole a scaldare il nostro chiostro. Erano i primi giorni di marzo."
Il commissario fece un cenno d'assenso.
"Aveva trascorso alcune ore in biblioteca, insieme a fratello Giacomo, come erano soliti fare insieme. Poi, verso l'imbrunire, aveva bussato alla mia porta. Desiderava domandarmi un piacere."
"Che piacere?", indag il capo della Omicidi.
"Mi chiese di poter prelevare un libro. Di poterlo avere in prestito, derogando alle regole secolari della nostra casa, che non permettono ad alcuno di portare un libro della nostra biblioteca all'esterno di queste mura."
"E suppongo che lei abbia acconsentito a fare un'eccezione."
"No, non rientrava nei miei poteri. Non potevo farlo", replic irrigidendosi.
"Ah... e Adorni come la prese?"
"Non obiett nulla. Accett la mia decisione serenamente. Tuttavia..."
"Tuttavia?", lo incalz il commissario.
"In qualche modo dubitai delle sue intenzioni, perci in seguito, alcuni giorni dopo, pregai padre Giacomo di controllare, per scrupolo, che il volume fosse stato regolarmente riposto dal professor Adorni."
"E invece era scomparso. Vero?"
"No, no. Cosa va a pensare, commissario? Il libro  stato rimesso al suo posto. Tuttavia, sfogliandolo accuratamente, fratello Giacomo ha scoperto che una pagina era stata strappata. Per si trattava di un libro usurato, con almeno un secolo di storia alle spalle, e non possiamo avere la certezza che quella singola pagina sia stata asportata proprio dal povero Adorni."
"Cosa c'era scritto in quella pagina?"
Il monaco scosse la testa.
"Non lo avevamo letto. N io n fratello Giacomo. N gli altri fratelli..."
"Padre, gentilmente, mi mostri questo volume."
Il priore si spost in corridoio.
"Tra qualche minuto potr vedere il manoscritto... Intanto devo aggiungere qualcosa al mio racconto."
"Prego."
"Qualche tempo fa si  presentata alla nostra porta una giovane donna, sostenendo di essere un'assistente del professore."
"Quando  successo? Se lo ricorda?"
"E come potrei dimenticarlo? Era la mattina della vigilia di Pasqua. Come potr immaginare eravamo impegnati nei preparativi per le celebrazioni dei riti dei due giorni successivi."
La vigilia di Pasqua ovvero, ora pi ora meno, proprio quando Adorni e Radice si stavano togliendo la vita con la tetrodotossina. Un'altra bella coincidenza.
"Mi dica che si ricorda il nome di questa assistente, padre."
Questa volta il religioso scosse la testa.
"Purtroppo no, mi deve scusare.  passato un po' di tempo e la mia memoria non  pi tanto buona. Il nome di battesimo era di quelli moderni, forse stranieri. Forse Samantha o Natasha... per davvero non ricordo, mi perdoni."
"Una descrizione fisica  in grado di tracciarla, almeno?", lo incalz un po' sgarbatamente.
"Giovane, sui trent'anni. Molto, come dire... molto... ecco truccata, anche un po'... insomma, appariscente, ecco. Con gli stivali come quelli da cavallo, ma con il tacco alto, lo smalto, il rossetto, il profumo... Insomma, questa alla fine  una casa del Signore, non so se mi comprende."
"Alta? Bassa? Bionda? Castana?", martell inclemente Ardig.
"Abbastanza alta. Occhi scuri e capelli neri, lunghi."
Una vertigine lo colse. La descrizione dell'assistente dello sfortunato docente tracciata da padre Stefano coincideva con quelle a suo tempo rilasciate sulla misteriosa Melissa dal portinaio Anaclerio: mora, capelli lunghi, trucco pesante, tacchi alti...
"Per caso si chiamava Melissa?"
Il religioso titub prima di rispondere.
"Pu essere, lo sa? Per, davvero, non ne sono sicuro."
"E questa ragazza cercava lo stesso volume che stava tanto a cuore al professore?"
"Anche quello, ne consult alcuni. Per qualche ora, sempre sorvegliata da fratello Giacomo. Prese appunti e comunque, ne siamo sicuri, non danneggi nessuna delle nostre opere."
"Quindi la visita della ragazza  stata successiva all'eventuale rimozione di quella singola pagina da parte del professore?"
"Assolutamente successiva, almeno di un paio di mesi."
La porta cigol leggermente. Un religioso entr con un libro in mano: non molto grande, la copertina annerita dal tempo e dall'umidit, senza un titolo, nemmeno un nome in calce.
"Un'opera anonima?"
"Non esattamente. Si tratta pi che altro di un quaderno, potremmo definirlo privato, ovvero il quaderno che Luca Beltrami utilizzava nel corso delle sue ricerche incentrate proprio sulla figura del Salaino."
Senza perdersi in chiacchiere l'abate illustr al commissario il lavoro storico portato avanti dall'illustre leonardista e dal suo collega Gerolamo Calvi. Un altro nodo era arrivato al pettine. E si era sciolto.
Restava un ultimo dubbio da chiarire.
"Secondo lei i rapinatori, quella notte, cercavano proprio questo volumetto?"
"A questo punto, con il senno di poi... Penso proprio di s. Ci ho riflettuto a lungo nei giorni successivi. Prima l'asportazione di quella pagina che potremmo attribuire proprio al professore, poi la sua morte suicida, pochi giorni dopo la rapina qui nel convento, per di pi in biblioteca dove non c'erano libri di particolare valore da trafugare..."
"Perch non ci avete contattato prima?", lo redargu Ardig.
"Era soltanto un sospetto. E non avevo elementi che lo suffragassero. Inoltre temevo di... di gettare del discredito sul professore."
"Uhm, tutte queste cose le ha confidate anche al mio ispettore, ieri?"
"Pi o meno."
"Va bene, padre Stefano. Non voglio rubarle altro tempo. Mi  stato di grande aiuto. La ringrazio."
Usc, quasi correndo, come se il terreno gli scottasse sotto i piedi, precipitandosi nel parcheggio sterrato.
Riaccese il cellulare e compose il numero di Malerba, che rispose trafelato.
"Che c'?"
"C' che sei un cretino. E che rischi una denuncia. O guai pi seri, brutto imbecille che non sei altro", lo apostrof.
Stranamente l'amico reporter non reag.
"L'hai gi saputo? Hai fatto in fretta. Complimenti."
Ardig si imbestial ancora di pi.
"Si pu sapere che cazzo ti passa per la testa? Vai in un convento a fare domande a un abate e ti spacci per il sottoscritto?"
Nessuna risposta.
"Mi spieghi che cazzo stai combinando?"
" una storia lunga..."
"Fede, porca puttana, stai intralciando un'indagine. Te ne rendi conto, razza di idiota? Se volessi fare il mio dovere correttamente dovrei denunciarti e guarda che non scherzo."
"Ti capisco. Fai quel che devi fare. Per non avevo alternative... Sto aiutando una persona a cui tengo molto."
"Immagino, la tua amica Rebecca Adorni."
Il tono di Bruno, questa volta, era pi morbido.
"Federico, ascoltami... per favore."
"Ti ascolto."
"La faccenda  seria. Stiamo cercando anche noi Rebecca, vogliamo un po' di informazioni da lei. Su suo padre, su Radice. E su altre cose. Per cui stanne fuori, per cortesia."
"Uhm..."
"Cazzo, Fede. O fai cos o ti faccio portare in Questura. Chiaro?"
"Un bel ricatto... sei un prepotente."
"Per favore, Fede... fa come ti dico, testone", lo esort Bruno.
"Uff... va bene. Ti saluto."
Il capo della Omicidi tir un sospiro di sollievo.
"OK, ci aggiorniamo dopo."
Chiusa la telefonata Ardig si appoggi allo schienale dell'Alfa 159.
La tensione si stava facendo sentire. La vibrazione del cellulare si fece sentire ancora di pi. Era Pinton.
Niente da fare, le tre "dame", la De Carli, la Liverani e la Zermian avevano reso tutte la medesima testimonianza: questo Nierlich, o meglio Kendall lo avevano visto in poche circostanze pubbliche, in vernissage organizzati da De Rosa nel sotterraneo della pinacoteca. Erano eventi pubblici, con tanto di stampa specializzata del settore: sicuramente ne avrebbero trovato traccia anche sul web. Tutto l. Mai incontrato lo sfortunato artista al di fuori delle mostre.
Telefon a Farris.
"Dobbiamo contattare Rebecca Adorni, prova a sentire gli Uffizi..."
Uno dopo l'altro i tasselli del mosaico stavano cominciando a incastrarsi. Uno dopo l'altro, naturalmente, quasi con dolcezza.
Uno dopo l'altro...
L'ultimo lo aveva portato in dote la ricerca condotta da Invernizzi, che si era presentato in ufficio con un computer portatile e un'espressione giuliva da grandi occasioni.
"Questo Nierlich ha un profilo open su Facebook."
"Ovvero?"
"Non serve essere suoi amici per poterlo visionare."
"Uhm... in pratica  visibile a tutti", osserv Ardig.
"Esattamente. Utilizza il profilo come una vetrina per la sua attivit di artista. Guarda qui."
Mostr una serie di photogallery di quadri, mostre di pittura, recensioni di articoli e infine di istantanee in cui il biondino dagli occhi chiari armeggiava con il pennello.
Fin qui nulla di sensazionale. Passarono poi alle gallerie personali.
Il volto abbronzato di Raffaele De Rosa spicc imperioso: sorriso smagliante e l'arroganza di chi  consapevole della propria bellezza.
Le immagini documentavano vernissage, feste, aperitivi, ristoranti, la location era sempre la stessa: the Big Apple.
Invernizzi scorreva sicuro con il mouse, certo della direzione intrapresa.
Qualche istante ed eccola, attesa, la foto sulla terrazza.
Proseguirono nel loro tour esplorativo: il sovrintendente clicc su un'altra gallery intitolata "My Life".
Si susseguivano immagini datate di feste di compleanno, attivit sportive, mostre e un caleidoscopio di ricordi. Il cursore del mouse punt su una foto di gruppo: studenti in posa, sorridenti, il giorno del diploma.
L'accompagnava una didascalia: "European Bloomfield High School, 22nd of July 1996".
La foto era piccola, i volti lontani.
Passarono a quella successiva: la squadra di hockey su ghiaccio del liceo. Anche in questo caso i giovani, con divise, pattini, caschetti e mazze, erano piuttosto piccoli. Ancora qualche scatto, qualche frammento di vita.
Fino alla foto pi significativa, scattata a Miami nel maggio 2010, come recitava la didascalia.
Nierlich in bermuda, a torso nudo: sul pettorale scolpito, tatuata poco sopra il capezzolo, una Tau blu. Lo stesso disegno era impresso anche sul deltoide.
Il fuoco purifica, rifletteva Ardig, cancella i peccati ma non solo: cancella anche i tatuaggi, soprattutto quelli vistosi, quelli che qualcuno ha interesse a far sparire. Peccato per gli assassini che il fuoco non cancellasse anche Facebook e le foto postate sulla bacheca virtuale.
Indizi sempre pi inquietanti aleggiavano sulla fine di Nierlich. Il bisogno di fumare si fece impellente.
"OK, Paolo, hai fatto un buon lavoro, vai pure."
Farris fece capolino dopo una mezz'ora.
"Ho contattato gli Uffizi."
"Che dicono?"
"La ragazza  in permesso parentale, tutto confermato, fino al 30 luglio. Si ricordano che aveva parlato di una lunga vacanza, voleva andare prima negli Stati Uniti e poi in Messico, per stare da sola e riprendersi dal suicidio del padre."
"Comprensibile."
"Che facciamo?"
"Bah... aspettiamo, inutile cercarla a Los Angeles, comunque Pinton dir alla sorella che vogliamo parlarle e magari tramite lei si far viva. Certo che..."
"Cosa?"
"No, cos, pensavo... De Rosa e Nierlich a New York. Bolgheri anche lui con frequentazioni e case negli Stati Uniti. Questa che se ne va in vacanza a Los Angeles. Cazzo, tutti in America."
"Coincidenze, no?"
Per l'ennesima volta bussarono alla porta. Era il turno di Santoni.
"Hanno chiamato i colleghi del Nucleo", annunci trionfalmente.
"Racconta tutto e in fretta", lo esort il commissario.
"Il dipinto trafugato  Riposo dalla fuga in Egitto. Valore commerciale intorno ai 50mila euro. Si tratta di un olio su tela di lino - declam leggendo una scheda - attribuibile a tale Pierfrancesco Cittadini detto Il Milanese, databile intorno al 1670."
"Che nome Il Milanese, sembra uno della banda di Vallanzasca", sbott Ardig, prima di incalzare il collega. "Dove lo hanno rubato?"
"A un antiquario di Chiasso, nel corso di una rapina in villa avvenuta a Stabio, appena oltre il confine, tra sabato 16 e domenica 17 aprile, mentre il padrone di casa e la famiglia erano via per una breve vacanza. Colpo da professionisti, rapido e indolore. Hanno agito indisturbati, hanno eluso l'antifurto, uno  entrato dal lucernaio della cantina poi ha aperto la porta ai complici. Hanno portato via tutto quanto era trasportabile: un po' di quadri, vasi, argenteria, computer portatile, persino un maxi schermo al plasma con lettore dvd e via dicendo. Dei veri predatori."
"Sembra un furto ben pianificato, probabilmente avevano un basista che li ha indirizzati a colpo sicuro", rilev Farris.
"Pare sia cos - riprese Santoni - perch quelli del Nucleo, in contatto sia con la Polizia Cantonale del Ticino che con la Mobile di Como, hanno confermato che una banda specializzata in ville, composta da rumeni, sta operando tra il comasco e il Canton Ticino da diversi mesi; avrebbero gi messo a segno una ventina di razzie."
I due ispettori notarono solo in quell'istante l'espressione corrucciata di Ardig, fattosi improvvisamente scuro in volto.
"Bruno, che hai?"
Il capo della Omicidi si accese una sigaretta.
"Ragionavo sulle date. Il furto avviene quattro giorni prima della spedizione del dipinto. E dell'uccisione di De Rosa e Nierlich..."
"A proposito - lo interruppe Santoni - sono stato dallo spedizioniere di via Fantoli."
"Scoperto qualcosa?"
"Dalle ricevute sono risaliti facilmente alla spedizione. Hanno confermato di aver inviato una cassa di quelle per materiale delicato, con tutte le apposite protezioni in gomma e ovatta."
"Questo lo sapevamo gi", sbuff in tono spazientito.
Santoni intu l'antifona: "Il responsabile del magazzino si ricorda del pomeriggio in cui sono passati a recapitargli i quadri. Ho mostrato a lui e agli operai le foto di De Rosa e Nierlich e li hanno riconosciuti".
"Che altro c'?"
"I due ragazzi si sono presentati anche con una cassa di materiale da pittore. Trattandosi di polveri, diluenti, olii e via dicendo hanno fatto una sorta di schedatura di ognuna di queste sostanze, per via dei controlli antiterroristici..."
"OK, OK, torniamo al furto. Vi dicevo, la spedizione  avvenuta appena quattro giorni dopo. Un lasso di tempo brevissimo."
"Questo significa che il furto della tela  avvenuto su commissione", constat Farris.
"Esatto, ma che senso ha far rubare un quadro che vale 50mila euro? Era pi facile acquistarlo, no?", butt l Santoni.
"Forse il proprietario non voleva venderlo. Dobbiamo indagare su questa storia. Sentiamo i colleghi di Como e gli svizzeri. Qualcosa non mi convince. Soprattutto pensando al fatto che De Rosa e Nierlich sono stati massacrati poche ore dopo aver spedito quella cassa a New York."
"Mica li avranno uccisi per quello - obiett Farris - e poi se diamo per buona l'ipotesi che i killer siano Nocera e Licata, perch quei due avrebbero dovuto uccidere per un quadro che valeva meno della Bmw di Nocera?"
"Non lo so. E mi  venuto pure mal di testa. Ragioniamoci sopra domani, a mente fresca", concluse Ardig.
...
.
...
21. Milano, marted 17 maggio 2011.
...
.
...
Dopo aver letto i quotidiani, Ardig stava spulciando alcuni documenti. Sent bussare energicamente alla porta: la figura voluminosa di Farris fece capolino.
Ad accompagnarlo il solerte Invernizzi.
"Che succede?"
"Dalla Questura ci hanno girato un fonogramma diramato dalla Mobile di Bergamo. Questa mattina c' stato un furto..."
"In un monastero?"
"No, in un museo, o meglio in una pinacoteca della citt alta, al Palazzo della Ragione. Hanno trafugato una mezza dozzina di tele, tutti artisti rinascimentali. Lotto, Borgognone..."
"Un altro furto di dipinti? Cos'? Una pandemia? E come mai i colleghi bergamaschi ci hanno avvertito?"
"Il fonogramma  stato messo in conoscenza alla nostra Questura perch alcuni di questi quadri appartengono a un ente che ha sede qui a Milano. Ed  proprio questo il punto interessante. L'ente  l'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme."
Ardig emise un fischio prolungato.
"E tra questi quadri c' un'Ultima Cena attribuita a tale Andrea Salimbeni."
"Un'Ultima Cena... tu guarda i casi della vita."
"Che facciamo? Si va a Bergamo?"
Osserv Invernizzi, rigido come uno stoccafisso.
"No, ci mandiamo il buon Paolo."
"E noi?"
" arrivato il momento di andare a far visita a questo fantomatico Ordine del Santo Sepolcro..."
"Senza mandati?", chiese Farris.
Ardig prese il fonogramma della Questura di Bergamo.
"Per ora basta questo. I quadri rubati erano loro, no? Dai, andiamo."
Not l'espressione perplessa del vice. "Pensi che il furto sia collegato ai suicidi e ai carbonizzati?"
"Razionalmente non vedo come, istintivamente ti dico di s. Dai, schiodiamo il culo e andiamo."
Parcheggiarono alle spalle del Tribunale. La facciata della ex chiesa si stagliava imponente, davanti al cancello della costruzione di via San Barnaba stazionava permanente una camionetta dei Carabinieri.
Il commissario ricordava che questo ente recentemente era stato inserito nella lista degli obiettivi cittadini a maggior rischio di attentato: le implicazioni religiose connesse al suo statuto ne facevano un bersaglio naturale di una possibile cellula della jihad fondamentalista islamica e la Digos aveva rinvenuto alcune fotografie dell'edificio in un fascicolo conservato nel suo appartamento dal maldestro kamikaze che si era fatto saltare in aria due anni prima davanti alla caserma di via Perrucchetti.
Salutarono i militari di guardia, qualificandosi, poi suonarono il citofono: l'apertura metallica scatt senza che nessuno chiedesse loro chi fossero.
Superarono il vialetto selciato contornato da cipressi e varcarono il portone d'ingresso.
Pesanti pareti in muratura, drappeggiate di quadri e arazzi, garantivano silenzio e frescura. Ovunque campeggiava un simbolo: in campo bianco una croce rossa equilatera, con entrambi i bracci, quello verticale e quello orizzontale, della stessa lunghezza. Nei quadrilateri altre quattro croci equilatere, sempre rosse su sfondo bianco, e sotto la scritta in stampatello su tre righe:
OPORTET GLORIARI
IN CRUCE DOMINI
NOSTRI IESU CHRISTI
Un simbolo dei crociati prima e dei templari dopo, oggi lo stemma dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Un giovanotto sulla trentina li accolse sorridente, ma il tesserino della Polizia spense l'espressione cordiale.
"Buongiorno, cosa desiderate?"
"Parlare con il vostro responsabile", rispose Ardig.
"Con il Gran Priore? Veramente, non so...", esit il ragazzo.
"Stamattina in un museo a Bergamo  avvenuto un furto, sono state trafugate alcune tele appartenenti al vostro ordine", si limit a informarlo il capo della Omicidi.
Il giovane tentenn ancora un istante, poi indic loro una panca.
"Attendete qui, per cortesia."
Meno di un minuto dopo torn con espressione contrita.
"Desolato di avervi fatto aspettare. Seguitemi, il Gran Priore vi attende."
Percorsero un piccolo corridoio con le pareti riccamente addobbate da quadri e arazzi e persino da alcuni splendidi affreschi.
L'ufficio del Gran Priore non era annunciato da alcuna targa, solo una porta di quercia dall'aspetto massiccio.
Nel suo immaginario Ardig, dietro quella solida porta, ipotizzava di trovare un cavaliere, coperto da una tunica bianca, con lo stemma templare cucito sul petto e una spada lucente al fianco; un uomo dall'aria imponente, tipo Sean Connery che, in un breve cammeo, impersonava re Riccardo Cuor di Leone nella scena conclusiva di Robin Hood.
La giacca e la cravatta dell'uomo seduto dietro a un'elegante scrivania, con computer portatile, lo spiazzarono. Era sulla sessantina, completamente calvo, un folto e aristocratico pizzetto grigio che gli nascondeva la bocca, occhi chiari, fisico longilineo: pi che un templare il Gran Priore sembrava uno storico o un filosofo.
"Buongiorno, sono il cavalier Walter Lovati."
"Commissario Ardig, Squadra Mobile. E lui  l'ispettore capo Farris."
"Accomodatevi. Siete qui per i nostri dipinti?"
" gi al corrente di quanto accaduto?"
"Sono stato informato un paio d'ore fa direttamente dal direttore del Palazzo della Ragione, cui avevamo prestato gratuitamente le nostre tele appena tre settimane fa."
Come al solito le voci correvano molto velocemente, troppo velocemente: Lovati ne sapeva pi di loro.
Decise di giocare in contropiede.
"Presume che si tratti di un furto su commissione, mirato proprio a impossessarsi di quei dipinti?", lo stuzzic Ardig.
Il priore dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro non si scompose.
"Guarda caso, abbiamo prestato i quadri meno di un mese fa, li hanno esposti da meno di una settimana e vengono trafugati nel primo giorno di chiusura del museo..."
"Valevano parecchio?"
"Difficile quantificare un prezzo di mercato. Non si tratta di beni commerciabili. Un Bartolomeo Vivarini, uno Jacopo Bassano Da Ponte, un Andrea Salimbeni... Chi li ha rubati potr piazzarli soltanto a collezionisti privati che non potranno mai esporli. Non alla luce del sole, quanto meno."
Pareva pi seccato che dispiaciuto, uno stato d'animo insolito. Indecifrabile.
"Non la vedo affranto per la perdita..."
"Sono solamente tre dipinti. E naturalmente saremo debitamente indennizzati dall'assicurazione nel malaugurato caso in cui non dovessero essere recuperati integri. E da un punto di vista prettamente artistico non si tratta di una perdita incommensurabile. Alcune delle opere che avrete notato in corridoio sono ben pi preziose di quelle trafugate." Dalle parole di Lovati traspariva quasi dell'astio per quei quadri.
"Ci aiuti ad avere qualche elemento in pi. Potrebbe raccontarci la storia di queste opere? Da quanto tempo erano in vostro possesso?"
Il cavaliere lo osserv con sguardo inespressivo.
"Facevano parte dell'arredo della chiesa, ovviamente..."
Gi, la chiesa. Muri pesanti, pavimentazione in pietra, soffitti altissimi, affreschi murali... Soltanto in quel momento i due poliziotti realizzarono che si trovavano in una ex casa di Dio. L'edificio era stato ricavato da una chiesa abbandonata e del resto la facciata da dove erano entrati era rimasta immutata.
"Cavaliere, per favore, potrebbe illuminarci maggiormente..."
"Queste mura, un tempo sacre, appartenevano alla chiesa di Santa Maria della Pace, eretta dallo stesso beato Amedeo da Silva con i suoi frati amedeiti."
Tombola, dalla padella alla brace. Si erano imbattuti in un altro pedante solone, stile padre Shekfer. Tuttavia non avevano alternative: lo lasciarono proseguire.
"Gli amedeiti erano una derivazione dei francescani, o forse dovrei dire una deriva, in quanto predicavano una religione fatta di rinunce e privazioni, perch soltanto l'uomo umile, che si libera di ogni tentazione materiale, riesce attraverso la preghiera ad avvicinarsi a Dio. Per questo conducevano una vita ascetica, arrivando anche a imporsi lunghi digiuni."
Ascetismo, rinunce, digiuni: l'identikit dei perfetti catari.
"Frate Amedeo - continu Lovati - era un nobile lusitano che aveva abbandonato agi e ricchezze per votarsi al Signore: veniva descritto come un visionario apocalittico e infatti il testo da lui scritto, l'Apocalypsis Nova,  da secoli osteggiato dalle autorit ecclesiastiche. Del resto lo stesso Amedeo, in vita, non incontr mai il consenso del Papato, venendo anche scacciato da Roma, ma trov ospitalit e appoggio qui a Milano, alla corte degli Sforza, che gli fornirono protezione e danari per erigere una propria chiesa a ridosso delle mura cittadine."
"Un momento - lo interruppe Ardig - gli Sforza... quindi parliamo del 1400, pi o meno."
"Della seconda met del Quattrocento."
Ovvero, rifletteva Ardig, nello stesso periodo in cui a Milano operava Leonardo, con i suoi allievi, e in cui i catari facevano proseliti tra i contadini delle campagne circostanti.
"Addirittura - prosegu il priore - Galeazzo Sforza affid il progetto di costruzione della chiesa al celebre architetto Guiniforte Solari. E per decenni questa fu la casa degli amedeiti, il cui credo, per, si affievol repentinamente una volta scomparsa la figura carismatica e accentratrice del loro fondatore, Amedeo da Silva. In seguito la chiesa venne abbandonata, tanto da finire persino sconsacrata nel 1805. Le autorit cittadine, per, sotto la dominazione austriaca la riconvertirono a diverse destinazioni, da ospedale a magazzino militare, poi all'inizio dello scorso secolo la struttura venne rilevata dai Bagatti Valsecchi - una delle famiglie pi celebri e in vista della Milano dell'epoca, dei novelli mecenati - che ristrutturarono lo stabile, adibendolo a finalit culturali e filantrope. Successivamente sotto questo tetto subentrarono le suore di Santa Maria Riparatrice e alla fine, nel 1967,  stato il nostro Ordine ad acquistare l'immobile e a restaurarlo."
"E insieme alle mura avete acquisito anche i quadri, giusto?"
"Non soltanto i quadri, ma l'intero arredo, comprendente anche le tele trafugate oggi, inclusa l'Ultima Cena attribuita ad Andrea Salimbeni. Verrebbe da dire l'Ultima Cena sbagliata..."
"Perch?"
"Perch i francesi avevano gi rimosso e trasferito a Brera l'altra Ultima Cena ospitata in Santa Maria della Pace, quella di Marco d'Oggiono, una pala lignea che si dice sia attribuibile proprio a Leonardo da Vinci."
La considerazione del priore piomb come un macigno precipitato da un'altezza vertiginosa.
"Deduco - balbett confuso Ardig - che Leonardo frequentasse questo beato Amedeo..."
"No, non  cos. Il beato Amedeo scomparve proprio quando Leonardo arriv a Milano, nel 1482, per cui non fecero in tempo a conoscersi personalmente. Ad ogni modo  presumibile che Leonardo e i suoi allievi coltivassero idee vicine a quelle degli amedeiti e avessero rapporti con i seguaci del defunto frate. E di sicuro gli allievi prediletti del Genio, come il d'Oggiono, il Salaino e il Melzi, ebbero modo di esercitare la loro arte per i frati di Santa Maria della Pace."
Un'altra pausa prima di mettere le carte in tavola.
"Cavaliere, finora si  dimostrato collaborativo. Auspico che lo sia fino in fondo."
Il priore alz una mano per fermarlo.
"Commissario Ardig, so benissimo chi  lei e perch  qui. Leggo i giornali, mi informo e conosco, almeno di nome, il giovane e dinamico capo della Squadra Omicidi. Anche se per la verit la immaginavo persino pi giovane... Comunque, per esaudire la sua richiesta: tra i nostri liberi finanziatori - e le assicuro che sono molti - c'erano anche Giancarlo Adorni e Ambrogio Radice. Appena ho appreso della loro scomparsa, ho messo in conto una vostra visita..."
Si arrest, come se fosse in attesa di qualche obiezione. Poi riprese.
"I finanziamenti che riceviamo sono tutti registrati e denunciati fiscalmente.  libero di consultare i nostri registri contabili. Non abbiamo nulla da nascondere."
"Lei conosceva Adorni e Radice?"
"Li conoscevo appena. Due uomini onesti, dall'animo retto, seppur di convinzioni lontane dalle nostre. Per, e mi creda sulla parola, non ho mai avuto modo di scambiare delle opinioni al riguardo con nessuno dei due."
"Si sar domandato per quale ragione questi signori elargissero cospicue somme al vostro ente, no?"
"Padrone di non credermi, eppure non mi ero mai interessato. Almeno non finch erano in vita..."
"E dopo?"
"In citt girano strane voci. Leggende metropolitane, racconti di veleni, digiuni, suicidi ritualizzati... Pettegolezzi da portineria."
"E se non fossero pettegolezzi?"
"Commissario, la reputazione e la rettitudine di questa casa e di ogni suo membro vengono prima di tutto, per me. Per cui mi ascolti bene: Adorni e Radice non avevano nulla a che spartire con il nostro Ordine. Nulla. Quello che stava loro a cuore erano solo queste mura e ci che rappresentavano, ovvero la chiesa amedeita di Santa Maria della Pace. Con i suoi arredi, tra cui quel dipinto."
"Cosa intende dire?"
"Vede, dottore, la porta della nostra casa viene aperta al mondo esterno una sola volta al mese, per la precisione ogni primo gioved del mese. Ebbene, sia Adorni che Radice, per anni, hanno fatto visita a queste mura con una discreta regolarit, potrei dirle una volta ogni tre o quattro mesi, fino all'anno passato. Da gennaio, invece, sono venuti tutti i mesi, solo che invece di girare per tutto il perimetro si soffermavano per l'intera durata della visita davanti all'Ultima Cena, quella trafugata. E la fissavano estasiati, come se Ges e gli apostoli modellati dal Salimbeni potessero trasmettere chiss quale messaggio. Nel corso dell'ultima visita, un paio di mesi fa, sono stato io personalmente a invitare il professor Adorni ad allontanarsi dal dipinto. Temevo che volesse toccarlo, addirittura abbracciarlo e portarselo via, tanto lo fissava."
"E poi?"
"E poi basta.  tutto. Non c' altro. Commissario - lo fiss negli occhi con sguardo severo - io sono un uomo di fede, abituato a non mentire. E le assicuro che l'Ordine che mi onoro di presiedere non ha alcuna relazione con quei due, con la loro scomparsa o con il furto di questo dipinto. L'unica nostra colpa, se di colpa si tratta,  quella di aver scelto come edificio per la nostra sede questo immobile sconsacrato, abbandonato e dimenticato dalla Chiesa, ma evidentemente non da alcuni fanatici."
Dopo un lungo silenzio toccava ad Ardig replicare. Il cavalier Lovati aveva aperto lo scrigno dei loro segreti, spontaneamente. Poteva credergli? L'istinto gli suggeriva di farlo.
"Concludendo, secondo lei i ladri avrebbero rubato diverse tele per mascherare il loro vero obiettivo, il dipinto di Salimbeni?"
"Questa  una sua conclusione - lo fredd Lovati - ma se si osserva la lista dei dipinti sottratti,  evidente che, pur avendo sotto mano dei Tintoretto, dei Correggio e dei Guido Reni questi rapinatori hanno puntato su tele di un valore infinitamente inferiore."
"Veramente - lo punzecchi Farris - a noi risulta che hanno trafugato anche un Lotto."
"Vero anche questo. Vi ho esposto una mia sensazione, forse contraddetta dalla sua osservazione. Ripeto: tocca a voi tirare le conclusioni, non al sottoscritto. E ritengo di non avere altro da aggiungere a riguardo", concluse Lovati.
Il capo della Omicidi decise di sbilanciarsi.
"Adorni o Radice si sono mai recati qui in compagnia di un giovane dalle fattezze mediterranee o di uno dall'aspetto pi nordico?"
"No, mai con un giovane", asser sicuro il priore, per lasci in sospeso la frase, come se avesse volutamente troncato la risposta.
"E con altre persone?"
Il cavalier Lovati strinse gli occhi in due fessure.
"Veniva spesso con loro un uomo in nero. Nel senso letterale del termine. Spolverino nero, pantaloni neri, maglione girocollo nero. Anche lui sulla settantina. Magro, agile, in forma. Con rughe molto marcate sul volto. Dava l'idea di un uomo che avesse forgiato tanto il carattere quanto il fisico in dure esperienze di vita."
"Un ex militare?", ipotizz Ardig.
"Pu darsi, non lo escludo. Badi bene, la mia era soltanto una sensazione, la sensazione di un uomo di comprovata fede e devozione - si gir sulla poltrona alzando il braccio sinistro per indicare il crocefisso ligneo alle sue spalle - eppure in quell'uomo, nel suo sguardo, c'era qualcosa di particolare, d'intenso. Era un uomo di fede, anche lui."
Non aggiunse altro. E si capiva che non aveva alcuna intenzione di farlo.
"Bene,  tutto per noi. Di questo nostro incontro non faremo parola con nessuno. Neppure con i nostri superiori. La nostra indagine prosegue, ma dubito ci rivedremo, se non per restituirvi i vostri dipinti. E stia sereno, manterremo la parola", concluse Ardig, prima di congedarsi con una vigorosa stretta di mano.
Stavano per allontanarsi quando una curiosit punse il commissario con urgenza.
"Cavalier Lovati", lo richiam.
"Dica."
"Un'ultima domanda. Lei conosce un dipinto intitolato Riposo dalla fuga in Egitto, del Milanese?"
"Mi coglie impreparato. Direi di no, mai sentito."
"Lo immaginavo, grazie ugualmente. Arrivederci."
Appena usciti trovarono un sms di Invernizzi. Lo richiamarono. Il sovrintendente stava prendendosi un caff in un bar di Piazza Vecchia, il cuore della citt alta di Bergamo, la parte storica racchiusa dal sontuoso guscio protettivo delle mura veneziane.
"Capo, sono qui con Bellini."
Davide Bellini era il responsabile della Squadra Mobile di Bergamo: uno tosto, dai modi spicci e la testa che andava a mille. Uno alla Ardig.
"Me lo passi, per favore?"
"Ciao Bruno. Un furto atipico. Dentro hanno fatto un lavoro da professionisti, ma fuori..."
"Spiegami bene."
"Questo museo, Palazzo della Ragione, non  Fort Knox. Ha un impianto antifurto abbastanza elementare, del resto non aveva mai subito rapine.  nella piazza centrale di Bergamo alta e generalmente non espone dipinti di altissimo valore. In ogni caso prima hanno addormentato il sistema d'allarme con un banale alternatore, poi uno di loro  entrato da una finestra del bagno, una botola dove a fatica passerebbe un gatto. Roba da contorsionisti."
O da ex acrobati da circo con l'altezza di un bambino... Con la mente il capo della Omicidi corse a Radan Barlacu.
"Chiunque fosse - continu Bellini - doveva essere in grado di scalare una parete come una lucertola e poi sgusciare da un buco di quel genere, poi ha spalancato un'uscita posteriore dove aveva un complice ad attenderlo. Per c' qualcosa di interessante."
"Sentiamo."
"Questi hanno fatto i fenomeni per eludere l'allarme e penetrare, eppure all'esterno si sono mossi come dilettanti. Qui sopra  pieno di telecamere ovunque. Capirai: chiese, musei, ville di ricconi. E qualcuno ha visto un furgone bianco che verso le sei del mattino sfrecciava sulle mura scendendo verso Bergamo bassa."
"E scommetto che salter fuori che  rubato..."
" rubato. Ieri sera hanno fregato un Ducato bianco a un'impresa edile di Alzano Lombardo, a una decina di chilometri da qui: ho gi in mano la copia della denuncia del proprietario."
Aveva ragione, puzzava: solo dei dilettanti avrebbero utilizzato un furgone appena rubato in un'area zeppa di telecamere di sorveglianza.
"Mi confermi che hanno preso solo le tele indicate nel fonogramma?"
"Esattamente: in tutto sono sette dipinti, di cui tre appartenenti a quell'ordine di Milano. E ti confermo che questi ultimi quadri erano esposti da poco pi di una settimana. Devono essere andati a colpo sicuro."
"OK, ti lasciamo lavorare, non ho dubbi che gli metterete il sale sulla coda in tempo per la cena", lo rassicur, scherzando, Ardig.
Si fece ripassare Invernizzi, che aggiunse: "I quadri erano stati portati qui da Milano da poco pi di tre settimane e nel frattempo li avevano stoccati in magazzino".
Forse i rapinatori avevano atteso proprio che i dipinti fossero spostati in un luogo pi vulnerabile per impossessarsene. Avvert un tossicchiare di Invernizzi dall'altra parte dell'apparecchio.
"C' altro?"
"Bruno, fai controllare da qualcuno, ma dai primi riscontri sembra che il principale sponsor della mostra fosse una finanziaria con una sede in uno dei soliti paradisi fiscali. Ecco il nominativo..."
Contatt subito il commissariato e Pasini esegu la ricerca in tempo reale. Tutto confermato.
Terminata la chiamata Ardig si rivolse a Farris: "La mostra era sovvenzionata da una societ con sede a Saint Barts, un'isola delle Antille Francesi, di fatto un micro-Stato tipo San Marino...".
"Dove ha la villa Bolgheri!"
"Proprio cos, ergo il generoso mecenate di questa mostra sarebbe proprio il nostro ex banchiere, nonch consorte della misteriosa rossa."
"Che si fa ora?"
"Ho una mezza idea che mi sta stuzzicando... torniamo da padre Shekfer. Vediamo se ha tempo per riceverci."
Mezz'ora dopo il severo teologo li fissava con i suoi occhi penetranti.
"Non pensavo di rivedervi cos presto", li accolse con poca cordialit.
"Neppure noi, ma sono emerse delle novit su cui volevamo consultarla."
Il religioso non rispose, aspettando in silenzio.
"Padre, siamo stati a far visita all'Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro..."
"Lo so. O meglio, sapevo che ci sareste andati, presto o tardi."
"Avrebbe potuto fornirci lei stesso questa indicazione facendoci risparmiare del tempo prezioso per le nostre indagini", lo redargu Ardig.
"Certo, avrei potuto farlo."
"E posso domandarle perch non l'ha fatto?"
Feodar Shekfer si alz in piedi, dando loro le spalle e rivolgendo lo sguardo ai sottostanti giardini di San Simpliciano.
"Vede, commissario, da secoli la Chiesa  abituata a curare i propri mali, da quelli pi gravi ed evidenti, come lo scandalo dei preti pedofili che sta dilagando nelle nostre comunit britanniche, a quelli, come dire, pi sotterranei e meno esposti."
La stava prendendo maledettamente alla larga.
"Del resto noi uomini siamo abituati, per pudore, per rispetto altrui, a celare le nostre piccole sofferenze, anche nelle loro forme esteriori. Le bende, le garze, non servono proprio a non mostrare piaghe o pustole che farebbero inorridire l'altrui vista?"
"E la vostra pustola quale sarebbe? Una setta di catari sfuggita e sopravvissuta all'inflessibile braccio violento della Santa Inquisizione?"
Il teologo continu a vagare con lo sguardo sul panorama della basilica e dei giardinetti adiacenti.
"Alla fine sembra che voi ne sappiate molto pi di me."
"No, padre. E siamo qui per questo."
Un impercettibile sospiro, quasi un sibilo, poi il religioso torn a guardarli. "Da alcuni anni - scand in tono sofferto - ci giungono inquietanti notizie circa un nostro ex sacerdote. Un fratello che ha deciso di svestire l'abito dopo quasi trent'anni di onesto servizio nelle diocesi a cui era stato preposto, al termine di un periodo di profonda crisi interiore. Una crisi di vocazione."
Ardig sobbalz pensando all'uomo in nero descritto da Lovati.
"La prego, continui."
"Alcuni anni addietro fui incaricato di... esaminare la sua posizione. Ebbi un colloquio con lui, poche settimane prima che abbandonasse il sacerdozio."
"E cosa ricav dal colloquio?"
"Sono vincolato al segreto assoluto da un giuramento che non potr mai sciogliere se non per espressa richiesta delle massime gerarchie ecclesiastiche. Il motivo lo potrete facilmente arguire. Non posso aggiungere altro, se non il nome del nostro fratello: Giuseppe Somaschi."
Almeno il nome lo avevano, potevano ritenersi soddisfatti.
"E dove lo possiamo cercare, questo don Somaschi?"
"Non  pi un sacerdote, ricordatelo - li ammon severo padre Shekfer - e comunque da quel che ho saputo oggi si mantiene con un incarico di bibliotecario o qualcosa di simile."
"In quale biblioteca?"
"In una residenza privata."
"Dove?"
Il teologo abbass lo sguardo, indirizzandolo sui fogli che ricoprivano la sua scrivania.
Poi improvvisamente lo alz inchiodando le pupille di Ardig.
"A Concorezzo. Buona fortuna, commissario."
Un'ora dopo, nell'ufficio di piazza San Sepolcro, Ardig diramava gli incarichi per i suoi uomini.
Quelli con la faccia da bravo ragazzo che avrebbero destato meno sospetto, ovvero Pinton, Scalise, Zanella e Sinato, vennero spediti immediatamente a Concorezzo. Dovevano passare al setaccio bar, edicole, negozi, per raccogliere informazioni e pettegolezzi su don Somaschi e sulla misteriosa magione dove prestava servizio.
Farris venne invece inviato al Comando Provinciale dei Carabinieri di Monza: impossibile che i cugini dell'Arma, cos fortemente radicati sul territorio, non sapessero nulla di questo ex prete e della sua attuale occupazione.
A Pasini e Sanna venne affidato il compito di cercare notizie via Internet.
Non trattandosi di un giovane che espone la propria vita nella vetrina dei social network, e neppure di un personaggio pubblico, la ricerca si presentava pi complessa. Alla fine i due riuscirono comunque nell'impresa: alcuni vecchi articoli del "Giorno", del "Cittadino" e della "Voce Lombarda". Le foto erano piccole e in bianco e nero, il soggetto ritratto sempre lo stesso, ovvero il sacerdote mentre presenziava a un'inaugurazione insieme al sindaco. Una foto di inizio anni Novanta.
Il prete, allora sui cinquant'anni, aveva un'aria imponente, con le spalle larghe e la mascella quadrata. Dava l'impressione di essere il tipo di prete pronto a prendere a schiaffi uno spacciatore che si avvicinava ai ragazzi del suo oratorio, quello che non esita a rimboccarsi le maniche per fare lavori pesanti, insomma non uno di quei pretini buoni solo a pulire i candelabri e a dare l'ostia alle vecchiette la domenica.
Si rivolse a Sanna: "Ingrandisci queste foto pi che puoi e corri dal portinaio di Radice, quello in piazzale Susa. Vediamo se lo riconosce".
Poi si fece passare la rassegna stampa da Pasini. Quella che era un'impressione a prima vista trovava conferma tra le righe di quegli articoli ingrigiti dal tempo. Don Somaschi era della classe 1940, brianzolo, vent'anni trascorsi come missionario tra l'Amazzonia, il Nicaragua e il Salvador: posti dove, negli anni Settanta, infuriavano terribili guerre civili e il sangue dei servitori di Cristo era stato sparso senza alcun rispetto per l'abito talare.
Uno dei cronisti che aveva ricostruito la sua vita sacerdotale ricordava che era rientrato in Italia sul finire degli anni Ottanta, per dedicarsi alla cura delle anime di una parrocchia prima di Monza e poi di Concorezzo, dove aveva maturato la scelta di abbandonare l'incarico sacerdotale all'inizio del 2003.
Ancora Concorezzo.
Chiss cosa ne sapevano i frati del convento di Santa Maria Vergine di tutta questa storia...
Decise di andarci. Era sulle scale quando il cellulare vibr. Il centralino della Questura.
"Signor commissario, ho una telefonata per lei da Los Angeles, posso inoltrargliela?", si inform il telefonista.
"Da Los Angeles? E chi ?"
"Una donna. Mi deve scusare, purtroppo il nome non l'ho compreso per via di un disturbo nella linea..."
"Dai, passamela. Pronto?"
"Commissario? Buonasera."
"Chi parla?"
"Sono Rebecca Adorni, mi perdoni. Mia sorella mi ha avvertito che mi stavate cercando e cos vi ho contattato subito.  successo qualcosa?"
La telefonata lo aveva colto di sorpresa.
"Dottoressa, mi scusi, posso domandarle come mai si trova in America?"
"Certo che pu, non  mica un segreto - rise lei dall'altra parte della cornetta e del mondo - sono qui per una vacanza. Ne avevo bisogno. Vorrei staccare la spina per un po'. Non ero mai stata prima in America, cio in questa parte dell'..."
La interruppe brusco: "Da quanti giorni  partita?".
"Sono decollata venerd pomeriggio da Fiumicino. Volo Alitalia-Londra-Los Angeles delle 15,30. Controlli pure, se vuole."
"Non serve, era soltanto una curiosit. E dove andr di bello?"
"Ho noleggiato un'auto, andr a San Francisco, poi vorrei scendere in Messico, a Tijuana, quindi risalir in California. Un paio di settimane in tutto. Non ho fretta, mi sono presa un congedo parentale per lutto e non devo tornare agli Uffizi fino a luglio. Per, commissario, se avesse un'urgenza modifico i miei piani e..."
"Avrei bisogno di parlarle effettivamente, ma posso attendere. Mi lasci cortesemente il suo cellulare, prover a richiamarla tra una decina di giorni e vediamo di fissare un appuntamento per quando rientra in Italia."
"Perfetto. Segni: 333-3758..."
"Benissimo, buona vacanza allora."
"Buon lavoro a lei."
Memorizz il numero, quindi chiam in commissariato.
"Pasini? So che sei sommerso di lavoro, ma gi che ci sei fai una telefonata in pi e controlla se Rebecca Adorni era sul volo Alitalia da Roma per Los Angeles venerd alle 15,30.  urgente."
Tre ore dopo erano di nuovo riuniti nell'ufficio del commissario. Sanna era stato il primo a rientrare, con la conferma del portinaio, Piero Binaghi, sull'identit dell'unico amico che faceva saltuariamente visita a Radice: era proprio Giuseppe Somaschi.
Ardig non aveva avuto altrettanta fortuna.
I bravi frati di Santa Maria Vergine non avevano fornito alcuna indicazione utile su don Somaschi, che pure, come avevano confermato, frequentava la loro casa e la loro biblioteca abbastanza regolarmente.
Dai ragazzi inviati in paese arrivavano poche informazioni blande e contraddittorie: don Somaschi avrebbe avuto una crisi di vocazione, coincisa con un cambiamento caratteriale che lo aveva portato a essere sempre pi taciturno e refrattario ai rapporti personali. Non c'era stata nessuna donna dietro alla sua scelta.
Della misteriosa villa, ubicata nel cuore di una piccola area boschiva nei dintorni della Tangenziale Est, quasi al confine con l'adiacente comune di Agrate, avevano saputo poco o nulla, se non che per decenni quel rudere fatiscente, circondato da pini e abeti, era stato ribattezzato "la casa dei fantasmi", proprio per via della sua posizione isolata e del suo aspetto cadente.
Tutto questo fino a cinque o sei anni prima, quando un misterioso e facoltoso imprenditore aveva deciso di rimetterla a nuovo.
Due colpi secchi alla porta annunciarono l'arrivo di Farris, che esibiva un'espressione trionfante.
L'ispettore capo non si fece pregare.
"Pare che il nostro ex prete sia diventato il custode di una specie di casa-museo, tutta libri e quadri, finanziata da una fondazione legata ai soliti paradisi fiscali. Si tratta quasi di un eremo, circondato da un bosco. Vive l da solo, non esce quasi mai e non ha mai dato problemi."
Si ferm un istante. Gli occhi di tutti i presenti si concentrarono su di lui.
"Sembra che in questa villa intorno alle 18, la sera, si riuniscano spesso diverse persone. Tutti di una certa et, dai 50 in su, con auto eleganti e persino autisti. E secondo quelli dell'Arma uno dei pi assidui frequentatori sarebbe proprio Norberto Bolgheri."
Tombola!
"Cos'altro hai saputo?"
"Non molto di pi. Pare che in villa si tengano riunioni di carattere culturale. Di sicuro il restauro  costato parecchi milioni di euro, con le pareti ricostruite in mattoni a vista e un giardino curato. Ed  stata restaurata anche la cappella adiacente nel retro."
"Una cappella?"
"S, quel rudere nei secoli addietro era stata la dimora di un nobile e in genere in quelle magioni, nella sterminata corte di servitori, veniva arruolato anche un prete per officiare la messa la sera. La villa risalirebbe addirittura al 1200, poi  andata in malora per l'usura e il tempo. In pratica, se ho ben capito, erano rimasti in piedi solo quattro muri pericolanti e pi che di un restauro si  trattato di una vera e propria costruzione ex novo."
Tur fuori il blocco degli appunti.
"Ecco, la dimora apparteneva a un conte vissuto nel XIII secolo, tale Stefano Confalonieri da Agliate. Oggi, come vi ho spiegato, l'immobile e il terreno su cui sorge sono di una societ caraibica."
"Potremmo cercare di risalire all'intestatario", sugger Pinton.
"Ci vorrebbero delle rogatorie internazionali, ma dubito che servirebbero a molto. E poi i tempi sarebbero biblici", lo interruppe Ardig.
Decise in un istante: "Ci facciamo un giro subito, stasera. Giusto per iniziare a farcene un'idea. Andrea e Marco, venite con me".
Prese la Beretta dal cassetto, poi si avvi verso l'armadio metallico ma si trattenne. Non c'era alcun bisogno del giubbotto antiproiettile.
Mentre uscivano Pasini lo avvicin.
"Controllato quel volo, tutto confermato: Rebecca Adorni figura tra i passeggeri imbarcati."
"Grazie, ottimo lavoro."
Lasciarono l'auto ai confini del bosco.
Un cartello della Regione Lombardia ricordava ai visitatori che si trattava di un'area verde protetta. Per accedervi in auto c'era solo una strada sterrata, stretta, con sassi sporgenti e buche pericolose per i semiassi delle berline o delle utilitarie. L'alternativa era la pista ciclabile, in gesso, decisamente curata meglio. Osservarono il terriccio: tracce di pneumatici pesanti.
"Il luogo  frequentato", rilev Farris.
Si inoltrarono per una cinquantina di metri. Il sole stava calando: i rami e il fogliame intercettavano gli ultimi raggi di sole, impedendo alla luce di arrivare a terra. Ora erano quasi al buio.
Proseguirono con i sensi all'erta. Ancora una ventina di metri ed ecco una sorta di spiazzo.
Un muro di cinta in pietra grezza alto almeno due metri si present alla loro vista.
La strada terminava l. Era una via senza uscita che si interrompeva davanti a un pesante cancello metallico, sovrastato da inferriate.
Dietro la cinta doveva esserci un altro pezzo di bosco, con pini e abeti. Dell'abitazione si intravedeva solo il tetto, che sbucava dal folto degli alberi.
Osservando la struttura nel suo complesso Ardig ebbe un moto di stizza.
"Che cazzo ? La foresta di Sherwood?"
In giro non si vedeva anima viva.
Dalla villa nessuna luce n rumore.
Eppure le tracce di pneumatici sul terriccio erano chiare, e tutto sommato ancora fresche nel loro percorso che si concludeva al cancello.
Non avevano un mandato, non potevano suonare e presentarsi nel pieno rispetto delle loro funzioni.
"Ve la sentite di entrare?", domand il commissario.
I due ispettori annuirono. Con circospezione aggirarono l'enorme perimetro murario della villa.
Alla fine, sul lato posteriore, individuarono il punto pi agevole per la scalata alla cinta muraria.
Un vecchio masso, acquattato l da chiss quanti secoli, distante mezzo metro dal muro di cinta, sembrava aspettarli, offrendosi come trampolino.
Dopo aver valutato come muoversi, Ardig prese una breve rincorsa, balz sulla pietra, alta circa una settantina di centimetri, e spingendo sui polpacci salt nuovamente, riuscendo ad aggrapparsi con le mani alla superficie del muro.
Per un secondo sent le forze cedere e la presa che mollava, poi riusc a puntellare i piedi contro la parete e darsi una sorta di slancio: pettorali, dorsali e spalle, allenati da anni di palestra, arti marziali e flessioni, fecero la loro parte. Sia pure a fatica, il commissario riusc a issarsi sulla sommit del muro, mettendosi a cavalcioni.
All'interno del giardino nessun rumore n luce.
Si volt verso i suoi ispettori.
Pinton fu abbastanza agile e imit la sua scalata, issandosi agevolmente sul muro.
Farris scosse la testa: pesava un quintale e non avrebbe mai potuto svolazzare come i colleghi, librandosi in aria per quasi un metro di balzo.
Si port sotto il muro e lo squadr con aria professionale.
"Avete una cintura di cuoio?", chiese con la testa rivolta verso l'alto.
Ardig annu, sfilandosela e allungandola in direzione del corpulento ispettore capo, che senza battere ciglio ne afferr la fibbia metallica, si appoggi dondolandosi e facendo planare le piante dei piedi contro il muro.
A quel punto aiutandosi con la forza delle braccia e delle gambe risal il muro camminando letteralmente in verticale, per lo stupore del capo della Omicidi che reggeva l'altra estremit chiedendosi in base a quale legge della fisica Farris non lo avesse trascinato sotto con tutto il suo peso.
Una volta in cima al muro il carrarese sorrise.
"Siete proprio cresciuti in accademia, voi... Alla Folgore questi trucchetti te li insegnano quando sei ancora una spina."
Scesero dal muro ritrovandosi nell'erba. Avanzarono cautamente per qualche metro.
Non doveva esserci alcun cane da guardia, altrimenti si sarebbe gi fatto vivo. Meglio cos, rifletteva il commissario. Ormai era buio: si decisero ad accendere le piccole torce elettriche che, opportunamente, avevano portato con loro.
Qualche passo e il muro in mattoni della villa comparve alla loro vista.
Le finestre erano chiuse con le imposte di legno.
Si resero conto di essere nella parte posteriore della costruzione.
Considerata l'ampiezza del perimetro Ardig scelse di dividere la squadra per una perlustrazione pi rapida.
Fece segno a Farris di spostarsi verso sinistra e a Pinton di seguirlo.
Ripresero a camminare nell'erba, al riparo degli alberi. Qualche metro e il muro svolt, sul lato est della costruzione.
Intravidero una sporgenza e illuminarono meglio con le torce.
Era il retro della cappella.
Avvicinandosi sentirono una sorta di nenia. Una canzoncina, simile a un salmo, filtrava dai mattoni insieme a una luce fioca. Puntarono le torce: era un abbaino! Si chinarono per osservare meglio e una scena incredibile si apr sotto di loro.
Stavano assistendo a un rito religioso.
Un uomo vestito con una tunica nera, al centro della quale era cucita una Tau blu, stava officiando la cerimonia leggendo da un libro in una lingua incomprensibile.
Era don Somaschi, lo riconobbero immediatamente.
Lo ascoltava un piccolo gruppo di persone: anche loro indossavano mantelli con il cappuccio, tutti rigorosamente neri, con una Tau blu, questa volta molto pi piccola, cucita all'altezza del cuore.
Alcuni bracieri illuminavano la cappella.
Dietro al "prete nero", su una specie di cavalletto, quasi fosse un altare, c'era un dipinto lungo e alto, un'Ultima Cena.
Un rumore secco, come di calpestio pesante sul terreno, echeggi facendoli sobbalzare. Si girarono e nel buio videro solo una fiammata.
Quindi l'inferno, quello vero, scoppi intorno a loro.
Quello che accadde nei due o tre secondi successivi Ardig lo visse come un film al rallentatore, spettatore non pagante di una scena che invece lo vedeva coinvolto da protagonista.
Esplosero dei colpi, una spinta proiett il giovane capo della Omicidi qualche metro pi in l, facendogli perdere l'equilibrio.
Non ebbe il tempo di toccare terra e ancora l'inferno. Fulmini e tuoni, tuoni e fulmini, nonostante il cielo sereno e stellato.
Colpi da dietro, da destra e soprattutto da davanti.
Forse erano passati solo pochi secondi da quando intorno a lui era scoppiato il Vietnam. Ancora non capiva. Qualcuno lo aveva spintonato e ora si trovava a terra. Per aveva tenuto salda la presa sulla pistola, e ora stava facendo fuoco alla cieca.
Ud delle grida in mezzo al diluvio di proiettili sibilanti. Spar ancora tre colpi in sequenza, senza nemmeno prendere la mira.
Poi lo vide, nitido, illuminato dal faretto dell'ingresso principale: questa volta prese la mira. Spar. Un solo colpo, un urlo, il tonfo del corpo che piombava sul terreno.
Quindi il silenzio, irreale.
Fece per rialzarsi, ma un dolore all'altezza del bacino, sul fianco sinistro, lo blocc. Tast con la mano poco pi in l dell'ombelico: la camicia era zuppa di sangue. Freneticamente la sfil dai pantaloni con uno strappo brusco: da una ferita sgorgava un rivolo rosso. La pallottola lo aveva attraversato aprendogli un buco, portandogli via carne e tessuti, prima di proseguire la sua corsa impazzita.
Soltanto in quell'istante realizz di essere l'unico a essersi rialzato. Era un massacro. Due corpi giacevano distesi di fronte a lui.
Dal buio spunt la voluminosa figura di Farris. Senza tanti riguardi l'ispettore carrarese infier con un violento calcio all'altezza del busto di uno dei corpi esanimi a terra.
"Brutto nano di merda!", url, sfogandosi.
Si teneva il braccio sinistro, da cui sgorgava a fiotti del liquido scuro.
A destra Pinton, apparentemente messo meglio, si era piazzato con la schiena addosso al muro e le gambe distese per terra. Si teneva una mano all'altezza della spalla sinistra, con un'espressione serena.
Istintivamente Ardig si avvicin a Farris.
L'ispettore carrarese aveva gi tolto la cintura dei pantaloni imbragandosi il bicipite. Con un cenno il vice gli fece segno che era OK: si occupasse prima degli altri.
Guard l'uomo al quale aveva sparato: era stramazzato esanime, vicino al suo corpo c'era una mitraglietta ancora fumante. Da lui non sarebbe pi arrivato alcun pericolo. E nemmeno dall'altro, quello preso a calci da Farris.
Dalla villa, stranamente, non era ancora uscito nessuno. Forse erano fuggiti dal retro.
Senza esitare il commissario entr nell'atrio, imboccando il corridoio verso destra. Il cane della Beretta gli spianava la strada. Sbuc in un austero salone, con tappeti, tavolo di legno massiccio e una libreria. Sul lato opposto una porta chiusa. Si avvicin cautamente.
Alcuni passi pesanti lo fecero sobbalzare, ma era Farris che stava sopraggiungendo.
Prov ad accostarsi alla porta. Dietro il legno echeggiavano rumori confusi. Erano urla concitate, e qualcuno stava correndo.
Fece per aprire, ma la serratura era bloccata.
Ormai in trance, incapace di controllare le sue reazioni, vuot il caricatore sulla serratura, facendola saltare.
Ricaric e scarrell. Entrarono con circospezione.
La corrente d'aria tiepida li invest: di fronte a loro una porta spalancata dava sul buio del giardino, sulla destra una scala scendeva verso il basso.
Udirono ancora delle urla soffocate.
Si fiondarono di sotto.
Un'altra porta, anch'essa spalancata, immetteva nella cappella. Da l si entrava in un altro mondo, lontanissimo da quello reale.
Per terra, sul pavimento di marmo, c'era un uomo supino. Un "consolato". Ma non perfettamente.
Un libro aperto era adagiato sul suo viso, le membra sbilenche erano ancora preda degli spasmi convulsivi.
L'altro uomo, il prete nero, tremava come scosso da scariche elettriche.
Il libro era scivolato vicino al collo, gli occhi erano ancora vigili, dalla bocca sgorgava un rivolo bianco e schiumoso.
La boccetta di vetro era ruzzolata vicino al leggio.
Si inginocchi verso di lui: era agonizzante, cianotico, il respiro mozzato.
Ogni tentativo di rianimarlo sarebbe stato inutile.
"Niente, sta andando", constat senza toccarlo.
"Gli altri devono essere scappati dal retro, sono rimasti solo questi due", constat Farris.
"Ma potrebbero essercene altri nella villa. Non possiamo rischiare, togliamoci da qui", ordin Ardig.
Risalirono rapidamente, guadagnando l'uscita; Pinton era sempre l ad attenderli, appoggiato contro il muro. In quello spiazzo illuminato erano bersagli troppo facili, soprattutto per chi poteva avere il vantaggio di trovarsi all'interno, riparato dietro le finestre.
"Dobbiamo toglierci di qui", gli grid, facendogli cenno di muoversi.
Il ragazzo gli sorrise, sempre con la mano sinistra appoggiata tra il collo e la clavicola, ma rimase immobile. Si avvicin.
"Dobbiamo levare le tende. Dai... Mi hai dato tu quella spinta, vero? Cazzo, Marco, continui a salvarmi la pellaccia, sei proprio il mio angelo cust..."
La parola gli si strozz il gola.
Sotto la mano di Pinton colava del liquido scuro.
And a chinarsi di fronte a lui.
Gli occhi chiari dell'ispettore si stavano velando.
"Fa' vedere... No, Marco, no. Cazzo, no!"
Prese dalla tasca un fazzoletto e lo premette sulla ferita. Scoppi a piangere, come un bambino appena caduto dalla bicicletta.
Farris, intuendo quando stava accadendo, frug in tasca e recuper il cellulare per avvertire il 118.
Telefonata inutile: i soccorsi stavano gi arrivando.
In lontananza i rumori delle sirene ruppero il silenzio.
"Arrivano i nostri", comment l'ispettore carrarese prima di spostarsi lungo il sentiero, verso il cancello.
Dopo un tempo che sembr lunghissimo due braccia vestite di arancione fosforescente sollevarono Ardig per le ascelle per spostarlo, anzi per rimuoverlo.
Cerc di opporsi: il suo cervello torn con prepotenza a funzionare e riprese il sopravvento.
Gli infermieri e un medico cercarono di fare spazio per poter svolgere il loro lavoro.
Forse c'era ancora una speranza.
Tempo un minuto e Pinton era gi imbragato sulla lettiga.
Lo guard mentre lo caricavano, prima di asciugarsi le lacrime e vedere l'ambulanza partire sgommando, a sirene spiegate.
...
.
...
22. Monza, marted 17 maggio 2011.
...
.
...
"Toglietemi questo coso - ordin Ardig palpando la flebo - e ridatemi i miei vestiti."
Controvoglia si era fatto convincere dal medico del 118 che stava soccorrendo Farris a seguirlo in ospedale per una medicazione, che si era rivelata nei fatti un vero e proprio intervento chirurgico in anestesia locale: nove punti di sutura sul fianco sinistro. Seppur stordito dall'analgesico, dall'antibiotico, dall'antitetanica e da tutte le altre diavolerie che gli avevano somministrato via flebo, il commissario era sempre stato nervosamente lucido. Ora fremeva dall'ansia di tornare il prima possibile alla villa, la maledetta "casa dei fantasmi". La preoccupazione lo stava attanagliando, perch Pinton era sotto i ferri gi da un pezzo e nell'area sterile in cui lo avevano internato non c'era nessuno che potesse ragguagliarlo.
"Veramente pensavamo di trattenerla per questa notte", ribatt il medico.
"Dottore, mi tolga questa roba o faccio da solo", rispose a muso duro.
Il medico intu lo stato d'animo del collerico paziente.
"Come preferisce. Per dovr firmare una liberatoria per la dimissione."
"Va bene, la ringrazio. Come stanno i miei uomini?"
"Il ragazzo resiste.  grave ma stazionario ma, mi creda,  una notizia positiva. Quello ferito al braccio torner come nuovo tra qualche settimana."
Mezz'ora dopo attraversava l'atrio dell'ospedale, indossando sotto la giacca nera una maglietta bianca rimediata da un portantino, con le gambe deboli e un gran bisogno di sdraiarsi.
In corridoio incapp in Santoni. Il vice, che lo conosceva fin troppo bene, chiese: "Andiamo alla villa?".
"Di volata. Poi torniamo qui da Pinton."
Riaccese il telefonino e uno tsunami di sms tempest il suo display.
Colleghi e giornalisti lo avevano cercato in quel lasso di tempo indefinibile. Tra i tanti numeri c'erano quello di Malerba e un prefisso che ben ricordava: Sondrio, i suoi genitori. Si era completamente scordato di loro.
Scesero nel parcheggio e salirono sulla 159 di servizio.
"Forza, parti."
Santoni lo guardava ed esitava a girare la chiavetta di accensione.
"Andiamo, che aspetti?"
L'ispettore continu a fissarlo.
"Bruno, hai l'aria di uno che non sta in piedi..."
L'osservazione lo irrit, perch aveva ragione.
"Muoviti, non farmi incazzare anche tu."
Il vice mise in moto e sgomm rabbiosamente.
"Intanto cosa avete scoperto?  stato quel Nocera a spararci?"
"Proprio lui. Non aveva documenti, ma la faccia  quella. E poi quel tatuaggio sul collo..."
"E l'altro?"
"Pure lui senza documenti. Di sicuro  Barlacu, un maledetto nano con due mani cos!"
"Cazzo, erano l a fare i cani da guardia alla villa e gli siamo finiti in bocca. E scommetto che nella cappella..."
"Bruno, andiamo con ordine - sugger Santoni - partiamo dalla sparatoria. La Scientifica  ancora al lavoro, tuttavia la dinamica  chiara. Nocera vi ha sparato con un fucile mitragliatore 70/90. Ho esaminato alcuni bossoli raccolti sul terreno: sparava con le munizioni SS 109."
"Una mitraglietta da guerra! Dove cazzo se l'era procurata?"
"Ormai non potr pi risponderci. Con quell'arnese poteva impallinarvi tutti.  un miracolo che non vi abbia uccisi", comment Santoni. " chiaro che i colpi nella vostra direzione sono stati esplosi dall'arma di Nocera e da un'automatica in dotazione alle forze di Polizia rumene. Quel Barlacu se la sar portata dietro dal paesello. Capo, ti sei giocato un'altra vita."
"E loro come sono stati uccisi?"
"Nocera - prosegu il vice -  stato fregato da un colpo solo, che l'ha centrato all'altezza dell'ascella destra e lo ha trapassato da parte a parte tranciando un'arteria: ha buttato sangue come una fontana."
"Il colpo sotto l'ascella era il mio", constat il capo della Omicidi.
"In ogni caso  morto sul colpo. Barlacu si  preso tre pallottole all'altezza del petto, una gli ha fatto una specie di tracheotomia..."
"Deve essere stato Farris a beccarlo."
"E sul conflitto a fuoco  tutto."
"E nella cappella?"
"Due morti, entrambi avvelenati. Il solito rito del Consolamentum, ma con meno perfezione. I corpi erano disarticolati e nessuno li ha ricomposti. Le solite Tau blu al collo, il solito Vangelo di San Giovanni vicino alla testa..."
"Bolgheri e Somaschi?", chiese a colpo sicuro il capo della Omicidi.
"Proprio loro. La dinamica sembra chiara: Bolgheri si  avvelenato per primo e l'ex prete lo ha ricomposto come ha potuto, poi probabilmente vi ha sentito arrivare e ha trangugiato il veleno... si  autoconsolato."
"Gi - concord Ardig - quando siamo entrati stava ancora agonizzando, in preda alle convulsioni. Altro?"
"Beh... c'era il quadro dietro di loro. Un'Ultima Cena come quella di Leonardo, solo pi piccola. Abbiamo gi controllato inviando una foto scannerizzata a quelli dell'Ordine del Santo Sepolcro:  lo stesso quadro che hanno trafugato al museo di Bergamo."
Dieci minuti dopo posteggiarono la macchina all'esterno della villa. L'area era gi stata transennata.
Un folto gruppo di curiosi si affollava di fronte all'ingresso del complesso, presidiato da due volanti dei Carabinieri con i lampeggianti accesi.
Appena sceso dall'auto Ardig fu investito dalle urla di richiamo dei giornalisti.
Le luci dei riflettori delle telecamere e i flash puntati su di lui lo abbagliarono, impedendogli di distinguere le figure. Riusc comunque a udire la voce di Malerba che gli gridava: "Come stai?".
Infilandosi nel vialetto prese il cellulare e digit un sms all'amico cronista: "Io bene, Pinton grave".
All'interno della dimora restaurata trovarono uno stuolo di poliziotti della Mobile, con il capo, Marcello Siracusa, carabinieri del Comando Provinciale di Monza e agenti della Scientifica.
C'erano pure due magistrati: il primo era un sostituto procuratore di Monza, tale Gian qualcosa, Gianpaolo o Giampiero, il nome gli era sfuggito, accompagnato da un cognome brianzolo doc, Brembilla. L'altro, o meglio l'altra, era la Pollini, scollatura d'ordinanza e scarpe con tacco medio e alluce al vento: pareva furibonda per il fatto di esser stata tagliata fuori dall'operazione dei tre poliziotti.
Le impronte digitali rilevate dai due cadaveri rinvenuti nel giardino esterno corrispondevano a quelle dei pregiudicati Oscar Nocera e Radan Barlacu. Il riconoscimento di Giuseppe Somaschi e Norberto Bolgheri era stato effettuato attraverso i documenti d'identit che entrambi tenevano regolarmente in tasca, nel portafoglio.
Sul fatto che la boccetta di vetro recuperata vicino al cadavere di Somaschi contenesse tetrodotossina attendevano solo la conferma definitiva dei laboratori della Scientifica, ma i dubbi erano scarsi.
Nella cappella, oltre all'Ultima Cena del Salimbeni, erano stati rinvenuti due libri, entrambi senza titolo. Il primo era una sorta di vecchio diario, scritto a mano, con una calligrafia difficile da interpretare, zeppo di appunti, riferimenti, correzioni.
Ardig intu subito che si trattava del diario di Beltrami trafugato nel vicinissimo monastero di Santa Maria Vergine. L'altro volume, un tomo decisamente pi imponente, era invece stampato in caratteri vagamente gotici e mescolava un inverosimile italiano spagnoleggiante e arcaico a frequenti passaggi in latino.
Sulla ruvida copertina di pelle screpolata non c'era intestazione, ma all'interno, in una sorta di preambolo vergato in un italiano simile a quello manzoniano dei Promessi sposi, si faceva riferimento a un frate francescano, frate Amedeo.
Ardig ricord le parole del cavalier Lovati e si rese conto di avere tra le mani una copia dell'Apocalypsis Nova, l'opera al limite dell'eresia partorita dalla mano infervorata del futuro beato Amedeo da Silva.
Al primo piano dell'appartamento erano stati rinvenuti gli altri quadri trafugati dalla pinacoteca di Palazzo della Ragione. In una rimessa riadattata a garage, infine, avevano trovato la Bmw di Nocera, ovviamente priva di un satellitare gps per impedirne la localizzazione, e un'Audi A6 scura, intestata alla solita societ di Saint Barts.
Le chiavi per sbloccare l'antifurto della berlina tedesca erano in una tasca di Bolgheri.
Nel cruscotto avevano rinvenuto diverse sim card con numeri progressivi consecutivi, ancora inutilizzate.
Nei telefonini di Bolgheri, Somaschi, Nocera e Barlacu erano inserite sim identiche: numeri con la stessa progressione.
"Cos erano sicuri di poter parlare tra di loro senza mai essere intercettati e forse avevano fornito le stesse sim anche ai due vecchi, Adorni e Radice. Chi li ha consolati ha poi provveduto a farle sparire", argoment il commissario.
Ardig aveva una certezza: era stato don Somaschi ad aiutare Adorni e Radice a scrivere la pagina finale della loro esistenza, utilizzando guanti neri di pelle per maneggiare i corpi, i bicchieri con il veleno e i Vangeli. Lo stesso aveva fatto poi con Bolgheri.
Fissarono una riunione per le dieci dell'indomani nell'ufficio della Pollini. Era il momento d'interrogare seriamente la moglie di Bolgheri, Monica Lampugnani.
Era quasi mezzanotte; prima di andarsene, per, il sostituto procuratore Brembilla non riusc a trattenersi.
"Posso almeno sapere cosa ci facevate in una residenza privata, armati e senza un mandato?"
Ardig lev la testa con uno sguardo carico di sfida. " stata una mia iniziativa. Me ne assumo pienamente la responsabilit."
Brembilla abbozz, quasi spaventato: "Per carit, lungi dal volerla criticare, mi chiedevo soltanto perch...".
"Perch avevamo una serie di indizi tutti convergenti - tagli corto Ardig - verso i coniugi Bolgheri. Sapevamo che la moglie era l'amante di quel gallerista ucciso, De Rosa. Bolgheri stesso in qualche modo poteva essere collegato alle figure di Adorni e Radice per via di alcune telefonate effettuate da una misteriosa utenza intestata a una societ di Saint Barts, la stessa societ che aveva sovvenzionato la mostra a Bergamo nel museo poi rapinato. E poi c'era questo padre Somaschi, che aveva studiato in seminario proprio come Radice. E questa villa misteriosa. Tutti gli elementi ci portavano qui, ma non avevamo alcun elemento per collegarli a Nocera e a Barlacu."
"Quindi - domand il pm monzese - lei aveva gi maturato dei sospetti circa il fatto che Bolgheri potesse essere coinvolto nel furto avvenuto a Bergamo?"
"Sinceramente no. Anche perch solo ora abbiamo avuto la conferma che la societ che sovvenzionava la mostra di Bergamo era la stessa cui era intestato il cellulare da dove erano partite diverse chiamate sia a Radice che ad Adorni; quest'ultimo, non dimentichiamolo era il consuocero di Bolgheri. Siamo venuti qui per capirne di pi su questo ex sacerdote. E invece..."
"Una bella sfortuna - lo sostenne Siracusa - dovevate soltanto prendere informazioni su persone al momento non indagate e invece vi siete imbattuti in due criminali ricercati.  chiaro che non potevate prevederlo."
Il pm annu, poco convinto.
La Pollini tacque, come aveva fatto per tutta la sera.
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Milano, mercoled 18 maggio 2011.
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Gli bast qualche ora di sonno per rimettersi in sesto. Si era curato con l'adrenalina, niente antidolorifici: non voleva intorpidirsi. La ferita bruciava e tirava, ma era un fastidio sopportabile.
Dall'ospedale di Monza nessuna notizia: Larini, rimasto a vegliare Pinton, confermava che il giovane ispettore era stazionario, per aveva passato la notte. Buona notizia.
S'impose di non pensare al suo vice: anche questa volta gli aveva salvato la vita, e si era pure beccato una pallottola destinata a lui.
Aveva ragione Santoni: si era giocato la sua terza vita. Chiss se davvero gliene restavano altre quattro da spendere...
Alle 10 erano tutti riuniti al Palazzo di Giustizia. Pochi minuti e il teste, scortato dal suo avvocato Michele Panitta, buss alla porta del pm Pollini.
Per la prima volta Ardig e Santoni vedevano dal vivo la fantomatica rossa inseguita per settimane. Si present in un abito nero di classe, ma quando sfil gli occhialoni mostr un volto pallido e occhiaie vistose.
Soffriva per l'improvvisa dipartita del marito? Era tormentata dall'idea dello scandalo mediatico che si stava abbattendo sulla sua famiglia? O temeva di essere coinvolta nell'inchiesta giudiziaria, resa pesantissima dal ferimento di un poliziotto? Favoreggiamento e associazione a delinquere potevano comportare una condanna superiore ai 10 anni...
Era un rischio che la facoltosa e affascinante cinquantenne voleva scongiurare a tutti i costi. E infatti era stata lei a chiedere quell'incontro con i magistrati e gli investigatori.
Il suo gioco era scoperto: scaricare sul defunto marito e i suoi altrettanto defunti complici ogni responsabilit penale per la catena di morti che si era innescata dopo il suicidio di Adorni e Radice. Come concordato, i pm Brembilla e Pollini condussero le danze, con Patruno silente. La Lampugnani rese una confessione preconfezionata apparentemente senza punti oscuri o contraddittori. Parl per quasi mezz'ora, e il suo discorsetto filava. Dopo l'arresto per bancarotta fraudolenta e la caduta in disgrazia, suo marito si era avvicinato alla meditazione, facendosi influenzare dalle idee del professor Adorni, il consuocero. Cos era entrato a far parte di un gruppo spirituale "di cui ignoro gli scopi o le modalit". Lui la teneva in disparte: la donna non sapeva nulla delle attivit di questa comunit sotterranea.
"Dubito - dichiar con un tono fastidiosamente pedante - che quanto vi sto raccontando abbia un'attinenza con la vostra indagine, ma ho preferito farlo per evitare che mi possiate accusare di aver omesso qualche dettaglio che vi potrebbe essere utile."
La versione poco convincente della donna era che fra dicembre e gennaio il professor Adorni casualmente, durante una ricerca in qualche biblioteca sperduta in un monastero "di cui ignoro il nome", aveva fatto una scoperta sensazionale su un dipinto attribuibile a Leonardo da Vinci.
Nella ricerca, per una qualche ragione "che ignoro", era stato coinvolto anche Michael Nierlich, talentuoso pittore ma anche studioso dell'arte e grande appassionato di Leonardo, nonch legatissimo all'Adorni anche se... "ignoro come si fossero conosciuti".
Adorni le aveva presentato Nierlich un anno e mezzo prima, nel corso di una conferenza su Leonardo, e l'americano, dopo aver appreso della sua passione per la pittura, le aveva suggerito di fare visita alla pinacoteca gestita dal suo migliore amico, Raffaele De Rosa. Da l era nata la relazione.
Su questa parte della storia la signora... non ignorava. Fu schietta: attrazione fisica reciproca, solo sesso. Poi lei era venuta a conoscenza delle difficolt finanziarie del De Rosa, ma "ignoro per quale ragione fosse pieno di debiti". Lo aveva aiutato acquistando alcuni dipinti esposti nella sua galleria, coinvolgendo anche il marito che aveva avuto occasione di conoscerlo proprio durante uno di questi acquisti.
Gi, la relazione tra lei e De Rosa. Il marito non "ignorava", probabilmente aveva intuito che il De Rosa potesse essere il suo amante, ma la cosa lo lasciava indifferente; del resto lui stesso in passato, prima della "folgorazione mistica", aveva avuto frequenti relazioni extraconiugali.
Era stato De Rosa, in un momento di euforia, a confessarle di essere stato messo a conoscenza da Nierlich della sconvolgente scoperta fatta dal professor Adorni, che a sua volta lo aveva coinvolto nella ricerca.
Ora soltanto capiva che non era stata una spacconeria di De Rosa. Immaginava che il giovane, con l'aiuto di qualche complice ("Ignoro chi fossero"), volesse vendere all'estero il dipinto di Leonardo. Un bel capitale (ma... "anche questo lo ignoravo e l'ho capito solo ora") con cui appianare i debiti e dedicarsi alla bella vita insieme al suo amico pittore Nierlich. Concluse autoassolvendosi: l'unica sua colpa era non aver denunciato alle autorit il suo giovane amante, sulla base di quella confidenza svelata sotto le lenzuola.
"Francamente mi sembrava la sparata di un ragazzino. Se lo avessi denunciato mi avreste riso in faccia. No?", concluse sferzante la neovedova.
Ardig decise che era arrivato il momento di prendersi la scena.
"Certo, signora Lampugnani, se avesse denunciato il suo giovane amante perch supponeva che pianificasse con ignoti complici il furto di un'opera rinascimentale sotto cui si sarebbe celato un dipinto autentico di Leonardo forse, come lei sostiene, le avremmo riso in faccia, ma si sarebbero evitate tante morti. Incluse quelle di suo marito e del suo amante, anche se non mi pare che in entrambi i casi lei abbia sofferto particolarmente..."
"Commissario- intervenne l'avvocato Panitta - non le permetto di insolentire la mia cliente con questo tono sprezzante..."
"Le ricordo - alz la voce il commissario - che un ispettore sta lottando tra la vita e la morte. Per cui stia zitto lei e mi lasci proseguire."
Si volt verso la Lampugnani.
"Come le stavo dicendo, avrebbe almeno potuto denunciare il suo amante una volta appreso della misteriosa morte del suo consuocero Adorni. No?"
"Non avevo collegato il suo suicidio con quella confidenza di De Rosa", par il colpo la donna.
"E dopo il ritrovamento del cadavere di De Rosa? Il collegamento non lo ha fatto?", la incalz.
"De Rosa era pieno di debiti, con gente pericolosa. Anche i giornali parlavano di un regolamento di conti. Inoltre, e lei dovrebbe saperlo, faceva anche uso di cocaina. Cosa avrei dovuto fare? Andare da un giudice a dire che io, una donna sposata con dei figli, ero l'amante di un giovane cocainomane pieno di debiti? E per cosa? Per poi essere sputtanata in tutta Milano?", ribatt lei altezzosa.
"E quando ha saputo della morte altrettanto misteriosa di Radice?", prosegu Ardig.
Tanto per cambiare la rossa ricorse al caro verbo "ignorare".
"Ignoravo che fosse un amico di Adorni. Come potevo saperlo? Con il mio consuocero avevo rapporti sporadici e non c'era alcuna confidenza. Era un uomo solitario e di poche parole."
"Certo, certo... e quando ha saputo dell'uccisione di Licata, il barman del Serendipity? Anche qui nessun sospetto?"
"Figuriamoci. A parte il fatto - calc il tono la vedova Bolgheri - che ignoravo che lui e De Rosa fossero amici. E poi cosa dovevo pensare? Licata era un balordo, uno che era stato in galera, chiss in che giri poteva essere coinvolto uno cos."
"E naturalmente non ha mai sospettato che il cadavere dell'uomo carbonizzato rinvenuto a Cascina Monlu fosse quello di Nierlich...", butt l il commissario.
"Ma se l'avevo visto un paio di volte in vita mia questo Nierlich o Kendall? Via, siamo seri... E tra l'altro pensavo che fosse negli Stati Uniti in questo periodo."
Una difesa liscia e lineare, con un bello sbarramento di "ignoravo".
Ardig si gioc il tutto per tutto.
"Lei era a conoscenza del fatto che De Rosa avesse una donna..."
"Ne avr avuta anche pi di una...", rise lei strafottente.
"No, intendo dire una fissa, una che dormiva a casa sua. Potremmo definirla una compagna..."
"Non lo sapevo", tagli corto lei.
Per la prima volta riusc a contraddirla.
"In questo caso devo correggerla. Abbiamo la conferma - azzard il bluff - dalle testimonianze messe a verbale del portiere dello stabile di via Morgagni, Domenico Anaclerio, e di una commerciante dirimpettaia della galleria d'arte di De Rosa in via Pisacane, la signora Lavagna, che lei sapeva che il suddetto De Rosa aveva una relazione con una giovane donna di nome Melissa. Tanto che gli aveva fatto una violenta scenata, per questo, culminata con uno schiaffo. E questo collima anche con una dichiarazione, sempre messa a verbale, resa - e qui raddoppi il bluff - da Francesco Licata in un interrogatorio che precedette di pochi giorni la sua uccisione."
La donna scambi un rapido sguardo con il suo avvocato.
"E va bene, sapevo di questa Melissa e un po' ne ero gelosa. Sono una donna, ci tengo a essere desiderata. E sentire che il mio uomo - disse proprio cos - se la faceva con una ragazza di quasi vent'anni meno di me mi aveva in qualche modo ferito. In una relazione capitano le scenate, no? Questo per non ha nulla a che fare con quanto successo a mio marito ieri. O con la morte di De Rosa."
"Strano! Lei fino a poco fa aveva parlato di una superficiale storia di sesso. Ora invece definisce De Rosa il mio uomo, ammette che la vostra era una relazione e dice persino che era gelosa..."
"Tutto questo - si intromise l'avvocato Panitta - non  attinente ai fatti accaduti ieri, pertanto la mia cliente - che, vi ricordo, si  resa spontaneamente disponibile per questo colloquio - non  tenuta a rispondere."
Ardig decise di ignorare le rimostranze del legale e tirare dritto.
"Lei, signora, legge i giornali?"
"No, non mi interessano le notizie di cronaca. E non seguo neppure la politica o l'economia."
"Pertanto ignorava il furto di un dipinto raffigurante l'Ultima Cena avvenuto ieri mattina in un museo a Bergamo?"
"Mi pare di averle gi spiegato che non guardo i tg."
"E quindi non sapeva che quel dipinto trafugato poche ore prima a Bergamo era in una villa di propriet di una societ offshore riconducibile a suo marito..."
Questa volta la donna lasci in panchina il solito "ignoro".
"Sapevo della villa, ma non c'ero mai stata. Non sapevo nemmeno dove fosse di preciso, solo che era in Brianza. Mio marito mi ha sempre tenuto lontana, dicendo che erano questioni riservate e c'era pericolo di microscopie o cose del genere. Dopo l'arresto era diventato paranoico, temeva intercettazioni ambientali, non parlava al telefono... Ho sempre pensato che nella villa organizzasse riunioni per chiss quali affari di finanza, di speculazioni..."
"E invece c'era il signor Oscar Nocera, pericoloso pregiudicato. Lo aveva mai sentito nominare?"
"Mai. Ve l'ho gi detto, mio marito mi teneva fuori dai suoi affari."
"Un'altra domanda. Era a conoscenza del fatto che De Rosa era in possesso di un dipinto rubato? Una tela seicentesca intitolata Riposo dalla fuga in Egitto?"
"Ovviamente no. E posso anche crederci: Raffaele era pieno di debiti e immagino che si sia fatto coinvolgere in qualche affare losco. E del resto, visto la fine che ha fatto..."
Niente da fare, quella donna offriva meno appigli della parete nord dell'Eiger. Dopo altri venti minuti anche i magistrati si arresero. Fu la Pollini a mettere la pietra tombale sull'interrogatorio.
"Signora Lampugnani in Bolgheri, la informo che le indagini proseguiranno e che pertanto in base all'articolo 360 del codice di procedura penale le recapiteremo un'informazione di garanzia. Per il momento, quindi, la esorto a rimanere a disposizione dell'autorit giudiziaria."
Aria fritta, formula di rito: l'avrebbero indagata per associazione a delinquere e favoreggiamento, ma se non fosse saltato fuori qualcosa di clamoroso ne sarebbe uscita senza difficolt, libera di godersi la cospicua eredit milionaria del marito.
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23. Bergamo, mercoled 24 agosto 2011.
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Il commissario Davide Bellini, responsabile della Squadra Mobile della Questura di Bergamo, si strizz la camicia, ormai incollata sulla schiena, per staccarla dalla pelle bagnata. Una cappa d'afa stava soffocando il Nord Italia e il tasso di umidit era oltre ogni limite di sopportazione. I vigili del fuoco, richiamati dai sospetti di una vicina che da troppi giorni vedeva le finestre aperte anche di notte, erano entrati scalzando con facilit la serratura e poi gli avevano passato il problema.
La decomposizione del cadavere con quel caldo aveva subito un'impennata.
"Mah... direi almeno una settimana", bofonchi, con poca convinzione, il medico legale.
Intorno al 17-18 agosto, quindi.
I tecnici della Scientifica, con le loro tute bianche, parevano larve che si addentravano nella carogna putrescente: stavano assediando il corpo, eseguendo i rilievi e scattando foto con apparecchiature digitali.
"Caravaggio" era disteso sulla schiena, una gamba, la destra, dritta, l'altra, la sinistra, piegata quasi a novanta gradi, in una sorta di macabro arabesque; la testa rivolta sul lato destro, scivolata quasi sulla spalla, e le braccia allargate, a croce.
Il pene morbidamente afflosciato sull'inguine.
Una macabra ironia del destino aveva cristallizzato la sua fine in una posa plastica, quasi artistica, una sorta di moderno Cristo in croce.
Dal collo in gi. Perch sopra... beh, sopra la storia era ben diversa.
La pelle gonfia e violacea, il volto ormai nero per i grumi di sangue rappresi, quasi irriconoscibile, devastato da tre proiettili che avevano maciullato ossa e tessuti, penetrando nel modo pi crudele: dall'occhio sinistro, dal setto nasale e dallo zigomo, sempre sinistro.
Il sangue e i liquidi fuoriusciti si erano impiastricciati insieme a un nugolo di piume. Il killer aveva frapposto un cuscino tra il viso della vittima e la canna della pistola, per attutire la detonazione. Non si era neppure preso la briga di recuperare i bossoli.
Una calibro 22, pistola di limitate dimensioni e con scarsa potenza di fuoco. Non certo un'arma che utilizzerebbe un sicario.
La polvere di contrasto sparsa sulla federa e sull'altro cuscino stava gi parlando: c'erano impronte ovunque.
Tutti gli elementi che stavano raccogliendo convergevano in un'unica direzione: delitto passionale.
Un uomo rinvenuto nel suo letto, nudo, il cuscino adattato a silenziatore improvvisato, nella quiete post-ferragostana. Dovevano scandagliare le frequentazioni femminili della vittima, ovvero Paolo Bonazzi, 43 anni, bergamasco doc, da vent'anni sulla cresta dell'onda del successo artistico come pittore naif, talento eccentrico capace di mescolare stili diversi, con una predilezione per il neoclassico.
La tempera a olio, la pulizia delle figure, l'attenzione ai dettagli cromatici: questo il suo marchio di fabbrica.
"Mi hanno catapultato in questo mondo con cinque secoli di ritardo."
Peccando di vanit ed edonismo si era auto-incensato cos, qualche anno prima, in un'intervista rilasciata a "Panorama". La giornalista, sfruttando la provenienza geografica e alcune sue bizzarrie e intemperanze caratteriali, lo aveva ribattezzato "il nuovo Caravaggio".
All'attivo di Bonazzi c'era una bella sfilza di denunce, l'ultima dall'avventore di un ristorante alla moda in Trastevere, cui aveva fracassato il labbro colpendolo con un bicchiere; poi una condanna per oltraggio a pubblico ufficiale, oltre alla sospensione per un anno della patente di guida, nel 2007, in seguito a un terrificante incidente stradale da cui era uscito con qualche frattura, con una Lamborghini da consegnare direttamente allo sfasciacarrozze e un tasso alcolico da diciottenne reduce dall'Oktoberfest.
La vita sentimentale di Bonazzi era stata all'insegna degli eccessi: tra le sue amanti, presunte o reali, anche la nota pornostar veneziana Vittoria Risi, apprezzata pittrice anche lei. Immancabile un amico celebre e inquieto come lui: Vittorio Sgarbi.
Bello, talentuoso, irrequieto, ricco di famiglia, baciato dal successo: un'invidiabile esistenza sopra le righe, fuori dagli schemi, si era conclusa in maniera tanto tragica quanto teatrale.
Non sarebbe stato un caso facile.
Richiamato dai suoi uomini, il commissario Bellini imbocc le scale in legno che conducevano alla mansarda, riadattata ad atelier di quel lussuoso appartamento sulle Mura.
Era un ambiente enorme, dal soffitto alto e spiovente, con splendide travi a vista, pareti in muratura, parquet lucido, finestre e abbaini a garantire luce in abbondanza.
Sui ripiani erano in bella mostra tutti i "ferri del mestiere" di un pittore: pennelli di varie misure, tubetti di vernice, barattoli, bombolette spray, cotone, alcol, stracci...
Niente di utile a risolvere quel rebus. Torn di sotto, nell'afa.
La notizia del ritrovamento del cadavere di Paolo Bonazzi scaten la stampa. I quotidiani online si erano lanciati: un omicidio misterioso ed efferato gi di per s scatena la fantasia dei lettori, se poi il morto  pure un "quasi vip" e per di pi, particolare subito trapelato,  stato rinvenuto nudo, nel suo letto disfatto, ci sono tutti gli ingredienti per una storia di successo.
Meno di due ore dopo dal primo lancio dell'Ansa il povero Malerba, pressato telefonicamente da Brigante, varcava la soglia di un'agenzia di viaggi di Taormina, alla ricerca di un biglietto aereo per rientrare gi in serata dallo scalo di Catania e poter seguire fin dall'inizio questa nuova inchiesta.
Lucrezia era rimasta delusa, eppure non gli aveva fatto pesare eccessivamente il fatto di dover tornare a Milano tre giorni prima del termine previsto per le vacanze.
Mentre si avviava nel centro di Taormina con animo mesto, il cronista aveva lanciato un'occhiata speranzosa all'Etna, che nei giorni precedenti aveva fumato come un camino, causando problemi al traffico aereo. Aveva pi volte invocato Plutone, il dio delle viscere della terra... Niente da fare.
Tutto congiurava contro di lui.
Un idiota si fa ammazzare in pieno agosto, Brigante non va mai in vacanza. Il vulcano sbuffa per settimane e ora, quando serve, improvvisamente si addormenta!
Chi invece il fumo lo vedeva salire era Ardig. Appoggiato al davanzale della finestra del commissariato, dava fondo a un'altra bionda.
Un altro pittore ucciso. Coincidenza singolare.
Conosceva molto bene il capo della Mobile di Bergamo, fin dai tempi dell'Accademia di Polizia, e poteva permettersi di disturbarlo via sms anche in un momento di simile concitazione.
La risposta arriv rapidamente.
"Delitto passionale 99 su cento."
Poteva bastare. Doveva bastare.
Torn a concentrarsi sulle incombenze della giornata. Riprese in mano il fax che aveva gi visionato mille volte: il nulla osta sanitario che ripristinava l'idoneit dell'ispettore Marco Pinton al servizio a partire dal successivo 15 settembre. Ancora due settimane e il giovane ispettore trevigiano sarebbe rientrato in organico e forse avrebbe sanato definitivamente la ferita che si era aperta, senza mai rimarginarsi, quella sera di maggio nello sparuto boschetto nel cuore della verde Brianza.
Lo sperava davvero. Perch la mente, da quel 17 maggio, tornava sempre l, alla sparatoria, all'espressione serena di Pinton mentre rischiava di morire dissanguato.
E al terrore, al terrore puro, mischiato all'impotenza, che aveva provato nel momento in cui aveva realizzato che il giovane ispettore stava morendo tra le sue mani.
Due anni prima, quando era stato lui a un passo dall'essere freddato da un assassino senza scrupoli, mentre era lui a trovarsi a terra, disarmato, anche in quel caso impotente a opporsi al destino, aveva avvertito un sentimento diverso, una sorta di rassegnazione, per certi versi quasi liberatoria, alla fine imminente, eppure non paura. Quella no.
Chi invece si era subito rimesso era stato Farris: aveva ripreso da oltre un mese, carico e tonico come se fosse reduce da una vacanza e non dalla riabilitazione del braccio sinistro ferito da due pallottole.
Sent bussare energicamente alla porta.
Era Farris, come se lo avesse evocato mentalmente.
"Lupus in fabula...", comment Ardig.
"Perch?"
"Niente, niente... che succede?"
"Roba grossa."
"Sentiamo."
"Hai saputo che ieri l'Arma ha cuccato un falsario?"
Lo aveva saputo s. La notizia, nella quiete agostana, era rimbombata fragorosamente.
Un maldestro falsario salernitano, con i carabinieri che bussavano alla porta di casa minacciando di sfondarla se non l'avesse aperta immediatamente, aveva pensato bene di disfarsi delle prove compromettenti a suo carico con un escamotage quanto meno singolare. Aveva spalancato la finestra del suo appartamento, al quarto piano di un condominio popolare in via Giovanni da Cermenate, alla periferia sud-ovest di Milano, e aveva fatto svolazzare di sotto diverse centinaia di migliaia di euro in banconote di ogni taglio, ovviamente false.
Poi, una volta svuotate le borse dove teneva il denaro falso, aveva candidamente aperto la porta ai militari dell'Arma, ignorando che quattro piani sotto il traffico era paralizzato da un maxi tamponamento a catena causato dall'inattesa pioggia miracolosa. Nel tentativo di arraffare le migliaia di banconote svolazzanti, pedoni e automobilisti avevano finito persino per azzuffarsi e alla fine, per riportare l'ordine in strada, erano servite decine di pattuglie della Polizia Municipale.
Un'arteria stradale paralizzata in entrambi i sensi di marcia, tumulti sui marciapiedi, contusi sia per gli incidenti stradali sia per i tafferugli scoppiati per accaparrarsi il denaro. E non solo, chiss per quanto tempo a Milano e dintorni sarebbero circolate centinaia di banconote false, recuperate dai passanti che si erano poi dileguati prima dell'arrivo delle forze dell'ordine.
"Certo che l'ho saputo. Quello che ha buttato il denaro dalla finestra? Fantastico...", rise divertito il commissario.
"Pasquale Episcopio. In passato era specializzato in banconote false, ma negli ultimi anni aveva allargato l'attivit, diventando abilissimo nel taroccare i documenti. Con tutti gli immigrati che girano, il lavoro non gli mancava."
"Continua", lo invit.
"Ho un concittadino tra i cugini dell'Arma. Mi ha confidato che nel computer dell'abitazione di Episcopio hanno trovato diversi documenti gi pronti. Carte d'identit, patenti di guida, passaporti, persino le tesserine sanitarie della Regione o i codici fiscali. E in questo vasto assortimento hanno rinvenuto la scansione del nuovo passaporto di Oscar Nocera, nel frattempo diventato Giuseppe Rossi."
"Sicuro?"
"Sicurissimo, per conferma hanno chiesto a noi le foto del fascicolo. La cosa mi ha incuriosito, cos ho contattato quel mio amico che mi ha rivelato il motivo della richiesta."
Ardig afferr una sigaretta e si spost verso la finestra prima di accenderla.
"Chiaro, Nocera sapeva di essere ricercato, di fatto ormai era latitante. Si stava costruendo una via di fuga", borbott il capo della Omicidi che, con la testa, stava tornando a immergersi in quell'inchiesta conclusa con poco entusiasmo e scarse certezze investigative.
Bolgheri, Somaschi, Nocera e Barlacu erano tutti morti. Nelle settimane successive al tragico conflitto a fuoco la Pollini aveva pi volte interrogato la vedova Bolgheri senza cavarne nulla. Poi nell'ufficio del pm erano sfilati i parenti degli accusati ormai defunti. Avevano tartassato i familiari di Nocera e quelli di Licata: nessuno di loro era stato in grado di spiegare in quali pasticci si fossero cacciati i loro "ragazzi", come avessero fatto a conoscere De Rosa e Bolgheri, quale tipo di rapporto potessero avere con un gallerista indebitato fino al collo e con un ex finanziere d'assalto.
Non avevano scoperto nulla che gi non sapessero: quei due balordi erano solo umili manovali del crimine, pronti a vendersi al miglior offerente, senza neppure sapere cosa bollisse in pentola realmente.
Sul versante Barlacu zero assoluto: nessun parente o amico del bandito moldavo si era fatto vivo per reclamare la salma del defunto e cos era toccato al consolato rumeno accollarsi gli oneri logistici per rispedire il corpo in patria.
I riscontri effettuati dalla Scientifica sulle tracce di DNA rinvenute nel sotterraneo della galleria d'arte di De Rosa avevano poi confermato la presenza sul luogo del delitto non solo di Licata ma anche di Nocera. Di sicuro erano stati loro: non avevano prove altrettanto inoppugnabili sul delitto Nierlich, ma la tanica contenente cherosene di tipo JA-1, lo stesso utilizzato per ardere il corpo dello sfortunato pittore, rinvenuta nella cantina di Licata e il tipo di fratture alle falangi riscontrate anche sul cadavere di De Rosa lasciavano pochi dubbi.
Erano loro gli autori materiali dei primi due delitti, era stato poi Nocera a togliere di mezzo Licata ardendolo con lo stesso cherosene. Ma perch e per conto di chi?
Il movente restava un grande buco nero.
Per quale ragione Nocera e Licata, due sgherri al soldo di Bolgheri, avevano torturato e trucidato De Rosa e Nierlich? La pista dei debiti di gioco non stava in piedi e non riuscivano a trovare un collegamento con la setta di novelli catari di cui Bolgheri era membro.
Non erano neppure sicuri che quella Tau blu trovata nell'appartamento utilizzato da Nierlich appartenesse al pittore statunitense e non al proprietario dell'immobile, ovvero Radice.
E poi, se anche fosse, perch ucciderli? Per purificarli con il fuoco? Perch espiassero qualche colpa terribile?
L'unica ipotesi plausibile era che i due giovani avessero appreso degli strani riti che si svolgevano nella villa di Concorezzo e avessero cercato di ricattare Bolgheri.
Ma ricattarlo di cosa? Di riunirsi con altri fanatici a celebrare un rito desueto da secoli? No, non reggeva.
E infine c'era la questione della tela seicentesca di provenienza illecita che De Rosa aveva spedito a New York. Eppure anche quella strada era cieca: che senso aveva torturare e uccidere due ragazzi per un quadro che non valeva neppure quanto un box in zona Circonvallazione?
Avevano sperato di avere qualche elemento dalle sorelle Adorni. Barbara si era limitata ad affermare che il padre e Bolgheri si vedevano due o tre volte l'anno, per il compleanno dei nipotini e per Natale. Il figlio dell'ex banchiere e marito di Barbara, Edoardo, aveva confermato e si era mostrato stupito per il fatto che suo padre fosse coinvolto nel furto di opere d'arte di provenienza illecita, non risultandogli alcun interesse paterno per la pittura.
Rebecca, rientrata precipitosamente dagli Stati Uniti per presenziare alle esequie del padre del cognato, sembrava ancor meno informata. Aveva ipotizzato che il padre e l'amico Radice avessero potuto conoscere De Rosa e Nierlich, magari tramite l'Accademia di Brera o qualche mostra, e magari avessero instaurato un rapporto con i due giovani, forse impartendo loro lezioni pratiche di pittura o istruendoli sulle teorie di Leonardo o addirittura, nel caso di Nierlich, coinvolgendoli nella mania per l'eresia catara.
Rebecca era parsa molto infastidita dal fatto che il padre avesse impedito proprio a lei, la figlia prediletta, di conoscere davvero i suoi pensieri e le sue frequentazioni.
La figura misteriosa dell'ex sacerdote Somaschi era avvolta dal buio pi fitto: nessun parente ancora in vita, silenzio delle autorit ecclesiastiche...
Avevano in mano solo ricostruzioni plausibili e un'esile catena di fatti che aveva portato al drammatico epilogo della sparatoria del 17 maggio a Concorezzo.
Nocera e Barlacu, intorno alle 5,30 di quella mattina, compiono un furto al Palazzo della Ragione, usando un furgone rubato i giorni precedenti ad Alzano Lombardo: le telecamere del casello di Bergamo riprendono il mezzo in entrata alle ore 5,58.
Abbandonano il furgone nella stazione di servizio di Sebino, nell'area di sosta sul lato della corsia in direzione Venezia. L'autogrill  un "ponte" a cavallo sulla A4, e probabilmente si spostano a piedi sulla corsia opposta. Nocera ha infatti parcheggiato l, nell'area di sosta in direzione Milano, la sua Bmw.
Un'altra telecamera, quella del casello di Agrate, riprende l'auto di Nocera in uscita alle 7,47. Il casello di Agrate dista meno di due chilometri da quella villa spuntata dal nulla, al confine di Concorezzo.
Capolinea della ricostruzione. Capolinea dell'indagine.
Comunque lo spiraglio offerto dall'arresto del falsario andava sfruttato, anche solo per mero scrupolo. Torn al presente.
"Bisognerebbe sentire questo Piscopo", sibil il commissario.
"Episcopio, non Piscopo... Mica facile, lo hanno cuccato quelli dell'Arma e non penso ci faranno questo favore. E poi in teoria noi non ne sappiamo nulla, no?", comment scettico Farris.
"Bah... sul fatto che le notizie volino lo sanno anche loro. E sul fatto di farcelo interrogare, perch no? Ho un amico a cui posso chiedere un favore. Fammi fare una telefonata."
Attese che Farris si dileguasse, poi si decise a comporre il numero del Comando Regionale dei Carabinieri della Lombardia.
Mezz'ora dopo era davanti all'entrata del Comando. Esib il tesserino identificativo. Il piantone lo fece accomodare nella portineria.
Un appuntato ascolt la sua richiesta, poi lo introdusse nella sala d'attesa. Tutte uguali, dal Comando Regionale fino all'ultima stazione di montagna. Pareti spoglie, con i calendari dell'Arma pendenti al centro. Panche di legno spartane, un tavolo microscopico zeppo di copie della rivista "Il Carabiniere".
Nessun distributore automatico di caff, nemmeno un quotidiano o un settimanale per allietare l'attesa degli ospiti. Sui muri spiccava il cartello che imponeva l'obbligo tassativo di spegnere i cellulari, con tanto di disegno illustrativo.
Roba proprio da Carabinieri...
L'attesa fu pi breve del previsto.
Qualche minuto dopo si par davanti a lui il capitano Corrado Nizzoli.
"Ardig, che piacere, come stai?"
La stretta vigorosa, il sorriso franco.
"Andiamo su da me."
Presero un ascensore di servizio e salirono fino al terzo piano.
Ai piani alti la macchinetta del caff c'era: fecero sosta e prelevarono due bicchierini fumanti, poi si spostarono nell'ufficio del graduato.
Dietro la scrivania il solito rosario di calendari dell'Arma.
Sul tavolo una bella foto di famiglia: Nizzoli, sua moglie e i suoi bimbi piccoli, felicemente abbracciati in riva al mare.
Si intrattennero cordialmente per qualche minuto prima di arrivare al nocciolo della questione.
"Allora, qual buon vento ti porta qui?"
"Lavoro."
"Ovviamente. Che altro poteva essere?", comment, con una risata baritonale, l'ufficiale dell'Arma.
"Mi servirebbe un favore."
"Se posso..."
"Vorrei interrogare quel falsario che avete acciuffato ieri. Interrogarlo informalmente, intendo dire."
Il carabiniere esit qualche secondo.
"E non puoi chiedere un'autorizzazione al magistrato?"
"Se potessi non sarei qui..."
"Acc...", esit Nizzoli.
"Non voglio metterti in imbarazzo. Se non puoi trover un'altra via."
"Ardig, non fraintendermi...  solo che... va bene. Posso chiederti perch ti interessa?"
Tasto dolente.
Non poteva pretendere di ricevere un simile favore senza mettere l'interlocutore al corrente di cosa stava bollendo in pentola.
"Un uccellino ci ha sussurrato che aveva preparato un santino nuovo di zecca per Oscar Nocera."
"Porca miseria, non vi sfugge niente... Comunque, non  una cosa piccola quella che mi chiedi..."
"Cazzo, Nizzoli. Ha quasi ucciso il mio vice, ha colpito un mio ispettore e ha fatto questo squarcio a me", sbott Ardig, sollevando la camicia e mostrando la cicatrice sul fianco.
"Va bene. Dai - concluse l'ufficiale dell'Arma - faccio un paio di telefonate. Ci sentiamo tra un po', intesi?"
Il via libera del capitano era arrivato nel giro di un'ora.
Avrebbero utilizzato un piccolo escamotage: Nizzoli e un appuntato li avrebbero accompagnati, in modo da non destare sospetti.
Due ore dopo si incontrarono davanti al carcere di San Vittore e alle sue mura imponenti. Il commissario e Farris si fecero lasciare dall'auto di servizio davanti all'entrata: ad attenderli lo stesso Nizzoli accompagnato da un appuntato.
Lasciarono a Farris gli adempimenti burocratici necessari per poter accedere alla sala colloqui e si spostarono al bar interno del carcere per un caff. Ardig pag per tutti.
L'altro carabiniere intanto gli allung la mano e si present.
"Commissario... posso? Appuntato Eugenio Colombo."
Esibiva una parlata milanese, quasi da macchietta stile "commendator Zampetti" della commedia trash degli anni Ottanta, faccia da bravo ragazzo, et inferiore ai trent'anni. Lo guard sorridente e aggiunse: "Sono il figlio del signor Colombo".
Di signor Colombo a Milano e dintorni potevano essercene diverse migliaia: il poliziotto sfoder un'eloquente espressione interdetta.
"Commissario, il Colombo di via Massena, il portiere del condominio dove abitava il povero professor Adorni", chiar.
"Ah, certo, ora capisco."
Adesso ricordava: Santoni gli aveva raccontato che il portinaio aveva un figlio nell'Arma, ed eccolo qui, in carne, ossa e divisa.
"Triste storia, eh?"
"Come tante, purtroppo. La vecchiaia, la solitudine..."
"Mi scusi se glielo chiedo, commissario. Volevo sapere se c'erano aggiornamenti sulle indagini... Voglio dire, se alla fine  sicuro che si sia trattato di un suicidio.  che i miei proprio non si rassegnano..."
Nizzoli fulmin con lo sguardo il sottoposto: il segreto istruttorio valeva anche per un militare dell'Arma. Per l'indagine era archiviata da mesi, ormai, e i carabinieri stavano ampiamente collaborando... per cui si sbotton parzialmente.
" una storia lunga, comunque ti confermo che  stato un suicidio. Come saprai, in seguito  avvenuto un altro suicidio con modalit analoghe. Il morto era un amico di Adorni.  una vicenda ancora poco chiara...", tagli corto Ardig, sperando cos di liberarsi del giovane carabiniere, che intu l'imbarazzo dell'interlocutore.
"La ringrazio. E scusi se l'ho importunata.  solo che i miei genitori mi chiedono in continuazione. E poi sono curioso anch'io. Gli ero molto affezionato, al professore, alle figlie e alla povera signora."
"Quale signora?", domand sorpreso Ardig.
"La signora Alice, la moglie del professore."
Gi, la moglie prematuramente scomparsa per un male incurabile. Una figura che le loro ricerche non avevano mai neppure lambito.
Per puro istinto, l'istinto del ficcanaso, indugi ancora un istante.
"Era mancata da diversi anni, giusto?"
L'appuntato sorrise inorgoglito e compiaciuto. Era contento di poter fornire qualche informazione a un importante dirigente della Polizia di Stato.
" deceduta - rispose in perfetto stile formale da carabiniere - nel 1996. Se non sbaglio si era ammalata nel 1994. Lo ricordo perch and per la prima volta a farsi curare a New York proprio quando c'erano i Mondiali di calcio."
Sobbalz per la sorpresa.
La Grande Mela! Piccolo il mondo. Piccolo davvero. Prima il gallerista De Rosa, poi Nierlich e ora la signora Adorni...
Erano tutti passati da l.
"Hai detto a New York?"
Eugenio Colombo esit un istante.
"Oddio, New York... Nei dintorni di New York."
Doveva saperne di pi.
"Ernesto..."
"Eugenio... non Ernesto."
"Scusami. Sui nomi faccio spesso confusione. Di cosa  morta la signora Adorni?", la prese alla larga per cercare di non insospettirlo.
"La signora Alice? Un brutto male, un tumore allo stomaco o al fegato, di preciso non ricordo. Una vera via crucis. Chemioterapie, interventi, ricoveri. E tanto dolore. Povera donna."
"Era giovane?"
"S, qualche anno meno di mia madre. Mi pare sia morta a 54 anni. Ma ha tribolato per diversi anni. Cos a naso le direi che ha avuto i primi guai gi verso i quarant'anni. Era stata operata, gli avevano fatto le chemio e sembrava stesse meglio. Poi, alcuni anni dopo, sono tornati i problemi e ha ricominciato il calvario: cicli di terapie, consulti medici, dentro e fuori dagli ospedali. Le hanno tentate tutte, poveraccia."
"E mi dicevi che  stata in cura a New York?"
"Per molto tempo, si era proprio trasferita l perch c'era un luminare specializzato in quel tipo di cancro, dicevano che faceva miracoli, che era l'unico al mondo in grado di curare questo tipo di malattie e invece...", allarg le braccia con aria teatrale.
New York. New York.
Il solito brivido freddo scatt dal bacino per risalire fino al collo, scorrendo lungo tutta la spina dorsale. Assecond la sensazione, cavalcandola come come fa il surfista pi spericolato con i cavalloni.
"Chiss che dramma per le figlie. Erano poco pi che ragazzine. No?"
"La piccola andava alle medie, praticamente se ne occupava mia madre. Le faceva fare i compiti, le preparava la cena, i vestiti", prosegu Colombo.
"E l'altra? Rebecca?"
"L'ha vissuta peggio. Era legatissima alla madre. Quasi morbosamente. Tanto che a un certo punto si era trasferita anche lei in America, era andata a studiare l per poter vivere con la mamma e aiutarla."
Sent la pelle contrarsi, i peli delle braccia rizzarsi. Era finito in una vasca di acqua ghiacciata.
"Aspetta, mi stai dicendo che Rebecca Adorni era andata a studiare a New York?", ripet quasi stordito.
Il carabiniere lo osserv, stupito: "Se non sbaglio si  diplomata proprio l. Povera Rebecca. Era cos legata alla madre. Poi quando  tornata l'ho quasi persa di vista".
"Perch?"
" andata a studiare a Firenze, poi a Parigi. E a Milano non  pi venuta."
"Che rapporto aveva Rebecca con il padre? Erano molto uniti, vero?"
L'appuntato oscill la mano ruotandola, come a dire "cos cos".
"Non tanto buono, mi pare di capire."
"Beh, Rebecca  una ragazza di carattere. Una ribelle. E il professore viveva in un mondo tutto suo. I libri, i dipinti. Hanno avuto molti screzi, anche per via della malattia della madre. Lei lo accusava di averla trascurata anche durante il periodo in cui stava proprio male..."
Il cellulare di Ardig inizi a vibrare.
"Scusa un attimo..."
Era Farris, rimasto a sbrigare alcune formalit al corpo di guardia.
"Il detenuto  pronto? OK, subito... arriviamo."
Qualche angusto corridoio ed ecco la saletta per i colloqui. Pareti di un grigio scolorito, tavolo di plastica, sedie di plastica, bottiglietta d'acqua di plastica e bicchieri di carta: nessun oggetto metallico o in legno.
Sull'altra parete la classica porta a inferriate, arrugginita, che un secondino stava aprendo con un'operazione laboriosa, ruotando dei chiavistelli che cigolavano in maniera sinistra. Una guardia carceraria dal fisico corpulento oscur la porta con la sua stazza e introdusse il detenuto, un fuscellino pelle e ossa. Il suo viso aguzzo di topolino era incorniciato da occhialini rotondi, capelli arruffati, barba di qualche giorno; indossava jeans sgualciti e una maglietta dell'Italia rimediata in qualche bancarella al mercato completavano un quadro piuttosto misero.
Un solo giorno di detenzione sembrava averlo fiaccato nel morale.
Era un povero diavolo, dai modi miti e garbati, che puzzava di sudore. Ardig aveva pensato di adottare la tattica del bastone nel senso letterale del termine, ovvero sbatacchiarlo un po' per farlo cantare, ma dopo che lo ebbe osservato da vicino decise di modificare la strategia e puntare sulla collaborazione.
"Piscopo, sei messo male, lo sai?", esord con tono fermo.
"Dotto', mi chiamo Episcopio", rispose quello a bassa voce.
"Ti chiamo come cazzo mi pare, chiaro?", esclam ad alta voce per intimorirlo ulteriormente.
"Come vuole", annu, remissivo.
"Allora Piscopo. Ricominciamo. Che sei messo male te l'ho gi detto. Spaccio e detenzione di banconote false, resistenza all'arresto. Ti metteranno in conto anche l'associazione a delinquere finalizzata alla truffa, la ricettazione... Con i tuoi precedenti ce n' abbastanza per garantirti un soggiorno di quattro o cinque anni nelle patrie galere. E quanti anni hai adesso? Dunque, vediamo..."
"Sono 42, dotto'."
"Uhm, considerando che non ci sar nessun indulto questa volta... s, usciresti a 46-47 anni. E ti andrebbe ancora bene. O meglio, ti sarebbe andata ancora bene, perch purtroppo non  questa la tua situazione. Vedi, Piscopo, mi sono incomodato a venire qui per un'altra ragione."
Il fermato inizi a sbiancare.
"Tu sai chi sono io?"
"No, dotto'. Un ispettore della Mobile?"
"No, sono il capo della Squadra Omicidi, il vicequestore aggiunto Bruno Ardig."
Da pallido Episcopio divent cadaverico.
"La Omicidi? E che volete da me? Che ho fatto?"
"Favoreggiamento in omicidio. Ti basta? Una robetta da dieci anni di reclusione. Esci in tempo per la pensione..."
Il tempo del dotto' era finito.
"No, commissario, no. Che c'entro io? Cosa vuole da me?"
La paura stava spingendo il detenuto ad assumere un atteggiamento collaborativo. Era il momento di approfittarne.
"Lo sai bene cosa voglio. Oscar Nocera voglio. Perch non mi racconti tutto, ma proprio tutto?"
Il falsario abbass lo sguardo per prendere tempo.
"Vedi, Piscopo, se mi racconti tutto e mi dai qualche elemento nuovo io soprassiedo sul ruolo che hai avuto in questa vicenda, sul fatto che hai aiutato Nocera a costruirsi una nuova identit e che probabilmente lo hai coperto. Ma se non esco di qui contento, beh... hai la mia parola che ti piomber addosso anche questa accusa."
L'uomo continuava a tenere la testa bassa, guardando sotto il tavolo.
"Commissario, se parlo, se la aiuto, lei potr, in qualche modo..."
"No - lo ferm il commissario - niente patti. Non sei nelle condizioni di proporli. Se collabori io non peggioro la tua situazione. Se taci ti faccio indagare per favoreggiamento in omicidio. Per quanto riguarda i soldi che ti hanno trovato in casa non ti illudere, per quei reati dovrai pagare il tuo conto con la giustizia. Punto e basta. Decidi tu se vuoi farti quattro o cinque anni oppure il triplo. Riflettici, intanto io mi fumo una sigaretta."
Non fece nemmeno in tempo a prendere l'accendino.
"A disposizione, commissario. Le dico tutto. Purch..."
"Questo colloquio non  mai avvenuto - lo rassicur Ardig - e nessuno sapr mai nulla. E poi di cosa hai paura? Nocera  morto e i suoi complici pure."
Episcopio si rincuor, fece un sospiro e sollev la testa.
"Qualche mese fa questo Nocera  venuto da me, sar stato marzo o aprile. Mi ha chiesto il trattamento completo." Nel gergo dei falsari significava un intero stock di documenti: carta d'identit, patente, passaporto, codice fiscale e tessera sanitaria.
Un'identit totalmente nuova, per una nuova vita. Il massimo del tariffario previsto.
"Un momento - lo interruppe il commissario - come  arrivato da te? Lo conoscevi gi o ti  stato presentato da qualcuno?"
"Me lo ha presentato..."
Il falsario esit.
"Chi? Forza, non farti pregare."
"Quel gallerista ucciso. Raffaele De Rosa."
"E tu come lo conoscevi De Rosa?"
"Siamo entrambi salernitani. Le voci corrono... Da qualche amico comune aveva avuto il mio contatto. Questo De Rosa trafficava in quadri, a volte mi chiedeva di falsificargli dei documenti per le esportazioni. Piccole cose..."
"Faccio finta di non aver sentito. Vai avanti."
"Un giorno De Rosa mi ha telefonato, chiedendomi se poteva presentarmi un amico che aveva bisogno di un documento taroccato. E cos  venuto a casa mia con questo Nocera."
Colpo di scena: De Rosa e Nocera, a detta del falsario, erano in buoni rapporti, tanto che il gallerista lo definiva un suo amico.
In effetti, a pensarci bene, quella maglietta dei Knicks, di Gallinari, comprata a New York e trovata nell'abitazione di Nocera, poteva essere stata acquistata da Nierlich e poi consegnata al killer direttamente dalla sua inconsapevole futura vittima.
Se era andata cos questo De Rosa era stato il classico pirla, anzi il re dei pirla: aveva aiutato il suo carnefice persino a costruirsi una via di fuga.
"I due erano amici secondo te?"
"Boh... s, mi sembrava di s. Ma insieme li ho visti per poco. De Rosa  venuto qui, me lo ha presentato e se ne  andato."
"E questo incontro quando sarebbe avvenuto?"
"Di preciso non ricordo. Direi ai primi di aprile. Comunque questo Nocera aveva fretta, voleva i documenti subito. E aveva i soldi pronti."
"E tu ovviamente non hai fatto domande, vero?"
"No, commissario. Mi pagano per questo. Io faccio il lavoro e mi faccio i fatti miei, dimenticandomi tutto."
"E poi?"
"E poi niente. Nocera voleva un nome comune. Cos ho messo Giuseppe Rossi, come l'attaccante della Nazionale. Dopo una settimana  tornato, mi ha pagato in contanti e non l'ho mai pi visto fino a quando ho scoperto che era stato ucciso.  la verit."
"Sicuro? Pensaci bene, ci sar qualche dettaglio. Nocera per caso  venuto qui con un amico, uno grosso, con i capelli rasati..."
"No, commissario, per... ha ragione, me ne stavo dimenticando. Nocera mi ha fatto preparare i documenti anche per la fidanzata. Ma solo il passaporto, non la carta d'identit o la patente."
"La fidanzata?"
"Eh, commissario, la fidanzata, la compagna, la donna insomma."
Un secondo colpo di scena: finora non avevano mai sospettato dell'esistenza di una figura femminile a fianco del pluriomicida.
"Cosa sai di questa ragazza?"
"Nulla. L'ho incontrata solo due volte. E il suo nome non lo ha mai detto."
"Sei certo che fosse la fidanzata?"
"No, certo no. Nocera non mi ha detto niente e lei nemmeno. L'ho pensato io, vedendoli insieme..."
"Descrivimela."
"Bella, capelli neri, lunghi, trucco forte, stivali alti. Tipa tosta, una di quelle che a letto fanno i numeri secondo me..."
Sembrava il ritratto della misteriosa Melissa magnificata da Anaclerio, assomigliava alla sedicente assistente di Adorni descritta dal priore del monastero di Concorezzo.
"E il nome non lo ha detto?"
"No."
"Sei sicuro che non si chiamasse Melissa?"
"Melissa? E no, commissario. Melissa  il nome che si  fatta mettere sul passaporto tarocco. E una che fa, si fa stampare un passaporto falso e poi ci mette sopra il suo vero nome?", obiett con pertinenza Episcopio.
Il terzo colpo di scena era servito.
"Non ti ricordi il cognome che avevi stampato alla ragazza?"
"No,  passato tanto tempo..."
"Ovviamente tu non hai conservato i suoi nuovi documenti o un file..."
"No, no. Cancello tutto appena mi pagano.  la mia regola."
"Piscopo, non fare il bugiardo..."
"Va buo'. Con Nocera ho fatto un'eccezione e il file con il suo nuovo passaporto non l'ho cancellato..."
"E perch? Volevi ricattarlo?"
Episcopio abbass lo sguardo.
"Beh, hai perso la parola?"
"Commissa', ricattare uno cos? Mica so' pazzo. Che quello era uno pericoloso lo avevo capito. Ho avuto paura. Quel file era la mia polizza di assicurazione sulla vita. Se gli veniva qualche strana idea... non so se mi sono spiegato."
"D'accordo, Episcopio - questa volta si decise a chiamarlo con il suo vero nome - per il momento terminiamo qui. Ti mander un disegnatore per tracciare un identikit di questa ragazza."
Fece segno alla guardia carceraria che il colloquio era concluso.
Uscendo il detenuto gli rivolse uno sguardo complice.
"Commissario, conto sulla sua parola e sulla sua discrezione."
Mentre attraversavano il penitenziario si incoll al telefonino.
"Invernizzi? Manda il disegnatore della Questura a San Vittore, segnati gli estremi del recluso... poi mandalo anche da Anaclerio e dal priore del monastero di Concorezzo."
Rientr in ufficio verso le 19. Lo attendeva la solita routine: documenti da firmare, rapporti da consegnare. Ma per la riunione serale delle 19 il disegnatore della Questura aveva gi redatto due identikit su tre, recandosi prima a San Vittore da Episcopio e poi in via Morgagni dal portinaio Anaclerio.
Lo interpellarono al telefono.
"Commissario, mi creda, senza influenzare i due uomini con suggerimenti o altro, entrambi mi hanno descritto la stessa fisionomia femminile", assicur il disegnatore, Fabio Mombelli, un ragazzo che, tra l'altro, aveva frequentato anche alcuni corsi proprio all'Accademia di Brera.
"Benissimo, domani vai dal priore del convento di Concorezzo. Fai il disegno e soltanto dopo mostragli quelli che hai fatto con Episcopio e Anaclerio, poi torna da Anaclerio e mostragli gli altri due disegni e vediamo se il religioso e il custode si trovano d'accordo", dispose.
"OK, diamo per scontato che i tre identikit coincidano? Ma tanto siamo punto e a capo. Come la identifichiamo questa benedetta Melissa?", si lament Santoni.
"E non si chiama neppure Melissa...", aggiunse opportunamente Farris.
"Ragazzi, un passo alla volta. Ci penseremo quando avremo pi elementi in mano", tagli corto il commissario.
Aveva bisogno di staccare la spina. Conged i suoi uomini e si concesse un'altra sigaretta.
...
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...
Bergamo, venerd 26 agosto 2011.
...
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...
Nel mese di agosto la famigerata A4, la Bergamo-Milano, l'arteria pi congestionata d'Europa, diventa un'autostrada come tutte le altre e ci si scorre anche in quinta marcia, senza sorbirsi code interminabili. Un idillio, destinato a svanire con la fine delle ferie.
Il commissario Ardig e gli ispettori Farris e Santoni si presentarono al cancello della Questura di Bergamo - un edificio squadrato, tinteggiato di ocra, dall'aria decisamente statale - persino in anticipo. A convocarli erano stati il capo della Mobile, Bellini, e il suo vice, Cristian Rota, che li attendevano in cortile.
Bergamo era una fornace, persino peggiore dell'afosa e umidissima Milano, per cui entrare in ufficio, sotto i getti dei bocchettoni del condizionatore, fu un sollievo per tutti. Appena si accomodarono Ardig si schiar la voce prima di rompere il ghiaccio.
"Come possiamo aiutarvi?"
Bellini non perse tempo.
"Ardig, ti conosco da anni, ti stimo e so che sei corretto."
"Ti ringrazio, vale lo stesso per me."
"Bene, allora giochiamo a carte scoperte. Cosa sai dell'omicidio di cui ci stiamo occupando?"
"Solo quello uscito sui giornali, il che significa niente."
"Perfetto, ecco qui."
Gli allung un fascicolo: all'interno un verbale sul rinvenimento del cadavere di Bonazzi. Rota provvide a fare delle fotocopie per Farris e Santoni: non era una prassi usuale, anzi...
Mentre i colleghi milanesi scorrevano il documento di sintesi i due poliziotti bergamaschi uscirono in corridoio a recuperare bottigliette d'acqua.
Cinque minuti dopo Ardig sollev gli occhi dal dossier.
Dall'autopsia risultava che la vittima prima di morire si era tolta almeno quell'ultimo sfizio...
"Era reduce da un rapporto sessuale, era nudo nel suo letto... Pertanto lo avrebbe ucciso una donna."
"Cos pare. La Scientifica ha confermato la dinamica dell'omicidio: lo ha freddato nel sonno. Il primo colpo  stato letale, gli altri due un mero scrupolo. Gli ha sparato da pochi centimetri di distanza, utilizzando un cuscino per attutire la detonazione."
"Nessuno ha sentito nulla?"
"No, il condominio era deserto. E la casa  vecchia, con pareti solidissime, quelle di una volta".
"Una calibro 22..."
"Intestata regolarmente alla vittima. L'assassina, se vogliamo ragionare su una donna, deve averla prelevata da un cassetto o da uno scomparto. Abbiamo gi sentito la donna delle pulizie: non aveva mai scoperto che il Bonazzi avesse una pistola, perci doveva essere custodita, o nascosta, in un luogo sicuro, in una scatola o in uno stipite chiuso a chiave."
"Il che ci porta a pensare che questa donna conoscesse bene l'appartamento o comunque che godesse di piena fiducia da parte della vittima, che magari addirittura le aveva svelato il nascondiglio dell'arma: quindi era un'amante o una frequentatrice abituale..."
"Infatti, sono le nostre stesse conclusioni. Per questo stiamo scandagliando la vita privata del morto, abbiamo gi controllato i tabulati telefonici dell'abitazione e del cellulare: ci sono migliaia di chiamate in entrata e in uscita. Come cercare una formica in un formicaio..."
"E suppongo che tu non ci abbia chiamato per cercare la formica...", disse incuriosito Ardig.
"Proprio cos. Vorrei mostrarvi qualcosa."
"A tua disposizione."
"Non qui, dobbiamo spostarci in macchina."
Si fecero lasciare dagli autisti sullo stradone che costeggia le splendide mura della citt alta: un panorama mozzafiato si apriva sotto i loro occhi.
Bergamo, la Bergamo moderna, con i suoi tetti, i palazzi, i centri commerciali e in lontananza l'autostrada e l'aeroporto di Orio al Serio, si stendeva placida sotto le imponenti mura, quasi un terrazzo da cui osservare la vita che scorreva sotto di loro.
Si infilarono in un vicolo in salita, camminando su pietre secolari, penetrando nel cuore della citt vecchia, un borgo caratteristico dove il tempo sembrava essersi preso una lunga pausa.
Paolo Bonazzi aveva la disponibilit economica, garantita prima dalla famiglia poi dal suo successo come artista, per permettersi una "bottega" in citt alta, in un edificio seicentesco.
In realt, pi che una bottega nel senso letterale del termine si trattava di un vero e proprio negozio, un ampio ambiente utilizzabile come showroom, per esporre i suoi lavori, e come ufficio, nella parte posteriore. Era un ufficio modernissimo: piante, schermo al plasma, pc sul tavolo, stampante, fax.
Una scala a chiocciola s'inerpicava verso il soffitto.
Il pensiero di Ardig corse a un'altra scala a chiocciola, l'ultima che aveva percorso nella sua vita tornando indietro in ordine cronologico. Sempre in una pinacoteca...
Quella scala, per, era in discesa e lo aveva condotto nel sotterraneo dove avevano rinvenuto il corpo martoriato e carbonizzato di Raffaele De Rosa.
Quante affinit tra questi due morti... entrambi belli, entrambi provenienti da famiglie agiate, entrambi amanti della pittura.
E le affinit ovviamente si estendevano allo stesso Nierlich.
La mansarda lo abbacin con la sua luce intensa, ampie vetrate senza tendaggi irradiavano i raggi solari su un luminoso parquet.
Quasi non c'era arredamento, solo l'indispensabile per dipingere: cavalletti, e i soliti ripiani con pennelli e tempere; un tavolo da lavoro e una sorta di tecnigrafo da geometra, inclinato di 30 gradi circa.
Nemmeno un disegno o un bozzetto, da nessuna parte.
"Non ti sembra strano?", lo consult Bellini.
"Non ha nemmeno dei fogli di appunti o degli schizzi?"
"E ti sei gi dato una risposta?"
"Facile, qualcuno  passato di qui prima di noi e si  portato via i disegni del pittore."
"Ma perch?"
"Ho bisogno di una sigaretta", annunci Ardig.
"E io di un caff, facciamo due passi fino in Piazza Vecchia", sugger il capo della Mobile di Bergamo.
Gli ispettori rimasero ad attenderli nello showroom. Inerpicandosi su una strada nettamente in salita Ardig rimuginava. In silenzio.
"C' un'altra cosa che devo dirti...", sbuff Bellini, quasi a bassa voce, "e preferivo che fossimo soli, io e te".
"Non ho segreti per i miei uomini", replic Ardig.
"D'accordo, ma si tratta di un aspetto delicato."
"Sentiamo."
"I dipinti di questo Bonazzi da mesi sono esposti in una mostra che si terr fino a novembre proprio a Palazzo della Ragione. Lui stesso ne era il curatore."
"Da chi aveva avuto i permessi per esporre?"
"Da tutti. Dal ministero per i Beni Culturali, dalla Sovrintendenza delle Belle Arti. Renditi conto che Bonazzi era uno degli artisti pi quotati del panorama nazionale. Era anche un personaggio, pieno di conoscenze, contatti, spinte..."
"I vertici adesso saranno imbarazzati per la sua morte violenta e per la sua collaborazione con un museo dove c' stata una recente rapina..."
"Vedo che hai capito. Aggiungo solo che il mio questore e il pubblico ministero che mi ha delegato la competenza delle indagini continuano a chiedermi prudenza e discrezione."
Giunsero in Piazza Vecchia. Turisti stranieri scattavano foto alla fontana che dominava la piazza.
Bellini lo afferr per il gomito.
"Bruno, mi serve il tuo aiuto. Tu nei sai molto di pi di questa storia. Ne sono sicuro. Il furto di quei dipinti al Palazzo della Ragione..."
Ardig si accese un'altra sigaretta.
"I colpevoli di quel furto sono tutti sottoterra da qualche mese. E i quadri sono gi tornati all'ovile, dai rispettivi proprietari."
Bellini gli appoggi una mano sulla spalla.
"Non  stato un omicidio passionale..."
Ardig scosse la testa sbuffando.
"Lo sapevo che questa storia non era finita... Il mio vice  ancora in convalescenza dopo aver rischiato di crepare nella sparatoria a Concorezzo. Quel bestione che mi accompagna, Farris, ha due cicatrici sul braccio lunghe come tatuaggi, io ho questo ricordino - sfil la camicia per mostrare la cucitura con cui aveva riempito lo strappo al fianco - e mi porto dietro un mal di testa da mesi, per non essere riuscito a chiarire tutti i punti oscuri di questa vicenda. E adesso c' pure 'sto morto."
Da Piazza Vecchia si erano infilati nella via principale, via del Gombito, una lunga striscia di porfido e sassi larga poco pi di quattro metri, compressa tra le case basse e secolari. La salita si era fatta meno dura.
Emersero dalle mura, su uno spiazzo.
Alla loro destra una ringhiera e una vista panoramica dell'altro lato di Bergamo, quello pi interno, con lo stadio e tanti capannoni.
"Benvenuto a Colle Aperto", sorrise Bellini.
I due si scambiarono uno sguardo d'intesa.
Il collega bergamasco fremeva.
Ardig si avvicin alla ringhiera. Lanci lo sguardo verso il basso, sopra i tetti della Bergamo meno turistica e pi quotidiana.
" iniziato tutto pochi giorni prima di Pasqua. Con un suicidio assurdo..."
Prima di rientrare a Milano si erano fatti consegnare le fotocopie dell'intero fascicolo sul delitto Bonazzi. Perizie della Squadra Scientifica, esami balistici, referto autoptico, tabulati telefonici.
Questi ultimi erano stati immediatamente passati a Larini e Zanella, che si erano consumati gli occhi per un paio d'ore. Per tutto il pomeriggio Ardig, Farris e Santoni studiarono le carte.
Alla fine si riunirono, convinti di aver individuato alcuni punti da approfondire rapidamente.
Convocarono anche Invernizzi, oltre a Larini e Zanella.
"Abbiamo molto lavoro da fare. E lo faremo coperti da un'autorizzazione della Procura di Bergamo", esord il capo della Omicidi, prima di addentrarsi nelle questioni investigative.
"Ci sono affinit con i casi De Rosa e Nierlich. Questo Bonazzi era un pittore, tra l'altro di successo, dunque  possibile che i nostri due carbonizzati lo avessero conosciuto. Il discorso potrebbe valere anche per Adorni e Radice, ma purtroppo non abbiamo alcun elemento per suffragare questa ricostruzione."
"Potremmo domandarlo alle figlie di Adorni", sugger Santoni.
"Bah... ci risponderebbero che non hanno certezze, come hanno sempre fatto finora. Lasciamo stare."
"I tabulati telefonici?", domand Invernizzi.
"Niente. Questo Bonazzi aveva due utenze fisse, a casa e nello studio dove esponeva i dipinti, e una mobile, ma dall'incrocio dei vari tabulati non sono stati rinvenuti numeri riconducibili a quelli dei vari Adorni eccetera, giusto?", indic i due agenti.
" cos - conferm Larini - anche se la vittima negli ultimi sei mesi aveva effettuato un'infinit di chiamate a numeri di cellulare e a numeri fissi della rete di Milano: censirli tutti sarebbe un'impresa titanica."
"E forse inutile", sanc il commissario, prima di aggiungere: "Per c' qualcosa di strano. Dal fascicolo della Mobile di Bergamo risulta che non  stato rinvenuto alcun pc portatile nelle pertinenze della vittima, eppure la donna delle pulizie ha messo a verbale di aver visto pi volte il Bonazzi lavorare con un portatile. Ricordava addirittura la marca e il modello".
"E questa  un'affinit con i casi De Rosa e Nierlich e pure con Adorni: nelle loro abitazioni non abbiamo mai rinvenuto un portatile", rincar Santoni.
"Non solo - prosegu Ardig - ma dal traffico della scheda mobile di Bonazzi risultano dei buchi, come se non utilizzasse il cellulare per diverse ore consecutive."
"Forse quando dipingeva lo teneva spento - osserv Invernizzi - oppure quando si recava a mostre o eventi pubblici".
"Pu essere, per l'idea che mi sono fatto  che avesse un'altra scheda, diciamo riservata."
"E magari l'assassino se l' portata via insieme al portatile", concord Farris.
"Esattamente. Questa  un'altra sensazione che mi riconduce ai casi Adorni e De Rosa. Anche allora avevamo avuto la sensazione che qualcuno avesse ripulito discretamente la scena del delitto, qualcuno che si muoveva come se fosse a casa sua, senza mettere in disordine e sapendo dove e cosa andare a cercare. Nel caso di De Rosa c'era quella Melissa, che non siamo mai riusciti a identificare..."
"Un momento, ormai sappiamo che a casa di Adorni e di Radice era stato il prete, quel Somaschi, a fare il lavoro di repulisti. Ma Somaschi  sottoterra da tre mesi...", rilev Farris.
"E l'assassino di questo Bonazzi - intervenne Santoni - quasi sicuramente  una donna, con cui probabilmente aveva da poco consumato un rapporto sessuale, una che conosceva bene l'abitazione del morto, tanto da sapere dove teneva la sua pistola."
Ardig tacque per un istante, poi riprese a parlare: "Ci sono dei capelli, neri, ritrovati sul cuscino e sulle lenzuola. Ho gi inoltrato la richiesta per far comparare il DNA estratto con quello ricavato dai capelli trovati nell'abitazione e nell'auto di De Rosa. Chiss mai...".
Il telefono squill inopportuno.
"Che c'?"
Il piantone tossicchi: "Ho in linea l'agente Mombelli che chiede...".
"Passamelo, grazie."
Un metallico buongiorno rimbalz nella cornetta: era il disegnatore della Questura inviato dal priore del monastero di Concorezzo per stilare l'identikit della presunta assistente del professor Adorni transitata dal loro convento alla vigilia di Pasqua.
"Commissario, le confermo che anche il ritratto eseguito sulla base della descrizione del religioso coincide con quelli del falsario fermato e di quel portiere. Sono nei dintorni di Monza - gracchi al telefonino - per nel giro di un'ora passo da lei in commissariato a consegnarle i tre disegni."
"Benissimo. E grazie. Hai fatto un ottimo lavoro."
L'ennesima inutile conferma, un bel giramento di palle.
Conged i suoi uomini e per calmarsi opt per il solito rimedio. Una passeggiata con Frog: pip per il quadrupede e qualche sigaretta per lui. Ancora il telefonino. Malerba.
Con la scusa delle vacanze non lo sentiva da quasi un mese.
"Chi non muore si risente...", lo accolse ironicamente.
"Non tocchiamo il tasto morti. Se non era per quel pirla di pittore bergamasco a quest'ora ero ancora a Taormina."
Il commissario sorrise. La routine serena dell'amico giornalista lo metteva sempre di buon umore.
"Avrei voluto vedermi la faccia della leonessa quando le hai comunicato che le vacanze andavano interrotte..."
"Uhm... ha fatto buon viso a cattivo gioco..."
"Meglio cos. Che ti serve?"
"So che oggi sei stato a Bergamo da quelli della Mobile."
"Cazzo, ma cosa sei? Il Kgb? La Stasi?"
"Sono solo un cronista vessato da un capo come Brigante che non stacca mai. E ho la fortuna di avere un buon corrispondente locale a Bergamo, un ragazzo sveglio, un tale Boselli, che vi ha visto uscire dalla Questura. Tutto qui."
"Va beh... che ti serve?"
"Non sei andato in gita di piacere."
"Evidentemente no."
"E allora..."
"Fede, sveglia! Uccidono un pittore, io ho indagato sulla morte di pittori, ex pittori o mancati pittori. Un collegamento ci poteva anche stare."
"Poteva o pu?"
"Bella domanda... sai che non lo so? Al momento non ho elementi per collegare questo Bonazzi con gli omicidi su cui ho indagato..."
"Vuoi che Bonazzi non conoscesse Adorni o Radice?", esclam il reporter.
"Non ho detto quello. Possibile che li conoscesse e che magari conoscesse anche Nierlich o De Rosa, per non ho un riscontro su cui lavorare..."
In realt un riscontro lo aveva, ovvero il fatto che Bonazzi stava curando una sua mostra a Palazzo della Ragione, un particolare che per non poteva svelare all'amico cronista.
"E quindi per te  un delitto passionale?"
"Al momento s. E comunque la titolarit dell'indagine  della Mobile di Bergamo, non nostra. Ci hanno solo chiesto di dar loro una mano:  solo un appoggio, sul serio."
"OK, guarda che per lo scrivo che oggi siete stati a Bergamo."
"Nessun problema, se siamo stati notati dalla tua vedetta. Piuttosto - decise di seguire una sua improvvisa ispirazione - gi che ci siamo: ti va una bistecca stasera?"
"Ho Lucrezia a cena..."
"Ah, come non detto, peccato. Oppure... Magari se ti va passo sul tardi, quando Lucrezia torna a casa e ci facciamo una birra, che dici?" Dal tono della voce trapelava tutto il suo bisogno di compagnia, una sfumatura che il cronista colse tempestivamente.
"Perch non ti aggreghi per cena? Preparo la mia leggendaria pasta panna, salmone e whisky. E ho un'intera busta di salmone norvegese da far fuori. O vieni tu o se la divora Ottone..."
"Non vorrei essere di troppo..."
"Figurati. Mangiamo qualcosa e poi la riaccompagno a casa. L'avvocato Romeo al mattino si alza presto, mica poltrisce fino alle dieci come il sottoscritto!"
"OK, se non disturbo. Arrivo per le venti."
"Perfetto, ti aspetto."
Le successive due ore trascorsero veloci. Con poche novit. Il fratello di De Rosa gli chiedeva un appuntamento per i giorni successivi.
Dalla Mobile di Bergamo erano arrivati l'estratto del Telepass della Mercedes Slk del Bonazzi e un pacco di multe prese tutte a Milano. Inizi da queste ultime. Roba da brividi, per un comune mortale. Nell'ultimo anno l'indisciplinato pittore orobico aveva collezionato infrazioni e conseguenti sanzioni per quasi 8000 euro, per la gioia del nuovo sindaco Pisapia e delle casse comunali!
Cominci a scorrerle. Il buon Bonazzi parcheggiava l'auto senza un minimo di ritegno nei posti riservati ai disabili, o in quelli per residenti muniti di apposito pass da esporre, delimitati da strisce gialle, oppure nelle strisce blu a pagamento senza apporre i ticket.
Gi che c'era si era pure fatto appioppare belle stangate per aver corso come Kimi Raikkonen sulla Bergamo-Milano sotto gli occhi attenti del Tutor. Un gioved di aprile era sfrecciato a 172 km/h nel tratto Dalmine-Capriate. A marzo, sempre di gioved, si era fatto beccare a 169 nel tratto Trezzo d'Adda-Cavenago al mattino e a 168 nel tratto Trezzo d'Adda-Capriate a 166 nel pomeriggio.
Uno cos, se non gli avessero fatto esplodere la faccia con una Beretta 22, sarebbe comunque crepato contro qualche guardrail nei mesi successivi.
Si accorse che erano quasi le 19,30. Era in ritardo. Port Frog a fare pip e lo riaccompagn in ufficio, dove il cane si accoccol sulla solita coperta. Gli allung una carezza e uscendo raccomand al piantone di non aprire la porta del suo ufficio.
"Ripasso a prenderlo pi tardi", gli annunci mentre si involava verso piazza della Borsa.
Affrett il passo per raggiungere un rinomato negozio di alimentari in via Brisa, che in genere chiudeva verso le 20,30.
Trov la saracinesca calata a met, si pieg infilandosi sotto. Il titolare stava spegnendo il registratore di cassa e lo osserv stupito.
"Sono in tempo per rubarle una bottiglia di rosso?"
"Per rubarla no, per comprarla s...", replic l'uomo, ignaro di trovarsi di fronte un commissario di Polizia.
"Vorr dire che per questa volta la pagher", rispose, ridendo, Ardig. Con il salmone il rosso non era indicato. Preferibile un bianco. Alla fine opt per un Vermentino della Gallura e per non passare per taccagno ne prese due bottiglie.
Quindici minuti dopo citofonava a Malerba.
Ad accoglierlo venne Lucrezia, sorridente, abbronzata e bellissima.
Il trucco appena rifatto, la pelle quasi dorata, i capelli biondi sciolti sul collo: indossava sandali eleganti abbastanza alti, una gonna nera e una maglietta di cotone a mezze maniche, di quelli che si portano sotto la giacca. Era il tipico abbigliamento formale da Tribunale, infatti la borsa di pelle nera era appoggiata sul ripiano all'ingresso.
Dietro la "leonessa" ecco il leone, quello vero, un leone in carne, tanta carne, artigli un po' spuntati, ossa e pelo. Il vecchio Ottone lo annus con espressione diffidente, smascherando le tracce olfattive lasciate da Frog.
Ignor il collerico felino e salut l'avvocatessa, indeciso se allungarle la mano o puntare sul canonico bacio sulla guancia.
Alla fine opt per la seconda soluzione, trovando anche lei molto rigida, quasi infastidita.
Non poteva dire di conoscerla molto. Anzi.
Stava insieme a Federico da pi di due anni eppure finora l'aveva incontrata soltanto nei corridoi del Tribunale e un paio di volte in centro nei dintorni del commissariato. Ragazza di carattere e di cervello, poco propensa a dare confidenza, un po' chiusa a prima vista, forse nemmeno un mostro di simpatia. Molto rigida, molto disciplinata.
Cosa ci trovasse in un fanfarone come Malerba era un mistero...
L'amico aveva doti indubbie, intelligenza, loquacit, ironia, era un giornalista in carriera, tuttavia peccava di quella concretezza e solidit caratteriale che dovrebbe contraddistinguere un uomo maturo, ormai non lontano dall'oltrepassare la soglia dei 40 anni.
Anche se, doveva riconoscerlo, la presenza di Lucrezia aveva fatto maturare il reporter sotto molti punti di vista: lo vedeva pi responsabile, pi posato, meno portato a crogiolarsi sotto il sole fatuo della celebrit mediatica.
Insomma, il Federico che viveva solamente per fare indigestione di scoop e prime pagine, di pacche sulle spalle e complimenti della sua pletora di lettori-adulatori stava scoprendo che nella vita ci sono cose pi importanti, da anteporre alla gloria fugacissima di una comparsata in tiv a pontificare su un delitto...
Si accomodarono in cucina. Il padrone di casa armeggiava ai fornelli e la temperatura della stanza superava abbondantemente i 35 gradi.
In una pentola bassa c'era il salmone tagliato a pezzettini e imbevuto d'olio d'oliva, nella pentolona, invece, bolliva l'acqua per la pasta. Una confezione di fusilli era gi stata aperta.
"Oh... il nostro commissario. Qual buon vento?", lo salut, senza staccarsi dai tegami.
"Mi dovevi una cena, no? L'ultima volta ti sei limitato a scaldarmi una zuppa messicana in busta, se non erro..."
Ridacchiarono entrambi.
Lucrezia intanto si era gi seduta e osservava, con una punta di gelosia, la loro complicit cameratesca.
Stapparono il vino e fecero un brindisi, poi Federico torn alle sue pentole.
"Ne faccio mezzo chilo, ne mangi, vero?"
Ardig fece un rapido calcolo mentale, non mangiava pasta da pi di un mese, per cui esort l'amico: "Butta, butta, ne voglio almeno due etti".
A tavola parlarono del pi e del meno: le vacanze appena trascorse dalla coppia nella splendida Taormina, i ricordi comuni degli anni di studi, al liceo prima e a Giurisprudenza poi, intervallati da domande di Lucrezia, curiosa di comprendere come due caratteri diversi, agli antipodi, come quelli dello spartano Bruno e dell'ateniese Federico avessero potuto instaurare una solida amicizia, ormai pi che ventennale.
Verso le 22 Lucrezia inizi a scalpitare per essere riaccompagnata a casa e Bruno si ricord, ancora una volta, del perch fosse single per scelta... Presero l'Alfa 147 di Federico e in venti minuti furono in zona Citt Studi.
La ragazza si conged con una stretta di mano al poliziotto e un bacetto veloce al fidanzato, quindi i due amici rimasero soli.
"Che ne dici se andiamo a berci una birra nel pub inglese vicino al commissariato?"
Strada facendo parlottarono delle ultime indagini risolte dalla Omicidi: casi che avevano ottenuto poco risalto, gi archiviati dal tritacarne mediatico.
"Ci vorrebbe un bel serial killer", la butt sul ridere Malerba.
"Vedrai che qualche matto ascolter la tua invocazione", lo assecond il poliziotto, tornato nuovamente ad adombrarsi.
"Ti vedo inquieto, che succede?", lo incalz Federico.
"Non so, sensazioni. C' qualcosa che continua a sfuggirmi, a non tornarmi. Anche su questo omicidio Bonazzi..."
"Su cosa in particolare?"
"Su tutto, a cominciare da quella storia di Bolgheri, troppe domande senza risposta..."
"L'inchiesta non  chiusa formalmente?"
"Da un punto di vista procedurale s. Tra l'altro non avremo nessuno da portare sul banco degli imputati. Sono tutti morti."
"Beh, c' la vedova di Bolgheri, no?"
"La Lampugnani? Figurati. Deve rispondere solo di associazione a delinquere e il gip potrebbe proscioglierla. No, questa  un'altra inchiesta che finir in niente..."
Malerba non sapeva che dire. Nel frattempo avevano lasciato la macchina in piazza della Borsa e si stavano inoltrando nei vicoletti.
"Tra l'altro nei prossimi giorni verr qui a Milano il fratello di De Rosa. Mi ha telefonato qualche ora fa per annunciarmelo."
"Cosa viene a fare?"
"Incontra dei potenziali acquirenti per i dipinti rimasti nella galleria d'arte del fratello. Poi immagino debba chiudere i contratti di affitto, le solite cose che fai quando muore una persona."
"E da te cosa vuole?"
"Salutarmi. E qualche informazione sulle novit nell'inchiesta."
"Novit che non hai..."
"Qualcosa ho anche... per,  tutto fumo."
"E non mi dici niente?"
"Non  roba che puoi scrivere."
"Va beh... tu intanto spiffera, poi sai che non scrivo se tu non mi accendi il semaforo verde."
"Guarda che non  mica questo scoop... anzi. Sai il falsario che ha combinato quel casino in via Cermenate? Quello che ha lanciato le banconote dalla finestra?"
"Un mito, uno cos merita un monumento!"
"E invece si beccher cinque anni di calci nel sedere. Comunque, questo tipetto aveva preparato un passaporto falso per far espatriare Nocera. E l'aspetto comico, o tragico, della vicenda,  che a fare da tramite tra lui e Nocera  stato De Rosa. Capisci?"
"Fantastico... e magari gli ha prestato anche la mazza con cui lo ha massacrato..."
"Ah, non mi stupirei... c' persino di peggio.  probabile che De Rosa e Nocera si scopassero la stessa donna. O pi probabilmente che Nocera si scopasse la donna di De Rosa."
"Uhm..."
"Non ti convince?"
"Non molto. De Rosa era un dio greco, un artista mancato, titolare di una bella galleria d'arte: doveva essere educato e raffinato. Nocera invece era un teppista di periferia: d'accordo, era anche lui un bel ragazzo, fisicamente, ma tra i due non c'era competizione."
"Dipende anche dal tipo di donna, no? Nocera forse aveva il fascino del criminale, quello muscoloso e violento, con la pistola sotto il cuscino e la cocaina nel cassetto..."
"Uno cos piace alla classica tamarra piena di piercing e tatuaggi, una che il sabato sera va a ballare in quelle discoteche dove poi ci si azzuffa nel parcheggio."
"Mica vero... sembra che questa ragazza, Melissa, fosse davvero molto bella. La classica bellezza mediterranea, mora, truccatissima. Doveva avere un debole per gli stivali neri, lucidi e con il tacco altissimo..."
Un'immagine squarci la mente di Malerba. Tacchi alti a sostenere degli stivali neri, lucidi, una sera di fine aprile.
"...E comunque non abbiamo elementi per risalire a lei... Oh, mi stai seguendo o sei su Saturno?"
"No scusa, ci sono... E pensi che avrebbe le risposte che cerchi?"
"Non  detto. Certo rintracciarla ci aiuterebbe a fare un passo avanti."
Raggiunsero l'English Pub e si sistemarono al bancone con due boccali schiumanti sotto il naso.
Conversarono di donne, passando alla Pollini.
" calato il gelo totale. Valla a capire. Mi salta addosso, quasi mi violenta e poi - si sfog, riversando tutto il livore che covava per il sensuale pubblico ministero - mi tratta come se fossi uno stalker o quasi. Negli incontri professionali mi elemosina dei monosillabi e a me girano le palle solo a vederla. Per fortuna la vedo poco, ormai. Cambiamo discorso. Tu, piuttosto, con Rebecca? L'hai pi vista?"
"No, no, ci mancherebbe. Mai pi cercata. Non voglio combinare altri casini o farla soffrire ancora", garant il reporter.
"Io invece l'ho interrogata a fine giugno. Sui rapporti tra il padre e i vari De Rosa, Nierlich e via dicendo. Gentile, disponibile, per non aveva molto da aggiungere. Tipa strana, sfuggente. Non so... a pelle non mi ha convinto del tutto..."
"Perch non la conosci.  un'anima inquieta e tormentata. Adorava suo padre e non riesce a darsi pace per quel suicidio che non aveva intuito. E cos si sta dannando l'anima, quasi autopunendosi.  letteralmente ossessionata da questa ricerca, dalla figura paterna..."
"Sei sicuro che fosse cos legata al padre? A me hanno raccontato una versione diversa..."
"Scherzi? Lo idolatrava. Era tutto per lei."
Omettendo la fonte gli raccont dei pettegolezzi raccolti sui contrasti tra il professor Adorni e la sua ribelle primogenita.
"Bah... cazzate. Fidati, io l'ho conosciuta bene e ti assicuro che non  cos", tronc netto il cronista, con fare indispettito.
"Gi che ci siamo, lo sapevi che aveva studiato in America? A New York precisamente?"
"No, questo non me lo aveva mai detto", ammise imbronciato.
"E nemmeno che la madre  morta di un tumore e il padre sembrava disinteressarsene, preso dai suoi studi su Leonardo?"
"Neppure di questo avevamo parlato."
"Come vedi - lo mise all'angolo il poliziotto - non la conoscevi cos bene come pensavi. E chiss quante altre balle ti avr rifilato. E tu che sei un credulone te le sarai bevute tutte."
Touch. Ardig lo aveva punto sul vivo.
Ripensando anche alle parole dell'assessore Beltrami e a tutta la vicenda di Salaino e del fantomatico GiovanGiacomo, su cui si era arrovellato inutilmente per settimane, Malerba sent montargli la rabbia.
"E certo, perch io sono un cretino e mi faccio abbindolare dalla prima che passa, giusto?"
Bruno rimase spiazzato dalla reazione dell'amico.
"Che cazzo ti prende? Ho fatto solo una battuta."
"No, scusami...  solo che..."
Fu sul punto di raccontare tutto ad Ardig, ma si trattenne.
Inutile fare una figuraccia e alimentare inutili sospetti su Rebecca.
La ragazza aveva gi sofferto abbastanza.
Per, riflettendoci bene, lui qualche risposta se la meritava, non fosse altro che per il tanto tempo che aveva trascorso gomito a gomito con Rebecca, per aiutarla a concludere la ricerca paterna.
Scacci i pensieri e torn a rivolgersi all'amico. "Al diavolo Rebecca. E al diavolo la Pollini. Non sarebbe meglio un mondo di soli uomini, tutti froci?"
Alz il boccale per brindare.
Il commissario lo osserv stupito. Poi ridacchi alzando a sua volta il boccale: "Quanto sei pirla...".
...
.
...
24. Milano, sabato 27 agosto 2011.
...
.
...
"Stesse impronte digitali, stessi capelli, stesso DNA. Coincidono tutti i valori."
De Piccoli allung il foglio con il risultato al commissario. I referti raccolti dai colleghi della Mobile di Bergamo, i capelli corvini e le impronte digitali rilevate sui cuscini e sulle lenzuola della camera da letto di Paolo Bonazzi, coincidevano con quelli prelevati ad aprile dall'abitazione di Raffaele De Rosa, ma Ardig sembrava perplesso.
"C' qualcosa che non ti convince?", domand, preoccupato, il responsabile della Scientifica.
"Nelle vostre analisi? No, figurati, anzi..."
Pupo De Piccoli, con il suo faccione pieno e le guance lisce, sorrise.
"Ho pensato quello che pensi tu adesso: De Rosa e Bonazzi condividevano il letto con la stessa donna. Forse in periodi diversi. Magari lei per consolarsi della perdita di De Rosa si era gettata fra le braccia di Bonazzi, no?", ipotizz De Piccoli.
"La vedova nera... Due amanti entrambi uccisi brutalmente", sbott Ardig.
"Questa scoperta ti facilita il lavoro. Trova la vedova nera e hai risolto il caso..."
"S, come no. E mi fanno capo della Polizia."
"Il commissario sei tu, mica io", rise De Piccoli prima di congedarlo, consapevole dei foschi pensieri che si annidavano nella mente dell'investigatore.
Farris e Santoni ascoltarono quanto emerso senza fiatare. Per oltre mezz'ora valutarono ogni possibile ipotesi e alla fine Ardig rimase solo, assediato dai dubbi che riprendevano a tormentarlo impietosamente. Non c'era che una soluzione: infil il guinzaglio a Frog e usc in tutta fretta.
Milano era ancora deserta. Persino gli extracomunitari sembravano in vacanza. Pochissime le macchine in circolazione, marciapiedi deserti, i negozi con le saracinesche abbassate. Via Torino sembrava l'estrema periferia. Arriv alle colonne di San Lorenzo, da l devi nel parco di piazza Vetra, aggirando le basiliche, fino a spuntare dalla parte posteriore di Sant'Eustorgio.
Le gambe andavano come un treno e Frog pareva in grado di reggere il suo passo. Decise di proseguire, nonostante la calura.
Risal per la Darsena puntando verso l'Alzaia del Naviglio Grande, il luogo che pi amava di Milano: le botteghe degli artigiani, degli artisti, dei pittori...
Gi, i pittori... Nel mare magnum di multe che i ghisa aveva elevato a quello sciagurato di Bonazzi ne ricordava diverse prese proprio nelle stradine adiacenti ai Navigli: via Vigevano, via Corsico, via Valenza...
Valeva la pena controllare meglio. Invert la rotta per rientrare in commissariato.
Nelle fiction televisive, o nei film al cinema, capita spesso che il momento chiave di un'inchiesta difficile e tormentata sia cristallizzato nella plastica immagine del commissario di turno che stende su un tavolo una cartina della citt e, armato di evidenziatore o puntine, traccia una mappatura degli spostamenti della vittima o dell'assassino stringendo il cerchio. Quante volte, dal divano a due posti del suo living, la stanza adibita a soggiorno-cucina-sala, aveva ridacchiato di queste semplificazioni televisive o cinematografiche! Aveva... perch adesso toccava a lui il compito di spianare una cartina di Milano sulla sua scrivania, con Farris pronto a infilzare le puntine e Santoni, fra le mani la sfilza di multe rimediate dal defunto Bonazzi, nei panni del suggeritore.
Le multe erano un'ottatina, ma quel diluvio d'infrazioni era stato commesso in due aree circoscritte. La prima era quella racchiusa in uno sbilenco quadrilatero tra piazza Missori, largo Augusto, la Rotonda della Besana e Porta Romana. Era una zona che racchiudeva l'Universit Statale, l'ospedale Policlinico, il Tribunale, ma soprattutto una miriade di studi di avvocati, notai, commercialisti, broker finanziari.
"Aveva un debole per gli eroi. Via Micca, via Fanti, via Lamarmora...", sbott divertito Santoni.
La seconda zona in cui si concentravano le contravvenzioni era tra i Navigli e Porta Genova: via Alessandria, via Mortara, via Valenza, via Vigevano, via Corsico...
La sensazione dettata puramente dall'istinto stava trovando una parziale e provvisoria conferma. Scrut l'orologio. Quasi le 18.
Stava per scoccare l'ora dell'aperitivo, un rito da celebrare anche nella Milano semideserta.
"Stampiamo un po' di foto di Bonazzi. Andiamo in vita."
L'Alzaia del Naviglio Grande era immune al virus post ferragostano.
La minoranza di giovani milanesi rimasti in citt e i pochi turisti si erano tutti ritrovati, come ogni sera, proprio in quello scorcio caratteristico: una piccola fetta di Amsterdam in una citt assolutamente priva di canali. La maggioranza dei bar era aperta, con i tavolini sparpagliati sulla strada.
Li passarono al pettine, sottoponendo l'istantanea di Bonazzi al personale impegnato dietro al bancone.
La ricerca fu rapida e semplice.
Diversi camerieri riconobbero il pittore ucciso.
Di pi, molti di loro erano sicuri che avesse una bottega proprio nella prima corte che si incontra discendendo dall'Alzaia del Naviglio Grande: la corte degli artisti.
Ardig e i due ispettori vi si fiondarono senza perdere tempo. Li accolse uno splendido cortile, con case basse tinteggiate di ocra, al primo piano ringhiere con rampicanti ed edera, vasi di fiori rigogliosi e una sensazione di calore e intimit.
Fece gli onori di casa il gatto pi grosso che avessero mai visto: un soriano di almeno 10 chili, al cui confronto il malerbiano Ottone sembrava un micetto. Il felino, dopo essersi strusciato, rientr nell'unica bottega aperta. La proprietaria, una donna dall'abbigliamento ricercato, con un viso gioviale e l'aria premurosa, si fece avanti con un sorriso. Era sveglia e impieg meno di un secondo a inquadrare i tre uomini: non erano turisti, non erano interessati alla pittura.
"Buonasera, posso aiutarvi?"
Il tono era neutro, pi curioso che preoccupato.
Meglio non girarci intorno.
"Cerchiamo l'atelier di Paolo Bonazzi."
"Siete della Polizia, vero?"
"Esattamente", replic freddo Ardig.
La donna si strinse nelle spalle, poi indic una porticina al primo piano, sulla loro sinistra.
" quella l."
Non aggiunse altro e rientr, seguita dal mastodontico gattone.
"Che si fa?", domand un po' ingenuamente Santoni.
"Andiamo a dare un'occhiata, no?", borbott Ardig.
Farris torn alla macchina, parcheggiata poco lontano, per recuperare alcuni grimaldelli e meno di cinque minuti dopo la serratura, leggera, scatt. Entrarono.
La stanza probabilmente fungeva da spazio espositivo: venti metri quadrati, che illuminarono spalancando le persiane. Cavalletti, teche, una scrivania senza computer o telefono: nulla di rilevante. Si spostarono nel retro.
Due finestre si affacciavano sul cortile della corte adiacente. In mezzo troneggiava un enorme tavolo da lavoro da artista, con pennelli, tubetti di colore, boccette d'alcol, cotone.
Stranamente non c'era nessun dipinto, nemmeno una bozza. La parete di sinistra era occupata da un vecchio armadio in ferro, chiuso con un pesante lucchetto metallico.
"Che cazzo ci teneva qui dentro, l'oro di Fort Knox?", imprec Santoni, saggiandone la consistenza.
Su un ripiano si affollavano oggetti di artigianato etnico africano: statuette d'ebano riproducenti corpi nudi di dubbio gusto, roba da kamasutra. Sul pene eretto di una figura maschile era arrotolata una catenina argentata, da cui pendeva una chiavetta.
Senza nemmeno indossare i guanti Ardig la prese, srotolandola dal fallo ligneo, per andare a infilarla a colpo sicuro nel lucchetto, che si sblocc cigolando.
Dall'armadio scatur un fortissimo odore di muffa e di vernice. Sul fondo erano appoggiati diversi cilindri di plastica.
Questa volta il capo della Omicidi infil i guanti in lattice prima di afferrare i tubi, poi ne svuot il contenuto sul tavolo.
Rimasero per qualche istante senza parole, ammaliati da quanto stavano vedendo.
Foto, ingrandimenti, scansioni. Immagini scattate da diverse angolazioni. Particolari messi a fuoco in maniera minuziosa dal teleobiettivo. E poi stampe e fotocopie a colori. E sempre un solo soggetto immortalato.
L'Ultima Cena.
Ma non era quella di Leonardo, il dipinto murale di Santa Maria delle Grazie, che ormai conoscevano bene anche loro.
I colori erano pi vivi, pi accesi, pure per l'occhio profano dei tre sbirri.
" l'Ultima Cena di quel Salimbeni, giusto?", chiese Santoni.
"Esattamente, direi che  proprio quella trafugata a maggio al Palazzo della Ragione insieme agli altri dipinti", concord Ardig, gi impegnato a smanettare con il suo Htc per connettersi a Internet in cerca di una conferma, che giunse dopo meno di un minuto.
Confrontarono l'immagine del web con quelle che avevano sotto gli occhi. Non potevano esserci dubbi.
Gli ispettori tacevano increduli.
Ardig lasci depositare le emozioni provocate dalla scoperta, poi finalmente riusc a tradurre in parole il pensiero diventato sempre pi nitido.
"Adesso sappiamo perch Bonazzi ha preso tante multe intorno alla zona del Tribunale. Dobbiamo tornare all'Ordine del Santo Sepolcro."
Ci andarono a piedi, nonostante l'afa. Durante quella passeggiata umida ebbero modo di fare qualche telefonata in commissariato e raccogliere un po' di riscontri.
Le contravvenzioni commesse da Bonazzi in via Fanti, in via Lamarmora e via Micca, ovvero le vie intorno alla sede dell'ordine cavalleresco, portavano tutte la data di un gioved: gioved 7 aprile e gioved 5 maggio.
E le infrazioni per eccesso di velocit sulla Bergamo-Milano risalivano a gioved 7 aprile e gioved 5 maggio.
Erano sulla strada giusta. La strada che li portava nuovamente all'ordine templare, la cui facciata imponente si annunci appena svoltarono da via Manara.
La trafila per poter accedere all'austera stanza del cavalier Lovati fu pi breve rispetto alla volta precedente. Il priore dell'Ordine era abbronzato, anche sulla testa calva, e con un'aria ancora pi inflessibile.
Ardig scelse di lisciargli il pelo, almeno all'inizio.
"Le avevo assicurato che non l'avremmo pi incomodata, se non ve ne fosse stata assoluta urgenza e necessit. Purtroppo nuovi sviluppi delle nostre indagini ci hanno costretto..."
Lovati alz una mano per interromperlo.
"Anche questa volta so perch siete qui."
Fine dei convenevoli.
"Bene, noto con piacere che il caldo non ha affievolito la sua pragmaticit", lo stuzzic il commissario.
"Siete qui per Bonazzi, ovviamente. Vi attendevo gi da qualche giorno, per la verit."
Nelle sue parole c'era una venatura ironica, quasi canzonatoria, che irrit i poliziotti.
"Se aveva qualcosa da comunicarci" lo redargu il capo della Omicidi "avrebbe potuto contattarci: i nostri recapiti li aveva, no?".
Il cavaliere infil la punta delle dita nel folto pizzetto, quasi in cerca di ispirazione.
"Avrei potuto, certamente. E forse lo avrei fatto, tra qualche giorno, se non foste venuti a bussare alla nostra porta."
"Lovati! Basta, per favore - esplose improvvisamente Ardig, ora deciso a fargli il contropelo - se ha qualcosa da dirci lo dica, altrimenti si prepari a rispondere a tutte le nostre domande."
"Avete un mandato?"
"No, ma possiamo averlo nel giro di mezz'ora. Dobbiamo solo attraversare la strada", replic, riferendosi al fatto che si trovavano di fronte al Palazzo di Giustizia.
Questa volta la risposta del responsabile dell'Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro fu attenta e diplomatica.
"Non ve ne  alcun bisogno. Non abbiamo alcuna ragione per rallentare il corso delle vostre indagini. Anzi,  nel nostro interesse che arrivino a compimento nel pi breve tempo possibile."
"Ottimo, allora ci racconti di Bonazzi", lo esort Ardig.
"Ha visitato la nostra casa alcune volte. Non molte, direi tre, al massimo quattro."
"Soffermandosi a lungo sull'Ultima Cena del Salimbeni, suppongo...", lo incoraggi il commissario.
"Suppone bene. Certo Bonazzi non era Adorni o Radice, non si fermava estasiato a contemplare il dipinto. Aveva messo in atto una strategia pi accorta: dedicava tempo e attenzione in pari misura a quasi tutti i dipinti esposti."
"Come fa a essere cos ben informato, anzi documentato, sugli spostamenti di quello che, in fin dei conti, era soltanto uno dei vostri tanti visitatori?"
Una risata baritonale esplose nell'ufficio.
"Commissario, via... Bonazzi intanto non era uno dei tanti visitatori del nostro ordine, ma un illustre ospite, anche se si celava dietro occhiali scuri e dava l'impressione di voler passare inosservato. Inoltre..."
"Inoltre?"
Lovati prese fiato, come se necessitasse di una rincorsa per lanciarsi nel vuoto.
"Inoltre nei giorni scorsi ho visionato i filmati delle nostre telecamere di sorveglianza, proprio per ricostruire gli spostamenti di quell'uomo durante le sue visite. Naturalmente i nastri sono a vostra completa disposizione fin da subito."
Si era pure visionato i nastri. E non li aveva avvertiti... altro che spirito collaborativo. Ardig avrebbe voluto pigliarlo per il bavero. Invece abbozz.
"La ringraziamo per la sua collaborazione."
" un dovere e un piacere e se volete possiamo accelerare i tempi, mostrandovi subito quanto vi preme."
Era chiaro che Lovati, per qualche ragione, desiderava che visionassero il filmato in sua presenza. Decise di assecondarlo.
"Se fosse possibile, le saremmo grati."
Il priore clicc sull'interfono.
"Pietro, puoi venire da me?"
Venti secondi dopo il giovane che li aveva accolti all'entrata si materializz, silenzioso e deferente. Punt dritto verso il computer collocato sulla scrivania del cavaliere, armeggiando per qualche istante con il mouse.
"Ecco, ci siamo", annunci Lovati girando il monitor in direzione dei poliziotti e oltrepassando a sua volta la scrivania per unirsi a loro.
L'ex navata della chiesa di Santa Maria della Pace riconvertita a sede dell'ordine cavalleresco era un corridoio male illuminato, situazione ambientale tutt'altro che favorevole per una nitida ripresa video, e le telecamere del sistema di sorveglianza a circuito chiuso installate nell'ex luogo sacro non rappresentavano certamente l'ultima novit sul mercato.
Morale della favola: immagini in bianco e nero, tutt'altro che nitide e quasi microscopiche.
Con il fast forward l'assistente di Lovati port la registrazione al punto di loro interesse: non c'erano visitatori, tranne un uomo alto, di corporatura robusta, con addosso una giacca, in testa un cappellino da baseball, in mano gli occhiali da sole.
Si soffermava davanti al dipinto del Salimbeni, studiandolo con l'attenzione che un sincero appassionato di arte riserva a un simile dipinto quando ha l'opportunit di trovarselo a meno di un metro dalla punta del naso.
Ardig aveva preso nota mentalmente, attraverso il timer collocato sul display, del momento in cui era entrato in scena il defunto pittore bergamasco.
Lo osserv mentre si avvicinava all'angolo alla sua sinistra, quello dove un santo allungava i palmi delle mani verso chi lo guardava.
Poi, con movimenti lenti, iniziava a spostarsi verso destra, restando per qualche attimo davanti alla figura a fianco di Ges.
"Quello  San Giovanni, giusto?", chiese per scrupolo.
"Naturalmente", rispose infastidito Lovati.
Bonazzi faceva ancora qualche passo, lateralmente, verso l'altra ala della tavolata. L indugiava qualche istante, prima di spostarsi verso la tela successiva. In tutto era rimasto davanti all'Ultima Cena per un minuto e 53 secondi.
Ardig calcol il tempo in cui sostava di fronte al successivo dipinto attribuibile al Boltraffio: un minuto e 29 secondi.
Lo seguirono mentre si spostava verso un'altra opera, immortalato da una seconda videocamera collocata pi avanti.
Otto minuti pi tardi tornava davanti al quadro del Salimbeni per una rapida "toccata e fuga": appena 16 secondi, giusto il tempo di mettere a fuoco un dettaglio, questa volta alla destra di Ges.
"E per il 7 aprile  tutto", annunci solenne il cavaliere.
Il giovane assistente caric senza esitazioni il file successivo: gioved 5 maggio, stessa scarsa qualit d'immagini, stessa scena. Bonazzi indossava nuovamente una giacca e il cappellino da baseball, gli occhiali da sole sempre a ciondolare nella mano destra. Questa volta per non era solo.
Quaranta secondi dopo l'uomo, irruppe nella scena una giovane donna, magra, tacchi alti e jeans aderenti, sopra una camicia bianca, in testa una sorta di basco, un cappello tipico nell'iconografia tradizionale degli artisti. Sebbene l'ambiente fosse buio e illuminato solo da neon poco luminosi, indossava occhiali da sole. Si avvicin a Bonazzi ma non scambiarono alcuna parola, come se fossero insieme ma volessero dare a intendere di non conoscersi.
La ragazza sost davanti all'opera del Salimbeni appena 27 secondi poi prosegu, facendosi agganciare dalla seconda telecamera: pareva prestare pi attenzione ai dipinti successivi, dove rest almeno un minuto.
Era impossibile distinguerne il viso, camminava con il volto sempre rivolto alla parete dove erano esposte le opere. A un certo punto allung il passo in direzione dell'uscita.
In uno degli ultimi fotogrammi si vedevano le sue mani, con le unghie corte e prive di smalto, estrarre da una voluminosa borsa nera un pacchetto di sigarette.
Fine delle trasmissioni. Rewind.
Ripresero dal primo frame, dall'entrata in scena di Bonazzi. Aveva lo stesso atteggiamento della visita precedente: prima inquadr il dipinto nel suo insieme da circa due metri di distanza, poi si avvicin fino a un metro, iniziando a scorrerlo da sinistra a destra, indugiando davanti alla figura di San Giovanni.
Sembrava un sopralluogo, era durato due minuti e 14 secondi. Il defunto pittore aveva poi proseguito verso le opere successive, osservandole per un tempo inferiore, circa un minuto ciascuna, e sei minuti dopo era transitato nuovamente davanti al Salimbeni, questa volta per un'occhiata rapidissima di 11 secondi.
Poi era uscito, appena cinque minuti dopo la ragazza enigmatica. Cinque minuti, il tempo di una sigaretta...
"C' un registro degli ingressi?"
"No, commissario. La visita  gratuita e non  prevista la registrazione di chi accede nella nostra casa", si giustific Lovati.
Un buco nell'acqua.
"Non c' altro?"
"No, per me no."
"D'accordo, ci consegni gli originali delle registrazioni, per cortesia."
In teoria una simile richiesta avrebbe dovuto essere sostenuta da un mandato apposito, tuttavia Lovati non fece obiezioni, facendo cenno con la testa al suo segretario di provvedere.
"Due minuti e le avrete."
"Gi che ci siamo, il dipinto... Vi  stato restituito?", si inform il commissario.
"S, ci  stato riconsegnato gi a fine luglio. D'altronde la mostra a Palazzo della Ragione era stata sospesa anticipatamente dopo il furto e in seguito alla..."
Non concluse la frase, ma il senso era ovvio: in seguito al decesso del mecenate della mostra in questione e alla scoperta della sua diretta responsabilit per il trafugamento delle tele.
"Possiamo vederlo?", domand Ardig.
"Ovviamente,  in pubblica esposizione. Seguitemi."
Strano ma vero, il capo della Omicidi non aveva ancora avuto occasione di ammirare dal vivo l'opera, se non per un istante fugace nella cripta della villa di Concorezzo, che in qualche modo era legata a tutte queste morti, per veleno o per violenza. Era pi piccolo di quanto lo immaginasse, meno di due metri di lunghezza per circa 80 centimetri di altezza. I colori erano molto pi vivaci rispetto al dipinto murale di Leonardo eppure, per quel poco che poteva capirne, alcune figure, in particolare Ges e San Giovanni, sembravano identiche a quelle ritratte sul muro del refettorio di Santa Maria delle Grazie.
Il sospetto che lo aveva colpito fin dall'irruzione nella bottega sui Navigli affior improvvisamente. Non riusc a trattenersi.
"Cavaliere, avete appurato che si tratti dell'originale?" Lovati lo fiss prima con aria severa, poi con un sorriso di sufficienza.
"Intende dire che potrebbe essere un falso?"
In mezzo al folto pizzetto prese forma un sorriso ironico.
"La diverte questa mia osservazione?", lo pungol il capo della Omicidi.
"No, commissario, non se ne abbia a male. E non mi fraintenda. Lei, chiaramente, non ha competenze specifiche in questo settore e pu rivolgersi a esperti ben pi qualificati e titolati del sottoscritto che, in ogni caso, le daranno la mia stessa risposta: falsificare un'opera d'arte, soprattutto un'opera rinascimentale,  un lavoro complesso, che richiede un'abilit e una competenza non comuni, oltre ad apparecchiature sofisticate non facilmente reperibili, e pertanto di elevato costo sul mercato nero. Insomma - prosegu Lovati - non saprei quantificarle la parcella, utilizziamo questo termine improprio, anche se ritengo che si potrebbe aggirare intorno a diverse centinaia di migliaia di euro. Senza considerare i rischi a livello penale."
"Apprezzo questa sua spiegazione, eppure non ha risposto alla mia domanda. Avete appurato che si tratti dell'originale?", ribad Ardig in tono duro.
Lovati si irrigid.
"La mia spiegazione, come la chiama lei, era la risposta. No, non abbiamo eseguito nessuna verifica proprio per le ragioni che le ho esposto. Questo dipinto  una crosta priva di alcun valore economico. In un'asta dubito verrebbe quotato oltre i 200mila euro. A essere ottimisti. Non c' quindi una ragione plausibile per cui qualcuno dovrebbe spendere una cifra cinque o sei volte superiore e correre seri rischi per falsificarlo e sostituirlo", concluse acido il priore dell'ordine cavalleresco.
Nel frattempo il giovane assistente era rientrato con un piccolo involucro scuro coperto da un sacchetto di nylon.
"Ecco le vostre registrazioni", comunic secco Lovati. Il loro tempo era scaduto.
"Un'ultima cosa, cavaliere.".
Questa volta Ardig calc sulla qualifica, quasi volesse schernirlo.
"Dica pure."
"A suo avviso, in base alle sue modeste competenze in materia - e questa volta calc sull'aggettivo - un pittore di indubbio talento e successo sarebbe stato in grado di eseguire un falso di un'opera come quella del Salimbeni?"
"Un pittore come il Bonazzi?", tentenn Lovati.
"Mi risponda, per cortesia", lo incalz il commissario.
"Senza dubbio, ma soltanto avvalendosi dell'indispensabile ausilio di un restauratore museale o di una sovrintendenza, proprio per via della sofisticata apparecchiatura necessaria per un simile lavoro."
" tutto - concluse Ardig - e spero di non doverle arrecare nuovamente disturbo."
Stringendogli la mano Lovati si ammorbid un poco.
"Nessun disturbo, siamo sempre a vostra disposizione."
Uscendo Ardig telefon in commissariato: doveva affidare a Invernizzi una ricerca un po' particolare.
Il briefing in commissariato dur fino alle 21; chiamarono il commissario Bellini a Bergamo, per informarlo delle novit emerse ma soprattutto per avere da lui una conferma fondamentale.
Bonazzi era il curatore della mostra, quindi aveva libero e incontrollato accesso agli uffici e ai magazzini del Palazzo della Ragione. Dov'erano stati conservati i sette dipinti trafugati il 17 maggio. Era un luogo inaccessibile al pubblico, dove il defunto pittore avrebbe potuto, indisturbato, sostituire la tela dell'Ultima Cena.
Nella mente del commissario, la matassa iniziava a dipanarsi.
E poi, chi era la ragazza che sembrava accompagnare il Bonazzi nella visita alla sede dell'Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro gioved 5 maggio?
De Piccoli quel giorno era di riposo e alla Scientifica c'era il sovrintendente Paolo Galli.
"Ci vuole un po' di pazienza. Dobbiamo tentare una deframmentazione, attraverso la decomposizione e la ricomposizione dei pixel potremmo..."
Ardig detestava i dettagli tecnici.
"Galli, per favore: fate quel che dovete, non mi interessa... basta il risultato. Ci riuscite per domani?"
"Penso di s."
"Bene, grazie e buon lavoro".
Il tempo di una sigaretta e Invernizzi fece capolino.
"Allora?"
"Forse ho individuato l'uomo giusto", rispose il sovrintendente.
"Chi sarebbe?"
"Si chiama Alessandro Guido Ciralli. Me lo ha segnalato il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico.  il pittore a cui il proprietario ha affidato il restauro di quel dipinto che avevano rubato De Rosa e Nierlich. Te lo ricordi?"
"S, una roba tipo L'esodo in Egitto o qualcosa del genere."
"Pi o meno, Riposo dalla fuga in Egitto. Comunque questo Ciralli  un pittore milanese abbastanza quotato. Ha anche un sito Internet, guarda..."
Digit l'indirizzo www.alessandrociralli.com e su uno sfondo nero si apr una photogallery di dipinti che un profano avrebbe definito inquietanti: colori scuri, espressioni dure, un'atmosfera gotica.
Eppure il tratteggio era finissimo, quasi come se riproducesse immagini viste in uno specchio sfocato. Ardig rimase conquistato.
Ammir per alcuni istanti La cena  finita, una versione moderna e particolare dell'Ultima Cena, poi vision Nuntius Mortis, dove la figura di Cristo era sostenuta da soggetti che di santo o apostolico avevano poco o nulla. Infine si sofferm sulla Stanza del crimine, dove un uomo vestito di rosso sovrastava una testa mozzata abbandonata su un pavimento a scacchiera.
"Roba da Dario Argento. Se avessi un dipinto cos in casa non dormirei molto tranquillo", comment Invernizzi.
"A me invece piacciono", ribatt Ardig estasiato, poi si concentr nuovamente sul caso: "Contatta questo Ciralli, domani lo voglio qui".
Milano, domenica 28 agosto 2011
Ardig divor un'altra sigaretta. La scansione delle immagini registrate dalle telecamere del circuito interno di sorveglianza si era rivelata uno sforzo inutile. La ragazza con il basco e gli occhiali da sole non si era mai girata a sufficienza perch loro potessero individuarne i connotati.
Restava solo "culetto d'oro", come l'aveva ribattezzata Santoni, ma a Milano di donne con un bel culo ne girano parecchie.
I colleghi bergamaschi, dal canto loro, avevano scoperto l'acqua calda: nei giorni precedenti al furto, tutte le tele poi trafugate erano state ospitate nel magazzino del Palazzo della Ragione, un luogo riservato soltanto agli addetti ai lavori. Bonazzi, in quanto curatore dell'esposizione, aveva libero accesso.
Un'altra tessera combaciava, eppure non avevano nulla di nuovo tra le mani.
Decise di concedersi una passeggiata. Frog zampettava allegro e pimpante: ne approfitt per spingersi fino al Castello Sforzesco.
Rientrarono dopo un'oretta e il piantone gli comunic che nella sala d'attesa c'era una persona che lo aspettava.
Si trattava di un uomo poco oltre la quarantina, magro e vagamente somigliante a Steve Jobs, per via della stempiatura e di un filo di barbetta. Ammazzava il tempo leggendo una rivista; appena intravide il commissario scatt in piedi.
"Sono Alessandro Ciralli, mi avete convocato..."
"Benvenuto. Saliamo in ufficio da me."
Un minuto dopo l'artista si accomodava nella poltroncina in mezzo, alla sua destra Santoni, a sinistra Farris.
Non pareva intimorito o preoccupato, nonostante fosse stato convocato d'urgenza in un commissariato di Polizia e per di pi in una domenica mattina di fine agosto.
"Grazie per essersi presentato."
"Si figuri, se posso esservi utile."
"Me lo auguro. Vorrei alcuni ragguagli sul lavoro di restauro che sta eseguendo sul dipinto Riposo dalla fuga in Egitto..."
"Veramente avrei gi concluso quel restauro da fine luglio e l'opera  tornata a disposizione del proprietario, a Stabio. Si trattava solo di un restauro superficiale, molto breve", precis il pittore.
"Ah, pertanto la tela non era stata danneggiata?"
"No, tutt'altro. Chi l'aveva trafugata aveva poi preso tutte le necessarie precauzioni per ben conservarla."
"Gente del mestiere, quindi?"
"Direi di s. L'avevano avvolta in un panno speciale, proprio per mantenere il lino asciutto e ventilato. Evidentemente chi aveva commissionato il furto era un tipo scrupoloso."
"Pertanto a suo avviso  stato un furto su commissione?"
"Oddio, commissario, non voglio rubarvi il mestiere, per... insomma, non hanno mica rubato La Fornarina di Raffaello."
"Secondo lei quel quadro quanto poteva valere? Da pittore, faccia una valutazione..."
"Considerando che essendo rubato non era esponibile in pubblico, non so... magari uno di quei ricconi russi o arabi avrebbe potuto pagarlo anche 100mila euro. Ma la sto sparando grossa."
"Uhm...  comunque una cifra che pu legittimare un furto. Gi che ci siamo le faccio un'altra domanda: visto che  qui, ne approfitto..."
"Prego, dica pure."
"Lei ha presente la tela del Salimbeni, quella esposta all'Ordine del Santo Sepolcro?"
"Ovviamente, un'Ultima Cena, una delle tante prodotte dagli allievi di Leonardo e dalle successive generazioni di loro allievi. Si tratta di un'opera di modesto valore commerciale. Superiore a quella del Cittadini, ma pur sempre modesta. Anche in questo caso si trattava di un furto su commissione, no? Come si chiamava quel finanziere che..."
"Bolgheri. Norberto Bolgheri."
"Ecco, Bolgheri. Che brutta storia", comment il pittore, notando l'espressione pensierosa del commissario, che sembrava volerlo trapassare con lo sguardo.
Tacquero entrambi qualche istante.
"Ciralli, lei conosceva Paolo Bonazzi?"
L'artista impallid improvvisamente.
"Beh, s... una conoscenza marginale, sa, tra pittori... perch me lo domanda?"
"Non si preoccupi, non la sospetto di essere il suo assassino."
La battuta rasseren l'uomo, strappandogli un sorriso tirato.
"Se la sentirebbe di accompagnarci in un posto?  qui vicino, possiamo anche andarci a piedi se ha voglia di fare una passeggiata."
"Va bene, volentieri."
Durante il tragitto Ardig si inform sull'attivit professionale del pittore e sulla sua sfera privata, scoprendo che era felicemente sposato e padre di un bambino. E adorava i libri gialli.
"Allora speriamo possa esserci davvero di aiuto", borbott il capo della Omicidi mentre aggiravano la Darsena.
Dieci minuti dopo erano nello studio di Bonazzi.
Ardig non apr bocca, limitandosi a spalancare le persiane per far entrare la luce e rivelare il campionario di foto dell'Ultima Cena del Salimbeni sparso sul tavolo.
Ciralli sbianc come un cencio.
"Cristo santo..."
Si avvicin ad alcuni dei barattoli: "Olio di noce, colla di glutine, polvere di zinco... e i colori con questa pigmentazione...".
Ardig gli pose una mano sulla spalla destra.
"Bonazzi stava lavorando a un falso?  cos?"
"Commissario, non so... non vorrei..."
"Avanti Ciralli, non stiamo mica verbalizzando, rester tutto tra di noi. Forza..."
Il pittore si accarezz la barbetta.
"Queste foto... questi oli...  pazzesco, eppure sembra proprio cos. Anche se..."
"Cosa?"
"Vede commissario, falsificare un'opera datata di secoli richiede un'infinit di accorgimenti. Non bastano questi colori. Intanto occorre una tela dello stesso identico materiale di quella che si vuole copiare, altrimenti da una spettrografia e da un esame al radiocarbonio 14 si noterebbe subito che..."
"La tela che lei ha restaurato potrebbe essere compatibile?"
"Con quella del Salimbeni? Beh... s, sono entrambe di lino; certo quella del Salimbeni  anteriore di un secolo, per una discrepanza potrebbe essere giustificata dall'umidit, dallo stato di conservazione nel corso dei secoli."
Adesso iniziava a essere tutto chiaro. Anche pensando alla cassa con oli e pigmenti fatta spedire da De Rosa.
Quel dipinto rubato, il Riposo dalla fuga in Egitto, sarebbe servito come materia prima per il falso e il falsificatore sarebbe stato Michael Nierlich, uno che aveva il talento sufficiente per cimentarsi in una simile impresa.
Poi, morto Nierlich... ecco Bonazzi, che ovviamente non aveva mai nemmeno sfiorato la tela fatta rubare da De Rosa, ma poteva essersene procurato una analoga, magari pagandola, visto le sue indubbie disponibilit economiche.
"E poi?"
"E poi servono un'infinit di materiali e macchinari. Per la pigmentazione, la fluorescenza. Serve un apposito forno per scaldare i colori una volta posati. Altrimenti con l'esame della lampada di Wood emergerebbe che..."
Il poliziotto alz la mano per fermarlo.
"Uno come Bonazzi aveva i mezzi per reperire tutte queste diavolerie?"
"No, no, lo escludo. Queste apparecchiature cos sofisticate non si trovano facilmente."
"Qualcuno le avr, no?
"Beh... i Musei Vaticani, Brera, gli Uffizi, la pinacoteca..."
La parola Uffizi precipit fragorosamente su Ardig, che fatic a celare lo smarrimento, riparandosi al volo con una domanda banalissima.
"Insomma... servirebbe la collaborazione di restauratori professionisti?"
"Assolutamente, altrimenti il falso sarebbe irrealizzabile."
"Bene, per me  tutto. Torniamo in commissariato."
Il piccolo dubbio si era ingigantito, trasformandosi in una montagna di pensieri e collegamenti.
Quella frase dell'appuntato Colombo sugli studi condotti a New York da Rebecca era stato il primo campanello d'allarme. Il secondo era suonato dopo il riferimento di Ciralli agli Uffizi...
Ardig entr in ufficio e convoc gli ispettori: dovevano iniziare subito una ricerca, il pi in fretta possibile, e bisognava contattare la Galleria degli Uffizi.
Telefonare agli Uffizi non era servito.
I curricula dei ricercatori e dei dirigenti del museo erano online, liberamente consultabili da tutti. E non erano nemmeno servite molte parole. Bastava la sola espressione di Farris.
"Abbiamo pescato il jolly", si limit a constatare, facendo scivolare un paio di fogli stampati.
Il commissario inizi a scorrere i dati.
"Rebecca Adorni, nata a Milano il 12 giugno 1977... Liceo Artistico Caravaggio di Milano fino al 1995, diploma conseguito nel 1996 presso la European Bloomfield High School, diploma Erasmus presso la Ecole Suprieure des Arts Appliqus Duperr di Parigi, laurea all'Accademia delle Belle Arti di Firenze."
Ardig prese a digitare sulla tastiera, aprendo i file dei casi ormai archiviati. Non si sorprese neppure: lo European Bloomfield era lo stesso liceo frequentato da De Rosa e Nierlich.
E loro lo sapevano dai primi giorni di maggio.
Avevano pure avuto tra le mani quella foto, pubblicata sul profilo Facebook di Nierlich!
Per flagellarsi maggiormente convoc Larini, l'unico di loro che sapeva entrare nella bacheca del social network, spiegandogli quale foto doveva reperire e stampare. Due minuti dopo l'agente torn, depositandole sulla scrivania.
Eccolo, il gruppo dei neodiplomati nella sessione estiva del 1996. Sotto la didascalia c'erano anche i loro nominativi.
I cognomi erano allineati in ordine alfabetico.
E quello della Adorni spiccava al secondo posto.
Inizi a leggerli ad alta voce, quasi declamandoli: "Chedman, Childress, Choncell, Cliwert, Connelly, Cowans, Currera, Dawson, Dempsey e quindi De Rosa Raffaele".
Un'altra trentina di nomi ed ecco Michael Nierlich. Per qualche secondo il capo della Omicidi rest immobile. Poi and a cercarla tra i piccoli volti sorridenti, un millennio fa. Lo sguardo cadde su una moretta con tanto di quel rossetto da far impallidire la Cicciolina dei tempi d'oro.
La scarica di adrenalina lo percorse improvvisamente.
La ragazzina, capelli lunghi neri, lo fissava con i suoi occhi truccati e le labbra di un rosso eccessivo, una stonatura sul visino smunto. Era magra, in gonna di jeans e camicia larga.
Era una foto di un'altra epoca: abiti e pettinature fuori moda, un'adolescente che tenta di scimmiottare una donna matura, senza il sex appeal e il fascino che soltanto l'avanzare degli anni conferiscono a ogni creatura femminile. Senza gli stivali neri e le gonne aderenti che le avrebbero poi permesso di catturare gli sguardi di tanti maschi. Ma gi allora si faceva notare.
L'aveva trovata finalmente, anche se con qualche mese di ritardo.
La fantomatica Melissa, l'introvabile mora misteriosa.
La verit che aveva sotto gli occhi da tanto tempo e non era mai riuscito a scorgere con la dovuta lucidit.
Negli occhi del commissario si stamp il volto magro di quella ragazzina dall'aria compassata e triste, che si sforzava di apparire allegra. Al suo fianco un giovane allegro davvero, con un sorriso da copertina. Quanto era lontano da quell'orribile volto deturpato che mani barbare avevano nascosto nello sgabuzzino di un seminterrato! Poco pi in l, ecco un altro bel viso sorridente.
Sfog la frustrazione sferrando un pugno al tavolo, poi le parole gli uscirono come un soffio, pregno di nicotina.
"Vi rendete conto dell'errore che abbiamo commesso? Rebecca Adorni era compagna di corso di Raffaele De Rosa e di Michael Nierlich... Bastava guardare questa cazzo di foto!"
Restarono in religioso silenzio per qualche minuto.
Poi fu Farris ad aprire bocca.
"Abbiamo fatto una cazzata, inutile negarlo. Se avessimo eseguito i riscontri adeguati su De Rosa e Nierlich e sui loro studi ci saremmo imbattuti subito nella Adorni."
"Non possiamo farcene una colpa. Che De Rosa e Nierlich - argoment Santoni - fossero amici lo sapevamo gi, c'erano le loro foto su Facebook, i quadri esposti nella pinacoteca... No, non c'era motivo di risalire fino ai loro studi. E comunque ormai indietro non si torna. Piuttosto, ora come ci muoviamo?"
"Non lo so, ci devo riflettere. In mano non abbiamo nulla, lo capite? Di cosa possiamo accusarla? Di averci nascosto che era compagna di classe di un morto ammazzato?"
Farris scosse la testa.
"No, ci risponderebbe che non voleva che il suo nome fosse associato a quello di un gigol cocainomane, come sta ripetendo anche la Lampugnani", ammise deluso l'ispettore capo.
"Certo  strano - sbott il commissario accendendosi una sigaretta - la Adorni ci telefona per dirci che si trovava a Los Angeles proprio il giorno della sparatoria di Concorezzo. Verrebbe da pensare che si volesse costruire un alibi a prova di bomba, eppure..."
"Non  possibile, Bruno, ragiona.  solo una coincidenza. Come poteva sapere - si interrog Farris - che saremmo andati l se in quel momento non lo sapevamo neppure noi."
"Infatti. No, il punto  un altro, ma non riesco a identificarlo. Inutile impazzirci. Ragioniamo sulle cose concrete. E restiamo calmi. La Adorni non ha motivo di sospettare che stiamo indagando su di lei, per cui muoviamoci cauti e non allarmiamola."
"E non avvertiamo nessun magistrato?", domand Santoni.
"No. La Pollini - dispose il commissario - darebbe di matto se non le fornissimo qualche prova e Patruno non avrebbe alcuna titolarit su questo filone dell'indagine. No, lavoriamo sotto traccia. Tanto non ci occorre nulla, per ora."
Osserv i suoi ispettori.
"Andrea - interpell Farris - dobbiamo verificare che la ragazza in questo momento si trovi a Firenze, agganciarla e soprattutto non perderla di vista. Hai ancora qualche amico in Questura? Amico fidato, intendo dire..."
"Almeno un paio."
"Bene, allora chiedigli, in via riservata, di fare un giro davanti a casa sua o agli Uffizi. Intanto ordino ai tecnici di mettere sotto controllo il suo telefono cellulare cos possiamo monitorarne i movimenti in tempo reale. Seguiamola senza insospettirla."
Si volt verso Santoni: "Ci servono elementi per convincere i magistrati. Prendi le foto della Adorni scattate al funerale del padre, distribuiscile ai ragazzi e mandali in giro dai pochi testimoni che abbiamo. Dobbiamo sottoporle a quel falsario, al portinaio Anaclerio e al priore del monastero di Concorezzo. Poi facciamo verificare a Pasini se Rebecca o una tale Melissa aveva una prenotazione per quei voli che De Rosa e Nierlich avrebbero dovuto prendere. Se abbiamo un po' di riscontri possiamo far emettere un decreto di comparizione. A quel punto la torchiamo, non dovrebbe essere difficile farla capitolare. Forza, tutti al lavoro".
Tre ore dopo, intorno alle 17, avevano gi ottenuto una serie di risposte. Tutte concordanti e univoche. Tranne una...
Anaclerio riconobbe in Rebecca la fascinosa Melissa, sebbene commentasse deluso la mancanza di trucco e i capelli corti che rendevano quasi irriconoscibile quella ragazzina acerba rispetto alla donna conturbante che per mesi aveva scaldato il letto del focoso De Rosa.
Il falsario Episcopio ribad che era proprio lei la donna che si era fatta stampare un nuovo passaporto con impresso il nome di Melissa e un cognome che non ricordava.
Padre Simone, pi in difficolt degli altri per via della miopia, era orientato a ritenere che la ragazza acqua e sapone potesse essere la stessa femmina dall'aspetto aggressivo che avevano ospitato nelle loro mura.
Tutte notizie coincidenti, ergo buone notizie, o quasi...
Secondo i colleghi della Mobile di Firenze la Adorni quel giorno non si era presentata al suo posto di lavoro, nonostante fosse impegnata in un delicato restauro nei laboratori degli Uffizi.
I segugi telematici della centrale informatica della Questura avevano avviato il monitoraggio dell'utenza cellulare telefonica intestata alla figlia di Adorni, per stendere intorno a lei un'invisibile rete di sorveglianza, ma l'utenza della ragazza risultava disattivata.
Si era forse eclissata, dopo aver appreso da stampa e tiv dell'arresto del falsario che le aveva regalato una nuova identit?
Una certa Melissa Tamagno aveva prenotato un posto sul volo Lufthansa di gioved 21 aprile che da Milano portava a New York via Francoforte, lo aveva scoperto Pasini.
"Per questa Melissa Tamagno non figura nell'elenco dei passeggeri imbarcati", concluse.
Era lo stesso volo che avevano prenotato De Rosa e Nierlich. Rebecca non aveva usato la carta di credito di Nierlich e non aveva effettuato la prenotazione insieme a loro, per si era attivata per essere sul medesimo volo per la Grande Mela, salvo poi non salirvi.
Un elemento in pi a suo carico. Ormai attendevano solo la prova regina per inchiodarla, quella del DNA. Per raccoglierla serviva per un mandato.
Avevano soltanto indizi. Se dovevano acquistare rilevanza probatoria non aveva alternative: doveva passare dalla Pollini. Sbuff pensando a quanta incazzatura si sarebbe dovuto sorbire.
"Sinceramente, commissario, mi sono davvero stufata. Sono stanca di vederla agire senza mai consultarmi, senza mai operare nel rispetto delle leggi, senza mai tenere in considerazione le pi elementari norme del diritto."
Gonna nera, camicia lilla, giacca nera sull'appendiabiti collocato alle sue spalle, profumo vivace a inebriare l'interlocutore, la Pollini era bella come sempre, scontrosa e pedante come sempre.
"Come le  saltato in mente di andare a interrogare un fermato in attesa di convalida di arresto? E senza neppure farlo assistere da un legale? E di coinvolgerlo in qualit di testimone tanto da fargli redigere un identikit? Chi l'avrebbe autorizzata in proposito? Si  mai preso la briga di leggere un codice di procedura penale?"
"Non nutrivo alcuna illusione sul fatto che avrebbe compreso il motivo di questa mia iniziativa", la assecond Ardig.
"Me ne compiaccio. Fa bene a non illudersi che non l'avrei coperta. D'altronde cosa pretende da me, dottore? - rimarc il titolo, per ampliare il solco che ormai li divideva. - Che condivida questi suoi colpi di testa? E poi vorrei tanto sapere a cosa sono serviti, tra l'altro."
"Sono serviti a scoprire che ruolo aveva Rebecca Adorni. E non mi pare poco. Finora avevamo soltanto dei morti da accusare, ora abbiamo un'indagata, viva e vegeta. E, temo, latitante."
"Di quale indagata sta cianciando? E sulla base di quali prove? Una pseudodichiarazione non verbalizzata di un pregiudicato interrogato senza l'assistenza di un legale? E magari preso a schiaffi da lei e dai suoi bravi? Sono queste le sue prove? E sarebbe latitante per cosa? Per sfuggire alle sue paranoiche elucubrazioni?"
"No, ci sono i riconoscimenti effettuati dal custode di via Morgagni e dal priore del monastero di Concorezzo."
"Testimoni di cosa?", url con voce stridula.
"Del fatto che l'amante di De Rosa altri non era che Rebecca Adorni, sua vecchia compagna di liceo. Sua e di Nierlich. Non le pare abbastanza?"
La Pollini si plac un istante.
"Anche volendo, non vedo alcun capo di imputazione. I capelli neri trovati nell'abitazione di De Rosa non possono essere collegati con quelli della Adorni."
"Ah no?" Sul viso di Ardig si dipinse una smorfia tra l'ironico e il patetico.
"Si pu sapere cosa mi sta chiedendo?"
"Dottoressa, semplicemente, di studiare con lei, codice alla mano, un percorso che ci consenta di verificare la fondatezza del mio teorema e acquisire i necessari elementi probatori per poter iscrivere Rebecca Adorni nel registro degli indagati e sottoporla a un regolare interrogatorio di Polizia e a un prelievo del DNA, una volta localizzata."
"Le prove che mi ha portato non bastano. Oltre tutto la Adorni, come lei stesso mi ha appena illustrato, si trovava a Los Angeles il giorno del furto della tela del Salimbeni e delle altre tele dal museo di Bergamo, il giorno del conflitto a fuoco in Brianza. Cos ho troppo poco in mano. Davvero."
"E cos'altro le occorre?"
"Lo sa benissimo. Serve il DNA. Da una tazzina del caff, da un bicchiere o da dove diavolo vuole lei. E comunque non mi pare ci sia molta fretta. Tanto, se ho ben capito, i suoi uomini non hanno la bench minima idea di dove si trovi. No?"
"Non in forma ufficiale."
"Come sempre... Facciamo cos. Lei trova un modo di recuperare il DNA della Adorni. E intanto tenta di rintracciarla. Se dovesse succedere qualcosa, dovesse recarsi in aeroporto o a una frontiera, lei mi avverte e troviamo una scusa per trattenerla. A quel punto la tenete sotto osservazione, poi senza fretta, senza violare alcuna regola, appena abbiamo in mano qualcosa di concreto la convochiamo e la interroghiamo. Prendere o lasciare."
Non era una trattativa.
Imprec mentalmente e facendo buon viso a cattivo gioco si conged.
Tanto per cambiare avrebbe fatto di testa sua. Cominciando col risolvere il rebus prioritario.
Dove cazzo era sparita Rebecca?
Si precipit in commissariato come una furia convocando la squadra al completo.
Parl per una decina di minuti, quasi ininterrottamente.
"Domande? Osservazioni?"
"Bah... - ruppe il ghiaccio Santoni - se si  mossa o si sta muovendo in auto o in treno pu attraversare qualsiasi frontiera praticamente senza controlli. Potrebbe essere gi in Svizzera, in Slovenia, in Francia. E non possiamo farle mettere sotto controllo il bancomat o la carta di credito senza mandati".
"Quello possiamo farlo lo stesso e fottercene, come abbiamo fatto con il telefono - tagli corto il commissario - ma dubito che effettui prelievi o esegua pagamenti con la carta di credito.  consapevole che la rintracceremo a breve."
"La notizia dell'arresto del falsario ha avuto risalto mediatico solo qui in Lombardia - osserv Farris - e se non ne fosse a conoscenza potrebbe utilizzare il falso passaporto intestato a Melissa."
"Questo errore potrebbe costarle molto caro."
"E allora che si fa?", chiese ancora Farris.
"Intanto monitoriamo tutti gli aeroporti nazionali e vediamo se Rebecca o Melissa sono decollate su qualche volo o hanno una prenotazione. E se invece si  mossa in auto, pazienza... dovremo sperare in un colpo di fortuna."
Ma a un colpo di fortuna non ci credeva neppure lui. O la ragazza aveva gi espatriato via terra o via mare, oppure si trovava in chiss quale luogo dello Stivale. Di sicuro non era a Firenze, quanto meno non a casa sua. Il portiere era stato chiaro: l'aveva salutata il pomeriggio precedente, passo deciso e trolley pesante con le ruote cigolanti sull'asfalto. Era partita. Forse non sarebbe pi tornata.
Sciolse la riunione. Una folgorazione lo colse. Afferr il telefono.
"Fede? Sono io."
"Ah... ciao Bruno. Che succede?"
Pes per un istante le parole.
"Ho urgente necessit di rintracciare Rebecca Adorni."
L'amico cronista dall'altra parte rispose con tono indifferente.
"E lo dici a me? Sar agli Uffizi, no?"
"Se fosse agli Uffizi l'avrei gi rintracciata..."
Questa volta avvert lo stupore del reporter.
"Che tono! Ma scusa, perch la cerchi?"
"Federico, non posso parlartene, lo sai. Credimi,  anche nel suo interesse che io possa rintracciarla rapidamente."
"E il cellulare  irraggiungibile."
"Ovviamente.  disattivato."
"Mi puoi spiegare..."
"No, non posso spiegarti. Mi aiuti o no?"
"Anche volendo, non saprei come", si difese il giornalista.
"Possibile che tu non abbia un suo secondo numero di cellulare? O una mail?"
"Ho solo il numero che avete anche voi. Forse la sorella pu esservi pi utile del sottoscritto."
La risposta era troppo sbrigativa.
"Fede,  una cosa seria. Non sai se abbia qualche casa al mare o in montagna dove pu essersi rifugiata?"
"No, niente."
"Uhm, faccio finta di crederci."
"Fai come vuoi."
No, qualcosa non quadrava. Federico non la contava giusta.
Guard Sanna e Scalise che stavano cazzeggiando: ridacchia tra di loro ma si zittirono appena videro il capo che li fissava. Un'altra folgorazione sulla via di Damasco. Riafferr il telefono.
"Sono di nuovo io."
Federico, dall'altra parte del telefono, sembr sbigottito.
"Che altro c'?"
"Mi serve il tuo aiuto", sibil il commissario.
Malerba si irrigid stringendo il cellulare: se l'amico poliziotto arrivava a chiedergli il suo aiuto significava che le cose erano serie.
"Dimmi".
"Devo reperire un campione del DNA di Rebecca."
"Il DNA? E come faccio ad aiutarti?", domand sincero il giornalista.
"Sveglia, Fede. Ci sei quasi andato a letto con Rebecca, no? Mi basta un residuo di saliva o sudore sul lenzuolo, su una federa, su un asciugamano..."
"Sei impazzito?  successo pi di tre mesi fa... Guarda che ogni tanto lo faccio anch'io il bucato, cosa credi?"
Considerazione ragionevole. Lenzuola, federe e asciugamani erano stati lavati chiss quante volte in questa calda estate.
"Ci mancherebbe, ma pensaci bene: magari ti viene in mente un particolare, non so... una matita che aveva l'abitudine di rosicchiare..."
"No, cos su due piedi non mi viene in mente nulla. E poi mi conosci: se non mi spiegano il motivo di una cosa, faccio fatica a impegnarmi..."
Lo sbuffo del capo della Omicidi echeggi sonoro nell'apparecchio.
"Dove sei?"
"In redazione."
"Ci vediamo tra venti minuti l sotto da te e ci prendiamo un caff?"
" un invito o un ordine?"
"Fede, cazzo."
"OK, OK, tra venti minuti."
Mezz'ora dopo osservavano in silenzio i bicchieri d'acqua naturale che avevano ordinato, seduti a un tavolino esterno nell'unico bar rimasto aperto di via Senato.
Federico giocava in difesa, trincerandosi nel silenzio.
Bruno si rassegn, la prima mossa toccava a lui.
Dalla tasca della giacca tir fuori la fotocopia della foto scaricata dal profilo Facebook di Nierlich. Disse solo: " dell'estate del 1996".
Per un paio di minuti il reporter si consum gli occhi sul foglio colorato. Alla fine scosse la testa.
"Sono un cretino."
" vero", si limit ad annuire l'investigatore.
"Pensi che lei... s, insomma..."
"No, Fede. Non penso nulla. Di sicuro per  l'unica testimone rimasta in vita che possa raccontarci la verit che si cela dietro a questa catena di suicidi e omicidi."
Una balla bella e buona. Bonazzi era stato ucciso da una donna e a quel tavolo lo sapevano tutt'e due.
Malerba fece finta di crederci e moll la presa.
"Come posso aiutarti?"
"I capelli, ne perdiamo tutti... fammi ispezionare la tua auto. Ci basta un solo capello di Rebecca. Basta che sia restato attaccato al poggiatesta o che si sia infilato tra i sedili."
Senza rispondere Federico frug nella tasca sinistra dei pantaloni e gli allung le chiavi della sua Alfa 147.
"L'ho parcheggiata in via Rovani, nelle strisce gialle per residenti. Quando avete finito rimettimi le chiavi nella buca postale. Ti fai aprire il portone da qualche vicino."
Si alz e se ne and, senza nemmeno salutare.
Ardig lo aveva mandato nel pallone. Tormentato da domande cui non riusciva a trovare risposta, Malerba si dannava inquieto davanti alla tastiera. Da pi di due ore stava cercando di scrivere il pi banale degli articoli: un ragazzo di 20 anni, un bravo ragazzo senza precedenti, accoltellato da un coetaneo, un rom, lui s pregiudicato, davanti a un chiringuito nei pressi dello stadio di San Siro. Un articolo banale, eppure non riusciva a finirlo.
A bloccarlo era sempre lei, Rebecca. Doveva parlarle, una volta per tutte. Togliersi tutti quei pensieri che gli ronzavano in testa.
Un ricordo affior in superficie.
Una chiacchierata nel corso di una sera umida, sotto il portico di un monastero. A pochissimi chilometri dalla citt dei catari, quella dove potevano trovare facilmente il pesce di cui si nutrivano...
...
.
...
25. Autostrada A4 Milano-Venezia, luned 29 agosto 2011.
...
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...
Le vacanze erano finite e Giove Pluvio si era svegliato male.
Una pioggia torrenziale stava cancellando le ultime speranze di relax di chi, ancora, non si rassegnava a farsi risucchiare dalla monotonia lavorativa milanese, in ossequio all'aurea regola nella metropoli meneghina. Due settimane per far scaricare la batteria e cinquanta per pedalare e tenerla sempre accesa e funzionante...
Quella mattina i vagoni della metropolitana sarebbero stati presi d'assalto, nei bar ci sarebbe stata la fila per ordinare un cappuccino e il traffico nelle tangenziali esterne avrebbe ripreso a collassare. Come sempre.
Nelle quattro corsie della A4, in direzione Milano, si stavano ammassando migliaia di auto: l'esercito dei pendolari tornava a cingere d'assedio la metropoli.
Le colonne si trascinavano lente, per via del nubifragio che limitava la visibilit e deprimeva ancora di pi gli umori, gi in ribasso, di chi si trovava costretto a ricordare le vacanze ricorrendo al passato remoto.
Fine dei giochi, la ricreazione era terminata: quella mattina la campanella aveva ripreso a suonare per tutti.
Le secchiate d'acqua che stavano inondando il capoluogo e l'intera Lombardia sembravano gridassero: sveglia, si torna a laur! Malerba sfrecciava indisturbato sull'altra corsia, quella per Brescia, in balia di foschi pensieri.
Agrate, Cavenago, Trezzo sull'Adda, Capriate, Dalmine, Bergamo, Seriate, Grumello...
Ormai conosceva a memoria il susseguirsi di tutte le uscite. Persino quello degli autogrill: Lambro, Brianza, Brembo, Sebino...
Nella primavera precedente quell'autostrada era stata lo sfondo di tanti momenti vissuti con Rebecca, durante i loro pellegrinaggi nei monasteri di Desenzano del Garda e di Valeggio sul Mincio. E anche adesso Rebecca era l, con lui, a tormentarlo.
Pazza visionaria! Pur di riabilitare il nome del defunto padre e onorarne la memoria si era fatta prendere la mano, commettendo eccessi di cui un giorno si sarebbe pentita? Oppure era solo una fredda profittatrice, diventata ladra per ambizione o calcolo?
O peggio ancora...
Guid come un automa fino a quando intravide le indicazioni autostradali che segnalavano l'uscita di Sirmione a due chilometri.
Cominci a rallentare per imboccare lo svincolo.
Valic la porta telepass, con le dita della mano destra inizi a pigiare lo schermo del navigatore per digitare l'indirizzo del camposanto.
Dietro di lui scivolava nella pioggia una Fiat Punto argentata, distanziata di trecento metri.
Ardig alle 8 era gi alla scrivania. Fremeva per contattare De Piccoli. Si impose di pazientare. Un bussare leggero alla porta lo sorprese. E ancora di pi lo sorprese veder spuntare Pasini...
Una valanga d'acqua si stava abbattendo sulla sponda meridionale del Garda. Malerba era stato costretto ad azionare la spazzola del tergicristallo al massimo per avere un minimo di visuale.
Il suo nervosismo era alle stelle.
Era una mattina d'estate, eppure gli toccava procedere a trenta all'ora, la strada faticosamente svelata dagli anabbaglianti, dietro un camper di turisti tedeschi. Il ronzio monotono dei tergicristalli scandiva il suo nervosismo. L'attesa lo dilaniava.
Una rotatoria spunt a un centinaio di metri e il camper inizi a frenare anche se da destra non sopraggiungeva nessuno.
Basta. Era troppo.
Affond il pedale sul gas scalando dalla terza alla seconda: il motore rugg e la potente berlinetta sobbalz.
Con una manovra degna del peggior pirata della strada invase la corsia opposta, affianc il camper e lo super, in pratica tagliandogli la strada, proprio mentre quello, con l'agilit di un pachiderma, stava accingendosi a impegnare la rotatoria.
Una sciabolata di abbaglianti rimbalz nello specchietto retrovisore, probabilmente accompagnata da coloriti epiteti nell'idioma teutonico, ma ormai il giornalista era nella rotatoria: sgommando disegn la curva bruciando un'altra precedenza.
L'altra auto, un'Alfa 147 blu notte come la sua, fu costretta a rallentare e quasi urt il camper che proveniva da sinistra.
Veramente un'idiozia, una bravata senza senso, ma non se ne pent.
Il guidatore dell'altra auto lanci una serie di insulti al pirata della strada, quindi riprese dritto, in direzione Desenzano, mentre il camper imboccava la via per Sirmione, oscurandola con la sua sagoma.
Rimasta attardata la Fiat Punto argentata esegu un intero giro della rotatoria, prima di scegliere la strada per Desenzano.
"Ecco, capo, il nominativo  questo."
Ardig si stropicci gli occhi incredulo: grazie a un certosino lavoro di ricerca condotto da Pasini avevano finalmente un elemento concreto per rintracciare Rebecca Adorni.
Passando al setaccio, con la collaborazione della polizia aeroportuale, le prenotazioni di tutti i voli in partenza dagli scali nazionali nei successivi cinque giorni avevano individuato il nome di Melissa Tamagno su un volo della Air Dolomiti per Zurigo in partenza dallo scalo di Verona, dall'aeroporto Catullo, marted 30 agosto, alle 17,45. In quel piccolo aeroporto avrebbero chiuso il cerchio.
Sirmione sembrava una clessidra ribaltata.
Era come se avessero capovolto i due estremi, spostando il lago nella parte alta: al posto di far scorrere la sabbia in uno stretto pertugio, con un movimento armonioso, qui stava venendo gi tutta l'acqua contenuta nel lago.
Malerba si cal il cappuccio della mantellina sulla fronte, usc dal parcheggio e varc l'ingresso del cimitero.
Il custode era bardato come un pompiere: stivaloni impermeabili, tuta professionale di goretex e mantellina d'ordinanza con striature catarifrangenti, il cappuccio abbottonato sotto il mento.
Due stranezze lo colpirono.
Nonostante il diluvio le luci nei lumini erano accese, come se quella valanga d'acqua non potesse spegnere le loro fiammelle tremolanti.
L'altra sorpresa era proprio il custode: si aspettava un uomo di una certa et, prossimo alla pensione. Nel suo immaginario, i portinai o gli addetti a incarichi di quel genere dovevano essere tutti uomini che avevano passato i 55 o gi di l. Quello invece era un ragazzotto che non aveva pi di 26-27 anni, parlava con inconfutabile accento bresciano, aveva la faccia simpatica e i modi gentili.
Sprecato, per un cimitero.
Il nubifragio aveva tenuto lontani anche gli anziani, che avevano dovuto rinunciare alla tradizionale visita domenicale ai parenti che riposavano nel camposanto. Il cimitero era deserto.
Le gocce di pioggia ticchettavano con violenza sul marmo lucido delle lapidi.
Lo incontr sotto il portico d'ingresso, nell'unico punto all'asciutto.
Una stretta di mano e in un minuto ebbe tutte le informazioni di cui necessitava.
La signora Alice Adorni non riposava l ormai da qualche anno, cinque o sei se ben ricordava il ragazzo, presente gi allora quando il marito aveva scelto di far esumare i resti per farli cremare.
I pettegolezzi di paese dicevano che l'urna con le ceneri era stata gettata nel Garda, direttamente dalla terrazza panoramica del belvedere, di fronte all'ingresso delle Grotte di Catullo.
Quella svalvolata della figlia maggiore ogni anno, il giorno del compleanno della madre defunta, si presentava sull'altura per gettare delle rose bianche nel Garda.
Con l'indice destro il custode tambureggi sulla tempia, come a dire che di matti in giro ce n'erano proprio tanti. Forse si riferiva anche a lui, che in una giornata simile se ne andava in giro per cimiteri a far domande sui morti...
"Cosa? Vi siete persi Malerba?"
Ardig era pi stupito che incazzato.
Non imprec e non li insult, limitandosi ad ascoltarli.
" successo a una rotonda, qui c' un diluvio... Siamo stati ostacolati da un camper, abbiamo visto una 147 blu che deviava per Desenzano... abbiamo creduto che..."
"Bravi, ottimo lavoro davvero. Due veri geni. E adesso?"
Zanella gracchi qualche parola confusa nell'auricolare.
"Ci stiamo recando nel centro di Desenzano."
"Tenetemi informato."
Si volt verso Farris.
"Quei due imbecilli se lo sono perso... Questa storia non mi piace per niente. Che cazzo ci fa Malerba a pochi chilometri dalla zona dell'aeroporto Catullo?"
"Capo, mi sembra chiaro: sta andando dalla Adorni. Evidentemente sapeva dove rintracciarla."
"La solita testa dura. Maledizione."
Apr il cassetto, estrasse la Beretta e la fece scivolare nella fondina di pelle.
"Dai, andiamo sul Garda anche noi. E in fretta."
Smise di piovere improvvisamente, come se qualcuno avesse pigiato un interruttore. Non c'era da illudersi: il terreno era fradicio, l'aria immobile e il cielo sempre con il broncio.
Non aveva mai messo piede a Sirmione in vita sua e non sapeva dove dirigersi.
Percorse il lungolago: una ringhiera lo separava dalle acque del Garda, gonfie e insolitamente verdi.
Individu un parcheggio a pagamento, poche decine di metri prima della sbarra che consentiva l'ingresso nel borgo ai soli mezzi autorizzati. Sentiva l'agitazione aumentare e un crescente bisogno di orinare.
Non afferr neppure l'ombrello, usc quasi catapultandosi fuori dall'abitacolo, senza neppure attivare l'antifurto. Aveva addosso solo la polo e il giubbotto con cappuccio. Il cellulare, insolitamente spento, era rimasto nel vano portaoggetti del cruscotto.
Imbocc il ponte in pietra: tre metri sotto, l'acqua del lago di Garda - incanalata in uno stretto passaggio in muratura realizzato molti secoli prima - cresceva tumultuosa.
Valic l'arco murale del castello, porta d'accesso obbligata per la cittadina, e si ritrov in una splendida piazzetta, incredibilmente animata nonostante la temperatura si fosse bruscamente abbassata e le cataratte del cielo stessero per spalancarsi un'altra volta.
Capigliature bionde o rosse, pelli bianchissime, sandali con piedi fasciati da inguardabili calze di spugna bianche, bermuda larghi, pancette gonfiate dai wrstel e dalla birra: pi che sul lembo estremo del Garda pareva di trovarsi a Monaco di Baviera.
Frotte di turisti sciamavano tra l'ingresso al nucleo fortificato del castello e la stradina che, costeggiando il fossato, conduce alla passeggiata panoramica sull'altra sponda del lago, quella che guarda alla costa veneta.
Prosegu lungo la strada principale, stretta fra caratteristiche pareti in muratura, continuando ad addentrarsi nel centro storico.
Un gocciolone cadde sul terreno. La tregua era finita.
"Non dovremmo informare la Pollini?", domand l'ispettore carrarese senza voltarsi, con gli occhi fissi sulla strada.
Erano all'altezza dell'uscita di Dalmine e procedevano a 160 all'ora, senza lampeggiante, senza sirena.
"E di cosa dovremmo informarla?", biascic il capo della Omicidi.
"Bruno, dai... la storia del volo prenotato a Verona. Non mi pare poco."
Farris aveva ragione. Ma non aveva voglia d'imbarcarsi in un'altra discussione con il magistrato, magari per sentirsi dare l'ordine di rientrare a Milano.
"Che si fotta la Pollini", sbott, rimuginando tra s che la Pollini lui, peraltro, se l'era davvero fottuta. E per ben due volte.
Intanto un'idea su come rintracciare Malerba gli balen nel cervello.
Compose il numero del commissariato.
"Larini? Riesci a recuperare il prima possibile il numero dell'avvocato Lucrezia Romeo?  una penalista dello studio Fileni, se non ricordo male. S... mi occorrono sia il cellulare che quello di casa. Fai in fretta, per favore."
Dieci minuti dopo Larini invi un sms con i numeri del legale.
Il telefonino era spento.
Chiam in ufficio: gli risposero che l'avvocato sarebbe rientrato al lavoro soltanto il giorno successivo.
Prov a casa. Il telefono suonava a vuoto.
Improvvisamente qualcuno rispose. "Chi ?".
Era una donna dal vago accento siciliano.
"Buongiorno, perdoni il disturbo. Mi chiamo Bruno Ardig - evit di qualificarsi come poliziotto per non spaventare inutilmente la donna - e avrei urgenza di parlare con l'avvocato Lucrezia Romeo."
"Lei  un cliente?", si cautel la donna, presumibilmente la madre.
"Signora, per cortesia, pu passarmi l'avvocato se  in casa?"
Sent la donna urlare il nome della figlia a gran voce, con un'eco rimbalzante. Rumore di passi. Ci volle un tempo infinito prima che la ragazza arrivasse alla cornetta.
Nemmeno abitasse in un maniero...
"Pronto, chi parla?", chiese una voce impastata dal sonno.
"Lucrezia? Sono Bruno Ardig, scusami. Spero di non averti svegliata."
"Ah, commissario. Buongiorno. Ma  successo qualcosa?"
"No, non preoccuparti. Soltanto ho urgenza di rintracciare Federico al pi presto. E stranamente ha il cellulare spento."
" strano per davvero, lui lo ha sempre acceso. Oggi per non  qui a Milano,  via per lavoro."
"Sul Garda?"
"Proprio cos, mi ha detto che doveva andare a Sirmione per un'intervista. Mi ha parlato delle Grotte di Catullo... credo dovesse vedersi con una persona. Per lavoro."
Ardig rimase pietrificato, con il telefonino incollato all'orecchio.
"Mi sente, commissario?".
"S, s. Tutto a posto, comunque non era una cosa urgente, aspetto che rientri a Milano. Ti saluto. Buona giornata."
Osserv il tachimetro. La lancetta oscillava tra i 160 e i 170 all'ora. Quanto avrebbe voluto avere Pinton con s in quel momento.
"Corri, si va a Sirmione", ordin a Farris mentre apriva il finestrino e collocava il lampeggiante a ventosa sul tetto.
Erano quasi a Brescia. Meno di mezz'ora e sarebbero arrivati.
De Piccoli telefon in quel momento.
"Ho i risultati della comparazione del DNA..."
La tregua atmosferica era ormai un rimpianto: la pioggia era cresciuta d'intensit, un vero e proprio nubifragio.
Erano quasi le 13,00 e Sirmione si era svuotata. Turisti e cittadini si erano rintanati nei bar e nei ristoranti per scampare alla furia degli elementi.
La temperatura era crollata: dai trenta e passi gradi del giorno precedente ai venti scarsi di quell'inatteso anticipo autunnale.
Ora, oltre all'ombrello, serviva il maglione. Malerba non aveva n l'uno n l'altro.
L'indomani sarebbe stato a letto con un febbrone.
Eppure, con il cappuccio calato sugli occhi, avanzava spedito sulla strada in salita che porta alle Grotte di Catullo. Inizi a inerpicarsi con passo ancora pi deciso, costeggiando uno splendido parco di ulivi. Intravide una targa con impressa una citazione di Ezra Pound che, con i suoi versi, aveva decantato la bellezza di quel promontorio.
Prosegu. Il cielo era davvero scuro.
Un brivido gli fece accapponare la pelle. Era la paura, non certo il freddo che pure avvertiva.
Aveva paura di quello che avrebbe incontrato. Aveva paura di quello che avrebbe sentito dalle parole di Rebecca.
Risalendo si ritrov a costeggiare, alla sua destra, il perimetro dell'area archeologica delle Grotte di Catullo. Continu ancora per alcune centinaia di metri: gli alberghi erano terminati.
Intorno a lui soltanto gli ulivi che lo accompagnarono in un belvedere senza uscita, a forma di fungo.
Una staccionata di legno chiaro, alta meno di un metro, separava i visitatori dallo strapiombo.
Sotto, una cinquantina di metri pi in basso, le acque tumultuose del Garda bagnavano un fondale roccioso.
Voltandosi a sinistra poteva osservare la sponda bresciana del lago, alla sua destra quella veneta.
Lei era l. Appoggiata alla staccionata, lo sguardo rivolto al largo, dove la pioggia sembrava pi scura e intensa.
Hogan nere da passeggio, i soliti jeans aderenti, la solita maglietta nera. Piegata con l'addome sulla balaustra in legno.
Intorno ancora pochi turisti nordici, riparati dai cappucci dei K-way.
La raggiunse, allungando il passo.
La vide girare il collo, torcendolo verso sinistra. Un'impercettibile smorfia di stupore.
"Sei solo o c' anche il tuo amico Ardig?", gli chiese senza voltarsi, ostinandosi a tenere gli occhi rivolti al lago.
"Sono solo. Ardig non sa che sono qui."
Rebecca non rispose.
"Lo sai che ti stanno cercando, vero?"
"Ho letto la notizia dell'arresto del falsario. Ho capito che la Polizia avrebbe ricostruito tutto. Un po' in ritardo..."
Nelle sue parole c'era un distacco assurdo.
"Potevi scappare. Perch sei rimasta?"
"Puoi scappare dai vivi, non dai fantasmi. E io ne ho tanti che mi rincorrono. Troppi..."
La voce usciva monocorde, quasi con sofferenza.
"E allora fermati, smettila di scappare."
" troppo tardi per fermarsi. E poi chi te l'ha detto che non spiccher il volo a breve?"
Si accomod sulla panchina a un metro da lei, infischiandosene del fatto che fosse fradicia.
"Sei stato bravo ad arrivare fin qui. Sul serio. Come hai fatto a trovarmi?"
"Fortuna. Il custode del cimitero mi ha spiegato che la signora Alice era stata esumata alcuni anni fa, che il marito e le figlie avevano scelto di far cremare le sue spoglie e di disperdere le ceneri da questa scogliera. Non era difficile capire che avresti trascorso qui la giornata del compleanno di tua madre."
"Ma tu come facevi a sapere..."
"Una tua confidenza notturna, sotto il portico del convento di Desenzano, ti ricordi? Mi avevi parlato di Sirmione, dei catari che si radunavano qui perch era facile trovare il pesce e ti sei fatta sfuggire che tua madre era legata a questo posto... "
Lo interruppe bruscamente: "Bravo, bravissimo! Che memoria! Ma era meglio se non fossi venuto. Meglio per te".
Federico non colse l'allusione.
"Comunque i compleanni sono due."
Malerba la scrut stupito, senza cogliere il senso di questa nuova allusione.
"Non lo sapevi? Raffaele era nato il 3 settembre. Tra pochi giorni avrebbe compiuto 34 anni. Strano, vero? Le due persone cui ho voluto pi bene in vita mia accomunate dal calendario, anche se con qualche giorno di differenza, e dal destino che se li  portati via troppo presto, troppo giovani. Mia madre oggi avrebbe festeggiato 70 anni e invece non  arrivata nemmeno a 55..." Adesso nelle sue parole c'era la rabbia. Insieme al dolore.
Era arrivato il momento della verit.
"Rebecca, ho parlato con l'assessore Beltrami qualche mese fa. Non volevo crederci... mi ero illuso. Avevo la verit sotto gli occhi e fingevo di non vederla. Poi Ardig mi ha raccontato di aver scoperto che avevi studiato negli Stati Uniti, ho fatto una ricerca su Internet e a quel punto ho scoperto tutto."
"Allora  proprio vero che il tuo amico Ardig  sulle mie tracce ormai... Il mio tempo sta scadendo."
"No, il tuo tempo  gi scaduto. Torniamo a Milano, andiamo da lui, spiegagli tutto", la implor Federico.
La ragazza finalmente si decise a voltarsi verso di lui.
"No, hai ragione, tempo scaduto. E indietro non si torna."
Il giornalista era interdetto, incapace di comprendere la complessit del meccanismo che aveva portato una restauratrice degli Uffizi a farsi coinvolgere in una vicenda sanguinosa che aveva prodotto una lunga scia di morti.
"Ora dimmi la verit. Me lo devi..."
Lei riprese a guardare il lago.
"Sai come diceva un proverbio? L'occasione fa l'uomo ladro. L'occasione si  presentata e non abbiamo saputo resistere."
"A chi ti riferisci?"
"A tutti, a mio padre, a quell'altro fanatico di Radice. A Raffaele, a Michael e anche a quei bastardi di Bolgheri e dei suoi sgherri. Tutto per un maledetto dipinto, tutto per quel maledetto Leonardo. Prima ha rovinato la vita di mia madre, poi quella di mio padre e poi quella di tutti gli altri. E la mia, ovviamente."
"Allora tuo padre aveva davvero scoperto che Leonardo aveva dipinto un'Ultima Cena su tela prima di raffigurarla anche sull'intonaco di Santa Maria delle Grazie..."
"All'inizio era solo un'idea basata su alcuni elementi che stava approfondendo da anni, in segreto. Poi un giorno si  confidato e da allora quest'idea aveva fatto impazzire tutti."
"Altro che Salimbeni, quel dipinto era del Salaino... era questo l'inghippo e sotto il Salaino c'era il disegno di Leonardo. E tuo padre e Radice si erano convinti che mettendo le mani su quel dipinto... chi lo sa... avrebbero davvero fatto rinascere i catari."
"Non hai capito nulla. Era l'esatto opposto. Loro quel dipinto lo volevano distruggere e far sparire per sempre."
"Stai scherzando?"
"No. Comprendo che sia difficile da realizzare, ma quel quadro era la prova materiale che anche il pi illustre alfiere dell'adesione all'eresia dei catari non era riuscito a respingere il richiamo del male, cedendo alla menzogna e al tradimento. Leonardo, il Perfetto, aveva ceduto alla tentazione fisica, al piacere della carne, arrivando al punto di dare le sembianze di San Giovanni, ovvero il discepolo che annunciava il segno di Dio, al suo giovane amante, il Salaino, per di pi un uomo laido e privo di valori, un ladro e un farabutto, come era stato costretto ad ammettere lo stesso Leonardo. Lo capisci? Mio padre e Radice da anni sacrificavano la loro esistenza sull'altare dei dettami del credo cataro."
"Che Leonardo fosse un finocchio era risaputo. E da secoli. Dunque di che tradimento stai parlando?"
"Rifletti. L'intera dottrina catara fonda i suoi principi sugli scritti di San Giovanni e Leonardo aveva osato farlo impersonificare non da una giovane vergine, ma dal suo volgare amante."
Un delirio allo stato puro, ma da due menti contorte ed esaltate come quelle di Adorni e Radice poteva anche aspettarselo.
"Un momento, e quel prete, quello che si  suicidato?"
"Buono, quello... uno che aveva gettato la tonaca per aderire al catarismo. Lui sosteneva che nella vita terrena la perfezione non poteva esistere, che il male avrebbe comunque vinto. E che la vera forza della fede era nel perdono. Il perdono che doveva valere anche per Leonardo e per il suo cedimento alla concupiscenza per il giovane Salaino. Somaschi riteneva che l'uomo fosse destinato a sbagliare, a peccare e a pentirsi, riabilitandosi poi con la preghiera, per essere consolato. E infatti era lui che li consolava."
Anche questa volta Malerba non riusc a comprendere fino in fondo le parole di Rebecca: non era a conoscenza dei macabri dettagli scoperti dalla Polizia nelle camere da letto di Adorni e Radice e nella cappella della villa di Concorezzo, ignorava delle Tau blu, del Vangelo di San Giovanni e del rituale delle mani giunte.
E non sapeva, ovviamente, cosa fosse un Consolamentum.
"E De Rosa e Nierlich come sono finiti in questa follia?"
"Nierlich stava diventando un discepolo per loro, quasi il figlio maschio che nessuno dei due aveva avuto. Aveva abbracciato anche lui il credo cataro. Stava praticando l'astinenza sessuale e il suo amore per De Rosa era platonico. Non chiedermi come e perch, ma mio padre gli aveva raccontato della sua scoperta. Degli scritti del Bandello, del testamento del Salaino. Si era fidato, commettendo un errore. La confidenza fatale  stata quella. E da l  successo tutto."
Malerba la ferm: ormai aveva capito tutto. Nierlich aveva raccontato tutto a De Rosa e quello, indebitato fino al collo, era partito in quarta con l'idea di mettere le mani sul dipinto, piazzarlo a qualche collezionista e diventare ricchissimo.
"E tu?"
"Io amavo Raffaele da pi di 15 anni. Avevo sopportato tutto e gli avevo perdonato tutto. I tanti tradimenti, la passione smodata per il gioco, la sua condotta di vita riprovevole. Quando ami veramente sei debole, dipendente, succube."
"E poi cos' successo?"
"Mio padre non si fidava. Capisci? Nessuno all'esterno doveva sapere del loro gruppo, del fatto che i catari stessero riformandosi. Per secoli la Chiesa li aveva perseguitati e sterminati..."
"Stai scherzando? Di cosa avevano paura? La Santa Inquisizione non esiste da quattro secoli ormai."
"Non importa, avevano un segreto da custodire. E Raffaele era un rischio troppo grande. E quando ha iniziato a mettere in atto il suo piano..."
"Andava eliminato."
"N mio padre n gli altri erano assassini. Si limitarono a metterlo sotto controllo, sfruttando una delle sue tante debolezze. Ma scelsero di farlo a mia insaputa."
"Non ti seguo."
"In qualche modo hanno presentato una bella e ricca signora a Raffaele, il quale smaniava dalla voglia di ampliare la clientela della sua pinacoteca. E invece di allargare la schiera dei clienti per i suoi quadri ha allargato quella delle zoccole che si portava a letto. E cos sono diventati amanti."
"Ma di chi parli?"
"La signora Bolgheri! Il tuo amico Ardig non ti aveva detto nulla? Era la signora Bolgheri, con i soldi del maritino, a spupazzarsi Raffaele e pagargli la cocaina e i debiti... E intanto lo teneva sotto controllo. Gli avevano messo una cimice direttamente nel letto..."
"Mi stai dicendo che Bolgheri obbligava la moglie a scoparsi De Rosa solo per carpirgli informazioni?".
"Non preoccuparti, per lei non era un gran sacrificio. E per lui il problema non erano certo le corna... Il resto della storia volendo lo puoi dedurre da solo. Un dipinto originale di Leonardo, per di pi l'Ultima Cena, ha un prezzo inestimabile. Cos Raffaele ha iniziato a elaborare il piano e tramite quel balordo di barista del locale dove bazzicava per rimorchiare le cinquantenni che lo pagavano per portarselo a letto, ha reclutato i manovali, quelli che materialmente hanno prima trafugato la tela del Cittadini..."
Malerba la osserv interdetto, ignorando a cosa si riferisse.
"...E avrebbero rubato il dipinto in cambio di poche migliaia di euro. Aveva anche un piano per far uscire il dipinto dall'Ordine del Santo Sepolcro dove era esposto. Ripeteva che era un piano sicuro e senza rischi. Avrebbero portato il dipinto a New York, spedendolo con gli altri quadri come faceva abitualmente, poi una volta in America Nierlich lo avrebbe falsificato con tutta calma e infine avrebbero rispedito il falso in Italia, l'avrebbero fatto ritrovare dalla Polizia e avrebbero lasciato che le acque si calmassero. A quel punto avrebbero iniziato a cercare qualcuno che fosse seduto sopra una montagna di denaro e fosse interessato a comprarlo."
"Un piano rischioso..."
"E infatti hai visto come  andata a finire... La signora Bolgheri ha capito quello che stava succedendo, ha informato il marito e quelli li hanno presi e torturati, li hanno costretti a confessare e li hanno uccisi. Mentre io ero in aeroporto ad attenderli. Quella notte, quando non li ho visti arrivare, sono tornata a Milano in preda all'ansia. E quando sono passata a casa di Raffaele e ho trovato le tapparelle aperte e la valigia ancora l nell'ingresso ho realizzato che era successo qualcosa di brutto. Cos sono andata da mio padre. Era stato informato da Bolgheri gi da diversi giorni e insieme a Radice avevano preso la decisione di togliersi la vita. Si stava purificando con il digiuno, per essere pronto per il consolamento. Non potevano accettare di vivere con il rimorso di essere stati truffati e traditi."
"Ah... non per il rimorso di quei due ragazzi morti?"
"No, non conoscevi mio padre. E neppure quell'altro. Per loro Raffaele e Michael avevano avuto la giusta punizione per il loro tradimento. A tormentarli era il fatto di essere diventati complici, seppur involontariamente, di ladri e assassini come Bolgheri."
"Un momento... Bolgheri voleva il quadro per venderlo e ricavarne dei soldi o per farne un feticcio da esporre nella cappella dove pregavano?"
"Entrambe le cose. Lo voleva per i soldi, per finanziare la causa dei catari. E don Somaschi concordava con lui. Mentre mio padre e Radice anche su questo erano in disaccordo. E anche per questo hanno scelto di uscire di scena facendosi consolare."
"Per con il loro silenzio sapevano di avallare il furto del dipinto. Avrebbero potuto denunciarli prima di suicidarsi..."
"Non avrebbero mai tradito la causa dei catari. Ma speravano non accadesse, perch il quadro si trovava in una fortezza inespugnabile, come la sede dell'Ordine del Santo Sepolcro, con sistemi di antifurto estremamente sofisticati, un luogo ultrapresidiato per ragioni di sicurezza, per il rischio di attentati da parte di fondamentalisti islamici, tanto che il luogo  presidiato da una volante delle forze dell'ordine 24 ore su 24. E poi era a fianco del Tribunale, insomma un luogo zeppo di telecamere. La partita sembrava chiusa..."
"Pazzia allo stato puro."
"E infatti non poteva andare cos e io l'ho capito appena ho appreso di quella rapina anomala nel convento di Concorezzo. Ho compreso subito che i ladri stavano cercando il diario di Beltrami, ignorando per che la pagina decisiva l'avevo gi strappata io alcune settimane prima su richiesta di mio padre. Bolgheri voleva la certificazione scritta dal pugno di Beltrami che quell'opera era del Salaino e non del Salimbeni, una specie di perizia inconfutabile."
"Eppure a rubare quel quadro ci sono arrivati lo stesso."
"Bolgheri ha trovato lo stratagemma di finanziare egli stesso una mostra inducendo gli inconsapevoli organizzatori a farsi prestare il dipinto del Salimbeni. E trattandosi di un'opera di modesto valore non sono state attivate le normali misure di sicurezza che invece vengono impiegate per proteggere i capolavori."
"E tu? Perch mi hai trascinato in giro per conventi?"
"Non l'hai davvero capito? Era la mia assicurazione sulla vita. Mio padre aveva convinto Bolgheri che n io n mia sorella eravamo al corrente di questa storia, per proteggerci. Tuttavia non potevamo fidarci. Cos mi aveva suggerito di inventarmi questa ricerca, tirandola in lungo e senza portarla a conclusione. Sapeva che mi avrebbero tenuto d'occhio, per questo mi ha consigliato di rivolgermi a te. Ti conosceva, ti reputava un bravo ragazzo e ricordava che eri un caro amico del commissario Ardig. In questo modo nessuno mi avrebbe toccato; su mia sorella era tranquillo, d'altronde era la madre dei nipoti di Bolgheri e la moglie di suo figlio. Insomma, la ricerca per mettere le mani sul libro postumo di mio padre era anche l'occasione per verificare nei monasteri se le teorie di mio padre fossero esatte o meno."
"Quindi il famoso libro lo hai sempre avuto tu, non  vero?"
" nel portatile di mio padre, in un luogo sicuro. Ormai posso anche dirtelo... Mi spiace Federico, ho organizzato questo teatrino tra monasteri e biblioteche solo per coprirmi le spalle."
Larini e Zanella saltellavano fradici.
Ardig e Farris procedevano mal riparati dagli ombrelli.
I due agenti li aspettavano nello spiazzo davanti alle Terme di Sirmione, al limitare del borgo storico, dove la strada si biforca.
A sinistra avrebbero preso la salita che portava al belvedere delle Grotte di Catullo.
Ardig prese il cellulare e fece scorrere la rubrica.
Libero. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei squilli...
Malerba non dava segni di vita.
"Muoviamoci, quanto  distante questo belvedere?"
"Oltre la salita, saranno circa 500 metri", risposero i due agenti.
"Va bene, voi due battete la pista panoramica, noi saliamo al belvedere", dispose il commissario.
I turisti nordici si stavano allontanando, facendo scricchiolare la ghiaia bagnata.
"Rebecca, ma se  cos... tu sapevi che tuo padre si sarebbe tolto la vita? E non hai fatto niente per fermarlo. Bastava chiamare la Polizia..."
La donna torn ad appoggiarsi alla staccionata in legno voltandogli le spalle.
Soltanto in quell'istante realizz tutto con chiarezza.
"No, hai accettato che si suicidasse per poi avere mano libera nel cercare il quadro di Leonardo: sapevi che nei suoi documenti..."
"Buffo, ci arrivate tutti quando  troppo tardi."
Ancora una volta non comprese il riferimento.
La vide frugare in tasca. La voce usc piatta: "Federico, per me sei stato importante... pi di quanto pensi. Davvero, avresti potuto essere...".
Il tono era improvvisamente diventato tagliente e stonava con parole che in teoria avrebbero dovuto sgorgare dal cuore. La fronteggi, incontrando un'ombra cupa nei suoi occhi scuri.
Un secondo dopo un tubo nero premeva contro il suo addome.
"Ma cosa stai facendo?", balbett ingenuamente stupito.
"Non posso lasciarti andare... lo capisci? Fede, mi spiace..."
Rimase pietrificato.
"Sei impazzita?"
Soltanto in quell'istante realizz quanto stava accadendo: quel tubo era una pistola con silenziatore ed era rivolta proprio contro di lui. Come in un film.
Gli stava puntando contro un'arma da fuoco e lo stava minacciando.
Si sent stranamente eccitato: il suo cervello, sottoposto a un'emozione fortissima, stava producendo endorfine e cresceva in lui la sensazione di euforia. Una specie di quiete illusoria, prima della fine.
Rebecca abbass la pistola verso l'inguine di Federico.
"Scavalca! O ti sparo nell'uccello e ti castro", url stridula.
Non era pi Rebecca, non era pi la ragazza che si era aperta a lui con sincero dolore. La paura lo inond, dalla testa ai piedi, come se la pioggia che lo stava tormentando da un pezzo ne fosse impregnata.
Come un automa si affrett a scavalcare. La paura aument vorticosamente trasformandosi in terrore. Era terrore di arretrare di qualche altro centimetro, di scivolare sul terreno fangoso e insidioso, di precipitare nel baratro.
L sotto vedeva le rocce: il fondale era bassissimo.
Eppure nonostante il terrore trov ancora un barlume di lucidit per una domanda, forse l'ultima della sua vita da giornalista ficcanaso.
"Almeno il dipinto lo hai recuperato?"
"Certo,  al sicuro, in un luogo dove nessuno penserebbe mai di andarlo a cercare. Un luogo dove sar protetto e riparato. E tra qualche mese torner e trover il modo di portarlo in America..."
Il rumore del calpestio sulla ghiaia bagnata li fece voltare di scatto.
A cinque o sei metri di distanza c'erano due uomini incappucciati con le pistole rivolte verso di loro.
Un ordine echeggi nello spiazzo.
"Rebecca, getta la pistola e consegnati. Sei in arresto con l'accusa di aver ucciso Paolo Bonazzi."
Il cervello di Malerba caric un frame dietro l'altro.
Quell'uomo incappucciato e zuppo d'acqua era Ardig.
E Bonazzi era il pittore bergamasco ucciso nel suo letto due settimane prima.
"Gli sparo, se fate un altro passo gli sparo. Gettate le pistole."
I due uomini rimasero immobili.
Non risposero e non gettarono le pistole.
"Lo ammazzo, lo ammazzo!"
Con un gesto lento e misurato Ardig sfil il cappuccio con la mano sinistra, tenendo con la destra il cane della pistola sempre rivolto verso la staccionata.
"Rebecca,  finita, sappiamo tutto. Il DNA ti inchioda. Sappiamo che sei stata tu a sparare a Bonazzi."
"Non so neppure di chi state parlando", grid lei con voce stridula.
"Abbiamo le registrazioni dell'Ordine del Santo Sepolcro - bluff - e abbiamo diversi testimoni - bluff nuovamente - che ti hanno visto entrare nel suo appartamento a Bergamo Alta il giorno del delitto. Sappiamo che Bonazzi aveva fatto una copia dell'Ultima Cena del Salimbeni, sostituendola nel magazzino di Palazzo della Ragione, pochi giorni prima del furto commesso dagli uomini di Bolgheri. Come vedi sappiamo tutto, anche che domani alle 17 vorresti andartene con un volo dall'aeroporto di Verona."
La ragazza si irrigid. La corsa era al capolinea.
"Getta la pistola, Rebecca", la implor Malerba.
Continu a fissarla, tutte le energie del suo corpo erano concentrate in due punti: negli occhi e nell'indice della mano destra, pronto a esercitare quella minima pressione necessaria per spostare il grilletto della pistola.
Vide la sua mano, tremante, che esitava.
" finita, i miei uomini sono gi in fondo alla strada che ti aspettano. Non puoi andare da nessuna parte."
Ma lei esplose in una risata folle.
"Posso volare via di qui. Cosa credi? Che non ne sia capace?"
Gli occhi di Ardig non abbandonavano la mano di lei. Prov la stessa paura che lo aveva aggredito quando Pinton si stava dissanguando.
Lanci un'occhiata disperata a Malerba che, come paralizzato, era ancorato con le mani alla staccionata.
Non aveva alternative.
"D'accordo Rebecca, facciamo come vuoi tu."
La donna alz lo sguardo verso di lui, quasi stupita. Solo il tempo di vedere la canna della Beretta. E una fiammata.
Poi un botto fortissimo, come un tuono. La detonazione rimbomb con un rumore simile a quello di un tappo che viene fatto saltare da una bottiglia di spumante.
E Rebecca, con un grido, scomparve, volando via.
Prima di atterrare con un tonfo orribile.
Le endorfine vennero pompate nuovamente nelle arterie di Malerba.
Il classico colpo di coda, l'ultima botta di vita.
Ormai era oltre tutto: il terrore era quasi un bozzolo che lo avvolgeva.
Chiuse gli occhi per non vedere, concentrando le sue ultime energie sulle mani, per non mollare la presa intorno al legno bagnato.
Voci, grida, passi sui ciottoli. Farris che lo afferrava per le braccia aiutandolo a scavalcare il parapetto.
Ardig chino sulla staccionata osserv di sotto, poi si rivolse all'amico: "Federico, stai bene? Federico, guardami".
Bruno lo stava strattonando, per riportarlo nel mondo dei vivi, novello Caronte che lo aveva recuperato mentre stava solcando le acque dell'Acheronte diretto verso le paludi dello Stige.
"Federico... Federico!"
"L'hai uccisa... l'hai uccisa tu... perch..."
"Per salvarti la vita", rispose secco il poliziotto, poi sibil: "Era un'assassina senza scrupoli".
Lo abbracci con forza, trasmettendogli una vampata di calore che lo aiut a capire.
"Come hai fatto a scoprire che era stata lei a..."
"Il DNA, Federico. C'erano tracce ovunque. La fretta e l'improvvisazione l'hanno tradita. Non volevo che finisse cos, ma ho capito che stava per trascinarti con lei, l sotto..."
Gli occhi del reporter si inumidirono.
"L'ho capito anch'io, grazie."
Si abbracciarono nuovamente. Ardig si guard intorno: quel belvedere e quella staccionata li aveva gi visti, immortalati in una foto estiva, postata su un profilo Facebook di un ragazzo morto nel modo pi orribile.
Il suono delle sirene echeggiava da lontano.
"Arrivano i nostri", comment Farris.
Il belvedere fu invaso di poliziotti, infermieri e curiosi. Malerba si era trovato tante volte vicino alla scena del delitto, separato solo dal nastro delimitante tirato dalle forze dell'ordine. Questa volta era dall'altra parte, ma faticava a realizzare.
Era fradicio. I barellieri gli avevano gettato sulle spalle una coperta isotermica. Vide Ardig, zuppo anche lui, che dava istruzioni per recuperare il corpo della Adorni e poi si allontanava.
Era finito chiss dove, adesso. Intorno a lui ora c'erano solo sconosciuti, stavano facendo dei rilievi.
Torn verso il parapetto e si sporse sotto.
Le acque erano nere. Lei, ora, era l. Ricongiunta ai suoi cari.
"Avevi ragione, potevi volare via... addio, Rebecca."
Le sue lacrime non le vide nessuno.
Si unirono alla pioggia e scesero gi, fredde e veloci...
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EPILOGO. Gennaio 2012.
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Era un inverno mite.
Il nuovo sindaco aveva deciso di chiudere l'area del centro alle auto perch non pioveva da tempo e le polveri sottili stavano soffocando Milano. I cittadini, tanto per cambiare, si erano divisi: discussioni, litigi dei politici in tiv, insomma la solita routine. Nemmeno un fatto grave di cronaca nera a turbare il tran tran quotidiano.
Ardig aveva persino trovato il tempo per andare a Firenze, a inizio dicembre, per coadiuvare la commissione di esperti del ministero dei Beni Culturali e della Sovrintendenza, impegnati in quei giorni in una duplice incredibile ricerca.
A Palazzo Vecchio, sotto un dipinto del Vasari, forse si celava un inedito giovanile di Leonardo.
Pochi metri pi in l, agli Uffizi, forse si celava il pi grande dipinto di Leonardo, la versione su tela dell'Ultima Cena.
Ma quella in riva all'Arno fu una trasferta inconcludente, e al rientro il commissario si lasci risucchiare dalla solita frenesia lavorativa.
Sin quando Malerba lo chiam per chiedergli un favore al quale non poteva sottrarsi.
E cos, adesso, stavano infilando la porta murale che immette nel cuore di Sirmione a passo svelto, con il bavero del giubbotto alzato per ripararsi dal vento.
Nelle mani del cronista c'era un pacco voluminoso e i due non erano in vena di chiacchiere. Ardig aveva accettato soltanto perch sentiva di doverlo all'amico. Non aveva rimorsi, lui. Il fantasma di Rebecca Adorni non era mai venuto a tormentarlo di notte.
Era un'assassina: tra una lunga condanna e un'uscita di scena alla Thelma & Louise aveva scelto la seconda opzione. Un volo a picco nel fondale roccioso del Garda, ma non da sola.
Malerba l'avrebbe accompagnata. Glielo aveva letto negli occhi l'istante prima di spararle.
Anche Federico lo aveva capito, e gli bruciava ammetterlo.
Rebecca per un po' di tempo lo aveva stregato. No, non era stato amore, e nemmeno semplice attrazione fisica.
La tentazione? La mela del peccato che non aveva avuto il coraggio di addentare fino in fondo? Il fascino un po' perverso e malvagio da "vedova nera", come l'avevano ribattezzata Ardig e i suoi uomini?
Gli era piaciuta, Rebecca. Era stato a un passo dal cederle, ma si era salvato, in tutti i sensi, e tutto quel disordine lo aveva riportato al sicuro tra le braccia di Lucrezia.
Strinse forte il pacco, il belvedere delle Grotte di Catullo si apr davanti a loro.
Si volt verso l'amico, che lo stava fissando.
"Sei pronto?"
"No, ma ormai siamo qui."
Bruno lo invit a sedersi su una panchina.
"Non ci corre dietro nessuno, abbiamo tutto il tempo", lo rincuor.
Federico annu poco convinto, osservando il poliziotto che si accendeva una sigaretta.
Un paio di boccate e Ardig scosse la testa, ridacchiando.
"Che c' da ridere?"
"Pensavo al cavalier Lovati... quelli avevano in casa il disegno originale dell'Ultima Cena e non se ne sono accorti... che storia!" Anche Malerba ora rideva.
"Povero cavalier Lovati! Adesso invece si ritrova fra le mani un falso Salaino, ultimo capolavoro del famoso Paolo Bonazzi..."
Al pensiero del pittore bergamasco, ucciso a sangue freddo da Rebecca dopo un'ora di sesso, Malerba si rifece cupo.
Ardig non se ne accorse, preso com'era a pensare allo sterminato magazzino sotterraneo degli Uffizi. Il dipinto che era costato tante vite era davvero l?
Decine di esperti avevano sottoposto all'esame del radiocarbonio e a ogni altra possibile diavoleria le tele che, per dimensioni e datazione, potevano corrispondere a quella su cui Leonardo aveva steso l'Ultima Cena, affidandone poi al pennello del Salaino la colorazione prima che, cinque secoli dopo, Bonazzi ci piazzasse sopra qualcos'altro per celarla. Forse il talentuoso pittore orobico, complice Rebecca, aveva eseguito il falso direttamente nei laboratori di restauro degli Uffizi e la Adorni in seguito aveva spostato altrove il dipinto.
Ma dove? Nella sua abitazione, rivoltata come un calzino, non avevano trovato nulla, un richiamo, lo scontrino di un vettore, di un magazzino... e una tela di quelle dimensioni non era facile da trasportare. E neppure da conservare.
Per questo Ardig continuava a credere che il dipinto fosse ancora l, agli Uffizi, dove Rebecca aveva libero accesso e poteva monitorarlo in continuazione. Del resto, stando alla testimonianza del solo Malerba, era quello di cui si era vantata.
"Il dipinto  al sicuro, in un luogo dove nessuno penserebbe mai di andarlo a cercare. Un luogo dove sar protetto e riparato. E tra qualche mese torner e trover il modo di portarlo in America..."
E chi avrebbe mai pensato di cercare un originale dell'Ultima Cena di Leonardo, in cui San Giovanni aveva il volto del Salaino, proprio agli Uffizi?
Supposizioni. Le ricerche non avevano dato alcun frutto.
Gett il mozzicone e rabbrivid per il freddo.
Il sole stava calando, il buio era pronto a prendersi la scena.
"Fede,  arrivato il momento."
L'amico cronista si alz un po' incerto.
Scart un vaso scuro, di metallo, e a passo lento si avvicin alla staccionata in legno.
Ardig prefer restarsene l, tenendolo d'occhio a distanza di qualche metro.
Federico esit, prima di fare pressione sul tappo, poi si decise: appoggi il contenitore sulla staccionata e v'infil la mano sinistra. Una manciata di cenere grigiastra si disperse nell'aria fredda.
Bruno si decise ad affiancarlo. Ribaltarono il vaso e ne svuotarono il contenuto oltre la balaustra.
Il vento spinse la polvere al largo, verso la costa veneta del Garda.
Allora Federico prese il vaso e lo lanci sotto, vedendolo sparire tra le acque scure. Rebecca Adorni era precipitata un'altra volta nel lago, ma questa volta Federico non pianse.
Anzi, improvvisamente sorrise.
"Lo sai? - si rivolse all'amico poliziotto - Sono contento di non essere finito anch'io l sotto..."
"Bentornato nel mondo dei vivi, allora."
"Grazie a te."
"Dovere - sdrammatizz Bruno - mi pagano per salvare la pelle agli sprovveduti come te..."
Si scambiarono una pacca sulla spalla.
"Che dici? Torniamo a Milano?"
"Volentieri, ho bisogno di vedere Lucrezia."
"E io di bermi qualcosa di caldo... con questo vento non vorrei buscarmi un raffreddore."
"Ma come, lo spartano Ardig che si ammala per un po' di freddo...", lo canzon Federico.
"Sto invecchiando, i 40 si avvicinano inesorabili."
"Gi... ci credi se ti dico una cosa?", sbuff il cronista.
"Sentiamola."
"Mi  venuta voglia di fare un figlio..."
Bruno esplose in una risata fragorosa.
"Poveri noi, ci mancherebbe solo un piccolo Malerba..."
...
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Milano, febbraio 2012.
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La signora Banfi raccolse l'ultimo straccio e lo gett nel secchio. Aveva lasciato aerare la stanza per quasi venti minuti e iniziava a fare freddo. Doveva ricordare al marito di accendere i termosifoni per riscaldare le pareti. Rientr in salotto.
Il signor Colombo stava finendo il suo sopralluogo in balcone.
"Serrande, porte. Tutto a posto. Ho attaccato il frigo in cucina e ho controllato i rubinetti. Funzionano che  una meraviglia", borbott il consorte.
"Oh, ricordati di attaccare la caldaia, che qui si gela", lo redargu la moglie.
"Duman, duman... tanto quello che viene l' minga un terun, no?"
La moglie evit di contraddirlo per non battibeccare.
"Domani, per, ricordatelo."
Finirono di ispezionare i vari ambienti. L'ingegnere danese con quel nome da calciatore, Kinstrup, Karstrep o qualcosa di simile, avrebbe trovato la casa calda, accogliente e pronta. Va bene che era uno scandinavo, ma il riscaldamento in un febbraio cos freddo serviva anche a lui...
Certo, rifletteva la donna, soltanto uno straniero avrebbe potuto prendere in affitto quella casa maledetta.
La moglie morta di cancro, il marito suicida e la figlia uccisa da un poliziotto: no, lei in quella casa, da sola, non ci avrebbe passato neppure un minuto.
E poi la casa portava pure sfortuna. Quella povera ragazza, Rebecca, era venuta a dormirci per una notte, a fine agosto, e un paio di giorni dopo le avevano sparato sul Garda... Poveretta, le aveva dato lei le chiavi, se lo ricordava ancora.
Raccolse il secchio e fece cenno al marito che era pronta.
Senza quasi accorgersene si ferm a osservare la copia dell'Ultima Cena, da sempre appesa sull'unica parte sgombra della sala.
"Se gli'?", la distolse il marito.
"Boh, ma  sempre stato cos?", indic il quadro.
"Eh, s. Cos'ha che non va?"
"Guarda i colori. Mi sembrano diversi. Questi sono pi... colorati..."
L'uomo, spazientito, scosse la testa.
"Ma va' a ciap i ratt... Torniamo di sotto", la rimbrott inacidito.
Anche questa volta la donna evit di contraddirlo.
Infilarono le scale in silenzio.
Un carabiniere in divisa li aspettava sul pianerottolo.
"Eugenio, sei arrivato presto", sorrise la donna.
"Toh, la mammetta", la salut con un bacio sulla guancia.
La donna corse in cucina a preparare un risotto. Mentre lo rimestava le torn in mente il quadro.
Che strano... Per tanti anni era passata dal salotto, quando portava le lettere o la verdura al povero professor Adorni, e non si era mai accorta di quei colori...
Ruot il cucchiaio di legno e scacci i pensieri.
Bah, come si chiama quella cosa, di quando pensi di vedere quello che in realt ti immagini... ah, ecco, suggestione. Il quadro era sempre stato cos, solo che non ci aveva mai fatto caso.
Meglio concentrarsi sul risotto...
...
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FINE.
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NOTA DELL'AUTORE.
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In questo romanzo ho inserito in una trama totalmente inventata, dove ogni riferimento a fatti, luoghi e persone  da intendersi come puramente casuale e frutto della mia fantasia, una serie di eventi lontani realmente accaduti e personaggi storici realmente esistiti.
Della presunta adesione di Leonardo da Vinci all'eresia catara, della sua vicinanza agli Amedeiti, della sua ventilata omosessualit e del suo morboso rapporto con i suoi allievi si sono occupati moltissimi altri scrittori prima del sottoscritto; allo stesso modo diversi autori, ben pi autorevoli di me, hanno ampiamente sviscerato il complesso rapporto che legava il Genio all'ambigua figura del Salaino, il suo discepolo prediletto, persino ritenuto da alcuni il modello che utilizz per dipingere la Monna Lisa.
La variante che mi ha portato a concepire questo romanzo  stato il pensare, al termine di un banalissimo ragionamento deduttivo, che l'allora adolescente Salaino potesse essere stato utilizzato da Leonardo quale modello per il femmineo San Giovanni della sua Ultima Cena.
Le descrizioni che gli storici dell'epoca (Vasari, Lomazzo, Moriggia, eccetera) ci hanno lasciato del giovane Salaino, leggendole con attenzione, inducono a ritenere che fosse molto somigliante al San Giovanni affrescato dall'artista nel refettorio di Santa Maria delle Grazie.
Pertanto, per rendere pi credibile questa ricostruzione, ho aggiunto a riguardo un passaggio, da me inventato, agli scritti originali del novelliere Matteo Bandello, il giovane nipote del priore Vincenzo Bandello, che da seminarista ebbe modo di seguire alcune fasi del lavoro di Leonardo a Santa Maria delle Grazie.
I catari hanno effettivamente trovato riparo nella citt di Concorezzo e in quelle gardesane di Desenzano e Sirmione, mentre i monasteri da me collocati a Concorezzo, Desenzano e Valeggio sul Mincio non esistono e non hanno alcun riferimento reale con eventuali monasteri che potessero sorgere nelle vicinanze dei luoghi citati.
Per rendere pi fruibile la trama ho coinvolto nei fatti narrati la Pinacoteca di Brera di Milano, quella di Palazzo della Ragione di Bergamo e soprattutto il Museo degli Uffizi di Firenze: anche in questo caso nessuno dei fatti o dei personaggi a loro abbinati pu essere in alcun modo riconducibile alla realt.
Nel corso del libro, infine, vengono citati fatti reali (per esempio la campagna elettorale per il Comune di Milano) o personaggi reali quali politici, giornalisti, giocatori di pallacanestro ecc, anche in questo caso per rendere la trama inventata pi facilmente ancorabile alla realt di Milano.
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FINE.